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      LE SOLDATESSE
    Valerio Zurlini
       
       

Riduzione cinematografica: Leo Benvenuti e Piero de Bernardi, dal romanzo omonimo di Ugo Pireo; sceneggiatura: L. Benvenuti, P. De Bernardi, con la coll. di Valerio Zurlini; fotografia (b/n): Tonino Delli Colli; scenografia: Sergio Canevari; costumi: Marilù Carteny; musica: Mario Nascimbene; montaggio: Franco Arcalli; interpreti: Anna Karina (Elenitza), Marie Laforêt (Eftichia), Lea Massari (Toula), Rossana Di Rocco (Panaiota), Valeria Moriconi (Ebe), Milena Dravic (Aspasia), Tomas Milian (ten. Gaetano Martino), Mario Adorf (Castagnoli); Guido Alberti (Gambardella), Aca Gavric (Alessi); produzione: Morris Ergas per la Zebra Film - Debora Film (Roma) / Franco-London Film (Paris) / Avala Film (Bolgrado) / Omnia Deutsch Film; origine: Italia / Francia / Jugoslavia / Germania Federale, 1965; durata: 120'.

       
        Probabilmente è stato un esperimento sbagliato. Siccome i miei film erano sempre rimasti fino ad allora in un’atmosfera molto privata, intimista, e a detta di alcuni anche leggermente altera, Le soldatesse mi ha dato la possibilità di fare un racconto di natura popolare. O che non ci sia portato a questo tipo di racconto, o che il discorso fosse troppo violentemente popolare, il film non è andato bene. Rivedendolo oggi ci si accorge però di due cose di cui sono molto fiero. È un film su quindici prostitute che può essere visto anche da un bambino. In secondo luogo Le soldatesse è uno dei pochissimi film autenticamente antifascisti che siano stati fatti. Invece di ripetere che la colpa è sempre esclusivamente dei tedeschi, il film dice chiaramente le nostre responsabilità nella guerra: l’abbiamo fatta, abbiano le nostre responsabilità nelle repressioni, nei massacri, nelle fucilazioni, nei saccheggi nella sopraffazione sull’uomo. Il film era un mea culpa; il primo e unico che il cinema italiano - pur così coraggioso nella critica - abbia mai osato fare. Non potevo pretendere che la gente accettasse di vedere un massacro ordinato dalle brigate nere. Era uno scavare dentro qualcosa che la loro coscienza aveva messo da parte, dimenticato. (Valerio Zurlini)
       
        [...] Le soldatesse di Valerio Zurlini, che mi pare non sia stato accolto con il dovuto rispetto, è un film da considerare con molta attenzione. Intanto Zurlini è uno dei pochissimi registi italiani che sappiano girare dei film d’azione, con una tecnica degna dei migliori professionisti americani. E poi il nostro amico Valerio sta agli anni della guerra come Scott Fitzgerald stava all’età del jazz: vi è immerso fino al collo, ne sa rendere le vibrazioni segrete, sa farei rivivere i giorni tempestosi della nostra formazione come individui e come Paese. A parte qualche battuta fuori tono, qualche riga di dialogo troppo scopertamente letteraria, Le soldatesse è uno sguardo fermo sui peggiori anni della nostra vita [...] Ci vuole coraggio a riconoscere i propri errori, anche se la storia ha giudicato da un pezzo l’inutilità dell’aggressione mussoliniana. ci sembra che il film colga nel segno soprattutto quando mette l’accento sulla diffusa stupidità dell’ambiente, sul torpore un po’ sinistro determinato dalla cattiva coscienza. Ed è meno convincente, forse, quando ai personaggi saltano i nervi, nelle scene in cui l’ufficiale della milizia rischia di diventare un "cattivo" di tipo tradizionale. Zurlini ha rischiato l’impopolarità dando al film un tono violento, torvo, disperato: e facendo intravedere, negli occhi stupendi di Marie Laforêt, la lama di un disprezzo irriducibile contro gli occupatori, un sentimento che ci ferisce giustamente ancora oggi. Non ci sembra di trovare in questo film gli eccessi polemici di altre recenti pellicole, solo il coraggio di chi è deciso a chiamare gli eventi della storia con il loro nome. (Tullio Kezich)
       
       

[...] Il film è pieno di delicatezza e di pudore nella rappresentazione di situazioni che potevano offrire spunti per un quadro pittoresco, molto italiano, e per qualche tocco di erotismo. Zurlini ha evitato le soluzioni facili, utilizzate in genere per allentare la tensione e il suo film conserva un equilibrio e un rigore pienamente classici. All’ inizio e alla fine, la voce off di Martino indica che si tratta di ricordi, cosa che giustifica il ritmo lento e malinconico. Nel corso di questa riflessione amara, ma ormai pacata, le scene di violenza (l’incidente del camion e la terribile notte nella capanna) esplodono con una forza accresciuta dalla tetra monotonia di questa vita sempre sul punto di precipitare verso la morte. Se si ritrova la straordinaria capacità di dirigere gli attori, che costituiva gran parte dell’interesse di Cronaca familiare, l’aspetto pittorico è invece scomparso a favore di una scelta estetica più adatta al grigiore del soggetto. Zurlini rinuncia al lato spettacolare e filma solo gli orrori della guerra, realizzando qua e là alcune virulente sequenze contro le azioni dei fascisti. Quanto all’ultima immagine - Eftichia che, in uniforme da partigiana, abbandona la sicurezza della sottomissione per il pericolo affrontato nella libertà - essa rappresenta l’alba della speranza per tutti gli oppressi, narrata nello stile semplice e diretto di un cineasta lucido". (R. Prédal)