Annalucia Lomunno  
     

ACTUS SECUNDUS


 
OTTOBRE

Rosa sospirosa mangia un tarallino al pepe che ha uno strano sapore.

Forse è vetustus.

Mente et intestino intasati sunt.

Ha parlato al telefono cum sua sorella. Ormai non la riconosce più. Le sembra longobarda.

Migrata est Mediolanum, docet in schola. Le maestre a Taranto traboccano.

Giovanna è partita. E non habet nessuna nostalgia. Non ritorna. Simulat.

E si mescola ai septentrionalibus.

Va in montagna e dice la Rosa, la Caterina, la Raffaella Carrà...E non torna.

L’amico del cuore partito est.

Rosa impreca.

Però rimane perfecte munda. Le mala verba sono regolarmente purgate.

È un lamento e una celebrazione.

L’amico del cuore partito est.

Rosa lo rigira nelle pupille. Pianopiano. Come uno spiedo.

Magicus dies.

Rosa studia. Chiede riscatto. Si sente vecchia a diciannove anni. Passeggia in corridoio. Inciampa.

Sono stati sfrattati a domo.

Presto avrà una nuova stanza. Per il suo letto una nuova geografia. Altre finestre.

Altro tetto. Altri pensieri.

Nova domus. Sarà quella della laurea e del matrimonio.

Rosa pensa di restare.

Poi ripensa di andare. In un posto che non sia vacanza, che non sia estate.

Lontana dall’amico del cuore crede di poter sopravvivere.

Un poco, per poco.

 

Rosa e Voracissimus s’imbarcano sulla Marozzi destinazione Urbino.

E/o dimora autunno-inverno di Summa Frigens.

La corsa rapida et notturna li espellerà a Roma. In cronometro per la iusta coincidenza.

Rosa prompta promptissima.

Habet borsa termica panini al prosciutto scatola di Togo thermos e mazzetti di cannucce.

Voracissimus non è molto contentus dell’investimento pullman Bari–Roma.

Il suo vicino canuto si appisola.

Penzola la testona da una parte all’altra dello schienale.

Et, appenappena dormiente, spalanca una bocca schifa e dentierata.

Rosa, dieci file più avanti, dividit il bracciolo cum una laureanda attempata.

La laureanda attempata legit pigramente le pagine della sua tesi. Le politiche agrarie della cassa del mezzogiorno. Bleeeh…

Le prenotazioni infelices di Voracissimus li costringono ad iter mutum et solitarium.

Alla Pavesi, fermata obbligatoria, si rincontrano commossi.

Voracissimus sudaticcio e sporcaticcio exponit.

– Che pall! Se lo sapev me ne veniv col motorin! Tutt ’sti vecch, che pall! Quant non li posso veder! Quello vicin a me dorm e russ. Cazzaròl!!!

Rosa gli offre un panino e cinque bastoncini Togo.

Risalgono.

Voracissimus ha dimenticato la cuffia e le cassette dei Gipsy Kings.

Subisce inermis gl’intramontabili anni sessanta pilotati dall’autista.

Il sapore di sale gli appesantisce le palpebre.

Il cielo in una stanza gliele inchioda. Ingoia una mosca caccosa ma non si desta.

A guardarlo bene, non è poi così dissimile dal suo vicino canuto.

Bocca aperta. Testa ciondolo. Entrambi teneri et repugnantes.

La laureanda attempata monstrat una faccia da yogurt dietetico.

Due occhietti piccoli e neri come olive. Un’ombra di baffetti. I capelli radi et cotonati.

Blinda la tesi. Sfoglia la settimana enigmistica.

Trucidat le Parole crociate facilitate La pista cifrata e Il che cosa apparirà?

Al Crittogramma deponit le armi.

Rosa non dormiens. Appoggia il naso al finestrino.

Illiquidita est.

Attività cerebrale azzerata.

Non v’è ombra di sogno e d’amico del cuore.

 

La residenza autunno-inverno di Summa Frigens, è parvula parvula.

Suddivisa tipo rifugio antiatomico pro stretta sopravvivenza.

Cinquecento carte mensili. Per una minicatacomba colorata et tappezzata a festa.

Miguel Bosè adesivato omni loco.

Miguel in tuta mimetica.

Miguel cum calzamaglia supersexy.

Miguel al mare.

Miguel cum Supersuperman.

Miguel cum panino alla frittata.

Miguel bambino. Adolescente. Grande uomo.

Voracissimus vagabonda inquietus sui trentacinque metri quadri domi Urbini.

Et si ripulisce cum dentibus, le unghie annerite dalle grattate scaccianoia.

Sperat fortifer in un’uscita pro abbordaggio molesto.

Ma Summa Frigens febricitans lo condanna ad una seratina pane e pomodoro.

Rosa desiderat preparare il brodino. In domo non c’è pastina tempesta.

Solo pane pomodori pugliesi mezza ricotta ingiallita. Beveroni Slimfast alla fragola. Guaine snellenti gamba corta. Cronografo water resistant con illuminazione colorata. Bilancia da cucina. Brocca termica. Set da 12 coltelli. Lacca Cadonett.

Voracissimus pizzica un panino vuoto e s’addormenta sul tavolo.

Cum le braccia cicciotte attorcigliate al minicranio.

Rosa e Summa Frigens parlottano…

– Rosa lo sai che c’è uno che mi piace!

– E chi è? Fa economia?

– No. È un po’ più grande di me.

– È fuori corso?

– No…veramente è il professore di statistica.

