Giordano Tedoldi  
     

Il misogino


 

1

Più passa il tempo più mi fanno schifo le donne. In quest’epoca dove tutti si dicono incerti e si rendono ridicoli alla ricerca di linguaggi inediti e sbavano per espressioni del cazzo io una certezza ce l’ho, queste false fanno proprio schifo perché l’amore con cui nasci te lo rompono come un giocattolo.

Le donne mi fanno schifo sotto tutti i punti di vista, è come se fosse una cosa seria e invece è una cazzata. Ma vivo di questo vento che mi trasporta, mi dà una ragione di vita. Quando mi guardo allo specchio i miei lineamenti tradiscono l’amore che ho per me stesso, ogni tanto immagino di vedere riflessa nel vetro una donna e allora mi viene di pensare ad altro oppure di vomitare, oppure sbattere i piedi sulle piastrelle nella cucina di casa come per schiacciare uno scarafaggio. L’altro giorno stavo facendo pulizie nella cantina che è piuttosto piccola e buia e ho spostato uno scatolone dove conservo le bollette, le fatture, le cartoline degli amici indesiderati e ho trovato un ragno. Un ragno piccolissimo, nemmeno peloso, arancione – e ho pensato: una donna! Portavo le pantofole e perciò l’ho schiacciato con quelle. Quando mi sono guardato sotto le suole del ragno però non c’era traccia. E nemmeno per terra.

2

Ho ventisette anni ma sono andato presto a vivere da solo, appena ho raggiunto l’età della ragione, cioè quando ho cominciato a farmi le seghe immaginando, sognando donne massacrate di botte con i lividi. Avevo ventitré anni, età splendida, ti senti una merda solo perché tutto il pianeta è merda, tutti gli altri sono cattivi e si vede; tu sei puro, innocente, stai crescendo in una selva di rovi. La valle di lacrime a ventitré anni ha ancora l’arcobaleno e sa di balsamo sulle dita. Prima di iniziare sostanzialmente a fare la puttana avevo ambizioni alte. Fare il ricercatore, che ne so, il campo della scienza, il corredo cromosomico, studiare il gene della dimenticanza, quello del sonno infallibile. Ora quelle ambizioni le ho abbandonate e ci sono passato sopra sempre con la stessa semplicità e idiozia con cui mi guardo allo specchio spianandomi le guance, stirandomi le palpebre, spremendomi il pus. Delle volte sullo specchio dell’ascensore sputo e poi lo lascio lì scendere. Gli altri inquilini mi fanno la morale perché pensano che sono disdicevole e sanno che certo non sono un angelo; comunque loro invece mi fanno vomitare. Non essendo completamente idioti lo sospettano che sono io a lasciare la bava come una lumaca in segno di riconoscenza.

In vasca da bagno, mentre mi lavo, mi sento un po’ donna. (Fa un cenno infastidito a delle persone del pubblico). Mi viene di toccarmi i capezzoli. Poi spremerli. E’ il momento in cui mi metterei quelle cuffie da doccia, quelle con tante proboscidi di gomma che fanno una puzza inverosimile. Allora mi dico: non è che uomo e donna possano essere sullo stesso piano: l’uomo è nella donna e la donna è nell’uomo, senza operazioni, tutto gratuitamente.

Poi piscio nella stessa acqua in cui mi lavo.

Mi piscio dentro.

3

Ultimamente con ragni e scarafaggi, a casa, sono un po’ in guerra perché i coinquilini non lavano. Dicono che anch’io non rispetto turni stabiliti, ma io sono quello che fa sempre la spesa, cucina, presta i soldi quando apri i cassetti e ci metti la mano e senti le briciole. Anche loro sanno cucinare, ma male, i loro cibi ti fanno le placche in bocca. Invece io lascio un profumo come di merda.

Quel ragno di cui parlavo, non l’ho più trovato. Chissà dov’è andato. L’altro giorno Demon, il coinquilino inglese aveva uno scarafaggio grosso come un occhio che gli si inerpicava sull’avambraccio e aveva quasi raggiunto il suo fine tatuaggio sul braccio, uno scorpione molto verosimile, e muoveva le antenne così velocemente da avere sicuramente provocato un esaurimento nervoso a Manila, l’altra coinquilina che se vede agitarsi un insetto piange subito. Eppure lui, Demon, se ne stava lì a russare con un cazzo di fumetto sulle gambe. Ho preso il fumetto e ho spiaccicato lo scarafaggio all’altezza del pungiglione di scorpione, lo scarafaggio si è aperto come un’ostrica al cui interno invece della perla ci sono io.

