Giacomo Leronni  
     

da Inverni


 

Inverno 1

Non invento niente, confondo

nebbie che s’atteggiano, ecco perché

squinternatamente veleggio

o non perché saggia cosa sarebbe

smettere e basta proseguendo.

Poco di noi ricorda o sblocca

la strada non percorsa

questo fumigare algido

che sbroglia ogni broglio non vissuto

o cercato o niente, ogni niente,

cenno che pulsa, ogni convulsa storia

nel ghiaccio smemorato che ci abita.

Pochi dodici versi, allunghiamola ancora

questa poesia o non poesia, allunghiamola

ancora o no. Ah se scrivere bastasse

ad ottenerci qualcosa in più di quanto

ci spetta e non ci rispetta: stoltezza,

testimoni tu, poeta, inutilità. Non

quella che predicano da secoli i tuoi,

i miei, colleghi ma quella

che certosinamente t’annulla, m’annulla

anche e prima, nel pensiero. Accorcia

la lettura tu, o io, salvati se speri, o spero

nel baratro...

 

Inverno 3

Se oltre, nell’oltre di deliziose stanze

rimani come un vagito di pane che non ristà

e piovi umile ma caduco ma appena pianto

nel rimpianto di non esser pieno

che in quell’attimo o pattino lattescente

in coscienza non abitante o adorante

ritmato in gualcito rituale né pertanto

abituale resa, restituzione d’intoppo leso

strappo animale d’ogni partito preso.

Trepida: accetti, accendi questa sofferenza

annusandola in pieno te stesso dimesso

ma più forte adesso, più prono, non falciato

riciclato fra elastiche ditate nel cuore

ritemprato dall’ultimo, dall’unico ostacolo

oracolo di basso, madido lignaggio... Non

permetteteglielo più, voi che garantite per lui

questo taglio nel petto, quell’affetto da cui promana

lingua non umana, se dire o non dire si può

quanto calcina la brama, in tulle o in rètine

in non importa che purché dolga e cresca

fresca intraprendenza in chi sviene, purché insieme...

 

 

Inverno 4

Non ne scrivi, non ne scrivi, profeta di vetro

se li intarsi all’indietro, altrettanti ne invochi

t’impetro dunque anch’io e un supplicare

agita come pace in salita il mare, disinibita a ben guardare

e con essa non sciocchi i tuoi calmi ginocchi accarezzati

ricordi or non è molto e non sarebbe molto comunque

volto tu, profeta, nel risvolto del tuo volo

solitario, rischiarate le cellule di tutti, solo

tepore che si solidifica ed edifica o opificio

o cos’altro sei, diamine sei troppe cose in una

ricordi e se ricordi quasi vorrei aggiungere perché

ma ritratto, alfine dubito, non ciechi

siamo dunque non sordi?

Asciutto ritrovo, covo senza diritto né eguale

mentre pensi che fa male e com’è giusto mordi

ma appena niente incessantemente, sente con te

quella che altri nomano la mia anima

procreata come soppalco o inutile fondamento

incespicando nelle stesse tue pietre ma prima

ed è investendo questo mio anticipo che ti dico

ho gridato, cantus firmus, tutti i miei amplessi

predisponiti se devolverne vuoi ancora, acconciati

o credi sul serio lontana la carie da ogni cosa

sterzata da te dal tuo straricco tutto

di liuto semper ludens nel lutto?

 

 

Inverno 8

Di tutto un po’, un po’ per il tutto ma pure

per le sue parti, gli incarti preziosi che chiosi

bizzosi o meno, di puro fieno, in fieri

o no, di fiera (stolta) che in te si placa

dappertutto per le particelle e per l’insieme

perle le une e l’altro o risultante

incomodante e come Dante in ogni dove

pescato ed osannato con candore nel

batticuore del tutto o del niente, nel frangente

traboccante o sguinzagliato, lucido o pepato

d’immortali frenesie, guitto celibe inconsolato

futuro sposo conclamato di tutti e nessuno

del profumo, d’un’idea, d’una dea (non

ti sarai montato la testa?) resta

come un profugo in attesa della sua

ciotola, srotola la quotidiana pergamena

l’amena certificazione del tuo passaggio

del tuo assaggio in questa scoria o tutto

che sia sii saggio almeno tu in quest’era

in questo viaggio dispera...

 

 

Inverno 9

Vieppiù non soffrire, lagna dei secoli

che inquieto sbandieri non ultimo

ma mutilo e più d’altri (cliché

anche questo) e del resto, non soffrire

e invece ammutolire in un pacioso brodo

in una tentennante pesca di frodo,

annullare il chiodo col martello

tranquillizzante del suo contrario, scivolare

in silenzio dal carro dei dannati, sfibrati

ancor più dal voler scivolare...

Di certo non soffrire povera canzone

fra le tue labbra démodées où

(o meglio ove) ornare anche tu t’appresti

più illustri manifesti, dissesti più consci

agganci con le mene di poeti e cantastorie

e norie e pozzi prosciugati con ardire

e tu sei tutto ardore, ardisci e sgusci

dai tuoi cantucci in ombra e sgombra

la tua vita vuoi da questi ed altri crucci...

Pervicacemente non soffrire e controluce

stendere placidi inneschi, palmizi, peschi

e annegare irti vizi nella calma,

acquietarli nella luce per non più vedere

e neanche sobbalzare o stropicciarsi né

stupirsi o mortificarsi, né ascoltare.

o nato se vuoi comunque per significare

ovunque e checché tu possa mai pensare, oh sì

écoute meglio un po’ o più d’un po’ soffrire per poi

senza alcun raglio ridere o scrivere o parlare...

 

 

Inverno 11

Oh, ma quale quisquilia qui per le scale

sei tu la bilia o il chicco di sale

che stracco bisbiglia, non t’odono

cadono, rotolano, si rialzano, i più

salgono o scendono senza far danno

dove poi condurranno i gradini non so né

sanno. Ma tu sei lì quasi imperturbato, l’imperlato

della fronte ti rivela, cala la sera su di loro e su te.

A breve, non greve ragione a tutto questo mai non v’è.

Ma ve’, la sorpresa è che sei durato il lampo

ingarbugliato d’un peccato, il tanto il poco

che importa, le porte hai udito sbattere

le lampade schioccare, tutto il falansterio

ministero o mysterium salutis sussultare

se chicco ti sciogli, se bilia ti frantumi

il tuo minuscolo tutto è già finito. È un rito?

Una capace bolgia per gli imbrogli di partito?

Mistero o ministero a te misero non lumi

che facciano chiaro oltre l’impiantito...

 

da La randonnée des vers


 

(una danza di paranze nel mare)

 

Il nero, oh il nero occhialuto sognante

il buio regnante

fratto

fratto e assoluto, anacoluto

anapestico

bruto

Tu quoque, Brute, fili mi?

Il nero più vivo del vero, il vivente

sincero e pregnante

regnante

dappertutto crescente

ovunque

onnisciente

il nero è un vello, l’avello è un neo

biffando l’aria

castellinaria…

Tu quoque imperciocché

stai a distanza e fai

canuto

disfatte e guai

a distanza – giusta – nella rimembranza

oh, gusta! Sbuca

una paranza orlata di nero, nerofumo

atticciato e santo

sbuca

una danza di paranze nel mare

che immagine, che voce

che atroce

nero buio pesto

ho già detto dappertutto (e dovunque).

Tu quoque,

Brute, nel nero più perso

dunque:

.