– Chi? Jeremy Irons senza capelli?

– Non è che mi piace mi piace, è che mi guarda in un certo modo che mi piace.

– Tu sei uscita pazza! Lascia perdere.

– Quando lo vedo, mi sento sciogliere!

– Mah. Per me non è cosa. Non pensi che può essere tuo padre…

– Rosa quanto sei!?! Io te l’ho detto per confidarmi, non per sentirmi la predica! Sei la solita pizza gigante! Sono andata nel suo studio un paio di volte, per domandare un chiarimento, una stronzata…e c’è stato subito un certo non so che. Queste cose si capiscono a pelle. Ha due occhi marroni, densi, che ti spogliano, ti mangiano. Ha fascino, è un uomo sicuro di sé, elegante, galante, simpatico…e si vede che io gli piaccio. E questa cosa poi mi fa comodo, perché di statistica non capisco una mazza, e allora se mi esce un bel trenta e lode senza cristi e madonne…Non è meglio?

– Che schifo!

– Tu invece di fare tanto la secchiona e la santarella ammosciacazzi, perché non ti vai a comprare un reggipetto che si sbottona davanti…che non si sa mai, i Santi medici ti fanno la grazia!

– Buonanotte.

Rosa mordet il cuscino.

Nox urbinate cosìecosì. Polvere di stella cadente et scadente. Incantesimo assente.

La vita a volte scorre lenta. Sotto un caelo non tanto bello bello.

 

Mattina dopo.

Post dormitaccia.

Salutatio storico-socio-culturale.

Voracissimus rimorchia un volumetto intitolato: Studiare ad Urbino.

– Quasi quasi me ne veng qua a studiar. È pure più facil!!!

Rosa, pantaloni a coste e maglione a trecce, procede.

Sottobracciata a Voracissimus che ostenta un infelice addobbo R.D.M. (roba di mercato).

Di tutto ripugno. Cum pantaloni blu navy senza piega.

Camminano un bel po’ et apparent già stanchi.

– Che cazzaròl di città! Tutt ’ste salit e disces...

Il palazzo ducale, meta principalis, anticipato est da una pila di colori.

Ragazzetti bambini sposati conviventi singoli et ettometri di pensionati.

Voracissimus temptat di scavalcare due o tre teste.

– Pure qua i vecch...rompicoglion…cazzaròl che iell che mi port addoss!

Ma poi s’intenerisce.

– Ros, Ros, senti com parlan! Questi o son di Bitett o di Bitritt! Hann la parlata bares, ma non tant, c’è qualch sfumatur di provinc...io me ne intend.

Il dialettologo non habet dubbi.

Si sente un po’ a casa. E rinuncia al sorpasso da subcultura ruspante.

Pazientano et giungono.

Si scattano diverse istantanee nel cortile.

Rosa facit un discreto sfoggio di cultura storicartistica.

–Guarda questo palazzo, che solennità, che armonia! Il Laurana è un grande del Rinascimento...

Voracissimus cattura admiratus. Rosa s’ingolfa di vanità.

Ai fianchi di un Piero della Francesca, Voracissimus arpiona due turiste dall’aspetto francese.

Una ha i capelli cortissimi e il rossetto sbavato. L’altra, più carina, un neo villosum sul mento.

– Escusemua…Chelleretil?

Minacciosi riemergono gli stralci di Visa pour la France.

Imago inedita di Voracissimus bambino che impara a memoria la lingua straniera.

Angoscia vana.

Le francesi sono trevigiane lesbiche et innamorate.

Voracissimus sputa tosse catarrosa. Il vento gli restituisce un excrementum d’uccello.

 

Magnus ritorno.

Voracissimus si riapposta al suo posto.

Quinto gradino. Al lato della fontana. Ai piedi del monumento ai caduti.

Sul fianco destro del portone principis del municipio.

Sul fianco sinistro della ferramenta di Ciccio Sceriffo: Mi piace chiodare.

Venter inaccessibile est da giorni.

La sparizione foetat di studio forse forsennato pro certamine statale.

Pius è in trasferta cum matre et patre a Pompei.

Rosa si è rintanata in domo.

Come una viaggiatrice affranta ab itinere selvatico.

Voracissimus si accontenta di Chicca.

– Che bel viagg che ho fatt! Te l’ha dett Ros...

– No. – Chicca laconica.

– Quante cos che ho vist!!! Vuoi saper...?

– No. – Chicca laconica bis.

– Meh...non far così, mo’ te lo dic lo stess. Il palazz ducal è bellissim, quanti quadr, quante cos, quante person...c’er una fiiiiiiiiiiiil lunghissssssim...ma io li ho fregat a tutt e so’ passat avant. So’ fort ah? Cazzaròl di una cazzaròl!!!

– No. – Chicca laconica ter.

– Sono entrat e me ne stav per i fatt miei, quand ho vist che due mi fissavan in un certo mod...Hai capit?

– No. – Chicca laconica quater.

– Mo’ non far così…che sei femmin anche tu! Erano due frances, verament bonazz, col nasin frances, la bocca frances, inzomm si vedeva che non eran italian...E fissavan fissavan...Allor mi so’ fatt avant, tant il frances io lo parlo benissim...Tu m’hai sentit qualche volt?

– No. – Chicca laconica quinquies.

