Greta Danes  
     

VETRI


 
1.

Iby non ricordava più quanti ne avesse fatti, di quei quadri ricamati, ma fu il pensiero dell'ultimo a svegliarla, come un sogno interrotto tra le fessure delle palpebre che stentavano ad aprirsi. Due teste giallo pallido e una croce amaranto, una luna squagliata che sembrava un uovo rotto, una strada di filo grigio scuro che zigzagava tra pendii a mezzopunto come un cane su una traccia. Lì, sul cassettone di plastica graffiato, sorretto da tre bottiglie vuote che si inclinavano pericolosamente - come un pezzo di nulla, come uno specchio offuscato dalla muffa che riflettesse i colori meschini di un aborto.

Iby cercò di tenere gli occhi spalancati, e davanti si accavallarono altre nubi e volute di fumo. La sveglietta elettronica, che puntava ogni notte per il timore di non svegliarsi più, era muta da un pezzo, un pigolio nevrotico defunto a batterie esaurite. Il suo letto era un groviglio di gambe, di capelli ricciuti e coperte di lana pelosa - mentre l'intera stanza sembrava ripiegarsi a palla attorno a lei come il nido di un uccello stracciaiolo: ampie felpe appese alle pareti, con le maniche sdrucite e flosce, gli stendardi heavy-metal, comete a zonzo tra tempeste multicolori e villose, spille brillanti su straccetti di panno che fissavano la luce del giorno con un baluginìo cattivo.

... Iby dice: Mi sono svegliata, adesso è tutto ooooh-right, devo solo ricordarmi le cose che LORO mi hanno detto di fare, e rifarle alla grande. Non scordarne nessuna, perché LORO non dimenticano nulla di quello che hanno detto. Alzarti all'ora giusta, per esempio: a LORO non importa un bel niente se la testa ti fa male - ma basta avvolgere i capelli nel nido, aspettare qualche istante e quel dolore non lo senti quasi più.

Mi sto davvero comportando bene, ora, e non posso sciupare questo quadro. Ogni due settimane devo consegnarne un paio a Dr. Feelgood per scansare la galera. Ma non mi costa nulla, mi piace stare chiusa a lavorare nel mio nido - mi piace ricamare.

Ogni volta che mi vede arrivare con qualcuno dei miei quadri a mezzopunto, Dr. Feelgood fa un ghigno da scimmia e si mette a ballare il tango sulle mani. Tira calci alle sedie, alle poltrone, fa danzare la scopa della donna che pulisce i pavimenti e l'orologio a muro e le tazze da caffè, come una specie di Mago Merlino. Poi mi domanda da quanto tempo mi tengo all'asciutto e mi fa contare i mesi, o i giorni, sulle punte delle dita di ogni mano. Ma non mi crede mai, così pretende di guardarmi negli occhi per scoprire le vene, mi analizza il colore del naso, mi seziona le pupille per vedere la loro dimensione, e non si sbaglia mai.

Non va bene, mi dice, lo sai che non va affatto bene - OK, anche per questa volta nessuno lo saprà. Poi tira fuori un foglio di carta intestata e scrive TUTTO BENE! TUTTO BENE!, e a LORO non dirà nient'altro. Apro le braccia per fargli vedere che so tenermi in piedi. Guardami, vado forte, gli dico. Sono dritta come un cristo in croce. Ok, ok, fa lui, adesso puoi andare - così esco, ubbidiente, e lui si alza e va a richiudere la porta, visto che io la lascio sempre spalancata. Poi si sente la musica, quando già sto scendendo le scale - e a quel punto non capisco nemmeno se stia cantando la vecchia Aretha Franklin oppure i Mötley Crüe.

Di certo ora non è più come un tempo - il millennio passato, quando Babbino sbriciolò le mie bottiglie sotto le ruote blindate della SAAB, e Mammina venne dentro saltellando e mi sorprese qui che vomitavo in mezzo alle coperte. Quando mi misero l'ago nel braccio scoprirono che avevo un sangue che sembrava fuoco: il vampiro dell'alcol vi regnava come un dio della savana. Mi portavano in giro come un sacco di paglia e mi gettavano sui letti, mentre Babbino perquisiva la casa e le bottiglie crollavano come uccelli di vetro sotto la furia del suo tiro a segno - negli armadi di cucina, fuocherello-fuocherello, bottiglina-bottiglietta, Wisky Vodka Rum & Bourbon, il grande impero delle Vecchie Consonanti Ubriacone - finché la casa di Babbino e Mammina non fu di nuovo sterilizzata e astemia.

Soltanto se mi fossi comportata bene mi avrebbero permesso di tornare a vivere nel nido. E io, il mio nido, lo amo per davvero. Adoro la mia musica in silenzio. Mi diverto a nascondervi il mio diavolo, così nessuno può salire a vederlo quando lo tengo tra le mani. E poi ci sono tutti i miei vestiti, i miei maglioni, come la pelle compatta di una terra che nessuno può scavare.

Iby si alza. Le coperte sono setole di cardo. Il suo corpo è sepolto nel cespuglio bizzoluto di un maglione. Entra nel bagno, fa ruotare i rubinetti della doccia e si sistema sotto il getto. Il maglione si inzuppa e manda fumo come il tabarro di una strega al rogo. I capelli si stendono, fanno cadere matasse di ricci come lappole bacate. I suoi piedi diventano scuri, rivestiti dalle calze. L'acqua bollente le appiccica gli slip ai fianchi e le ricade scrosciando tra le gambe sottilissime.

...Iby dice: Scendo le scale adagio perché ho sempre paura di inciampare. E' successo altre volte - non mi va di cadere di nuovo e riempirmi di bozzi come un quarto di manzo avariato. A metà rampa mi accorgo che i Gemelli hanno spalmato il corrimano di vomito di gomma - così stacco le dita ed è un miracolo se non finisco con il culo sui gradini. Ma la mia bocca stira la pelle e fa un sorriso. Parte la sigla "Vomito di gomma".

Babbino, Mammina e i Gemelli sono già seduti come statue di gesso attorno al tavolo della colazione. Le loro facce fanno pensare a tortini bianchi e sformati con voci differenti che cinguettano. Ma i bambini Pixie e Dixie - musetti bianchi e biondi di torta alla panna e cinque anni di età vissuti pericolosamente, da piccoli fottuti - sono i primi a voltarsi quando Iby compare nella stanza. Non si sentono violini né calzette, soltanto un pianoforte o un synt più frignone del normale, intervallato dai versacci dei Gemelli e dalla voce del radiogiornale del mattino.

Bene alzata, Isabel, ti stavamo aspettando, dice Babbino.

Come cazzo ti sei vestita, Isabel, sbotta invece Mammina, e poi aggiunge: Oggi fa piuttosto caldo, Iby, non ti senti un po' scomoda con addosso quel sarcofago di maglie?

Non essere così rude, Manuela, la rimbecca Babbino, facendo calcoli sul suo tono di voce come se si trattasse di una mancia, Forse a Isabel piace portare abiti pesanti, non è così tesoro?

Oh scusami Raùl, amore, non ci avevo pensato, si addolcisce lei immediatamente, con una punta di sincero pentimento nella voce. E tu, Isabel, perché cazzo non ti siedi al tuo posto, visto che ci sei?

Stronzo storto di stagno tappato nella stoppa, dice il gemello Pixie, e la gemella Dixie, di rimando, fa un verso disgustoso con la gola.

Mammina è bionda, in pantofole e vestaglia pigliafuoco, tutta seno molliccio e mutandine rosse che torturano la pelle flaccida e oleosa come panna. Babbino è ben sbarbato e ben vestito. Ha i capelli puliti, la cravatta elegante da lavoro. In realtà l'ha già perduto da tre mesi, il suo lavoro, ma i Gemelli, cucciolotti innocenti, non devono saperlo - devono continuare a credere che tutto vada bene e che sia un uomo in gamba, il loro lustratissimo Papà.

Teppa annacquata disoccupata, ammicca Dixie, mentre Pixie colpisce la rotula di Iby con un calcio a gamba tesa.

Non aveva mai fame, ma doveva sforzarsi di mangiare per sembrare come gli altri. La scarpa del gemello aveva raggiunto la sua pelle nuda attraverso uno dei tagli nei calzoni, strappando via la crosta di una ferita non rimarginata.

Forse dovresti accorciarli un poco, quei bellissimi capelli, ironizza Babbino bevendo il suo caffè. I capelli sono code di topo lunghe un metro, arricciate a permanente, che accarezzano le gambe della sedia.

Ramòn, lasciala in pace - è scema e sordomuta, non lo vedi?

Mammina fa un sorriso e porge due ciotole di fiocchi d'avena ai gemelli irrequieti. Pixie e Dixie impastano riccioli di burro e li scagliano verso la finestra.

Affanculo, sbotta Mammina, C'è lo scuolabus, che dio vi maledica. Fate i bravi e dite ciao a Babbino. FUORI DI QUI.

Me ne vado, Marguerite, amore, dice Babbino, rovesciando la sua sedia per la fretta. Spero che la crisi passi presto, così potrò starmene di nuovo fuori da questo GRANCASINO. Buona giornata, piccola Isabel. E tagliati quei capelli puzzolenti.

La canzone finale è molto triste, qualcosa come Adiòs Adiòs Maria Mi Amòr e violini elettronici incantati. Il pianoforte si è preso il raffreddore e il synt è sotto il palco che vomita, ubriaco.

...Iby dice: Fin dall'inizio Mammina non ha mai voluto che l'aiutassi in casa. Fai soltanto cacchiate, dice, raccogliendo i tappi metallici e le conchiglie sporche che mi sono portata a casa ieri sera - E non toccare il MIO televisore. Così decido che prenderò il mio quadro ricamato e me ne andrò da Dr. Feelgood.

Sono lerci quei vestiti, Isabel! , strilla Mammina, ma Iby ha già varcato la soglia ed è fuori sul viale, i teschi brunocornuti degli Slayer che sboccacciano la Fata Matrigna dalla schiena del giubbotto.

...Iby dice: Questo è il mondo in cui mi trovo ora.

Lungo il viale le auto le passavano accanto e scomparivano coi loro carichi di vicini psicotici e semisconosciuti. La crisi economica sembrava avere generato i nuovi spettri della disoccupazione e dell'inutilità; condomini popolari sgomberati dalle forze dell'ordine e poi semidemoliti dividevano lo spazio con le umide villette arroganti che la crisi aveva abbandonato lì senza ritocchi. Lungo i viali di cemento, i giardini pieni di vetri rotti e i semafori spompati si scambiavano lampeggi loschi e azzardavano scommesse rovinose. I passanti dai nasi a porcello si stringevano maschere di gomma biancastra sulle crêpes che avevano per faccia. La tangenziale nuda, i parcheggi degli ipermercati recintati da muraglie di cartelli. Lampadine colorate nella testa e la musica del walkman, la cuffia storta con le spugne masticate che le coprivano le orecchie - Un regalo di Babbino quando stavo all'ospedale, dice Iby, con i tubi di drenaggio che dovevano distillare l'alcol dal mio sangue, e i bambini degli altri ricevevano così tanti doni che a un certo punto lui si era vergognato di presentarsi sempre a mani vuote. Solo Mammina non veniva mai, perchè, sapete, lei non è la MIA Mammina. E' soltanto la Mammina dei Gemelli, grazie a dio. La mia Mamma ha infilato la porta molto presto, a quanto pare, e poi dev'esserle accaduto qualcosa che l'ha spazzata via da questa storia. La mia Mamma è cenere di zombi, Alive In The Abyss, Reigning In Blood-SO-FAR-AWAY. La mia Mammina ha zampe di gerani che le spuntano dagli occhi, e le sue gambe sono legni colorati. La mia Mammina ha la musica in testa, e la MIA musica le manda il suo veleno da lontano.