4

C’è una donna che sto lasciando nella merda e che continua a insistere: vediamoci a cena. Io dico: no. Allora vediamoci dopo cena, riattacca, sembra impazzita per me e potrei innamorarmi, è bella in quel modo raro, sgraziato e svantaggiato che piace a me. Sua sorella, se ne avesse una anziché due anonimi fratelli sarebbe molto più bella di lei ma io sceglierei sempre lei. Ho la sensazione spaventosa di esserle inferiore ma lei non vede che è così migliore di me, non sa del rischio di contaminarsi o forse lo vuole. Alla fine oggi è davvero venuta dopo cena e abbiamo scopato anche se fino all’ultimo non me la sentivo. Paura della felicità. Poi ho passato mezze ore solo a ammirarla. E lei, alzatasi la mattina, m’ha pagato ridendo come una matta. E pagato molto. Quindi sapeva.

Si chiama barbara, con la minuscola, di maiuscolo ha gli occhi.

5

Dal lunedì alla domenica faccio la puttana. L’ho già detto, mi faccio sbattere da donne oneste. Vivo in un quartiere di merda ma abito nell’unica casa pulita del circondario, non me lo posso permettere di avere una casa dove le clienti possano storcere il naso. Le case dei vicini invece, lo so per esperienza diretta, sono quasi tutte abbandonate al sudiciume. E’ uno schifo. Studenti di merda. Credono che sia giusto sapere la lezione e intanto farsi colare il naso fino alle ginocchia, macchiarsi i pantaloni di moccio. La perfezione è questa, che prima o poi riuscirò anche a non far passare il treno merci sotto casa, inventerò uno scambio per puttane che lo dirotterà dritto in un fiume, lo ribalterà in un fosso. Sono molto contento quando le donne non si dispiacciono per il rumore dei vagoni sui binari e anzi alcune mi dicono perfino che gli piace, che le ringiovanisce.

"Il rumore dei vagoni?" domando. "Sì" rispondono, "sentirlo ci ringiovanisce". "Allora questo quartiere non è proprio una merda" penso quando fanno commenti del genere. In quei momenti non sono più io, non sono più la puttana che sono ma una specie di principe persiano.

6

Un giorno finirò di faticare, di sudare sopra e sotto mille petti diversi e tra pareti squallide, su fiche di pelo sintetico e pance che non bollono se non quando hanno preso la spagnola. Un giorno comincerò a dire bugie e la colla che salda il mio mondo si disperderà. E viaggerò. Finirò di fare la puttana. Diventerò una checca, una di quelle checche bruttine di cui vedi solo la schiena e immagini il culo per strada, mentre s’allontana porgendoti non il saluto ma la nuca con la sfumatura.

Se tutto questo non si verifica diventerò violento.

Non sarò più di malumore, non ripeterò ossessivamente certi slogan e certi gesti.

7

Io e un’altra che non era barbara e avrei voluto lo fosse siamo andati a vedere per lottare con l’infelicità i treni che tremano sugli scambi vicino casa mia. Una specie di cinema da straccioni, lo so. Lei ha affrontato l’argomento della mia vita sentimentale e allora l’ho fermata con tutta la forza che ho, non aveva il diritto lei di parlarne e non ne avevo il diritto io, analfabeta come sono. Era quasi sera, una scena pietosa: il treno merci dai vagoni arrugginiti passava disarticolandosi e facendo un fragore che ce lo meritavamo, e se qualcuno ci avesse portato via in quel momento, se ci avesse ucciso per un pretesto minimo, che so, come pretendere di vederci nudi, avrebbe fatto bene.

Con un salto piantare tutto qui, salire sul predellino.

O calcolato male lo scatto muscolare finirci sotto.