– Abbiam parlat un poc. Che fai tu, che facc io...Poi io gli ho offert un Beleìs. Una cos tira l’altr...inzomm ti poss dir che se non c’era Ros, io a quelle, me le caricav tutt e due!!! Tant mi volevan!!! Mi dicevan tregiolì, italien tregiolì! Potevo campar un poc e invec...Tu mi cred? Però meglio com’è andat. Perché a pensarci ben, non eran proprio il mio tip. Il mio ideal sai chi è? Indovin indovinell?

– No – Chicca laconica...ultimum supplicium.

– Caterincuspàc!!! Quella a me mi fa arrapar fort! Anche se ce l’ha tutta spampanat!

Chicca scappa. Sulle onde sonore ineluttabili.

Praeparata a otturarsi le orecchie cum lo smalto pesca-perlato.

Equipaggiata a chiedersi: Che senso ha?

 

Summa Frigens-Jeremy Calvus.

– Professore, mi scusi, mi piacerebbe approfondire ancora…magari un argomento specifico.

– Venga venga signorina. Si tolga il giubbotto, così si sentirà a suo agio. Chiuda la porta che è meglio.

– Sì professore.

– Lo so che voi studentesse siete terrorizzate. E vi capisco. Perché c’è sempre il vecchio sporcaccione che ne approfitta, però io sono di tutt’altra scuola, mi fanno pena questi sotterfugi…da manomorta tranviaria.

– Ahhh. Che ne dice se faccio una tesina?

– Signorina, ormai lei è di casa in questo istituto. E non le nascondo che mi fa molto piacere vederla, mi colora la giornata. La vita del professore universitario è molto grigia. Ma quando la vedo lì, seduta davanti a me, che mi ascolta assorta…mi sento vent’anni di meno. Poi è una vera soddisfazione per un docente, dopo tanti anni di bocconi amari, conoscere una studentessa così attenta e carina. Davvero carina. Il che non guasta! Non guasta mai!

– Io ho una grande ammirazione per lei, professore. Credo di non aver mai incontrato un uomo…così…

– Senta, le lascio il mio numero di telefono, quello privato, s’intende. Potrà chiamarmi quando vuole. Sa, in istituto c’è sempre troppa confusione. E sarebbe un peccato! Perché mi creda signorina, per lavorare bene con me, ci vuole una certa complicità…

– Certo certo professore. Un attimino che lo segno…otto quattro sei due…cinque cinque…

– Mi telefoni, non sia timida. Io sono a sua disposizione. Sempre. Ci pagano per questo! E per quanto riguarda la tesina, lasci perdere. Questa è l’università, non la scuola media. Statistica è una disciplina seria.

– Sì professore. E tante tante grazie.

 

Le Pictae dicunt di Summa Frigens.

– Tu lo sai che fa il padre di quella stronza che mo’ sta a Urbino?

– Sì. Fa le macchine che impastano le mozzarelle. E lì…so’ soldi forti.

– Vaffanculo! La moneta va sempre a chi non se la merita!

 

E se poi arrivasse gente


 

Piera e io avevamo bisogno di soldi, e dalla fine di gennaio avevo preso a fare il doppio turno. Però avevo chiesto un giovedì libero per andare ai grandi magazzini nella zona industriale. Si diceva in giro che ai grandi magazzini ci sarebbe stato da lottare. Ci avevo riflettuto un po’ su, e alla fine avevo deciso di chiedere a Piera di prendersi anche lei una giornata libera. Ci tenevo che venisse con me.

Piera si lasciò convincere subito. D’altra parte, di occasioni per trascorrere una giornata intera insieme, esclusi i giorni festivi, non ne avevamo molte. Piera faceva un lavoro che detestava e che la portava lontano da casa tutto il giorno. Certe volte mi sentivo in colpa.

La mattina ero io ad alzarmi per primo. Mettevo su il caffè, scaldavo un po’ di latte, e poi, quando Piera mi raggiungeva in cucina, le davo una mano a studiare la carta stradale della provincia e a suddividerla in zone di lavoro. Quando vedevo che era sul punto di uscire, io, ancora in ciabatte, la seguivo fin sulle scale, la stringevo forte e le davo un bacio sulla fronte. Poi raggiungevo la finestra e aspettavo che salisse in auto. Piera, partendo, metteva un braccio fuori dal finestrino e salutava con la mano. Per il resto della giornata sarebbe andata di casa in casa a vendere biglietti per uno spettacolo teatrale organizzato da una associazione per disabili. I ciechi nei mesi invernali, i sordomuti in primavera, d’estate i paralitici e in autunno si raccoglievano fondi per i malati di distrofia muscolare. Le davano il dieci per cento dell’incasso giornaliero più le spese della benzina. Nei periodi migliori, Piera portava a casa anche centotrenta centocinquantamila lire a sera, e capitava che alla fine del mese tirasse su uno stipendio più sostanzioso del mio. Erano soldi liquidi, che facevano comodo subito. Ma l’impressione di chiedere l’elemosina le restava addosso come un malumore.

Solo da alcuni mesi le cose andavano meno bene. C’erano anche altri che giravano a chiedere soldi: per i disoccupati, per i profughi del Kosovo, per salvare un condannato a morte nel Texas o nella Virginia. La gente, diceva Piera, ormai era stufa e sbatteva la porta in faccia a chiunque.

Ma per quel giovedì di metà febbraio niente doppio turno e niente porte da bussare. Alle otto del mattino eravamo già davanti alle saracinesche dei grandi magazzini. Io col solito cappotto spinato, e Piera con la sua giaccavento color anziano e il berretto peruviano a punta.