Questa strada è una lunga cicatrice che le ruote da stiro delle auto non riescono a spianare; così, per vendicarsi, lei continua a farle andare su e giù, saltellanti come mosche su uno specchio. Ciaociaociaociao - ragazzini che strofinano sui vetri lunghi nasi di legno appuntito.

Non parlo mai a nessuno, io, tanto meno a quelli che portano le croci. Quando li incontro nascondo il walkman di Babbino nel giubbotto e tengo stretto il mio quadro perché non me lo facciano cadere. ZACZACZAC - ridono come scimmie e mi fanno sotto il naso quel gesto delle forbici, ma i capelli, finora, non me li hanno mai toccati. Le loro teste rase mi fanno venire voglia di coprirle con la polvere di un nido. Una volta che pensavo a quelle teste ho immaginato un'altra testa lustra incollata alla mia, tutta molliccia come un uovo sgusciato, che mi pendeva giù dal collo, e ho pensato che me l'avrebbero tagliata, ma era soltanto un altro strano sogno di quelli che faccio sempre io quando ho paura.

C'è un bel cielo arancione, ora, come in un quadro che ho cucito l'anno scorso. Perché è inverno e poi estate e poi il resto del tempo che si mescola senza più distinguersi in una sporca tavolozza. Solo di notte il cielo si raffredda e diventa bellissimo. Ci sono occhi nel cielo, e le cose si fanno sottili come fili d'argento - come se il buio lasciasse sopravvivere soltanto il loro lato luminoso e disfacesse tutto il resto.

Una volta, in questo mondo, c'era il mare. Quello che resta è soltanto l'anima del mare sprofondata nel petrolio. I moli vuoti, navi inutili e rare che passano al largo - mentre le gru dei carichi sono vecchie puttane rugginose che si piegano in due per assorbire l'aria. Una spiaggia lontana, così lontana e molle da sembrare una tazza dove il cielo ha pisciato, con le teste degli ombrelloni capovolte in una triste serra. Questa crisi è una vecchia befana che accende le candele, si strofina la gobba nei sudari, soffia sui fuochi, allontana bastimenti, deride i sogni con la sua anima sdentata.

... Iby dice: Dr. Feelgood sta aspettando nel suo studio, e io lo sento. Vedo i riflessi di fuoco scarlatto che scuotono la porta. Sento il fuoco sfiorarmi la gola, mentre i miei piedi diventano pesanti e si trascinano all'indietro.

Le sembrava di udirlo saltare dal tavolo all'armadio attraverso la porta dello studio, ancora chiusa. Il drappello dei tossici se n'era appena andato, perdendo sabbia attraverso le scarpe e le vecchie cuciture dei vestiti. Un sentiero di sabbia, così banale e ruvido, una vena sbriciolata di zucchero che finiva sulle scale.

Quando lei aprì la porta, Dr. Feelgood sollevò lo sguardo e agitò verso di lei una mano dalle unghie ingiallite.

Che girandola vuoi? le chiese, con la sua faccia da Coniglio Matto. Sulla parete alle sue spalle, il fantoccio dei Maiden invitava ad astenersi dall'uso dei fumogeni e gli Skid Row a disertare la masturbazione di gruppo quotidiana. La foto di un pazzoide - Dr. Feelgood appena laureato - mandava lampi dalle orecchie appuntite. Dietro la scrivania erano appesi grappoli di disegni sballatissimi e crostosi e alcuni dei suoi quadri a mezzopunto.

Dr. Feelgood guardò il suo nuovo quadro e fischiettò per qualche istante. Sul colletto del camice aveva una macchia scura di cacao che somigliava a sterco di colombo. Iby pensò che era migliore del suo quadro - in qualche modo le sembrava più reale.

Poi Dr. Feelgood le fece tendere le mani con i palmi all'ingiù e le osservò come se gliele stesse leggendo alla rovescia.

Sempre asciutta? le chiese. Sembrava la pubblicità di un pannolino. Iby fissava le lune lucidate degli occhiali in una specie di ipnosi che la rendeva inquieta. Poi lo informò che voleva da bere e Dr. Feelgood annuì con un sorriso.

Partì un'altra sigla e la stanza fu invasa da una livida luce di ospedale. Quattro croci bucate alle finestre. Quattro occhi di matti, quattro angeli, una fila di maniche appese come calze.

Non vorresti sdraiarti sul lettino?

Non voleva sdraiarsi sul lettino, che , d'altra parte, non c'era nemmeno: attorno non vedeva altro che muri male in arnese ai quali, da anni, i matti tiravano pedate, e che vecchi ubriachi in lacrime avevano tappezzato di impronte digitali. Iby si lasciò cadere su una sedia e scivolò all'indietro quando cercò di piazzare gli anfibi rognosi sul ripiano della scrivania.

...E poi, dice Iby, lui mi chiede che cosa ho sognato. Gli dico che ho sognato Mammina strangolata da una ladra. Gli dico che ho sognato i guanti di pelle di Babbino. Poi gli racconto di avere sognato i Saint Vitus e i Deicide che si affrontavano a colpi di meringhe a bordo di uno yacht.

Puoi levare le scarpe dal tavolo, mi dice, zuccherino, per oggi abbiamo chiuso.

Tutte le porte si mettono a scattare come trappole, con una serie di KABOOOUM! KABOOOUM! che mi fa rimbalzare contro i muri come un pallone sgonfio. Poi sento Dr. Feelgood ballare il mambo tra le braccia del mio quadro, e quelle braccia lo stringono, lo stringono - e in breve il fumo comincia a uscire dalla porta, e penso a Dr. Feelgood che scompare alla velocità di un razzo, con la penna infilata in un orecchio, mentre un'iride finale si richiude sulla sua maschera da clown.

La città vista dall'altro lato ha un recinto di colline. Le colline e la nebbia, il mare da una parte, il Serpente Della Morte con le scaglie dei palazzi sul groppone, altre colline nude.

E' in quella direzione che si avventano i cani, dice Iby, quando vado a prelevarli dal Canaio De Luxe per portarli a passeggio. Puntano il naso dritto verso i monti che non possono vedere, verso arcipelaghi di fumo stracciato e vorticante, e mi afferrano il guinzaglio coi denti, senza mordere però, e guaiscono dal fondo di quelle gole flosce strattonate dai collari. Quando arrivo al Canaio mi assegnano un bracciale di gomma arancione e mi mettono al collo un tesserino con la foto di riconoscimento, proprio come se fossi un cane anch'io. Sul tesserino ci sono il mio nome e la mia faccia con la scritta BABYCANI UFFICIALE DOC, e poi mi passano quattro o cinque bestie, tutte intrattabili, tutte ringhiose, perché le porti a spasso. Non mi fanno paura, però, nemmeno quelli grandi e grossi - ho imparato ad averci a che fare, io, e loro lo capiscono. Se mi fermo in un bar se ne stanno seduti fuori buoni buoni, legati ad un lampione. Così li osservo nascosta nel mio angolo, attraverso la vetrina, e mi dico E' fantastico, quei cani non faranno mai la spia - spesso anche loro mi guardano e ridacchiano, guaiscono, mordicchiano i guinzagli - danno strattoni, anche, con i musi impazienti che assaporano l'aria, puntando verso quelle luride colline.

... Iby dice: Non saprei proprio che fare in casa durante la giornata, ma Dr. Feelgood sa che non mi piace uscire con la luce. Al Canaio mi pagano a ore, così, quando ritorno, c'è già Mammina ad aspettarmi sulla porta, gonfia e impudente, che mi tende una mano rapace come un sacchetto per la questua. L'offerta per i poveri, dice, tesoro, e io ubbidisco senza aprire bocca perché non scopra che ho bevuto.

Mammina non fa altro che ripetersi - mai che cambi battuta, mai che metta il lato B. Ora la sento camminare, per casa canticchiando come la modella di uno spot. Mammina è così dolce, così bella - una vera fortuna che non sia la MIA Mammina. Ma se spengo la tele nella testa, Mammina non c'è più. La mia testa è una tele straordinaria - ci metto dentro le cose che voglio, e qualche volta ci sono dentro anch'io. Quando la spengo diventa tutto buio, ma è un buio luminoso. Guardo le ombre che si parlano tra loro come immagini fantasma, protagonisti di cristallo liquido nel quadrato di un display.

Scuoto le foglie del nido, lentamente, e i miei maglioni mi si stringono addosso come amici; dico a me stessa che sta andando tutto bene, che non mi affideranno all'assistenza, che non mi obbligheranno ad andare via di qui - questo nido mi piace e non voglio lasciarlo, non voglio andare a vivere per strada. Mi piacerebbe solo stare qui tutta la vita e poi che fosse sempre caldo, sempre, lontano dalla luce che mi fa così paura - tenermi sempre calda con le mie bottiglie.

Alla fine Mammina se ne va via davvero, tutta agghindata e imbullonata d'oro come la madonnina di un mafioso. Allora mi trascino giù dal letto e abbandono il mio nido. In soggiorno mi aspetta Sister Telly.

Iby liberò il cavo che Mammina aveva staccato dalla tele e arrotolato con puntiglio in un cassetto. Il soggiorno puzzava di gerani, escrementi infantili, Magie Blanche, sciacquature assortite, rossetto. Il giardino, là fuori, era spoglio e grigiastro come il dorso di un tafano appiccicato a un muro. Nel recinto quadrato c'erano solo un albero dall'aria atterrita e una stupida giostra di legno. Nessuno dei minuscoli cavalli aveva più la testa: i loro scalpi irsuti , trapassati da fili di ferro, erano appesi ai rami lividi dell'albero e roteavano in un senso o nell'altro, sfiorando l'erba secca. Iby guardò la luce viva-morta, gli steli gialli che si piegavano a terra e si sporcavano i capelli nella polvere , le tracce bianche di sabbia tra le crepe del vialetto, il cancello ossidato - poi il sole tondo sugli alberi marroni, i ciuffi scarmigliati delle palme in lontananza, i lugubri oleandri senza fiori.

Stagioni sempre uguali, si disse, il solito martello di colori che percuote la testa del mondo e lo appiattisce in un graffito sporco. Stagioni come grandine. Stagioni come fili melmosi nella forma bruciacchiata di una pizza.

... Iby dice: Ho dipinto la mia vera madre come un grosso pianeta a forma di ricotta che Dr. Feelgood ha incorniciato. Di Babbino, invece, non ricordo quasi nulla. Di Babbino com'era un tempo, quando io mi chiamavo la Piccola Isabel e nascevo in un teleromanzo. Adesso non ci sono che buchi nella testa di Babbino - i buchi pasticciati delle troppe candeline sulla torta, quella grande torta ricamata alla quale tante volte ho tolto i fili. La Mammina, i Gemelli. Vorrei bere ma non c'è nulla da bere. Non per me. Le loro cose non sono mai per me - e nemmeno Sister Telly mi appartiene.

