Silvia Tessitore  
     

Tutti i componimenti che seguonosono contenuti in "Numeri" (Editrice Zona, 1998)


 

6 (figure)(1995/1996)


 

"Pazzi, voi che vedete nell’opera d’arte una confessione", sorride un sapiente. Ludwig Klages

 

l’età

Il corpo duole

di gioventù tardiva,

un accessorio,

non indispensabile.

I sentimenti –

l’opera del cuore –

non è più filo

che si tesse in due.

L’anima è un’officina,

si fabbricano giornate

e cresce benevolenza

del suo limite.

La scia, la traccia

che ciascuno lascia

se è sangue secca e vola,

se d’acqua scivola.

La consonanza resta

come un colore

teso nell’ordito,

confuso la visibile.

La stoffa è blu,

noi il silenzioso

grigio misto al giallo

delle stelle.

 

il giocoliere

Più mi avvicino

più evito qualcosa

come se fosse viscido,

intoccabile. Sento

la somiglianza,

evito conseguenza.

I dubbi di me, piogge, banchine

di porti che non ho visto

arbitri della sorte – i tetti

che opprimono la finestra

presente e tempo di un tempo.

Il fiato, la voce,

li sento, suonano

eco di me.

La luna, i giacinti, il legame

fra artisti, il legamento

dell’acqua a ogni elemento

tormento di vento, schiocco,

cosa credi che sia?

A un’esistenza prosaica

non si sfugge.

La rappresentazione è tutto,

tattica e strategia, gioco,

finzione. Parole dietro

a parole, con precisione

ritmica, piena significazione.

Parole dietro ai silenzi

tagliuzzate, di senso

incerto, ormai,

che le hai ridotte

ad altro significante,

parole dell’avversario.

Si affida alle muse

chi tiene il volto coperto

con la scusa del volo

rapido. Ma a chi non riesce

sublime questo canto,

a chi si affida, sapendo

catene e facce d’uomini

prova l’abilità del vivere.

 

lo specchio

fardello

mi sei gemello

fin nell’intonazione della voce

proprio come un fratello

ma mentre per i fratelli

basta un gesto – pena

la colpa grave dell’incesto –

per te non basterebbero

il cesto del pane o

il secchio che ancora succhia

l’acqua delle fontane

germano nato

per la tenera mano

di Polluce

nella luce feroce

della stanza celeste

dalla danza ferace

che muoveva la veste

di tua madre –

vessillo di conquista

alla testa degli uomini

stregati –

color dell’ametista

con una lista verde

quest’occhio non perde

mai la vista avara

delle parole dubbie

le favole dell’artista

delle nebbie.

 

il maestro

Sciolgo le vene

al traffico del sangue,

la smania solferina

che mi langue.

Lui mi seconda

nella mia traccia perfida

e feconda dell’inventiva

senza sapere che

contro il mio volere

ne faccio ragione

d’amore e di tormento

come se l’attenzione

spuria a questo canto

fosse una confidenza.

Così la lingua scritta

batte senza dolere

dove vuole.

Bene l’avere smesso

il fine convenzionale,

confine tra bene e male,

diagnostica banale

di questa vita accesa

proprio come un fanale.

Ho un cuore che batte tenebra,

un cuore di piperno

sputato via dall’inferno,

dall’ombra incandescente

delle fratte più quiete,

un cuore di fresia bianca e

profumata, quando non sono stanca.

Il pallido mentore dei sogni

ancora ci confonde

sui bisogni: la trappola

m’aspetta, questa rima

insistente sulla riva

baciata dai suoi versi

che arranca come

un giocattolo meccanico e

spappola la mia fede.

Avessi delle occasioni

- che non voglio -

gli risparmierei di me

queste ossessioni,

il foglio delle mie lettere.

 

la lettera

La voce che

scacciava l’inquietudine

ora è vera

ragione d’inquietudine,

coro greve e sgraziato

che mi ha straziato e dice:

caro che ti allontani

sull’asse preferito

ferito con le tue mani,

rimani nelle parole

col tuo peso infelice.

Tutto torna alle leggi

della fisica, così

sospinta in alto

dall’uguale e contrario

della mimica ritmica

impressa come l’atto

di estinguere la colpa

materiale, per cadere

spezzata,

in fase terminale,

vittima del pugnale

che trafigge

nel punto esatto

del collo dove passa

la vena principale e

sfugge a ogni controllo,

esito naturale

d’un vizio generale

d’esperienza ma

dio non ha mai

infierito sui postini.