L’apertura era per le nove. A parte noi, che stavamo inchiodati a pochi passi dall’ingresso, c’era solo un vecchio che per vincere il freddo girellava col carrello della spesa qua e là lungo il parcheggio deserto. Era un avversario che non poteva certo impensierirci. E poi aveva preso il carrello e quindi, sussurrai a Piera, si poteva star tranquilli, ché di sicuro il vecchio era venuto a fare semplicemente la spesa.

"Sei tu, Giorgio, a essere agitato" fece lei. "Fosse stato per me, sarei venuta quaggiù nel pomeriggio. Con calma."

"Non sono agitato" le dissi. "Sai bene cosa si dice in giro, no? Ne abbiamo parlato."

"D’accordo" fece lei. "Si faceva per dire. Non agitarti."

"Sei tu che mi fai agitare. Io non sono agitato" ripetei.

Ai grandi magazzini c’era una vendita promozionale di elettrodomestici a prezzo-regalo. Noi avevamo ricevuto il depliant solo da un paio di giorni, ma l’offerta d’un cellulare ultraleggero andava avanti già da alcune settimane. Ricordo che sotto la foto del telefonino stava la scritta: numero di pezzi limitato. In giro si diceva che la gente aveva fatto cose folli, pur di conquistarsi uno di quei cellulari. Correva voce che prima di riuscire nell’acquisto erano necessari diversi tentativi, che c’era gente che aveva preparato con cura ogni mossa giusta per essere più rapida possibile. Non ne sapevo niente delle mosse giuste, io. La mia strategia era semplice: arrivare con un’ora d’anticipo ed essere i primi della fila. Per il resto, d’accordo con Piera, se davvero come si raccontava in giro bisognava correre, sgomitare, dare pugni o sgambettare i concorrenti: be’, noi ci saremmo ritirati in partenza. Era solo un telefonino, aveva puntualizzato Piera la sera prima, e io avevo detto sì, d’accordo, è solo un telefonino, non facciamoci prendere dal panico.

Per il momento, comunque, erano appena le otto e venti, e davanti ai grandi magazzini c’eravamo noi, il vecchio col carrello, e un ragazzetto che era arrivato in sella a uno scooter e s’era accovacciato in un angolo a leggere la Gazzetta dello Sport.

Scrutai un po’ attorno. L’aria era gonfia di nebbia e sentivo il gelo infilarmisi sotto il cappotto. Guardai Piera e ci venne da ridere. Piera disse che avevamo esagerato, che m’ero lasciato suggestionare da tutte quelle storie pazzesche. Poi disse che se la stava facendo sotto dal freddo e che proprio non poteva resistere. Le suggerii di raggiungere il campo lì vicino. Piera fece di no con la testa e disse che da sola non voleva andare.

"E se poi arrivasse gente" le dissi. "È troppo rischioso allontanarci in due."

"Chi vuoi che arrivi" disse. "Me la faccio addosso. Dài, andiamo." Mi prese per una manica del cappotto e mi tirò via con sé.

"Va bene" le dissi. "Andiamo. Ma facciamo in fretta. Sennò ci siamo alzati presto per niente."

Raggiungemmo il campo e l’operazione andò per le lunghe, ché Piera aveva avuto la bella idea di mettersi una salopette e la faccenda divenne terribilmente complicata. Tenni per tutto il tempo il parcheggio sott’occhio, e attraverso la nebbia mi fu possibile vedere i fari di alcune auto aggirarsi vicino ai grandi magazzini. Tenevo sotto controllo pure l’orologio, e potei contare quasi otto minuti. Minuti preziosi, perché quando tornammo alla saracinesca trovammo un grosso sessantenne dall’aria irrequieta, e, poco distante da lui, due signore di mezza età. Né io né Piera avemmo dubbi: il sessantenne era lì per il cellulare. Vedendoci arrivare si strinse più che poté contro la saracinesca e per un po’ non ci perse di vista.

"Studia le nostre mosse" scherzai con Piera. Mi stavo agitando, lo sentivo. Cominciavo a chiedermi cosa significasse davvero numero di pezzi limitato. Il ragazzetto, intanto, aveva piegato il giornale e senza fretta s’era portato vicino a noi. Anche lui mirava al cellulare, ne ero sicuro. Sulle due signore di mezza età, invece, non m’ero fatto un’idea precisa. Le sentivo parlare tra loro del cattivo tempo dei giorni di Natale, quando era nevicato, e ora si lamentavano per l’influenza asiatica che aveva decimato, dissero, cinquecentomila italiani.

Piera mi si strinse a un braccio e disse che se non arrivava altra gente, un cellulare era nostro di certo. Le feci di sì con la testa e mi mostrai fiducioso. "Se non era per la tua salopette" le dissi pizzicandole il naso, "a quest’ora eravamo i primi della fila."

Si alzò sulle punte e mi sfiorò una guancia con le labbra. Poi mi sussurrò che il freddo le aveva fatto venire voglia d’infilarsi sotto le coperte e scaldarsi con me. Lasciai che il mio braccio le scivolasse intorno alla vita, e stringendola le baciai la fronte. "Abbiamo tutto il pomeriggio per starcene dentro un letto" dissi. Le spostai dalla guancia un ciuffo di capelli che usciva dal berretto peruviano. "Questa sera" le dissi, "col nostro telefonino facciamo una sorpresa a Massimo e Stefania." Ci divertimmo a immaginare quali facce avrebbero fatto quei due nel vedere sul display del loro cellulare un numero sconosciuto e poi scoprire che quel numero eravamo noi.