La ragazza che non era barbara e pur essendo alta uguale era infinitamente meno bella mi disse che per lei non c’era più futuro. Dopo essersi lasciata col marito, che amava fino a struggersi, era perfino tornata in famiglia, come una stupida adolescente che fugge ma la notte ha sempre gli stessi incubi. Ascoltava solo jazz e vestiva prevalentemente di nero e scarpe da ginnastica. Aveva mani piccole e tozze, arti gonfi, neri, quasi un’esemplare statua di carbone. E dopo essersi presentata timida e amichevole mi aggrediva, sempre, col pensiero, coi discorsi, con la lingua viola che si ritrovava e che ero costretto a vederle in bocca perché si disquisiva sempre così vicini e perché in fondo sì, mi diceva, tu sei migliore di tanti altri che fingono soltanto di esserti amici, però sei pur sempre uno che si fa pagare per scaldarsi a letto con le donne.

Non sarai anormale?

L’ho accompagnata, a piedi, fino a casa sua, che non è poi vicina. "Perché mi hai accompagnato?" mi ha domandato lei. "E tu perché me lo domandi?" le ho risposto, "tu pretendi da me di essere perla nella merda, di rivelare chissà quale eccezionalità nello squallore che sono ma poi tu puoi essere normalmente normale, puoi essere un paio d’occhi in un buco e dovrei lasciartela passare. Che lusso. E se sono affettuoso poi, come adesso, non ti fidi, no, tremi e sparli e cachi il cazzo. E poi, a proposito dei sarcasmi con cui ti lecchi da sola gli organi riproduttivi, io, soldi o non soldi, a letto con le donne ci sono andato da sempre, dai tempi di mia zia, sorella di mia madre, che accarezzavo. Già allora giocavo anche se guadagnavo soltanto spiccioli e non era uno sforzo come ora, non mi serviva per vivere. Anzi, in fondo ci stavo bene, restituivo l’affetto ricevuto in così tanto eccesso". Detta questa cosa cominciai a rimpiangere qualcosa che dopotutto era barbara.

8

Demon che delle volte ha delle trovate che non sono da lui m’ha fatto di recente questa domanda: ti puzza il cazzo vero? Fin qui non era una cosa interessante ma poi l’ha collegata con quest’altra: avresti rinunciato in tutto e per tutto al sesso? A tutti i piaceri ma anche a tutti i fastidi, i dolori, le preoccupazioni di essere pulito? Tutto quel passare ore in bagno a sciacquarti, avresti rinunciato se avessi potuto? Poi ha acceso una candela e l’ha ficcata in una bottiglia rimirandosela come un gatto una lisca di pesce. Non sapeva che avevo già pagato la luce quella mattina.

Mi venne un tale mal di stomaco isterico la sera del giorno che mi fece questa domanda che non so come non mi buttai giù dalla finestra. Mi venne in mente di quando ragazzino mi facevo masturbare da un altro ragazzino un po’ scemo e mi facevo pagare. Un giorno mi diede cinquantamilalire, mi durarono così a lungo che non mi feci più masturbare per un po’. E quando me le facevo io mi sembrava strano, pareva di farlo in un giardino dove mi cresceva tra i fiori e tutti potevano vederlo.

In fin dei conti questo pisello non mi è mai servito a niente, ragionavo quella volta e forse ancora oggi, se non a farsi stuprare. Il pisello mi ha danneggiato e mi ha manipolato, lui si è fatto le seghe con me e perciò lui è il segaiolo di me stesso e io sono diventato un grandissimo cazzo. Le bruttissime donne che lo prendono in mano, paganti o non paganti, ne sono inconsapevoli perché disperate.

9

A proposito delle mie donne e dei miei uomini, ho un libro in cui conservo tutte le foto delle donne più eccitanti, delle donne più bizzarre, più spaccate e anche nel libro purtroppo ci sputo, e qualche uomo. Ma queste donne non sono le mie, sono altre. Dentro infatti ci sono ritagli, poche vecchie foto fatte da me con la polaroid, scannerizzazioni da Internet e non c’è nessuna quasi che corrisponde alle donne che scopo ultimamente. Se confronto una porzione di donna fotografata qualsiasi, mettiamo una gamba sono già lontanissimo dai corpi di quelle che fotto realmente. Allora di notte prima di dormire e dopo essermi sorbito qualche cretina di troppo fotto la foto. Si può fare, non è difficile. Bisogna sputare, lasciare cadere la saliva sentendo sul labbro, sulla punta della lingua il momento in cui lei prova il contatto con la pelle scivolosa dell’immagine. Poi bisogna alzare il mento e inghiottire e dire sì, sì, magari pregare.