Il mio scopo, dice Iby, è distruggere. Lo spiegò Dr. Feelgood a Sister Ray, quando mi vide piegare a fisarmonica gli aghi grossi da maglia, fare a pezzi matasse di filo da ricamo e frantumare ai miei piedi le ciotole del corso di ceramica come ordigni al formaggio. Il mio scopo è distruggere e la mia faccia porta i segni dell'acne come la torta rosicchiata di Babbino. Mai provato a guardare bene le persone? Tutte torte, chiare, scure, con gli auguri di Happy Birthday ricamati sulla fronte o sotto il naso. I più scemi aggiungono la data. I più sfrontati si cambiano l'età, come se il resto del mondo non capisse che la crema è andata a male.

Mi hanno detto che dovrò lasciare questa casa non appena compirò diciotto anni, ma non credo che mi costringeranno. Sta andando tutto così bene, ora - non mi comporto più così da idiota come facevo un tempo. Ho bisogno di bere, ma ho imparato che devo aspettare. Ho imparato davvero molte cose, in tutti questi mesi. Prima no - prima ero sempre matta come un topo e mi sbronzavo nel mio nido. Il mio letto risuonava di bottiglie come un organo a vetri strimpellato dai virus di Kroma. Ora invece sto qui, come un vero humanbeing, a guardare Steve Blame che racconta le notizie alla TV. Sister Telly mi accarezza col suo unico occhio abbagliante. Ci guardiamo e sappiamo sempre di che cosa chiacchierare.

Umaru corre. Umaru si stringe attorno al collo la pelliccia di Kasuda, il suo acerrimo nemico. Umaru è la Pantera Rosa nata ai piedi di un grande vulcano e trasformata in oro dal Dio della Guerra. Il cartoon schizza fuori dal quadro e dipinge la cucina. Io non sono più io - solo il contorno di una forma animata in mezzo a quella luce.

Poco più tardi Iby udì l'auto di Mammina che rientrava. La sentì fare manovra nel vialetto, poi urtare la cassetta postale e investire i bidoni dei rifiuti con le ruote posteriori. Ci fu di nuovo la musica di Umaru, infine quella del Coniglio Matto che si spense in un accordo gorgogliante.

Iby staccò la spina dalla presa, la arrotolò alla meglio sotto il tavolo e disse addio a Sister Telly. Si accostò alla finestra per sbirciare di nuovo attraverso le tende. Vide la macchina frenare bruscamente a due centimetri dal muro. Vide i Gemelli inginocchiati sui sedili, tutti intenti a colorare a pennarello i finestrini sudici della familiare.

Hai osato guardare la MIA tele, eh? strillò subito Mammina, e i Gemelli dalle facce imbrattate sghignazzarono all'unisono.

Portò dentro la spesa del super, quattro sacchi acciaccati che già si aprivano negli angoli, poi trascinò i Gemelli faccia al muro. Cioccolate e merende si materializzarono dalle loro tasche, che si sgonfiarono come vesciche.

Che bei briganti, tubò Mammina, incassando senza batter ciglio la merce trafugata. E adesso potete andarvene in giardino a giocare, stronzetti pallosi.

Pixie saltò sui piedi di Iby, le morsicò una coscia e scappò verso la porta.

Stronza magonza scippata di sciroppo, si mise a strillare.

Sciroppo scippato sulla pancia di cipriaricotta, gli fece eco Dixie. Fissò Iby da sotto la frangia e si mise a correrle attorno soffiando in un fischietto. Chi mangia il coniglio non è un gatto! urlò alla fine.

Coprinaso spuntato, commentò il suo gemello. Piumino cicciacacca.

Ma Dixie non si arrese. Altolà, disse. Mattino del Mulino.

Allora Mammina si infuriò e lanciò la scopa. La porta fu spalancata da un tornado urlante che sgambava via e si richiuse con un tuono.

... Iby dice: Forse soltanto i pazzi hanno trovato un mondo loro in cui fermarsi a vivere. Se sei pazzo ti rinchiudono in un posto ma tu mica ci sei, perché te ne sei già scappato via da un'altra parte. Ma questo è il mondo nel quale vivo ora, dove barattoli di cipriacacca e di mentasciroppo si rincorrono come piccoli mostri-giocattolo con la coda e le gambe: scatole rosse e vasetti nasuti, fibbie dentone, cucchiai e spazzolini che ti battono a morte e ti suonano le note nella testa, forchette che ti infilzano le orecchie, coltelli che ti annodano le stringhe delle scarpe per farti cascare. Ci sono gatti di plastica che ti scagliano tartine e falcetti a mezzaluna, in un continuo Squeeze-The-Mouse che ti bombarda la porta del nido a suon di spazzacimici, caccacipria e nervococchi. Ci sono luoghi che diventano tende del cosmo in uno strano impero artico, come una cuccia sotto colline di maglioni. E io vorrei che non ci fosse nulla attorno.

Guardo i Gemelli giocare nudi nel cortile, sotto le strisce offuscate di sole che attraversano la sera. Se ne stanno faccia a faccia sulla pedana sverniciata della giostra, facendo pipì insieme, cercando di spruzzarsi le ginocchia.

Chi ha gettato nell'asciugatrice le mie diapositive? urla Mammina.

Noi, Mammina. Ne abbiamo anche seppellite un mucchio nella sabbia.

Affanculo!

Le villette sono mute e intontite come vecchie carcasse nel cortile di una casa di riposo. Quando altre Mammine accendono le luci nelle stanze, i loro occhi si illuminano e prendono a pulsare come cuori in una chiesa.

Sono le sette, ritorna Babbino. Parte la sigla "Fanalini Ammaccati E Porta Sbattuta."

Chiedo a Babbino il permesso di cenare dal mio amico Manuel.

Puoi fare quel cacchio che ti pare, dice, Ma non venire a vomitarmi sulla porta, dopo.

Vai pure dove vuoi, Isabel, tesoro, dice Mammina. Che dio ti porti a spasso in paradiso.

Esco di casa e li guardo seduti a tavola attraverso la finestra. I Gemelli si frugano nel naso con le dita e si scambiano impressioni; Mammina e Babbino stanno facendo a sciabolate con le punte dei coltelli. Poi si sorridono, si accarezzano, si abbracciano. Hanno tutta quella meravigliosa luce attorno. Gesù degli altri, come sembrano felici.

"UOMINI E TOPPE", la sera della festa. Nel retro del locale Diobistracco sta finendo di tatuare Manuel. Manuel, seminudo e sdraiato come un angelo sporco su quel vecchio bancone da bar, i capelli che spazzano le impronte di scarpe sulle mattonelle, i geroglifici di inchiostro che si allargano come un Libro della Legge su un papiro di pelle arrossata.

Iby va a sedersi in un angolo e se ne resta quieta quieta accanto alla vecchia tenda scacciamosche di perline rugginose, in attesa che qualcuno dia il segnale; Motorhead Sepultura la Banda dei Becchini a bere ai tavoli con verruche di plastica sui nasi, Vince la Lince con la maglia dei Maiden e un migliaio di toppe sul giubbotto senza maniche - UOMINI E TOPPE, nanerottoli con le orecchie da lepre che rosicchiano i fili della radio, le scorregge sonore dei flipper, le esplosioni sfondate di qualche barbagliante videogame.

È Manuel che ordina a Sgorbiaccio di portarle da bere. Le lunghe pagine del Libro dei Morti si propagano per tutto il suo corpo come file di formiche. Sono denti di autocarro, commenta a mezza voce Coldiluna, L'autocarro della mosca fregnaccia che ti passa sulla faccia. Coldiluna sfila una mano di tasca e chiunque non sia cieco può notare che ha tre dita monche.

Uno per il nonno, dice, e uno per la nonna, e un altro ancora ...

... Iby dice: Me ne sto zitta ad aspettare Manuel e sto bene quando bevo, sto ancora meglio quando non ascolto nulla. Mi piace il buio della gente che ride e delle auto che passano fuori, il buio delle case, di cui non restano che gli occhi quadrati, le teste delle insegne che lampeggiano e la notte alla fine. Non ti importa di avere un solo amico al mondo quando l'amico è come Manuel. Voglio dire, non ti senti troppo sola, nemmeno quando non lo vedi affatto o non sai dove sia. Non c'è niente di cui ti devi preoccupare, e niente da aspettare, e niente da decidere, anche, lo senti ridere e ti dici che la vita gli ha messo il diavolo nel letto, e non ti importa più di sapere che cosa stai bevendo oppure dove sei. Quando la musica dà fuoco ai suoi razzi, allora non ti importa più di niente. Bottiglie in marcia su labbra bendate, su code di topi di fogna, i sorci pallidi del vicolo, i tossici con le maschere di gomma, le vecchie con i fiori.

Come sei bella, sembri un piccione col tumore alle ossa, mi dice Mastermarker. Io osservo le mie mani rosse sul vetro del bicchiere, le unghie trasparenti come croste di sabbia incollate per gioco alle mie dita.

Adesso il mondo è questo, dice Iby, ed è un mondo più tenero, di casa. Qualche volta entra un tizio che sta perdendo sangue dalla bocca - un'altra volta una donna africana ha partorito un ragazzino morto tra i mucchi di segatura nel cortile. Adesso è un altro mondo per davvero. Ci sono i morti che non vedono nessuno e i vivi silenziosi, che non vogliono parlare.

Dal bancone sul retro Manuel la chiamò perché andasse a vedere il suo tatuaggio. C'erano occhi e spiriti egizi, pesci, donne truccate, sciacalli e scarabei. Si era fatto tatuare il Libro egiziano dei Morti sul torace e su entrambe le braccia: lo divertivano soprattutto quelle formule che servivano a difendere la mummia dagli attacchi di briganti e predatori - e rideva pensando a ciò che sarebbe accaduto a chi avesse cercato di aggredirlo, o a qualche medico che avesse tentato di fargli addosso la sua chirurgia, o all'ignaro odontoiatra che si fosse arrischiato a sistemargli i denti che si stavano guastando.

Guarda qui, ululò, esibendo la pelle color melanzana, Sono ancora più immortale.

… Ha i capelli lunghi sulle spalle, dice Iby, e non gli importa mai di nulla, mai. Non una volta che parli sul serio. Alla fine si alza e fa ciao a Diobistracco, che non usa mai i guanti per tatuare e ha le dita tutte incrostate di lurido e di calli. Sì infila con cautela la maglietta slavata che gli ha fatto Coldiluna, con la scritta PUT YOUR LIPS AROUND MY STRAWBERRY TWINKIE e una macchia di vino come una grossa voglia - e mi dice Prendi su i tuoi vetri e andiamo, e io raduno in una borsa di plastica le bottiglie che ho trovato sotto il banco, due padelle rubate, il posacenere di una marca di birra - e lui va a prendere la SUA borsa di plastica piena di musicassette, Ce ne andiamo Mastermarker, dice, e il grassone con la maschera da volpe ci saluta sollevando il grembiule e Diobistracco si strofina le mascelle che sembrano scollarsi, i capelli dipinti d'argento e le labbra tutte sudicie di inchiostro.