Per un po’ pensammo a tutte le situazioni in cui il telefonino ci sarebbe venuto utile. Poi facemmo degli esempi tratti dal passato, occasioni in cui se avessimo avuto il cellulare tutto si sarebbe risolto con meno casini. Io ricordai quella volta che Piera era rimasta con l’auto in panne nella campagna di Ostra Vetere e stava facendo buio. Il discorso scivolò così nell’elenco di tutte le situazioni di soccorso in cui col telefonino si poteva persino salvare la vita a qualcuno.

Chiacchieravo con Piera, e intanto studiavo le facce di quelli che arrivavano. Restai comunque sorpreso quando mi resi conto che intorno a noi potevano esserci almeno una sessantina di persone. Molta di quella gente doveva essere arrivata come di nascosto, perché ormai mancavano pochi minuti alle nove, e stavamo tutti ammassati davanti all’entrata. Ogni tanto, da dietro, si sentiva la voce di qualcuno che gridava di non dare spallate, oppure di rispettare la fila. Ma non c’era nessuna fila. Eravamo una specie di mezzaluna, e una pressione crescente spingeva contro la saracinesca.

Il sessantenne che ci stava davanti, all’improvviso, si piegò sui ginocchi. Piera si chinò su lui e chiese se andava tutto bene. Il sessantenne sorrise, ma come turbato. Subito dopo controllò l’orologio e si sdraiò, coprendo con un fianco la sottile fessura tra la saracinesca e il marciapiede. Piera si trattenne china su lui ancora un istante, e subito dopo mi guardò con occhi larghi. Ma intorno a noi altri uomini e altre donne avevano preso a inginocchiarsi. Dietro, intanto, le grida degli ultimi salivano e si facevano più impazienti.

Poi arrivò la prima onda d’urto. Sentii Piera aggrapparsi forte a me e gridare qualcosa. Riuscii a stento a frenare il colpo puntando le braccia contro la saracinesca che lentamente si stava sollevando. Pensai che sarebbe stato impossibile non finire sul sessantenne disteso lì davanti. Ma quello non c’era già più. Gli furono dietro in altri due, o tre, che s’infilarono, strisciando, sotto la saracinesca. Altri ancora arrivarono quasi correndo e vi si gettarono sotto carponi. E di seguito arrivò un’altra onda d’urto. Piera gridò ancora qualcosa, ma io le urlai d’abbassarsi e la spinsi sotto la saracinesca, che ormai ci arrivava al petto. Subito dopo cominciammo a correre ognuno per sé, seguendo quelli che ci precedevano. La meta doveva essere un vigilante che, vicino a una cassa, teneva le braccia tese in avanti e gridava di star calmi. Gli furono addosso in un attimo. Il vigilante prese a tirar calci, poi lasciò volar via dei foglietti. Quando arrivai anch’io non c’era più niente da fare. Disteso in terra c’era rimasto solo un uomo con un impermeabile beige che cercava di recuperare un foglietto scivolato sotto uno scaffale. Il vigilante, invece, gridava come un matto che era tutto finito. "Finiti! Finiti!" gridava. "Erano dieci. Finiti!"

Un istante dopo arrivò il grosso della folla. Nessuno aveva né sentito né visto niente e giravano tutti per il reparto telefonia senza sapere bene cosa cercare. Ci volle un po’ di tempo perché fosse chiaro che la gara era già stata vinta. Per alcuni minuti il vigilante continuò a gridare ch’era tutto finito. Poi, attraverso l’altoparlante, una voce di signorina annunciò ai gentili clienti che la vendita promozionale di cellulari era terminata, e che la settimana successiva sarebbe iniziata quella dei televisori wide screen. Qualcuno cominciò a gridare che non si poteva trattare la gente così. Ch’era una cosa vergognosa.

Piera la ritrovai seduta vicino a una piramide di pandori in svendita. Aveva ancora il berretto peruviano in testa, e le guance le si erano arrossate. Guardava verso me e sorrideva.

"È incredibile" le dissi. "Eravamo i primi."

"In fondo era solo un cellulare, no?"

Le feci di sì con la testa. "Questo però non mi consola." Infilai le mani nelle tasche e mi guardai attorno. "E adesso che facciamo" le chiesi.

"Ti va qualcosa di caldo?" Indicò uno stand dove una ragazza preparava tazzine di caffè a disposizione dei clienti.

"Sì" dissi. "Credo che quel caffè ci spetti di diritto."

Lo gustammo lentamente, ed era un buon caffè, per essere in offerta. Piera fu tentata di comprarne una confezione.

"Non se ne parla nemmeno" quasi gridai, in modo che anche la standista potesse sentire. "Dopo che ci siamo alzati all’alba, abbiamo preso freddo, e che il telefonino non ce l’hanno neppure dato, ci beviamo il caffè gratis e basta. Anzi, ne prendo un altro, quasi quasi."

La giovane standista finse di non sentire e cominciò a pulire i filtri della macchina espresso. Piera mi tirò via per un braccio e mi disse che non dovevo fare così. "Giorgio!" disse, "era solo un telefonino. L’avevamo messo in conto fin dall’inizio, dài!"

Sospirai e mi passai una mano sulla fronte. "Certo" le dissi. "Scusami. Ma non posso farci niente. Ho come l’impressione di essere stato truffato."