Vorrei sempre avere donne in giro, le donne delle foto, dei ritagli o delle altre stronzate che trovo, vorrei fossero qui in questo istante a gambe divaricate per lavorarci insieme e non voglio quasi mai quelle che vengono a trovarmi, coi capelli i vestiti le mani pigre e le cosce strette, tutte erette e pronte quasi a essere lapidate e non chiavate.

Sogno di fare ammucchiate con Demon e Manila, lo sogno anche a occhi aperti. Sogno di venirgli sopra, di farli lamentare per le mie colate di innumerevoli schifezze. Quando la mattina mi vedo allo specchio alzandomi dal letto mi trovo ancora sporco di sborra. E’ come se da un sogno io uscissi solo per sporcare di fango gli altri. Oggi mi chiama barbara e mi domanda, in modo allusivo, se voglio lasciare il mestiere e provare a stare con lei. "Tira fuori il coraggio" mi dice, come fosse facile per me, come tirare fuori il cazzo, coraggio che ho avuto solo per disperazione forse anche simulata. "Vuoi un esibizionista del coraggio?" le ho chiesto "non ti basta avere la mia faccia? Quella non la vendo, è tutta per te. Posso mandarti una polaroid, mia?" "Non voglio la polaroid" ha detto lei, "a meno che non sia un anticipo su tutto il resto di te. E poi no, ficcatela nel culo la tua mania delle foto". A questo punto o ha chiuso oppure io ho perso la tramontana, sono uscito dalla stanza, ho fumato e ho pensato ad altro mentre lei, forse, pensava a me e questo mi ammutoliva. Abbassava la mia voglia di esistere.

Infine in una pagina del mio libro di foto ho scritto: "barbara, una ragione di vita". Poi sotto ho fatto uno sbafo a mo’ di "è puttana, ma è vero così" intenerendomi moltissimo.

10

"Di chi sei innamorato?" Mi domanda Manila. Manila è una donna grossa, tozza e dalla carnagione scura, se ti domanda di chi sei innamorato ti infastidisce. "Barbara" dico. "Barbara, quella che è venuta qui con l’amica?" "Sì lei". "E l’amica guardava?". "L’amica guardava, le piaceva guardarci". "Mi sembra proprio adatta a te" dice Manila aprendo il palmo come uno sturalavandino applicato. "Chi, Barbara o l’amica?" domando. "Barbara, barbara, lo sapevo da quando ti ho conosciuto che ti saresti innamorato di una mezza lesbica di nome Barbara".

Dopodiché Manila ha chiuso il discorso, l’ha affogato in un caffè che lei dice ottimale e io schifoso. Ho ripreso a guardarla, ho ripreso a immaginare quelle colate di sborra, che la filavano tutt’intorno come la tela del ragno. Ho cominciato a tessere oscenità solo guardandola e le mie parti basse si sono soddisfatte. Lei beveva il suo caffè caldo. La sua piccola eccezionalità.

11

Barbara si è fatta irrintracciabile, l’ultima volta l’ho incrociata per strada e ci siamo scambiati un paio di volgarità. L’ho chiamata ancora oggi a casa e m’ha risposto una donna alla quale, temendo fosse la madre, ho voluto riattaccare. Adesso sono fuori in terrazzo, alle otto di sera, ho finito di lavorare e mi sento come sempre colmo all’altezza del petto, uno strano dolore, ho in mano il colino del tè appena fatto, il corpo pieno fino all’orlo delle parole, dei bisogni, delle implorazioni più o meno sincere di quelle mentecatte. Una aveva una parrucca bionda che l’avresti sollevata con un dito, era sconnessa come un tappo ridicolo. Ma lei non era male, è stata l’unica che mi abbia fatto pena, l’unica per la quale mi sia dispiaciuto. L’unica che mi sia bastata per rovinarmi la giornata perché era così vecchia a rifletterci. In fondo barbara è una mignotta, penso. La notte la richiamo e quando risponde le dico quello che penso, che è una che la dà a tutti, che cerca i puttanieri dei locali dove canta e se li fa. Perché le piace farsi i ragazzi, le piace farsi i vecchi, le piace farsi le donne e le piace farsi guardare sotto le mutandine. Lei attacca. E io riprendo a pensarla, a non dormire, a ricordare quella con la parrucca bionda che scappellando aveva pezzi di cervello che le ballavano intorno alla testa.