Non c'è altro che la musica, poi . Sui sedili bruciacchiati e pisciati di Dueporte, gli occhi di Iby già appannati come fari nella nebbia e Manuel che fa girare il volante con una mano sola, mentre con l'altra si masturba un grosso neo che ha sulla guancia sinistra. Fuori dal traffico Dueporte si inarca, si ingobba, esplode come la testa di un cavallo, schizzando attorno vernice biancosporco come sbuffi di brina, i riffs diabolici che martellano i vetri e le portiere dalle scocche allentate.

...Iby dice: Lui non permette mai che qualcuno gli dica che cosa deve fare. Non è pazzo e non vuole morire. Guarda le cose e si accorge di trovarle esattamente come sono, e dopo le dimentica, proprio come se non ci avesse mai pensato. Ci sono sogni che vediamo insieme, sogni che inventiamo, alcuni li vedo solo io e altri solo lui, ed è per questo che non andiamo mai d'accordo. Certe notti lui ha la faccia sudata e vede i vermi che gli danzano sul collo. Certe volte sono io che vedo soli e scintille impazzite, e cose che si accendono, e allora lui mi tira pugni nella pancia, e ancora pugni, fino a quando non comincio a vomitare.

Quasi ogni sera Mother Russia se ne sta in casa in attesa di qualcuno, ma non certo di noi due. Non somiglia a Mammina, lei, è una Mummy con i baffi e con le palle, e il tesoro dei pirati nei vasetti di vetro che non ci lascia mai toccare.

Quando entriamo fa sparire in fretta e furia i bilancini, Perchécazzo non mi avverti quando stai per tornare, Manuel, si mette a urlare, E perchécazzo porti qui quell'ossobuco?

Poi ci sbatte davanti la cena nelle ciotole di plastica e di nuovo mi sembra di essere al Canaio, con Mother Russia che ci guarda mangiare come se fossimo due bestie affamate e bavose.

Restiamo insieme a guardare Sister Telly mentre lui, Manuel, tiene la testa ficcata nel lavello di cucina e la strofina col sapone liquido. Guarda qua , dice alla fine, mostrando i riccioli strizzati color candeggina. Sterco di gatto, commenta Mother Russia. Poi guarda me: E tu, che cosa aspetti ad accorciarti quei filacci, di camminarci sopra?

Il quartiere dove vive Manuel è una collina di teste di mosca, una Ninive per tutti i disgraziati che non hanno un bel nulla, la Piramide Sacra Degli Ultimi Straccioni. Con le code dei lampioni penzolanti, alberi disegnati a vernice sulla polvere dei muri, scarabocchi di uccelli nasuti e pistole con i cuori. Tutto attorno il silenzio dei rifiuti lasciati a marcire e le luci schermate che preannunciano i fuochi della notte. Il mare è come un lungo pavimento di catrame steso in fondo ai vialoni: dietro spettri di palme, i turaccioli a galla dei moli abbandonati e le cabine degli stabilimenti balneari. I più lussuosi hanno muri di cinta e neri cani da guardia addestrati ad attaccare; quelli più vecchi esibiscono file di cabine vergognose dietro semplici steccati di canniccio o bordure di campanule vizze. Più lontano, i fari di segnalazione punteggiano la costa come in un'insolita guerra di nessuno. La piccola Dueporte, superati anfratti d'ombra e cortei di lampioni, andò a fermarsi in un parcheggio deserto a metà del lungomare.

... Iby dice: L'ingresso di servizio dell'Hotel Rebecca è già stato sprangato, vale a dire che per questa notte non avremo una stanza in cui dormire. Anche all'Hotel Magnolia non avevano più posto per noi: hanno messo una guardia armata sulla porta, un bastardo grande e grosso che ci siamo limitati a sbirciare attraverso la fioraglia sul cancello. Così siamo andati a fare due passi per i vicoli finché non abbiamo incontrato quel panzone - Ce lo facciamo? ho chiesto a Manuel - ‘Sta merda che ce lo facciamo - e così gli abbiamo dato addosso con un paio di bottiglie e i guantoni e la frusta che si porta sempre dietro Manuel, finché i suoi soldi hanno fatto la trasferta. Adesso ce ne andiamo giù al Minerva a lucidare le cabine, un lavoro da niente - non ci sono più cani, e se anche ci fossero non me ne importerebbe perché io SO come parlare ai cani e a me non fanno nulla.

Nelle cabine troviamo soltanto costumi da bagno che puzzano di sesso, qualche pettine schifoso, pochi soldi, proprio le lire che si danno ai bambini perché possano comprarsi mondezze da qualche merendero in slip. Una notte di queste gli dò fuoco, si incazza Manuel, Vedrai, prima della fine dell'estate - ma io guardo le foglie volare e l'estate non c'è più, ho freddo, gli scarponi allacciati alti con le stringhe, e migliaia di foglie bagnate che sporcano i capelli alla risacca, come un ricamo al quale il mare strappa i fili.

Poi Manuel mi dice Vieni qui, così scopiamo con la porta che sbatte e fa un brutto cigolio - e poi mi dice, Perchécazzo non ti togli quei vestiti, ma io mi tengo addosso il mio sudario di maglioni e mi abbasso soltanto i jeans e gli slip, e lui dice Vaffanculo vaffanculo - poi mi copro le dita con gli orli delle maniche e sollevo le braccia e finiamo così, capelli su capelli, col rumore che facciamo di dentro e la porta che sbatte, e gli schiaffi del mare come tonfi di rotoli pesanti sulla schiena della spiaggia.

Dopo la spiaggia ce ne andiamo in collina, dove c'è sempre quella nebbia putrefatta che attira tanto i cani. Sotto di noi una mappa di luci traccia il confine della costa - solo una striscia tra il mare di petrolio e le colline nere, la corsia vuota di una clinica del nulla. La nostra strada penzola dal monte come una passerella di tronchi sradicata. Ce ne stiamo seduti nell'erba, che è verde e dura, né estate né inverno, con le spalle appoggiate ai fianchi di Dueporte e il walkman rosso tra di noi, con entrambe le cuffie allacciate e le bottiglie inclinate sulle gambe, e la musica è così forte che il silenzio di fuori sembra sottile come una lastra di zucchero appoggiata a una finestra d'aria.

Poi guardiamo la noia, che è una macchia nell'encefalo del cielo, punteggiata di luci di aeroplani. Gli elicotteri che perlustrano la costa sembrano ragni spalettanti e chiassosi che la nebbia lecca via, fino a farli sparire in fondo ai gorghi di colla dei suoi fiumi carnivori.

È la fine del mondo, quassù. Quella gente sballata di tremila anni fa non faceva che rompersi il cranio per cercare di individuare il punto in cui finiva il mondo – be’, quel posto è proprio qui, esattamente sotto i nostri culi infradiciati da una nebbia più sporca della polvere di piombo: il punto preciso dove il mondo non è nemmeno cominciato.

... Iby dice: Non abbiamo che un sogno - distruggere la felicità degli altri. Quanto alla nostra, gli altri ce l'hanno già distrutta da così tanto tempo che ormai non ci resta altro da fare che pareggiare il conto. Non c'è niente da attendere, nel punto dove ci troviamo, è come una lunga linea di polvere che passa tra il cielo e la città, e poi sul mare, e noi ci camminiamo sopra e ci diamo spintoni aspettando di vedere chi sarà a cadere giù per primo. Sappiamo bene che oltre la linea non c'è niente e che la notte è grande, sempre più grande di quanto ci aspettiamo; non crediamo a nessuno di quelli che ci parlano del porcopresente, del porcopassato e perfino del porcofuturo, qualche volta, perché sappiamo che c'è soltanto quella strada di polvere sottile, e la polvere che si solleva attorno a noi è tutto quello che vediamo.

Non ci importa nemmeno di parlare, perché le nostre sono solo storie di vino e di vodka, di quelle che si dimenticano subito dopo averle raccontate. Quello che importa è che la notte è cosi bella, senza parole, senza confusione, senza crostacostate di festaformaggio, senza nemmeno Mammine e Mammerussie, senza Babbini che hanno perso il lavoro e che continuano ad uscire agghindati ogni mattina perché la gente creda che ce l'hanno ancora. Di notte ti perdi, nessuno ti cerca, nessuno ti viene a chiamare. Sei invisibile come un'ombra incollata ad un'altra, di notte, come il logo di Batman sul cappello di seta di un becchino - invisibile anche a te, toccarsi e non vedersi quasi, come se all'improvviso fossi diventata un'altra, e stringere la mano alla tua ombra senza bisogno di venderle un nome.

Scoparono di nuovo, poi Manuel si tirò su dall'erba e se ne andò a pisciare al buio contro il tronco di un pino marittimo che nemmeno si vedeva. Poi tornò indietro fino al punto in cui Iby stava poppando dalla sua bottiglia e si sdraiò di nuovo, svogliato, incazzato, accanto a quella specie di passero nascosto nel suo viluppo di maglioni.

Metti il freno, le disse, Mother Russia aspettava il suo ganzo e non ti ci posso far dormire da me, stasera.

Lei non rispose, la faccia pallida come un formaggino, luminosa, quasi, una piccola luna di terra impastata tra i capelli lunghissimi e le spalle da bertuccia. Avevano già giocato al gioco del concerto, cambiando in fretta le cassette nel walkman secondo una 'scaletta' folle che reinventavano ogni notte; e lui cominciava a sentire di nuovo la paura che emanava da lei, la sensazione di trovarsi accanto a qualcuno che poteva 'finire' all'improvviso, sparire, perdersi, diventare qualcos'altro, oppure cacciarsi nel più lurido dei guai - 'finire male' come senti che è MALE ma non riguarda te, un lembo d'aria che si lacera al tuo fianco e ti risparmia per un pelo. Come quando ti trovi accanto qualcuno e hai paura che stia per morire e ti chiedi, E adesso che faccio, dannazione, chi cazzo devo correre a chiamare - ma i pensieri non duravano mai a lungo nella sua testa biondiccia e sbalzanata, sembrava proprio che non ci andassero d'accordo, così cominciava a lanciare urla forsennate nella nebbia del vallone, tanto per fare un altro po' di chiasso, mentre Iby spaccava le sue bottiglie vuote e i posacenere portati via dal bar lungo la curva invisibile della strada sottostante. Certe volte pensava che c'erano cose che in vita sua non avrebbe mai visto, molti luoghi del mondo nei quali non sarebbe mai andato, e quella vita tutta in negativo lo faceva infuriare - era come cercare di leggere una foto attraverso i grumi neri o le zone di bianco nelle quali non si vedeva nulla.

E non sapeva che cosa avrebbe fatto, dove sarebbe andato, e nemmeno chi sarebbe stato, lui, nell'istante di orrore in cui la sua vita avrebbe cominciato ad assumere una forma. Non riusciva a capirlo bene dalla foto - si sarebbe trovato nella parte bianca, che somigliava a un triste paradiso, o in quella nera, dove morivano le larve e si spogliavano gli insetti, dove una cupa Mother Russia maneggiava gioielli rubati e bilancini, dove il vecchio Mastermarker sorrideva quietamente ripassando la spugna sul bancone, senza lasciargli più speranza?

Finiscila di bere! urlò a Iby, quando vide che aveva stappato anche l'ultima bottiglia. Certi vecchi, anziché dire 'alcol', dicevano 'lo spirito' - probabilmente, in tutti i loro anni, avevano conosciuto un sacco di fantasmi come lei. Iby sorrise, la bocca bianca, gli occhi bianchi e lucenti di coniglio, le guance come piccole ali smagrite che si tingevano di arancio quando lui faceva scattare l'accendino.

