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      L’ALBERO, IL SINDACO E LA MEDIATECA
(L’arbre, le maire et la médiatèque)
    Eric Rohmer
       
        Sceneggiatura: Eric Rohmer; fotografia: Diane Baratier; montaggio: Mary Stephen; suono: Pascal Ribier; musica: Sébastien Erms; interpreti: Arielle Dombasle (Bérénice Beaurivage), Fabrice Luchini (Mare Rossignol), Pascal Greggory (Julien Dechaumes), Clémentine Amouroux (Blandine Lenoir); produzione: C.E.R; distribuzione: Academy; origine: Francia, 1993; durata: 100.
       
        In un villaggio della campagna francese il sindaco Dechaumes è riuscito a fare passare il progetto di una prestigiosa mediateca, con teatro all’aperto e piscina annessa che, a suo dire, rivitalizzerebbe la zona, altrimenti destinata ad un inevitabile declino. Il maestro elementare, Marc Rossignol, si fa strenuo difensore dell’integrità ambientale del luogo e soprattutto della sopravvivenza di un albero secolare, che la realizzazione del progetto finirebbe per sacrificare. Dechaumes ha dalla sua parte l’appoggio del potere centrale e punta sulla realizzazione dell’opera per il futuro della sua carica politica. Una giornalista arriva al villaggio per preparare un servizio su tutta la faccenda, che però il direttore del giornale snaturerà. Imprevedibilmente, infine, per motivi che sfuggono al controllo dello stesso Dechaumens, tutto il progetto viene accantonato. Il film si conclude con un "coro" in cui i principali protagonisti della vicenda (il maestro, il sindaco, gli abitanti del villaggio) celebrano la conclusione della vicenda come una propria vittoria.
       