Piera mi prese sottobraccio e per un po’ nessuno dei due ebbe voglia di dire niente. Gironzolavamo tra gli scaffali senza fermarci in nessuno. Poi Piera mi disse che si vergognava d’essersi messa a correre come tutti gli altri. Le risposi che questo lo capivo, e che aveva ragione: era inutile starci a rimuginare su.

"Vuoi sapere una cosa?" mi confessò. La guardai intensamente. Per qualche motivo, mi faceva pensare a un fagiolo. "Credevo proprio che quel cellulare sarebbe stato nostro."

Le accarezzai il mento, il naso. Poi le afferrai la punta del suo berretto peruviano. "In ogni caso" le dissi, "in questo posto, oggi, non compriamo un bel niente. D’accordo fagiolo?"

Piera sorrise, e allora io le tirai via il berretto, e per alcuni istanti i capelli le restarono tutti verso l’alto.

"Fermo!" gridò, e subito si coprì la testa con le mani. Si guardò attorno come quando si vergognava di qualcosa, e con uno strattone brusco e scherzoso mi strappò via il berretto dalle mani e se lo infilò in fretta.

"Non ti ha vista nessuno" la rassicurai. "E poi" le dissi, "non è mica detto che con quel berretto peruviano tu stia meglio, sai." Guardai altrove per mantenere una faccia seria.

Eravamo arrivati vicino all’uscita, e potevo vedere il vigilante, ancora nel reparto telefonia, che si agitava e diceva a tutti di star calmi.

"Guarda là" disse Piera. "Vicino al bancone della cassa."

"Incredibile. Stanno ancora lì a piangere per un cellulare" feci un po’ sprezzante.

"No, No! In terra, vicino alla cassa. Vedi? Dove stanno tutte quelle persone" ripeté. "L’hai visto, adesso?"

Diosanto, se l’avevo visto! Era uno di quei foglietti distribuiti dal vigilante.

"Non ti muovere" le dissi. "Ci penso io."

M’avvicinai alla cassa e senza dare nell’occhio mi feci largo tra la gente. Poi distesi la gamba sinistra e col tacco riuscii a coprire il foglietto. Sentivo la cassiera che diceva: "Non ve lo posso dare… se non avete il bigliettino numerato questo cellulare non si sposta di qui… no, signora, non me lo porto a casa io… sì, certo che c’erano tutti i bigliettini, signore… ma sarà caduto in terra… sì, signorina, il numero sette…"

Cominciai a tirarmi fuori da quella calca come fossi uno zoppo, con la gamba sinistra tesa in modo da far strisciare sul pavimento il tacco che nascondeva il foglietto.

"È una vergogna" disse un tizio rivolgendosi proprio a me. "La gente è peggio delle bestie."

Feci di sì con la testa. "Ha ragione" dissi, fissandolo un po’ troppo. "Ha ragione." Poi, come quello si allontanò, feci cenno a Piera di raggiungermi. Le dissi di gettare qualcosa in terra e di raccogliere il foglietto da sotto il tacco.

"Allora?" le chiesi. "Che c’è scritto?"

"C’è un sette" disse Piera.

Mezz’ora dopo eravamo nella nostra macchina. Piera era tutto un sorriso. "Aspetta" disse. "Aspetta un attimo, prima di partire." Aprì la scatola e ne tirò fuori il telefonino. "Che meraviglia" fece. "Guarda!"

Me lo passò. Per prima cosa ne valutai il peso. "È davvero leggero come dicono" considerai. "E poi senti come sono morbidi i tasti."

"È una meraviglia" ripeté Piera. "Ha pure il vibracall, e qui sulla scatola dice che può anche ricevere e mandare messaggi scritti."

Ero contento. Restituii il cellulare a Piera, che alzò le braccia come avesse fatto goal. Poi accesi il motore, feci un paio di manovre non troppo complicate e lasciai il parcheggio.

Mentre davo la precedenza alle auto che correvano sulla statale, Piera indicò il cielo e gridò che stava uscendo il sole.

Era vero. Quasi volesse essere un simbolo, un cono di luce scendeva attraverso la nebbia diradata, illuminando il pendio breve d’una collina poco distante. Quand’era felice a quel modo, Piera era felice per tutto. Anche soltanto per le nubi che s’aprivano al calore del sole.

 

K.T.M.


 
Pulito. Questo mi passa per la testa quando vedo uno scooter. Preciso, elegante, fila via sull’asfalto quasi senza far rumore. Lo guardo e mi dico: pulito.

Stefano, nel Settantotto, aveva un Mondial. Ricordo bene il serbatoio arancione con la scritta Mondial e poi – in inglese – Campione del Mondo, e subito sotto una serie di date. Ricordo i parafanghi cromati, le grandi ruote, i pneumatici coi tacchetti alti un dito. Era un motorino da cross, e riconoscevi la sua marmitta anche quando ruggiva due isolati più in là. Ecco: le strade di quegli anni erano piene di motorini da cross, sempre infangati, rumorosi.

E Stefano, ma anche Roberto, Gabriele, Luigi e io, andavamo in giro con le tasche armate di cacciaviti, chiavi inglesi, brùgole, spazzole di metallo. Quando non stavamo in sella ai motorini, qualcuno di noi approfittava per dare una pulita alla candela o sostituire il gigle da quarantacinque con quello da cinquanta, o da settantadue. Se poi il motore s’ingolfava, c’era sempre il garage del fratello grande di Roberto, che era bravissimo nello smontare i carburatori e con la fresa dare un’allargatina al condotto della miscela.