E all'improvviso non ci fu più nulla da fare per loro, e la notte cominciò a finire. Solo la nebbia continuava a muoversi, un lungo fiume dalle rapide increspate, finché di colpo si lacerò e comparvero le stelle: tutte uguali e perfette, radunate in galassie di polvere che seguivano quel fiume e ne ridisegnavano i percorsi sparpagliati. Una di esse si staccò dalle altre, in un angolo del cielo, e cominciò a cadere. Loro pensarono che fosse davvero una stella, ma avrebbe potuto essere qualunque cosa, così piccola com'era. Forse era il missile di qualche nuova guerra che iniziava in quell'istante; forse era dio che aveva appena finito di fumarsene uno e gettava la cicca. Così ne tennero d'occhio la rotta finché riuscirono a distinguerla dal resto, ma nessuno dei due espresse un desiderio.

2.

La suora disse: Diciannove coltelli nella pancia della vergine maria, e in quel preciso istante Iby si era già quasi svegliata. I miei anni sono solo diciotto, non diciannove, ricordava di avere bisbigliato prima di mettersi a sedere - Ti sei sbagliata, vecchia baffona - ma a quel punto si trovava già nella sua stanza. L'ospedale dei pazzi era scomparso dentro la manica di pietra della suora - vedeva ancora le finestre illuminate che saltavano su, verso il suo gomito piegato, come una fila di formiche arancione.

Cercò di calcolare i giorni che ancora mancavano al suo compleanno, ma la cifra non era mai la stessa: quella data-capestro sembrava allontanarsi e poi si avvicinava - diciotto anni, diciotto anni - lo scandivano tutti a gran voce, battendo insieme le mani con un fracasso indescrivibile.

Ci sto ancora provando, si disse, ma sapeva che LORO l'avrebbero cacciata. Al piano di sotto il radiogiornale del mattino si era trasformato in un ronzio sinistro, come quello di una vespa furiosa che spazzasse il pavimento. Aspettavano che lei se ne andasse, ma Iby non aveva intenzione di fare le valigie - se volevano mandarla via avrebbero dovuto sbrigarsela da soli, afferrarla per le orecchie e ficcarle in pancia tutte le sue cose, i suoi vestiti, i suoi quadri ricamati, le sue bottiglie rotte.

Udì i Gemelli scalcianti che si fermavano davanti alla porta e un gran colpo fece ballare la maniglia.

Scatola nera pompata di papavero pepato! starnazzò uno dei due. Per quella volta la voce gemella non pronunciò risposta. Pretendevano la sua stanza da letto per giocare e lei temeva che presto o tardi l'avrebbero ottenuta. Ci sto ancora provando e non ci riesco per niente, si disse, ma per fortuna LORO non lo sanno. Guardò la finestra, bassa sul giardino bianco e vuoto, e sentì il vento spazzare le strade, un vento triste di mare cattivo, magro come un cavallo a dondolo dai fianchi scorticati, impetuoso e gelato come una decrepita sirena.

Iby fece scivolare fuori un braccio da sotto le coperte e scoprì macchie scure di sangue che le imbrattavano il maglione. Il lenzuolo sotto la sua testa era sudicio di muco e di melma quasi secca.

... Iby dice: Ho pulito le macchie di fango dagli angoli del davanzale e da sotto la finestra, così LORO non lo scopriranno. Non credo che mi abbiano sentito quando un tralcio del rampicante grande si è spezzato e da un momento all'altro mi sono ritrovata a terra fra le ortensie. Quando mi hanno levato le chiavi di casa hanno forse pensato che alla clinica, dove avevano provveduto a togliermi il fuoco dal sangue, mi avessero insegnato anche a volare. Sul pavimento c'erano foglie bagnate e piume luride di uccello. Non so nemmeno da dove venga questo sangue - che abbia scannato i canarini di qualcuno senza rendermene conto?

Ho ripulito il casino che c'era nel bagno - Mammina dice che non viene mai quassù, ma io mica ci credo. Sto pensando a quante valigie ci vorranno per portare via la mia roba quando per lei scoccherà l'ora magica, quando verrà il momento tanto atteso di mettermi alla porta. Mammina piazzerà sul tavolo una grande torta rosa avvelenata con diciotto candeline e poi dirà: Buon compleanno, Iby, tesoro, le valigie le abbiamo già buttate in giardino, e scusa se non abbiamo pensato di chiamarti un taxi, tanto la fermata dell'autobus è soltanto a sette chilometri da qui.

I Gemelli, abituati fin dal giorno della nascita a ingoiare scorie tossiche anziché vitamine, ruberanno le rose di zucchero e mi getteranno manciate di crema sulla faccia, così, tanto per dirmi addio. Poi diranno: Cicciadanno capodanno compleanno. Io infilerò la porta trascinandomi pancia a terra come un cane, disgustata.

Scese le scale tenendosi ben stretta al corrimano - il rituale di una vecchia sporta da ricovero, si disse. Aveva avvolto il maglione insanguinato in una borsa di plastica, che più tardi avrebbe gettato nell'inceneritore in fondo al giardinetto.

Babbino e Mammina stavano già litigando come squali e la sigla era tragica, una di quelle che ti fanno scappare via a gambe levate con le mani nei capelli.

... Iby dice: Quei bambini sono pazzi, sta gridando Babbino mentre indica i Gemelli che giocano a tennis con palline di brioche e una coppia di palette scacciamosche.

Ma che dici, Ramòn, non lo vedi che tesori sono, e poi Babbino urla: Adesso basta, imbecilli di merda, e anche le sue mani spalettano attorno come racchette da tennis in una Wembley da prima colazione, dritto, rovescio, smash, finche il gemello in lacrime singhiozza: Perdonaci, Babbino, non lo facciamo più, e la gemella si blocca a metà di una smorfia nel ricevere il cazzotto finale.

Ma appena vedono che sto arrivando si quietano di colpo. Io non voglio attirare l'attenzione. Non mi fanno domande sui cerotti che ho sul naso né sulla croce di nastro adesivo che mi sono appiccicata alle labbra per segnalare il mio proposito di non fare colazione insieme a loro.

Mi dispiace di avere alzato la voce con te, dolcezza, sussurra Babbino, ormai ammansito.

Lascia perdere, ti ho già perdonato, Raùl - ma non credi che dovresti chiedere scusa anche ai bambini, ora?

Lui chiede scusa e i Gemelli riprendono l'incontro dal punto in cui Babbino l'ha interrotto, contando i set ad alta voce.

Di' un po', Iby, mi urla dietro Mammina, proprio mentre sto aprendo la porta, sono tuoi quei tre gabbiani morti sotto l'albero? E allora perché non vai a gettarli nell'inceneritore, pezzo di sudiciona?

Una volta, dice Iby, me ne sono scappata via di casa. Sono andata un po' giù, lungo la costa, e poi a nord, sempre facendo l'autostop e implorando che mi comprassero da bere. Non conoscevo nessuno in quelle zone e nessuno conosceva me, nessuno mi dava la caccia o mi osservava. E' così che mi sono accorta di essere invisibile. Sei invisibile quando gli altri ti guardano e non vedono nulla - come in quei vetri magici attraverso i quali puoi guardare senza essere scoperto; così ho pensato che avrei potuto fare tutto quello che volevo, da quel momento in poi. Se sei invisibile il mondo intero diventa un posto da scoprire, e tu ci passi in mezzo come l'aria. Ma a me non importava di scoprire proprio nulla perché non ero lì. Continuavo a vedere la mia faccia che strisciava a pochi centimetri da terra e l'asfalto sotto gli occhi, come se stessi scivolando sulla pancia anziché camminare come avevo sempre fatto. Stavo male e non sapevo dove andare. Non avevo con me il prontuario per scappare di casa e non facevo che sbattere le testa in tutti quelli che incontravo. Così ho capito che in realtà non avrei mai voluto andarmene. Il mondo che trovavo non era altro che una bolla di vetro sospesa, la boccia sporca di un pesciolino rosso in una casa abbandonata. E parlare con la gente non serviva. Non sapevo parlare e mi mancavano troppo le cose che avevo lasciato. Mi mancava la mia stanza con i miei vestiti appesi, mi mancava il giardino pelato - e mi mancava troppo Manuel. Al ritorno scoprii che durante la mia assenza aveva appiccicato una mia foto alla vetrina di UOMINI E TOPPE accompagnata dalla scritta WANTED - DEAD OR ALIVE, e che Mammina era corsa a fracassare tutto con un vecchio mattarello.

Gli rovino la faccia a chi la va a cercare, aveva urlato con quella sua boccaccia lanciafiamme, Lasciatela dov'è.

Mi hanno trovato solo quando il mio stomaco ha cominciato a buttare sangue a più non posso, e un vecchio di passaggio mi ha raccolto sul cassone del suo motorcar per portarmi all'ospedale.

... Iby dice: Certe volte mi piace mettermi a correre coi cani. Non molto spesso, e sempre prima di fermarmi a fare la MIA colazione - perché in seguito tutto si trasforma in un grigio documentario silenzioso: molto lento, con le immagini che scorrono l'una dietro l'altra, pacifiche e sfocate, senza la musica, soltanto le didascalie delle vetrine e dei nomi delle strade e degli alberghi che troneggiano su tutta la costa come le tessere di un domino abbandonate in fila su un vecchio tavolino.

Quando corri vedi prima il cielo, poi la terra. Quando corri vedi l'orizzonte che ti passa in mezzo agli occhi e la tua testa si divide in due metà che si sforzano di guardare in alto, e quando inciampi l'orizzonte tutto intero si ribalta e diventa un piatto nero di asfalto, una lurida, velenosa minestra di fili d'erba spezzati e di semplice terra.

Quando correvo erano i morsi dell'aria che mi facevano inciampare. Quando cadevo le mie mani tremavano contro il fondo rossastro della pista e lo graffiavano come una pelle. L'assistente al mio recupero mi veniva vicino e contava ad alta voce - Uno, due, tirati su Isabel, tre, quattro, avanti alzati perdio, vuoi che ti molli un calcio nelle chiappe - sette, otto, nove - Perché non te ne vai affanculo, vecchia puzza - e allora lei mi tirava su per la maglietta, tanto pesavo più o meno trenta chili, e poi urlava INPIEDIINPIEDIINPIEDIINPIEDI, e l'orizzonte si spostava in mezzo al cielo, sghembo come una linea nera tracciata senza l'aiuto del righello, e per quel giorno non si muoveva più. Io mi sforzavo, imprecavo e correvo, ma non riuscivo mai a farlo tornare come prima, dritto in mezzo ai miei occhi, reale come ormai non lo era quasi più nulla attorno a me.

