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      BERLIN - JERUSALEM
   

Amos Gitai

       
       

Sceneggiatura: Amos Gitai, Gudie Lowaetz; fotografia: Henri Alekan, Nurith Aviv; montaggio: Luc Barnier; suono: Antoine Bonfanti; scenografia: Marc Petitjean; costumi: Gisela Storch; musica: Markus Stockhausen; coreografia: Pina Bausch, interpretata dai danzatori dei Wuppertal Tanztheater (sequenza iniziale); interpreti: Lisa Kreuzer (Else Lasker‑Schüler), Rivka Neuman (Tania), Markus Stockhausen (Ludwig), Benjamin Levy (Paul, figlio di Else), Vernon Dobtcheff (l’editore), Veronica Lazare (la sua segretaria), Juliano Merr (Menahem), Ohad Shahar (Nahum, fratello di Tania), Keren Moir (Fania), Bilha Rozenfeld (Tzipora); produzione: Agav Films in assoc. con: Channel Four TV, La Sept, Nova Film, RAI 2, Nos (Paesi Bassi), Orthels Films, Transfax, La Maison de la Culture du Havre, The Hubert Bals Fund; distribuzione: Academy; origine: Francia, 1990; durata: 89’.

       
        (...) Mettere in scena l’inestricabile nesso che lega arte e vita: è proprio questa la scelta effettuata da Gitai nel narrare alcuni eventi altamente esemplari di Else, una scelta, peraltro, assolutamente estranea al facile biografismo cui spesso, e raramente con risultati convincenti, siamo stati abituati, e il motivo di questa rappresentazione per nulla epicizzante del milieu espressionista berlinese sta, come vedremo, nel suo essere funzione di qualcos’altro, sempre prudentemente a un passo, però, dall’appiattimento dei personaggio su un suo ruolo di piena esemplarità e, d’altro canto, nemmeno risolto negli stereotipi psicologistici dell’artista déraciné di hollywoodiana memoria: tragicamente opaco, infatti, si rivela il personaggio di Else, in costante oscillazione tra i due estremi della generalità simbolica e della singolarità esistenziale. Nella fattispecie, la poetessa dei film di Gitai è prima di tutto madre preoccupata per la salute malferma del figlio, è poi anche donna per l’ennesima volta innamorata (nella realtà, oltre ad essere sposata due volte, ebbe numerose relazioni sentimentali, da una delle quali nacque il figlio Paul, all’interno dei gruppi di artisti che si trovò a frequentare). Questa premessa diventa necessaria per chiarire i limiti dei tipo di analisi che si vuole condurre del film; fatta salva, cioè, la complessità dei personaggi messi in scena da Gitai, di essi si prenderà in considerazione in modo privilegiato proprio quella componente esemplare cui, lo ripetiamo, essi non possono comunque essere ridotti. La scelta di metodo effettuata permette, infatti, di ricostruire il sistema dei valori in gioco nel testo e di conseguenza, di afferrare il non immediatamente percepibile senso dei progetto sotteso al film. Nei limiti e nei termini sopra enunciati, dunque, diciamo subito che il personaggio di Else vuole rappresentare, attraverso l’esercizio della poesia, il diritto del Sogno, della cosa che non c’è o meglio che non c’è ancora, la diversione (più che la diversità) dallo status quo operata mediante la funzione cognitiva dei l’immaginazione. Al suo personaggio viene ascritta tutta una gamma di sentimenti indiscutibilmente positivi e raccolti attorno al sogno primario di un luogo (un «luna‑park», come suggerisce Else) in cui arabi ed ebrei possano convivere pacificati e che il mondo, così come si prospetta nelle due situazioni spaziotemporali considerate dal film (Berlino negli anni trenta, Gerusalemme nei decenni a seguire), rifiuta o rimuove, disattende o cancella con tanta inesorabile sistematicità da situare ogni moto affettivo, anche il più semplice, nella sfera di un desiderio sempre inappagato, sempre deluso, scansato, tolto un attimo prima della sua realizzazione, proprio come accade, paradossalmente, alla parola poetica, enunciata sempre un attimo prima del senso corrente che, veicolo di certezza e stabilità, fuori del verso acquisterebbe. Ci sono, come si vede, tutti gli elementi utili per configurare il messaggio onirico (di un sogno ad occhi bene aperti, però) di cui Else è fatta incarnazione, un messaggio, cioè, che non appartiene a questo mondo, forse che non appartiene al mondo e vive soltanto nell’altrove immanente dei poeti o in quello trascendente dei mistici. Tanto a Berlino quanto a Gerusalemme, infatti, Else è destinata a scontrarsi, soccombendo alla fine dei conflitto, con una realtà strutturalmente omogenea nella sua refrattarietà ad accogliere in sé un qualsivoglia granello dì sogno; una lotta quasi metastorica degli uomini col destino, più che una contingente lotta di classe o un preciso conflitto etnico, impedisce allo sguardo di Else di vedere, mutati i tempi e i luoghi, altro che morte, distruzione, prevaricazione, separazione artificiosa degli uomini sulla base ferina dei diritti di pura forza: il nazismo in Germania e il sionismo in Israele sono le due facce di una stessa medaglia dei potere che, essendo Else ebrea, assumono inoltre l’amara, sarcastica disillusione, tutta interna al sistema di valori ebraico, nell’avvento di una Terra Promessa, un luogo messianico che lo stesso Gitai definisce «luogo dei desiderio». Afferma, infatti, Gitai: «La Terra Santa è il luogo verso cui tende la ricerca. È il destino geografico dei nostri personaggi nella ricerca della loro identità. È anche il luogo geografico reale, politico, il luogo di una lotta, di un confronto, di un potere. …Ogni popolo ha la sua Terra Santa, luogo del desiderio dove colloca le sue aspirazioni ideologiche, nazionali e religiose. I nostri personaggi si muovono in un complesso labirinto prima di raggiungere la Terra Santa. Una volta sul posto si rendono conto che la realtà umana non cambia col variare del luogo geografico».
Gianmarco Pinciroli, Cineforum n. 297, settembre 1990