Oggi, molti di quei quattordicenni del Settantotto fanno i meccanici, e quando mi capita d’incontrarli non posso fare a meno di notare il nero del grasso che hanno sotto le unghie delle mani: uguale a quello che avevamo noi quando lasciavamo il garage del fratello grande di Roberto, e, tutti ingarellati, si tornava in strada a provare il motorino appena truccato. Era un garage abusivo che hanno demolito durante la ricostruzione del quartiere. L’avevamo ricavato dal pianoterra d’un palazzo lesionato dalle scosse del Settantadue. Prima del garage, in quella grossa stanza c’era un Vegè. Oggi, al posto del palazzo lesionato hanno tirato su una specie di casermone giallo abitato da gente che non conosco, o che non riconosco.

A pensarci bene, nessuno dei miei amici più stretti è finito a fare il meccanico. Stefano ha aperto un ristorante fuori città. Sono riuscito ad andarci, una volta, e ho mangiato abbastanza bene. È stato per tutta la sera seduto davanti a uno spigolo del tavolo a raccontarmi barzellette coi doppi sensi e riempirmi il bicchiere col vino della casa. Prima d’andarmene m’ha regalato una brocca con stampato il nome del ristorante, e invitandomi a tornare m’ha dato una pacca sulla spalla che ho trovato… triste.

Luigi, con la spinta d’uno zio, è entrato alla Sip. Che adesso si chiama Telecom, ma quando l’ha vinto lui, il concorso, ancora si chiamava Sip. Anche mio padre ha degli amici che lavorano alla Telecom, ma lui la chiama con un nome ancora più vecchio. Un nome degli anni Cinquanta, credo, o Sessanta, non so. Ogni due mesi, quando in casa arriva la bolletta del telefono, sento mio padre che brontola e dice "È arrivata la bolletta della Timo."

Roberto e suo fratello hanno aperto un ufficio che lavora con le banche. Questo è tutto ciò che so di loro. Qualche volta – un anno sì e uno no – li incontro alla fiera del patrono, accompagnati dalle mogli e i figli, e mi dicono che se la passano benone, che hanno un casino di clienti.

Con Gabriele, invece, le cose sono andate diversamente. A ventisei anni ci frequentavamo ancora. Avevamo messo su un gruppetto rock e c’eravamo fatti un nuovo giro d’amici. I miei amici di oggi: Sandro alla batteria, Francesco al basso, io alle tastiere e Gabriele che stava alla voce e alla chitarra. Tecnicamente non è che fosse un gran chitarrista, ma era pieno d’inventiva.

Di noi quattro, a quei tempi, nessuno aveva un lavoro serio, come quello di Luigi, o di Stefano. Gabriele e io durante il giorno andavamo per i portoni a distribuire i volantini pubblicitari dei supermercati. In occasione dei concerti, Gabriele si portava dietro un pennarello nero e sui volantini aggiungeva la data, il luogo e l’ora del nostro concerto. Alla fine c’era sempre un sacco di gente che veniva a vederci suonare.

Francesco faceva l’università, e ancora oggi lotta per gli ultimi esami, quelli più difficili, quando non hai più voglia di studiare e vorresti essere altrove. Sandro non ha mai fatto niente. Va nella piccola industria del padre e finge di lavorare, ci dice. Ma è un ottimo batterista, e sua è pure la cantina insonorizzata dove ancora oggi, senza Gabriele, andiamo a suonare. Alla voce e alla chitarra sono passato io, adesso, però abbiamo dovuto sostituire le tastiere con un campionatore e un sequencer. Basta programmarle, e quelle macchine suonano da sole. L’unica cosa è che bisogna essere precisi come metronomi. La tecnologia non si ferma ad aspettare l’uomo. Questo, durante le prove in cantina, l’abbiamo capito subito.

Oggi siamo tecnicamente perfetti, e la Stratocaster di Gabriele, tra le mie braccia, suona in maniera impeccabile, senza sbavature. Pure con la voce non me la cavo male. "Vai benissimo" mi dicono gli altri alla fine di ogni pezzo. Poi, in silenzio, ognuno di noi prepara il proprio strumento per il brano successivo, e appena Sandro dà il tre con le bacchette, la musica esplode dai Marshall.

Con Gabriele era tutto diverso. Lui non si fermava mai, e tra un pezzo e l’altro improvvisava sequenze di accordi. Molte delle nostre canzoni sono nate proprio così: io lasciavo la mia postazione dietro le tastiere e mi fiondavo su Gabriele. "Fermo, fermo" gli gridavo, e lui, finalmente, staccava le dita dalle chitarra. "Ripeti questo ultimo giro di accordi. Lentamente, però, e poi prova ad attaccarci quelli che avevi improvvisato ieri. Te li ricordi? Quelli che facevano…" Glieli cantavo alla meno peggio.

Una cosa simile ci poteva capitare anche al pub, dopo le prove. Se mi restavano in testa alcuni giri di chitarra, provavo a unirli e poi li canticchiavo a Gabriele, e la sera dopo lui li suonava come se quella canzone fosse sempre esistita. Con questo sistema, nel nostro repertorio non c’era spazio per le cover: avevamo solo pezzi nostri. Era creativo, Gabriele, e questo faceva di lui un gran chitarrista. Sporco, ma creativo. Mi chiedo spesso come se la caverebbe, oggi, se avesse a che fare coi sequencer o i campionatori.