Non più tardi di domani il grande Dr. Feelgood cercherà di aprirmi di nuovo la testa con l'aiuto di una sega circolare e di un vecchio Black&Decker: tirerà fuori tutti i miei giocattoli - succhiotti di gomma, qualche poster di Max Cavalera, le chiavi di casa che non mi hanno più dato, pastelli rotti, il logo di Obituary - poi li appenderà tutti in fila sul tabellone bianco della sua lunga faccia e aspetterà che si mettano a parlare. Gli dirò che non ho più intenzione di dare a Mammina il denaro che guadagno coi cani, che d'ora in poi me lo terrò per me. Ora li guardo scorrazzare attorno, fermarsi a scavare tra i gladioli viola dalle teste appiattite, pisciare contro i tronchi pelosi delle palme, e mi sembrano insoliti anche loro, e vecchi come scheletri di paglia rivestiti di pelo macchiato - rigidi e imbalsamati, mentre io sto bevendo appoggiata a un parapetto di ringhiera che dà sul lungomare: sotto c'è gente che cammina sulla spiaggia e io penso all'estate, quando l'aria sembra piena di stelline che bruciano, quando continuo a tenermi addosso tutti i miei vestiti perché il sole non mi tocchi - e gli altri sono solo un quadro senza fantasia che non mi piacerebbe ricamare, tutti unti e brillanti, i rumori e le musiche che accartocciano l'aria in piccoli tornadi per poi lanciarli attorno, così nitidi, lucenti, come se tutto fosse stato passato e ripassato nell'olio dell'immenso fast-food dell'universo, col medesimo odore, con lo stesso rumore di gocce bollenti che scoppiettano sul fuoco.

LORO non sanno che cosa sto facendo. Uno dei cani mi strofina il naso sulle cosce mentre lancio la bottiglia vuota. La bottiglia vola via roteando come un'elica e quel cane la insegue, arrestandosi di colpo, incantato e deluso, quando la vede fracassarsi su uno scoglio.

In soggiorno, seduta sul tappeto, Iby lavorava a un quadro - il telaio appoggiato alle cosce e le matasse di filo sparse attorno, mescolate l'una all'altra.

Sister Telly era accesa e ammiccava. Da mezz'ora dei nanetti celesti scorrazzavano strillando inseguiti da un gatto tutto nero. Iby incrociò due punti, poi si infilzò un polpastrello e un po' se lo succhiò, un po' lo strofinò sui fili spessi del ricamo. …C'è questa strada nera e spessa, si disse, e poi c'è Manuel. Manuel sta da una parte della strada e io dall'altra. Vedeva la sua faccia, così giovane e cupa, piegata dalla noia come una vecchia busta, con i capelli bruciacchiati dall'uso di mille detergenti da cucina, e scoprì un'onda che andava e veniva, nel profondo di lei, un'onda che cercò di sollevarsi e poi si rassegnò ad afflosciarsi di nuovo come lo spirito di un morto.

Iby sbattè le ciglia finché non vide manciate di coriandoli neri che svolazzavano nell'aria. Allora strappò via il filo scuro dal ricamo, lo sostituì con uno bianco e cominciò a cucire una corona di crocette su un lato della linea nera.

... Iby dice: LORO sanno che non mi importa che esistano, che non saprei distinguerli nemmeno se mi andasse di provarci - eppure fanno sempre quello scherzo di chiamarsi coi nomi sbagliati, Pixiedixie, e poi sghignazzano quando mi confondo. Ora entrano nella stanza quatti quatti, come se fossi cieca. Non si azzardano più a toccare i miei fili né i ricami, da quella volta che li ho legati a due sedie in cucina e poi li ho punzecchiati con gli aghi, per ore. Così si limitano a staccare la spina dalla presa e si portano via Sister Telly, trascinando e spingendo il carrello col ripiano di mogano che sostiene l'apparecchio.

Cioccolata caccialardo, dice il gemello Pixie. Ibiemme lemme lemme, risponde Dixie senza farsi impressionare, Di lacca leccata. Poi mi guardano, facce di topo coi capelli giallopaglia e gli occhi verdi a fessura di Mammina, i dentacci dondolanti da cinquenni che sballettano come campanelle.

I nani corrono e mi ruzzolano attorno fino a farmi girare la testa. Il volume della sigla si è alzato di colpo, mi riempie le orecchie come tiepido stucco musicale. Li chiamo per nome e gli dico di smettere, ma loro non mi ascoltano. E poi mi fanno ancora il verso quando urlo Pixie e Dixie, Pixie e Dixie. La gemella si toglie l'abitino rosa e le pantofole di Pluto, poi si cala gli slip davanti a me e io scopro che è il gemello vero, mentre quello fasullo scalcia via la tuta gialla da ginnastica e mi mostra la sua fessura di bambina.

Poi arriva Mammina con i sacchi pesanti della lavanderia e si mette a gridare, MA CHE CAZZO DI CASINO C'E' QUI DENTRO - e gli gnomi tutti azzurri balzano addosso al grande gatto nero e se lo mangiano, ancora vivo e furioso com'è, digrignando mascelle e spezzando falangi sotto i denti con un orribile rumore, scratch-scratch-sluuurp! - e io fuggo col mio ricamo sottobraccio urlando, Perché non vai a farti fottere puttana, perché non ci andate tutti quanti insieme, e me la batto, ora lo sanno che è tutto sbagliato, ora lo sanno, vedo Mammina che sorride, scaltra, mentre accende l'ultima candelina sulla torta dei miei diciotto anni come se fosse la miccia di una bomba.

Gesù zietta, ti sei portata qui il lavoro a maglia, ridacchia Manuel, e lei risponde che non è un lavoro a maglia, poi spiega che è un ritratto - un ritratto di cosa, vuol sapere Coldiluna, non credevo che le merde di cane meritassero un ritratto - allora Iby va a sedersi in un angolo nascondendo il suo quadro tra le gambe, e le porta da bere, Manuel, poi si masturba quel neo che ha sulla guancia e sorride coi suoi denti meschini, come per farsi perdonare.

Sull'altra guancia portava i segni dei rostri che Mother Russia si faceva crescere sulle punte delle dita da quando aveva messo su bottega: forse aveva cercato di nuovo di fregarle dei soldi e lei si era ribellata alla sua solita maniera. Manuel gettò la spugna sporca nel lavello di acciaio e lasciò lo strofinaccio a scacchi sui bicchieri ancora da asciugare - Ce ne andiamo Mastermarker – Ecché, ti sembra questa l'ora? - Il mio turno è scaduto, mica mi hai detto che vuoi lo straordinario - e poi solleva Iby dalla sedia, Tirati su, bamboccia, e le fa sbattere la bottiglia contro i denti - poi le mette in mano la sporta delle musicassette e qualche vetro a perdere - Cristo, hai scordato il tuo capolavoro - infine le cammina dietro e la guarda oscillare, le braccia stracariche di cose eppure decisa a non lasciare la bottiglia, scarponi pesanti, giubbotto pesante, tutto ammucchiato su quel corpo fragile e smunto come un guscio di lumaca, come il lenzuolo sulla testa di un fantasma che lo rende visibile agli altri, perché altrimenti non esisterebbe.

Mondoporco, disse Manuel, e non c'erano altre parole nella strada, solo il baccano di UOMINI E TOPPE e i borbottii di qualche triste gay che si portava dietro le foglie e la sabbia, le stagioni dall'odore insopportabile, tutte le ore del tempo sprecato come monete in un tombino.

Guardò Dueporte parcheggiata accanto al marciapiede, bracciastanche, umiliata e paziente, e le mollò un gran calcio su uno dei pneumatici anteriori. Poi guardò Iby che aspettava in silenzio, col suo carico barbone, e di nuovo gridò Porcomondo! spalancando entrambe le portiere, lasciando entrare il vento, che si precipitava dentro da una parte per uscirsene subito dall'altra come il cliente capriccioso di un taxi; e si disse che ci doveva pure essere un modo per andarsene - Ci sono cose che devi lasciar perdere, si disse, zavorre da mollare - fece un gesto nell'aria, tagliò l'aria a fettine e lasciò che ricadesse a terra come strisce di carta, capelli bianchi venati di luce che si posavano lentamente nella polvere.

…Iby dice: Ci sono cose che facciamo da sempre, per così dire da quando siamo nati - come andare a gettare petardi dietro la stazione della Polly-zia della Bocada per vedere i machos correre fuori con le armi spianate e perlustrare tutto l'isolato senza trovare nulla. Noi, di solito, ce ne stiamo a guardarli dal tetto di un condominio della Veja, da dove è possibile darsela a gambe passando su altri tetti, fino agli alberghi e ai vialoni delle spiagge. Ci piacerebbe che una notte o l'altra se ne venissero tutti fuori in canottiera e coi calzoni in mano, come nei vecchi film di Zorro - ma non è mai accaduto, almeno fino ad ora.

Sotto di noi la strada è molto grande, quattro corsie di auto che la percorrono in un senso e nell'altro, tra il mare e le colline - ce n'è anche una quinta, quel rosario di luci che attraversa la costa e finisce in una stretta croce. Dal ponte gettiamo bottiglie sulle auto di passaggio e le sentiamo frantumarsi sui cofani, rimbalzare su altri vetri, vediamo fari schiaffeggiare l'asfalto, i clacson suonano, noi ce ne stiamo nascosti dietro il vecchio parapetto della ferrovia tutto coperto di graffiti, con le gambe che affondano nell'erba nera e polverosa ai lati dei binari, mentre i merci ci passano accanto, ancora più neri e più invisibili di noi, soffiandoci addosso un vento caldo di catrame. Gli occhi abbaglianti delle motrici si spalancano più o meno come i nostri, ci osservano per un istante e se ne vanno via in volata - così restiamo al buio, sotto un cielo di fili incrociati dove le stelle si dispongono in disordine come fori di pallini.

Dopo un po' ce ne andiamo, attraversando di corsa i binari e scendendo la scala arrugginita che conduce a una striscia di sassi, poi alla strada. E non saprei mai dire di che notte si tratti, in tutta questa storia. Ieri notte, forse, forse domani notte, o la notte che vivremo di nuovo tra due secoli, non riesco a immaginarlo. E' stato ieri che ho incontrato Manuel? Oppure l'altro ieri? Forse sono già molto più lontano e sto guardando indietro, o sto invece leggendo il mio futuro nelle carte? Forse sto solo ricamando la mia storia - così domani Dr. Feelgood la vedrà e scriverà che sto di nuovo bene.

Poi Manuel mi trascina giù lungo la strada. Incrociamo turisti, discoteche e camper, fuoristrada e fuoribordo, ma nemmeno li guardiamo - Manuel quasi mi spezza un braccio e dice, Noi non siamo la gang di nessuno, e io gli rispondo che lo so - poi mi dico, C'è gente che vive in una specie di acquario illuminato, tutto pieno di sassi e fiori d'acqua e colori, e altra gente che annaspa lontano, in mare aperto, correndo dietro all'immondizia delle navi, ai mostri marini senza faccia, ai pesci ciechi, neri su quel loro fondo sempre nero, che all'improvviso si accendono, come grappoli di cellule malate su una lastra fotografica, e ti mostrano gli artigli luminosi. E poi non riesci a immaginare altro che quelle spine retrattili nel buio, e sei invisibile, come lo sono i pesci in quella sacca di melma profonda, in fondo al loro nulla.

Certe volte giochiamo a non vederci più, e spesso ci perdiamo. Ci tocchiamo i capelli nel buio. Andiamo a urtare ogni cosa che passa, armati di bottiglie - i pneumatici che bruciano la terra sulla pelle dei fantasmi e le facce di bianco compleanno che ci guardano da dietro i vetri, con un'unica candela gocciolante sugli zeri degli occhi, della bocca, in uno strillo di orrore augurale.