 

il fantasma

iato nel fiato

ombra della penombra

padre e madre

nemico amico

vigile

esiste

senza consistere

- fragile

- impercettibile

- terribile

nei corridoi deserti

del possibile

silfo lucifugo

e senziente

possente assente

uno e nessuno

attira nella

sua spira

invincibile paura

che vinca

il sonno o l’ira

si trasformi

nei forni

dell’inferno

 

3 x 6 (esercizio per la stagione calda) (1995)

 


 

Perché non c’è nulla che riposi tanto il Poeta quanto il lavorare dentro una forma chiusa, dentro una regola, dentro un dogma. (…) La fertilità di un dogma trova solo un paragone nella fertilità dell’errore. Leonardo Sinisgalli

(N.B. La numerazione dei componimenti è stata inserita solo per indicarne l'ordine di lettura.)

 

(1)

Si ama

lontano

perché

il vicino

morde

come un cane

o

poco dolce

il pane,

il guadagno,

il frutto

dell’impegno.

Dove

pensier si finge

ardor si tinge e

non si sente

il rumore

delle chiavi.

(2)

i

diavoli

soffiano

a mantice

nel vetro

incandescente

per

ricavarne

ampolle

fragili

e

curiose

dove

poter

raccogliere

le

lagrime

preziose

(3)

parole

che

avresti

piantato

nel costato

senza

badare

a

che

possa

costare

cose

da chiarire

altre

da cancellare

lancina

da evitare

(4)

le

braccia

indurite

da

freddo

carnale

gelano

come

rami

ora

che

guardi

la

ciliegia

già

sbeccata

dai

passeri

(5)

non

vi fu

tatto tra

dita

e

guancia

verso di me

come

mela o

arancia a

un inverno

temperato

scorza

lucente

polpa

attraente

come della

colpa

 

(9)

appesa

che sembro

l’impiccato

accesa

offesa e

malintesa

furente

rovente

assente

alla conta

dell’ente

supremo

fonte di

pura luce

capace di

tanta pace

sono

stata

(6)

Di me,

a te,

con te,

non senti

che

cantilena?

Arbitrario

è l’amore,

un chiodo

della croce,

uno

qualunque

quantunque

ferita

sana

e

chiodo

resta.

 

(10)

La giostra

del rinvio,

il mostro

dell’oblio

sale,

ci si diverte.

"Ogni

lasciata

è

persa"

sembra

dire.

Sempre

buontempo

per

chi

non serve

il tempo.

(7)

Sono

l’insonne

macina

del sogno,

sono

la pietra.

Ruoto

obbediente

sul tuo

perno,

spremo

ogni seme.

Non

mi

posso

scagliare

contro

i santi.

 

(11)

L’attesa

tesse

a telaio

ed io

preferisco

a maggio:

solo

il mese

natale

acqueta

il

desiderio

australe

di

tutto

un

laboratorio

boreale.

(8)

Ogni sentimento

deluso

e la sua piaga

bruciano

questo corpo

in ogni piega.

L’alcol serve

ad estinguere

l’incendio ma

solo finché

stipendio

lo permette.

Dopo la festa

un residuo

purulento

ed un lamento

ceduo

di foresta.

 

(12)

Se incerto

di tanto dista

costa o fossa,

làsciati pure

alla scossa

della furia:

se capitani

si nasce,

questo tocca

imparare

ai mozzi

rozzi

se affezionati

all’agio

di coperta

mancano

la scoperta

del naufragio.

(13)

ci

vuole

poco

a farli

e

a tinteggiarli

questi

gozzetti

che

vanno

a

memoria

nel

gorgo

nero

della

storia

altrui

 

(17)

Piccole mamme,

volesse

quel paradiso

che una fine

gioconda

vi salvasse

dall’estro

degli aguzzini

e dagli uccelli

che persero

la rotta

sui confini,

in cima a

qualche collina,

per scendere

in rovina

sui tetti maledetti

dai bambini.

(14)

Ma noi non

decidiamo

mai

dove

quando,

questi sono

gli uncini

del racconto,

stracciarono

la tela e

il ragno insieme

prima che

cominciasse

il finimondo,

passato o

prossimo che

non ci appartiene.

 

(18)

Muore il cigno

europeo,

la tradizione

romantica

paga la

sua ipoteca

all’innocenza

teorica – scusa

retorica utile

agli ignavi,

né cacciatori

né schiavi

addestrati

all’uso del

badile – per

il buco finale e

i suoi tesori

d’ossa.

(15)

Il pegno

alla schiavitù

si salda

in

luoghi

chiusi

e infetti

per organi

esposti

a forza

di

concepire

i figli

come teatrino

dell’esistenza,

i fogli

come le quinte

all’opera.

(16)

Il poeta è

di per se stesso

travagliato,

nascita e

formazione –

il suo tracciato –

lo segnano come l’ergastolano,

ne sono

l’inventario,

l’orto

per l’ortolano,

i fatti

del calendario,

tutto

quello che

ha visto

fino al parto.

