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      BLOW JOB
(Pompino)
   

Andy Warhol

       
        Prima: a cura della Film-makers’ Coop. alla Washington Square Art Gallery, 16 marzo 1964; B&N; origine: USA, 1963; durata: 35’.
       
       

Un primo piano fisso della faccia di un ragazzo mentre qualcuno, fuori campo, compie una fellatio su di lui. Il viso è illuminato da una forte luce che piove dall’alto e lo sfondo è costituito da un muro di mattoni simile a quello di una cantina. Alla fine il giovane si rilassa fumando una sigaretta.

Una materia appassionante trattata con misura e buon gusto. (Gerard Malanga)

Questo minuzioso scrutamento del mutare delle emozioni ricorda molto sia come proposito che come tecnica La passion de Jeanne d’Arc di Dreyer. È di gran lunga il migliore tra i primi film di Warhol. (Richard Whitehall)

Estensione della realtà
Warhol ci presenta ancora una volta un segmento, un frammento di vita. Mediante un processo che sostanzialmente offende e svilisce la dignità del suo soggetto-attore, egli giunge ad una conclusione estremamente umana attraverso una delle situazioni più umane.
Il soggetto
In Blow Job la presentazione del materiale è ancora una volta “antologica”: un’immagine speculare, per così dire, richiede da noi un tipo di attenzione del tutto svincolata dalla relazione di tale immagine con la dialettica del racconto. Una di queste richieste deriva dall’uso dell’attore.
L’attore
Nel film si vede un giovane a cui viene fatta una fellatio ovvero, in altre parole, il sesso. La lentezza (35 minuti) dell’atto è accentuata dalla scarsa espressività dell’attore che si dimostra perfettamente inetto. Al pari dei protagonisti di altri film di Warhol, egli è lasciato a se stesso, e poiché ovviamente è incapace di affrontare questa situazione o si mostra disinteressato, viene a trovarsi in una posizione abbastanza ridicola. In questo senso l’attore diviene un elemento o strumento usato in un modo mai prima sperimentato nel cinema. È questo un altro esempio della straordinaria capacità di Warhol di estendere e ridefinire la realtà – preoccupazione questa intrinseca all’arte. E la nuova realtà che ne emerge si rivela all’osservatore una realtà pratica in quanto ricomprende dimensioni fino a quel momento inesplorate. Il riconoscimento di un tale uso dell’attore è già di per sé una cosa apprezzabile.
Espressione
Le espressioni che rispecchiano le emozioni e l’esecuzione dell’atto da parte dell’attore stesso sono limitate e ripetitive. Vengono manifestate e ripetute con la regolarità di una formula, ma nondimeno suggeriscono in vari momenti noia, blanda beatitudine, un qualche interesse, interesse per qualcos’altro, indifferenza e consapevolezza della presenza della macchina da presa. Che ciò possa venir visto come una precisa riproduzione di una reazione comune di fronte al sesso non ha particolare importanza; quel che è interessante, piuttosto, è il fatto che non vi è mai in questo film pornografico alcuna effettiva allusione o rappresentazione del sesso. Il sesso non viene apertamente descritto, nè vengono descritti parti, atti o movimenti sessuali. Tranne un lembo della giacca di cuoio che entra di tanto in tanto in campo, l’attore è privo di identità al pari del suo atto. Non si tratta di un evento né omosessuale né eterosessuale, bensì piuttosto soggettivo, umano e cattolico.
Tempo
Il film descrive un atto completo dall’inizio alla fine, con un minimo di attività periferica. La lunghezza del film – la lunghezza della fellatio – è esagerata probabilmente per dare risalto all’attenzione dedicata dall’artista all’elemento tempo, dato che quest’ultimo è forse l’elemento che distingue il mezzo cinematografico dalle altre arti. E se nella maggior parte dei film gli eventi vengono disposti in sequenze tali che spesso lunghe azioni appaiono molto più brevi sullo schermo, in un film di Warhol esse appaiono al contrario più lunghe nel loro passaggio dalla realtà effettiva a quella del mezzo cinematografico.
Composizione
Come in tutti i film di Warhol concentrati sull’immagine di un unico volto, quest’ultimo non appare esattamente al centro del campo, ma spesso sembra ritrarsi un poco. A un certo punto l’oggetto ripreso può centrarsi, ma poi gradualmente indietreggia o si fa da parte. Così limitato, un movimento acquista, come è stato rilevato, un’importanza primaria. Un semplice gesto diviene, nel senso astratto-espressionista, un evento e l’idea di composizione pittorica viene chiaramente scartata.
Umanesimo (realtà)
Gli elementi della realtà sono stati estesi o inventati dall’artista cinematografico. Attraverso il mezzo di comunicazione cinematografico viene presentato per la prima volta, e in un modo totalmente nuovo, completo e straordinariamente semplice, un vecchio luogo comune. Le caratteristiche del mezzo cinematografico non sono mai state considerate in modo più esauriente per quanto riguarda il suo messaggio. Se il mezzo e il messaggio devono essere considerati una sola cosa, i film di Andy Warhol sono la migliore illustrazione del concetto diffuso da Marshall Mc Luhan secondo il quale il mezzo è il messaggio. Il riconoscimento deliberato dell’idea messaggio = mezzo può spiegare in parte i motivi per i quali non è strettamente necessario vedere un film di Warhol. Vi è infatti ben poco da vedere che non si possa adeguatamente descrivere, caratteristica questa comune, in realtà, a molta arte recente. È precisamente l’aspetto intellettuale dell’arte che a volte sovrasta quello visivo. Non vedere il film, tuttavia, equivarrebbe a negare l’elemento temporale che è, in se stesso, troppo importante per poter essere lasciato da parte. Affinché l’osservatore possa venire realmente e interamente coinvolto nel processo sembra infatti indispensabile «sedersi a guardare» il film. È consentito appisolarsi, chiacchierare e far uso di sostanze stimolanti. Non fa meraviglia dunque che il film preferito da Warhol sia (così si dice) The Humanoids. I film di Warhol sono infatti straordinariamente aderenti alla realtà. Li caratterizza una grande dignità e una simpatica discrezione. Il loro soggetto è l’umanità. (Gregory Battcock)
Adriano Aprà, Enzo Ungari, Il cinema di Andy Warhol, Arcana, 1971