        L’albero, il sindaco e la mediateca si impone per l’evidente urgenza che lo anima e lo definisce. Urgenza di riflessione, di riassestamento del punto di vista rispetto a una realtà che, nei suoi aspetti portanti, non può certo essere considerata solo locale. È un film che chiede la parola per farci partecipi, una volta tanto (nella posizione di chi deve soltanto ascoltare senza possibilità alcuna di intervento, del vaniloquio, mostrandocelo per quello che veramente è: la copertura oggi preferita che, attraverso una spettacolare esibizione, di "competenze", concede di non considerare i reali presupposti del nostro agire. Competenze effettive o immaginarie, tecniche o istituzionali, ammesse o concesse. Improduttive comunque in ultima analisi, a dispetto della trama progettuale o rivendicativa tessuta dal loro incontro. La narrazione dell’avvenuto è suddivisa in sette quadri, ognuno dei quali preceduto da un cartello contenente la condizione che lo presuppone; la struttura del "periodo" va di fatto così letta: se non (cartello)... allora non (quadro). Ogni quadro, dunque, costituisce una sorta di periodo ipotetico, di cui l’apodosi ci viene data in immagini e la protasi in parole. Ogni volta, il senso generale è: se non si fossero verificate queste condizioni, quanto segue non sarebbe accaduto. Allusione alla realtà come riserva di narrazioni possibili: le varianti sono sempre individuabili, la pluralità dei percorsi sul piano di affabulazione è un patrimonio irrinunciabile per le sue implicazioni cognitive e progettuali.
Tuttavia alla fine di tutta questa catena che cos’è dunque accaduto? Nulla. La mediateca non si farà, l’albero resterà a ombreggiare il suo angolo di prato: la conclusione consiste nel mantenere intatte le condizioni antecedenti la partenza; ciò che è stato agito nel corso della vicenda è una semplice giustapposizione di affermazioni, talvolta in apparenza di dialogo,. tramite le quali i singoli personaggi hanno giustificato, per così dire il loro apparire sulla scena. È del tutto naturale che l’epilogo venga celebrato come una vittoria da parte di tutte le componenti della rappresentazione, ognuna protagonista, ancora una volta, di, un "coro" in realtà fittizio, così come fittizia ma senza alternative è l’"armonia" in cui le singole posizioni hanno trovato lo spazio per prodursi. Per giungere a proporci questa impresa di ironica desolazione, Rohmer parte dalla constatazione che il concetto di partecipazione politica veda ormai (definitivamente? e se no per quanto?) pesantemente modificati i suoi contorni e si configuri piuttosto come possibilità di indefinito e inarrestabile discorso "intorno a". Gli avvenimenti che predeterminano le condizioni di questo discorso si svolgono, di fatto, o nelle sfere della gestione del potere più alta e separata o nei meandri più anonimi e sfuggenti dell’amministrazione. Significativo, mi pare, in questo senso che il film segua l’evolversi di una rappresentazione, in cui sono coinvolti alcuni personaggi, che si colloca a posteriori del presumibile dibattito interno al consiglio comunale, dove in qualche modo il progetto sarà pur stato valutato e votato. Il progetto si identifica fino dall’inizio con il sindaco, che peraltro non nasconde come tutta l’operazione e integrata in una strada politica che mira alto e che dall’alto è stata approvata. Dunque? Dunque, il film di Rohmer non mi pare possa essere definito film politico nel senso che vi si discorra della prassi politica prendendone in esame, che so, il funzionamento, dei meccanismi decisionali, gli interessi sociali che la muovono. Semmai, mi sembra un film sul rapporto tra la politica e l’opinione, pubblica nelle sue più aggiornate manifestazioni, siano esse in qualche modo’ "ufficiali" (l’inchiesta, l’articolo sul periodico) o private (nella combinazione dei rapporti che mettono a confronto, diretto o indiretto, i vari interlocutori: il sindaco, la scrittrice, l’architetto, il maestro, sua moglie, sua figlia). Di fatto, L’albero, il sindaco e a mediateca acquista finalmente senso soltanto se collocato dialetticamente su quel fondo di talk-show diffuso, che costituisce la quasi totalità della comunicazione massmediale contemporanea e, per estensione, il luogo virtuale in cui i suoi fruitori proiettano l’eventualità sempre imminente del loro intervento dove è lecito per tutti discorrere di tutto poiché ciò che conta viene in realtà deciso altrove.
Per non soccombere di fronte al procedere di quel cieco rullo compressore costituito dalla chiacchiera coalizzata, Rohmer schiera in campo l’ironia. L’allestimento di ogni quadro ci induce a considerare seriamente i contenuti che si avviano all’enunciazione, ma gli sviluppi che ne derivano conducono sempre al ribaltamento delle intenzioni, delle affermazioni o comunque delle apparenze iniziali, svelandone l’intima falsità o, nel migliore dei casi, l’indifendibile fragilità. Si pensi alla vicenda dell’inchiesta giornalistica che porta alla pubblicazione di un articolo del tutto diverso da quello che l’autrice aveva licenziato; oppure, alla sequenza in cui il sindaco vorrebbe dare di sé l’immagine dell’uomo di campagna, che la sua amica scrittrice demolisce, parola per parola, dall’interno delle sue stesse affermazioni; e ancora, ai due momenti straordinari in cui è il maestro a prendere la parola (Luchini: ancora una volta strepitoso), riuscendo, da solo e con la perfetta convinzione del contrario, a cesellare nella loro disarmante contiguità tutti i dettagli della sua indignatissima impasse. Ogni singola unità ci lascia con un pugno di mosche in mano, a dispetto delle grandi promesse sciorinate, riproducendo del resto in tale andamento un percorso lungo il quale è il film nel suo insieme ad accompagnarci ineluttabilmente.
L’albero, il sindaco e la mediateca non produce novità rispetto al cinema a cui Rohmer ci ha ormai abituati da tempo. Piuttosto, applicandone coerentemente i principi al particolare argomento, narrativamente prosciugato, lo conduce a una sorta di iperbole di sé, a un sorprendente ingigantimento dello spazio discorsivo rispetto a quello narrativo: un risultato "punitivo", se si vuole, ma solo per chi sia alla ricerca di facili coinvolgimenti, di un "piacere del testo" puramente euforico. La messa in scena (poiché di messa in scena bisogna pur sempre parlare nel suo cinema, anche se Rohmer si diverte a simulare spesso il contrario) è ridotta all’essenziale, ma proprio per questo ancora più accorta. Se quanto ci viene mostrato appartiene all’orizzonte della rappresentazione, nulla può essere lasciato al caso. Ecco allora la sottile stucchevolezza del defilé che il sindaco ci infligge, nella sequenza già citata del suo dialogo con la scrittrice, dove il succedersi delle camicie, cravatte, pantaloni ecc. struttura il contradditorio nel suo sviluppo temporale e contemporaneamente ci impone lo stile dell’uomo, che infatti non verrà mai smentito. Per Rohmer gli abiti sono sempre importanti spie di ciò che ha da dire chi li indossa, e qui ce ne dà un’ennesima conferma. Altro momento notevole è costituito dal montaggio della conversazione tra il sindaco e la figlia del maestro, con la prolungata inquadratura della piccola perorante che sembra annichilire con la sua performance in primo piano la normalità dell’amichetta (la figlia del sindaco, per l’appunto) confinata sullo sfondo: una soggettiva inconfessabile" dell’amore paterno deluso di fronte a tanta brillante invadenza proveniente dalla discendenza del suo più accanito avversario? Anche in questo film per molti aspetti estremo Rohmer è ben lontano dall’abdicare alle prerogative del suo ruolo. A ulteriore conferma di ciò basti ricordare come il momento in cui il fatidico confine sembra essere superato (eccolo, infine il documentario, la spontaneità, il cinema verità, ecco che si respira... e qualcuno nel pubblico alle mie spalle, in sala di proiezione, a questo punto del film ha veramente tirato un sospiro di sollievo illudendosi che il crudele cineasta avesse finalmente allentato le redini ...) non rappresenti altro che un ulteriore grado della messa in scena: le interviste agli abitanti del luogo ci pongono un ironico allestimento della "presa diretta" giornalistica, comunque destinate dalla ferrea logica del dispositivo in moto ad essere presto ricondotte al loro vero ruolo – quello di accessorio, materia manipolabile, indifferentemente destinato al silenzio qualora la convenienza lo detti. L’intransigenza che il film manifesta sul duplice piano del contenuto e della forma potrà apparire a qualcuno come velleitaria, imprudente o addirittura reazionaria. Per quanto mi riguarda, preferisco leggervi un richiamo pressante all’uso dell’intelligenza: non come strumento capace di costruire le condizioni dell’adeguamento all’esistente e di giustificarsi per ciò in nome di un presunto (e questa volta davvero velleitario) principio di partecipazione; ma capace piuttosto di far fronte a viso aperto allo stato delle cose, perché solo partendo da qui sarà forse possibile scorgervi la possibilità di una divergenza, di un se ipotetico non applicabile alla comprensione del passato o del presente ma all’entrata di una vera alternativa per il futuro.
Adriano Piccardi, Cineforum n. 329, settembre 1993