 
Dell'immortalità del Vampiro

per il centenario di "Dracula", di Bram Stoker (1997)
 

Le citazioni in epigrafe sono tratte da "Dracula" di Bram Stoker, nella traduzione di Francesco Saba Sardi (Oscar Mondadori)

 

DELL'IMMORTALITÀ DEL VAMPIRO

Spirto del sangue e

principe delle gole, vedi

che nasce vergine e

non le duole il forcipe

che langue la madre e

ammutolisce il mirto?

Credi che danzerà là

per le stanze tue, tra

il cervo e il bue che

vegliano sulle porte

ed indicano sotterra

i corni della sorte?

La crescita crescerà

nei fianchi bianchi e

le chiome, fin che

vorace l’uomo vi si

trascini e sui cuscini

finga di addormentarsi.

Se la catarsi avesse

un punteruolo e il nome

di quest’arnese fosse

amore, se per cavarsi

il male come talea

di rosa lo piantasse!

Ma lei già s’offre e

Soffre del suo destino,

d’essere delle ombre,

di lasciarsi partire

nel tuo mattino e

non averti mai.

Questo dirà la vita

per lasciare un sorriso

alla fanciulla, quella

non sentirà, vene di pianto

al collo ed un avviso, per

il tuo manto fila l’eternità.

 

DIARIO DI MINA HARKER

31 ottobre. Arrivati a Veresti a mezzogiorno. Il professore mi riferisce che stamani all'alba a stento è riuscito ad ipnotizzarmi e che tutto quello che da me ha ricavato è stato "Buio e silenzio".

 

Portavo le strade buie

come viscere a

un certo appuntamento e

avevo il vento contro,

straccata d'acqua a

colpi di macaia.

Nella mia stanza

Il Conte mi cercava,

poi mi trovò in collina

- quella nebbia - e

fino a mattina

mi dovette osservare.

Andare? Venire?

E' stato necessario,

il calendario ha

scelto quella notte

di ieri, i pensieri

mi seguivano a piedi.

Dovevo vedere il posto

per tornare, se

proprio mi toccava

conficcare nel culmine

del petto un palo o

un fulmine.

Provavo un gran languore

senza nome quando

una mano mi sfiorò

la mano: era il mio amore

il passo che sentivo,

mentre venivo?

So che lui ne può

prendere le forme e

so che per me lui

perde la sua brama e

fino a che sarà in vita

tremerò.

 

MEMORANDUM DEL DOTTOR VAN HELSING

5 novembre, pomeriggio. (…) Lei, non ho osato portare in questo luogo, ma ho lasciata salva da Vampiro in quel sacro cerchio; ma può venire il lupo!

 

Presumo d'intervenire

prima che il sol

ponente lo risvegli o

subito dopo l'alba

quando va a

rifugiare, lestamente.

Letteratura dice che

spiriti leveranno

da tombe dove

giacciono inquieti

con tutti loro

denti allineati

quando cuneo

vedrà sua fine e

quelli danzeranno e

dilegueranno

in lode, al termine

del danno.

Ma in fede

Non so che furie

chiameranno per

ultimo saluto

il tiranno

del sangue.

Mina langue

innocente e

non sa a chi

tocca mano

vincente e

ultima del diario.

E pure un tepore

amico sembrerebbe

che questa storia

andata e quella

in pace andrebbe

a incominciare.

 

DIARIO DI JONATHAN HARKER

4 novembre, sera. (…) Non ci resta che sperare. Non ti scrivo più arrivederci, Mina! Che Dio ti benedica e ti protegga.

Col sangue, come

si deve all'atto, è

stato siglato il patto

contro la bestia

che tanto male

ha fatto.

Nel sangue è

perita, la mano è

partita e ha stilato

con unico gesto

il certificato finale

di morte.

Il sangue che

ne è zampillato

non era laccato

né vivido come

l'umano ma freddo,

bufera, malato.

Il vapore che

l'ha accompagnato

all'inferno -

dannato - era

nero, mi ha

quasi accecato

ma - questo dissolto

- ho distolto

la vista da

quella carcassa e

la giusta promessa

di luce m'ha avvolto.

Assolto da quella

paura preparo la vera

scommessa, mia

cara, il riparo che

dura, ristoro

di quest'avventura.

 

DIARIO DI LUCY WESTENRA

9 settembre. Mi sento così felice, questa sera. Sono stata così disperatamente debole, che essere in grado di pensare e di muovermi è come rivedere il sole dopo un lungo periodo di tramontana e di cielo plumbeo.

Vedi come

si gonfiano

le vene

al tuo

apparire

fin'a svenire,

come

mi alletta

l'ombra

della notte

fiera

perfetta

come

mi fiacca

il sonno

del tuo

giorno, forno

del monno?

Devo duellar

col lupo

e se lo sento

e non vedo

credo

poter morire.

So che potrò

però

quando

deciso,

dunque reciso

il vaso

che ancora

mi tiene unita a

questa vita

ch'è bianca,

impallidita,

come non-vita.