Manuel forzò la porta di servizio dell'Albergo Cristina e la aprì senza rumore. All'interno le luci erano accese ma non videro nessuno. L'aria odorava di vapore stantio e di sapone da due soldi; ingiallite dai neon, grosse cataste sfatte di tovaglie e lenzuoli, annodati per gli angoli, traboccavano da carrelli metallici come sudici fagotti. Da un corridoio d'angolo provenivano rumori incessanti di piatti accatastati e i ronzii delle lavastoviglie.

Manuel trattenne Iby per un braccio e poi la spinse, stordita e barcollante, in un grande montacarichi argentato.

Al terzo piano provarono le porte. Il rumore delle chiavi a codice truccate somigliava al sibilo di una bocca spessa e vuota. Ispezionarono alcune delle stanze e infine scelsero quella che sembrava più tranquilla, in fondo al corridoio.

La finestra si affacciava su un giardino di cemento con una squallida piscina. Manuel frugò dentro l'armadio e nei cassetti dei due comodini, ma trovò solo vestiti qualunque e li gettò sul pavimento come stracci.

Puzzoni, disse. Prese una borsa di nylon con la lampo, la vuotò e vi gettò la refurtiva delle stanze precedenti - due macchine fotografiche da poco, del denaro in contanti e un minuscolo braccialetto di catena. Iby si era lasciata cadere in mezzo al letto, la sua bottiglia vuota appoggiata a una guancia come un piccolo animale verde e luccicante. Manuel trovò un cartone di succo di mango, lo bucò con la cannuccia e si sedette accanto a lei.

Iby chiese: Chi bisogna uccidere per primi?

La sua voce ronzava, una piccola mosca intrappolata in un incarto di velina.

I Genitori.

I Genitori sempre?

Sempre e in ogni caso, sentenziò Manuel.

La piscina, di fuori, non faceva alcun rumore, e nemmeno la strada, niente che si muovesse dentro l'acqua nera dove le luci, appannate da sbuffi di fumo, irradiavano da bassi lampioni come specchi in negativo.

Perchècazzo non ti togli quei vestiti, allora? le chiese per l'ennesima volta Manuel.

...Iby dice: Tengo le braccia contro la testiera e lo lascio venire. I suoi capelli mi piacciono da pazzi e li ho tutti sul collo, spettinati e mescolati ai miei. Questa volta la sigla è il silenzio, come quando lo schermo si annerisce all'improvviso perché il programma si è interrotto - e tu aspetti che riappaiano le immagini e quel silenzio ti dà così sui nervi, poi decidi che in fondo non te ne importa nulla e ti accontenti di quel nero quadrato, tutto uguale, così muto e conclusivo. Ogni tanto si sentono dei passi, ma non pare che siano qui vicino. Non sento il mare, che stanotte è molto calmo, e nemmeno il frusciare delle palme nervose e sempre sveglie, persistenti.

Manuel continua ad andare su e giù finché grida e si interrompe all'improvviso: allora io lascio andare le mani e lo accarezzo sui capelli, perché mi sembra di doverlo fare. Che altro potrei fare, se non questo? Guardo le tende bianche, molli, lunghe reti da pesca spiegazzate che i riflessi della notte attraversano come luci-spia; il bagno è buio, una bocca dai denti di ceramica biancastra e la lingua luccicante della doccia che pende giù lungo la parete. Non ci sono Sister Telly, in queste vecchie stanze da barboni. Il tempo passa, diventa MOLTE NOTTI - le stanze dell'Hotel Rosada, con l'intonaco viola e il mobilio color grigio sporco, i balconi di marmo screziato dell'Albergo Leòn, le stanze da bagno di vetro del Martina, verdi e brillanti come mosaici di fondi di bottiglia. Non so più da quanto tempo sono qui. Non so più da quanto tempo non ritorno a casa - certe volte riusciamo a dormire fino all'alba, finché i primi rumori non ci svegliano costringendoci a scappare. Manuel dice ancora qualcosa a proposito di salvarsi la pelle, ma non so di che cosa stia parlando. E credo che ce l'abbia ancora con i miei vestiti quando dice, Tu sei bruciata, non hai nemmeno più una cicca di speranza - poi mi getta gli slip sulla faccia e se ne va in bagno a pisciare.

Guardo il suo corpo, biancolatte nella luce appena accesa, con la schiena intarsiata di graffiti neri che raccontano molte storie sulla morte e sull'atroce possibilità di non morire mai, di ritrovarsi di nuovo vivi in qualche luogo, anima scura, corpo vestito di bende, e ricongiungersi, spogliarsi, lottare per continuare ad essere per sempre l'uno o l'altro, una scatola vuota scrollata via dal vento sulla spiaggia in compagnia di un'ombra nera.

È ancora notte quando lui mi scuote per le spalle un'altra volta e mi dice di schiodare. Lasciamo il letto sfatto e ce ne andiamo lungo il corridoio, portando via le scarpe impolverate che troviamo sulle porte. Una volta in giardino, le faremo volare come vecchie zattere sformate in mezzo alla piscina.

Nell'ingresso c'è solo il portiere. Gli passiamo davanti, alzando il dito medio per salutare il suo sonno comatoso.

... Iby dice: A quest'ora di notte la spiaggia si è già quasi raffreddata, come un lungo cadavere lasciato solo in una casa tutta buia ad aspettare l'alba. Guardo il mare malato, paccottiglia di alghe e conchiglie di plastica che se ne stanno zitte zitte dietro i vetri polverosi di un negozio orizzontale, piatto come il fondo di una teglia bruciacchiata e incrostato di fuliggine - mentre il raggio velato del faro ci passa vicino: occhio lucente di una grande cometa disgraziata che fa infuriare le puttane al lavoro tra gli scogli e i galoppini dei contrabbandieri, snidati come topi dalle gabbie dei loro traffici infrarossi. Manuel fa una torta di sabbia bagnata che poi battezza "Isla Bermuda" - tutto attorno ha disegnato un mare di sabbia ondulata con un coccio di bottiglia.

Poi mi chiede se voglio dormire e gli dico di no. Sono troppo ubriaca per dormire - raccolgo la mia testa tra le mani e la lascio galleggiare sulle onde di Isla Bermuda - poi gli dico Sta’ a vedere la mia testa, sembra zuppa di cane, e lui dice, Sei tutta bruciata, poi si scrolla i capelli e fa partire un nastro degli Slayer, ma c'è solo il silenzio, ogni suono si tuffa nel niente che sta facendo rollare la mia testa dall'uno all'altro dei suoi vortici di sbobba.

3.

Mammina si mette in posa accanto al vaso di cristallo taiwanese e muggisce che non ce la fa più. Urta i boccioli di rose fasulli con un braccio, il vaso si rovescia e una colata d'acqua ancora più fasulla inonda il suo vestito giallo.

Babbino sta studiando un barattolo di sterco di cane e una raccolta di gusci di granchio infilati in un bastone. Babbino dice: Questa è l'ultima stronzata che ci fa, e la musica è tutta stonata, ora, non è nemmeno musica ma il semplice rumore del vento e della pioggia sferzante che colpisce le finestre.

Iby scese le scale e l'occhio del ciclone la richiamò verso di sé. Tutti i gradini inarcarono la schiena e lei cadde, mentre il polso fasciato per il morso di un cane che aveva ricevuto il giorno prima, oppure un anno prima, andava a urtare con un botto infelice la parete intonacata. Iby sbattè la pancia sui gradini e rotolò per metà della rampa. Sentì il dolore irradiarsi lungo il braccio, una sbarra di ferro battuta e ribattuta da innumerevoli bastoni.

Nessuno chiese se si fosse fatta male, nessuno la guardò - sentiva solo la voce di Mammina che inveiva in soggiorno e gli scrosci di pioggia che aggredivano i vetri, trasformandoli in fogli di nylon giallastri imperlati di vapore.

Sister Telly è impazzita, si disse, quando si accorse che la musica non c'era. Cercò di ricordare ancora il mese, la data, quanto tempo mancasse, quanti anni o frazioni di secondo, ma sapeva di avere perso il conto un'altra volta. E’ finita, si disse, adesso sanno tutto. Niente più notti, niente Dr. Feelgood, e niente Manuel. Il tempo si arrotolò in un guscio e le esplose di fronte come un uovo malefico saturato di germi. Scivolarono fuori, bianchicci come bruchi, topolini pelosi che subito le balzarono addosso e lacerarono tutti i fili dei ricami in una volta sola.

... Iby dice: Ci hanno preso ieri sera, i bastardi, quando stavamo dormendo sulla spiaggia, accanto al mare, al buio.

Hanno detto: E' da un po' che cerchiamo di beccarvi. Il più grosso ha cominciato subito a pestarci con una chiave inglese lunga un braccio, il più piccolo con un palo da ombrellone. Poi tutti gli altri hanno preso Manuel. A me non hanno fatto molto male. Mi hanno soltanto disteso sulla spiaggia e poi mi hanno coperto di sabbia fin sopra la testa. Ho avuto paura quando ho visto scomparire i miei capelli. Li coprivano tutti con una grossa pala da bagnino, ululavano e ghignavano, perché uno di loro aveva detto che era come seppellire una medusa. Altri tre hanno attaccato Dueporte coi bastoni, poi con la pala che avevano già usato per seppellire me, finché la macchina si è aperta sui fianchi, in mezzo al lungomare, come un vecchio scatolone. Manuel aveva un bel po' di sangue sulla faccia e i suoi tatuaggi erano devastati da quelle croci scure che gli avevano tracciato sulla schiena. Sei malata, mi ha detto, ti sei fatta seguire fino qui - ma io sapevo che non era colpa mia e non gli ho più parlato, e la pelle mi prudeva per la sabbia, mi grattavo tra i capelli e su tutta la faccia e dopo un poco sanguinavo come lui.

Mother Russia non ha fatto domande e ci ha dato da mangiare.

Quando le ho detto che non ne volevo mi ha urlato, E allora levati dai tacchi, visto che non ti piace la mia roba. Alla fine me ne sono andata a casa - la prima volta che ritornavo all'alba senza Manuel.

... Iby dice: Ormai ci sono toppe ovunque, anche nel cielo - stracci cuciti, come le stelle di una tragica bandiera. Tutta la vita è come un film strappato. Come un pianeta d'acqua dove i Gemelli divorano la costa e i moli senza più nessuno, dove Mammina accende le insegne degli alberghi e fa saltare in aria le colline, dove Babbino, che spera ancora di riavere il suo lavoro, che si accapiglia di nuovo con Mammina per decidere quale delle loro due auto rivendere all'usato, si trasforma in uno strano Nicolaus, con i capelli azzurri e una vecchia ramazza al posto della barba, che mi trascina appesa alle sue spalle come un sacco di carbone. Forse vuole riportarmi nel luogo dove mi ha trovato, nella pancia rigonfia e salata di un'altra Mammina, come un piccolo gatto gettato nella baia ad annegare. Ma io non voglio andarci. Manuel mi tiene stretta, i capelli sbiancati che svolazzano nel vento salato, la maglietta che dice "BRING YOUR DAUGHTER TO THE SLAUGHTER" trapassata da lunghe coltellate. Manuel e Babbino si contendono il sacco celeste nel quale io sono rinchiusa. Dall'interno li sento tirare e gridare ed è come se mi strappassero le orecchie - finché il sacco si rompe e la terra vola via, solo un bianco siluro che attraversa la luce sul mare, una specie di zucca gigante che risponde sogghignando ai richiami silenziosi della luna.