Poi Gabriele se n’è andato. Ha trovato un lavoro serio, al catasto. M’ha affidato la Stratocaster e s’è trasferito a Milano. È successo sette anni fa, e noi del gruppo, per molti mesi, non abbiamo fatto altro che cambiare un chitarrista dietro l’altro. C’è stato un inverno in cui eravamo addirittura in cinque: i soliti tre, più un chitarrista e un cantante. Ma non funzionava. Alla fine ci ha salvato la tecnologia dei campionatori e dei sequencer, e le cose hanno preso ad andare meglio. Abbiamo inciso anche un cd per un’etichetta indipendente, e pure se non è successo granché, non siamo rimasti delusi. La band è ancora qui col sottoscritto, e questo significa qualcosa.

Con Gabriele, invece, le cose sono andate diversamente. Il lavoro al catasto di Milano lo impegnava solo fino alle due del pomeriggio, e aveva anche il sabato libero. Questo gli permetteva di venirci a trovare tutti i fine settimana. Ci raccontava che vivere a Milano non era né bello né brutto, ma s’era fatto l’idea che per un uomo, cambiare aria ogni tanto potesse far più bene che male. Poi cominciò a venire giù da noi una volta ogni tanto, e poi mai più. Allora ci si sentiva per telefono. Lo chiamavamo tutti insieme dal pub, dopo le prove, e gli raccontavamo del gruppo, e lui, una sera, mi disse che s’era comprato un motorino da cross. "Un Ktm" mi disse. "Te lo ricordi? Quello mitico col serbatoio nero e i parafanghi di plastica bianca." Certo che me lo ricordavo. Era il motorino che da ragazzini ci faceva girare la testa. Il Ktm. Quella sigla riempiva la bocca solo a dirla. Dicevi Ktm e già ti pareva di sentire l’odore dell’olio bruciato che lasciava dietro di sé quando sgassava via sull’asfalto. Gabriele mi disse che s’era comprato quel vecchio motorino da cross perché il lavoro al catasto lo impigriva, e quando al pomeriggio tornava a casa sentiva che doveva fare qualcosa di manuale. L’aveva preso da uno sfasciacarrozze, ci aveva lavorato un po’ su e l’aveva rimesso in moto. Dopo tutti quegli anni, mi stupiva che sapesse mettere ancora le mani su un motore, ma non glielo dissi. Lui invece mi disse che per un po’ aveva usato il Ktm per andare al lavoro, ma poi aveva dovuto rinunciare perché i vigili lo fermavano di continuo e gli facevano la multa per via della marmitta troppo rumorosa. Così adesso lo usava solo nei fine settimana. Lavorava un po’ sul motore – dava una pulita alla candela, al filtro dell’aria – e poi si faceva un giro fuori città. Spesso lasciava l’asfalto e si buttava addirittura sui campi. Ma la polizia l’aveva multato pure lungo la statale, una sera, mentre rientrava a Milano. "Ce l’hanno con la mia marmitta" mi disse al telefono, "perché adesso vanno tutti in giro con quei cazzo di scooter elettronici."

Col tempo, anche le telefonate sono finite, e Gabriele è sparito insieme a tutti gli altri amici di quand’ero ragazzo.

La telefonata di Stefano è arrivata quattro mesi fa. Alle dieci del mattino. Ho sentito il cellulare che suonava mentre guidavo il furgone della ditta per cui lavoro. Consegno l’acqua minerale a domicilio, ultimamente, e quando arriva la sera ho la schiena a pezzi. Questo, comunque, non m’impedisce di raggiungere gli altri del gruppo e suonare tutte le notti fino a tardi. Pare che la casa discografica abbia intenzione di farci incidere un nuovo cd, e quindi dobbiamo impegnarci.

Stefano ha detto solo "Gabriele è morto. Stiamo facendo un giro per avvisare gli amici." Prima ancora di pensare che Gabriele era morto sono rimasto stordito, come se qualcuno che pur conoscevo avesse sbagliato numero, e mi stesse dicendo cose che non potevo capire. Mi pareva di non ricordare chi fosse Stefano, e di quale Gabriele stesse parlando. Dev’essergli sembrato che me ne importasse poco, comunque, perché gli ho detto "Va bene." Gli ho detto va bene, così: neanche ci fosse bisogno della mia approvazione. Ho sentito Stefano che diceva anche lui "Va bene… allora. Se vuoi dirlo a quelli che suonano con te…" Adesso cominciavo a vedere la band, la Stratocaster di Gabriele dentro la custodia, e mi sembrava di vedere anche Stefano – che col gruppo non c’entra proprio – in piedi dietro l’asta del microfono. "Ma cos’è successo" gli chiesi. Stavo accostando col furgone perché la strada m’appariva confusa, e maledissi quello che dietro suonò il clacson senza sapere niente. Stefano disse che Gabriele s’era tolto la vita. A lui l’aveva avvisato Luigi, che l’aveva saputo da Roberto: il più sistemato di noi tutti e che, certo, con Gabriele non aveva molto a che fare.

Dopo il funerale, Roberto ha insistito per accompagnarmi a casa. In auto non ha fatto altro che lamentarsi del suo lavoro con le banche. Diceva che andava sempre tutto benone, che i clienti aumentavano di mese in mese, e che s’era persino potuto comprare una piccola barca a vela con cui la prossima estate pensava d’andare in Croazia. Però mi disse che quel lavoro, dopo un po’, diventava noioso. Ce l’aveva con le visure che doveva fare tutto il giorno, e che, sempre più spesso, lo impegnavano pure il sabato e la domenica.