Quando corri non vedi che la terra. Quando vedi l'orizzonte sai che è già troppo tardi per fermarti. Anche se senti che non intendi andare là. Anche se i cani hanno l'alito più dolce di ogni uomo e ti trascinano verso le colline. Anche se non ci sono più buchi da guardare, buchi nel cielo, come nidi di tarme nell'ordito di un vecchio copriletto. Il mondo è tutto vuoto, non ci sono più case né finestre e non vedo Manuel. Mi metto a disegnare cerchi su me stessa e l'aria scricchiola ai miei movimenti, si incrina come un guscio.

Non ci sarà un'altra torta di auguri per la piccola Isabel.

Prima di allora sarà iniziata un'altra storia.

Manuel si è curato la faccia e il suo neo in mezzo alla guancia è come un'isola triste tra barriere di cerotti rosa. Prende Iby per un braccio e la fa uscire dal bar attraverso la porta posteriore - Sei malata, sei fatta, Mastermarker ha detto che qui non ti ci vuole più vedere - e Mastermarker grida, Dove cavolo è che state andando, voi due?, e Manuel si stringe nelle spalle accarezzandosi la faccia - Mai sentito parlare di invalidità permanente, Mastermarker? O di cassacazzomalattie?

Te la dò io la cassamalattie, ruffiano musorotto - e Manuel chiude la porta con cautela, come se nella stanza che ha appena lasciato agonizzasse un santo.

Senza Dueporte non sanno dove andare. Sembra autunno, il vento sulla spiaggia fa pensare a un corteo di animali marini trasformati in fantasmi. Iby si stringe addosso un soprabito marrone che ha rubato da UOMINI E TOPPE; le grandi tasche sono piene di quartini vuoti che continuano a cozzare gli uni contro gli altri mentre lei cammina. La notte è come un tunnel, una grotta pulita dove non si vede nulla, solo due goffe figure trasparenti che si allontanano spingendosi. Foglie mai viste che svolazzano attorno come strane farfalle appiattite. Sono foglie di collina, dice Iby, questi alberi non crescono quaggiù - e Manuel si stringe nelle spalle, E’ questo cazzomondo che è già marcio fino al fuoco, ormai - Moscamatta montata di pannamostarda, strilla Iby, e Manuel si ferma e si masturba i cerotti gommati sulla faccia - Ma che cacchio stai dicendo adesso, eh?

... Iby dice: Abbiamo fatto quella corsa sui binari, poi ci siamo fermati contro il ponte e abbiamo fatto volare giù il cappotto. Mentre scendeva si è aperto da solo, le bottigliette lo tiravano giù verso la strada finché è atterrato su quel parabrezza, spalancato, mantello di Batman, e l'automobile ha preso a sbandare, così, da una parte e dall'altra, e ha scavalcato almeno tre corsie prima di abbattere il guard-rail e rotolare lungo la scarpata. In quel momento è passato un treno merci che ha coperto il rumore, ma non credo sia stato più forte di quello di un barattolo schiacciato.

Manuel ha detto di nuovo che sono malata, però si è messo a ridere, con la faccia tutta storta e rappezzata malamente dai cerotti. Per un po' siamo rimasti lassù a guardare l'incidente. C'era del fuoco, ora, ma noi vedevamo soltanto i riflessi rossastri che guizzavano come serpi sulle pietre. Poi abbiamo pensato che presto o tardi i machos della Polly-Zia avrebbero sollevato le loro zucche di cuoio e guardato quassù, verso di noi e il ponte appena illuminato, così abbiamo deciso che dovevamo andarcene.

Nell'emporio di una stazione di servizio, all'altro capo del mondo, abbiamo rubato decine di cassette che non avremmo mai ascoltato. E all'improvviso mi è sembrato di capire qualcosa di diverso, ma non sapevo cosa. Forse soltanto che non c'era mai stato veramente nessuno accanto a me. Che era stato tutto finto, invece, e anch'io ero finta, e prima o poi sarei sparita senza una ragione, come tutte le cose inventate che non possono durare. Ho guardato quella vecchia figurina strappata che era il mondo, l'ho guardata volare, tra le foglie e la sabbia, e Manuel gridava, e sentivo la sua voce ma ero certa che non era vera, che nulla era più vero, ormai, nemmeno quel pupazzo accartocciato che ero io.

Il cane se ne stava accovacciato tranquillo in una limousine, davanti all'Imperiale. Era un dalmata dall'aria mansueta, col dorso e le zampe spazzolati a dovere e pieni di puntini.

Forse l'autista è scappato a pisciare, osservò Manuel, tastando la maniglia e spalancando di brutto lo sportello, come se l'auto fosse appartenuta a lui.

Iby disse: Perché non lasci fare a me? Io so come trattare i cani.

Lo chiamò dolcemente e l'animale sollevò il suo muso lento e soffice come una pezza di velluto.

Vuoi venire da me, bello? Avanti, vieni. Vieni giù, così - finché il cane, indeciso e paziente, non le fu accanto sul ciglio della strada, trascinando un guinzaglio di cuoio e metallo dorato.

Manuel disse: Non sono mica io a fregare questa macchina, capito? Se succede qualcosa devi dire che la colpa è solo tua.

Sei tu che hai il cane, le ripetè ostinato, io non lo voglio quel cesso con le tarme.

Questo cane vale un sacco di soldi, disse Iby per difenderlo, ma Manuel le fece una boccaccia. Saltò sull'auto, toccò i comandi con le dita magiche e se ne andò abbandonandola lì, in mezzo alla strada, con il cane che fiutava in silenzio i suoi calzoni stinti e pieni di filacce.

Le sirene e le voci cominciarono solo più tardi, però. Lei aveva avuto il tempo di osservare la facciata dell'albergo, intarsiata di luci, vetrate, e il tetto piatto decorato di bandiere. Dalla strada le vedeva ondeggiare nel vento, illuminate da ampie finestre all'ultimo piano.

Iby entrò nel parco dell'hotel attraversando i prati , costeggiando i bovindo e le palme. Teneva sempre il dalmata al guinzaglio; la catena dorata tintinnava contro il suo collare. La piscina era azzurra e venata di nero come una lastra di turchese. Il cane a pois non sembrava spaventato e la seguiva docilmente. Alzò il muso di scatto quando un uccello notturno si districò dalle fronde di una palma e sfrecciò verso il lato opposto del giardino. Iby, invece , continuò a camminare e non lo vide. Lungo il viale gli steli dei lampioni incrociavano le loro ombre come sbarre. Portava male camminare nella luce, oppure era il contrario? Gli ingressi del parcheggio sotterraneo apparvero ad un tratto sul lato posteriore dell'albergo, due rettangoli neri ritagliati sul fianco di una scatola rosata. Mentre scendeva la rampa, Iby serrò più forte il guinzaglio tra le dita e ammonì il cane con dolcezza. C'erano molte auto, tutte lucide e vuote, quattro file di luci giallastre sul soffitto e l'odore penetrante dei motori. Non sapeva a quale piano l'avrebbe condotta il montacarichi - lo mandò fino in cima, e sebbene vedesse accendersi, un piano dopo l'altro, le luci di chiamata, lei tenne un dito premuto sul pulsante e proseguì nella sua corsa.

... Iby dice: Ci sono troppe bandiere, qui sul tetto. Per fortuna non sono molto grandi. Ci sono anche dei fari, tozzi , spenti, come tondi pugni neri. Le bandiere fanno un suono molto buffo, una specie di schiocco, e ogni volta questo cane si spaventa e comincia a ringhiare. Non lo conosco e non so come chiamarlo; ho accorciato il guinzaglio perché non voglio che si lanci dal tetto, quando i colpi gli mettono paura.

E non so più che cosa fare, ora. Qui non ci sono che luci da guardare. La mia testa si è schiarita a poco a poco, ma mi sento più strana, e molto più sperduta. Vorrei avere qualcosa da ascoltare, qualcosa da bere, e vorrei che ci fosse un po' di luce. Ogni tanto mi chiedo a chi appartenga il cane che ho rubato e se mai se lo riprenderanno. Mi piacerebbe tenerlo con me ma non posso fidarmi - di sicuro prima o poi lo perderei, come è sempre successo con tutto quello che ho posseduto. Mi accosto al parapetto, che mi arriva soltanto a metà coscia, e scopro che la città non sta dormendo. Sembra molto diversa, inquieta e luccicante come un tenero mare di accendini, di fiammelle che fanno le onde. Come se tutto si fosse risvegliato, ora che io sono così lontana, a guardare dall'alto di un coccio di pianeta popolato di bandiere di plastica che si muovono al vento.

Questo cane è diverso dagli altri, non sente le colline. Non abbaia e continua a strusciarsi contro le mie gambe come se avesse paura di lasciarmi. Non ci faranno male, gli dico, noi non vogliamo fare del male a nessuno - e all'improvviso mi sembra tutto così strano e c'è troppo silenzio, anche il vento cammina in silenzio, come se stesse meditando di prenderci alle spalle e giocarci un brutto scherzo, perfino le bandiere stanno zitte, adesso, variopinte catalettiche avviluppate su se stesse nella loro attesa minacciosa.

All'improvviso si accesero le luci, la strada si riempì di gente e attorno a loro il vento ricominciò a soffiare. La musica era proprio quella del Coniglio Matto, ma in sottofondo Iby udì un crepitio di note metalliche e secche, come se Umaru si stesse preparando ad affrontare di nuovo il nemico Kasuda armato di due chele di scorpione. Iby tremò. Il dalmata riuscì a strapparle il guinzaglio dal polso e andò a rifugiarsi accanto a un lucernario, lontano dai fari accecanti.

Lei rimase a guardare le auto che arrivavano, i raggi azzurri dei lampeggiatori, e le parve curioso sentire il suo nome gridato fuori da un megafono: un'altra cosa che in vita sua non le era mai accaduta - ora quel nome si scuoteva nel vento come una sciarpa di carta, ISABEL, ISABEL, ISABEL.

Poi si chiese se Manuel fosse laggiù, confuso tra la gente che guardava. Si chiese anche se avessero avvertito Babbino e Mammina. Sentì gli schiocchi di un elicottero in avvicinamento, ma lo vide virare e ritornare indietro ancora prima di essere arrivato sopra la sua testa.

Udì una voce che le urlava di scendere e di non fare male al cane. Iby si mise a ridere tra sé. Io so come trattare i cani! urlò di rimando. Ma dubitava che l'avessero sentita. Era quel vento il suo problema, ora. La spingeva da ogni parte, la colpiva, le tirava i capelli arruffati, li avvolgeva come luridi addobbi attorno alle bandiere. Ma non voleva cedere, lei. Cercò di richiamare il cane con un fischio e afferrò saldamente il parapetto con entrambe le mani. Si era messa in ginocchio, e da quella posizione le sembrava di vedere in faccia il vento: bianco e maligno, con gli occhi disegnati da diciotto candele gialle tremolanti. Riuscì a scalciarlo via e si fece coraggio: non avrebbe mai abbandonato quell'appiglio. Le sue mani erano diventate pesanti come ferro, e bianche come tenera pietra lavorata. Così, quando il vento ritornò all'attacco, Iby gli strillò contro con quanta voce aveva e lo fece allontanare un'altra volta.

Non mi freghi! gridava. Continua pure a spingere - tanto non voglio andare da nessuna parte.