12

Ho cominciato una relazione sporca e cruda con quella donna che non è barbara. E so che la frequento non perché abbia bisogno di lei, ma esclusivamente perché ho bisogno di dimostrarmi qualcosa, solo perché ho bisogno di avvicinarmi a una donna e fingere di essere pieno di idee, di cose da fare, di motivazioni. Ho bisogno di fingere di baciarla, di fingere di toccarla, fingere di risalire sulla gamba fino alla gonna, gonne che sono sempre nere su collant duri come altra pelle su quella genuina. Ho bisogno di essere viscido e appiccicoso, mettere alla prova la mia capacità di esplodere con una donna che non sia barbara, che non sia quella donna difficile che ti si avvicina e ti si sottrae perché ha una testa, una mente e un progetto di fuga: non è una tua proiezione. Un mio caro amico checca mi ha invitato in montagna per Agosto. Ma ci sto pensando, perché nel frattempo devo sapere cosa farà barbara. Invece l’altra donna che frequento senza crederci vuole accertarsi se sono affidabile, se sincero, se emozionato quando la vedo, la donna che frequento solo per provare a sezionarne tutti gli arti senza estrarre nessun bisturi ma solo l’ipocrisia vuole sapere se voglio andare con lei a fare un giro in macchina per la nostra nazione. Sono così atterrito, disgustato dalla prospettiva che fingo sempre meglio. Le ho detto che sì, ci andrò. E certo che ci andrò, come no. Ma intanto aspetto barbara e continuo a scrivere il suo nome. Ultimamente sono arrivato perfino a dirlo, perché non ci ho mai provato prima, a dirlo a alta voce un nome di donna facendo la doccia facendo posto al suo desiderio.

13

Demon e non so perché e non me ne frega un cazzo nasconde un coltello. Ora che è estate lo porta con sé nella tasca posteriore dei pantaloni corti, quasi non può sedersi. D’inverno mi dice che lo porta sotto il maglione, esattamente sotto il collo alto del maglione, all’altezza del pomo d’Adamo. "E cosa ci fai?" gli ho domandato. "Nel momento in cui ce l’ho grosso e godo di più lo tiro fuori e smembro la donna" mi ha risposto e poi mi ha fatto un cenno con l’occhio come a dirmi: sono stato un buon allievo no? Guarda già parlo come te, già fantastico come te. Manila, che era presente, rideva distesa sul divano come una matta, "quasi quasi è meglio che parlate di bocchini" ha proclamato ma poi dev’essersi un po’ stufata di tutti e tre perché è andata subito a fare un frullato e ha alzato al massimo la velocità e lo stereo.

Arrivano telefonate a vuoto, squilli, anche all’una passata, alle due. Mi convinco che è barbara. Non m’importa che sia nessun altro. Non m’importa che sia l’altra donna, quella che non può essere barbara. Non voglio che sia l’altra donna. Ho rifiutato, senza fornire troppi dettagli, la vacanza con lei.

14

Ho visto mia madre in televisione. L’ho detto a Demon e Manila, che se ne sono stati muti quando lei è apparsa come fosse stata l’immacolata concezione tutta illuminata, come fosse stata la loro di madre. Era lì, splendida nella sua abnorme altezza, con un vestito bianco eccentrico pieno di paillette, forse strass, che le dava un’aria inviperita e bella. La mise è di sua concezione, l’ha detto lei stessa. Risulta infatti che mia madre attualmente faccia la stilista, ma lei avrebbe detto sarta, e prima e dopo di lei in effetti sono sfilate delle creature con suoi abiti. Quelle modelle mi piacevano perché erano come un sogno, non da toccare non da capire ma solo da ricordare.

L’altra donna era venuta per discutere e chiarire, il viaggio sì o no, e intanto vedeva con noialtri la tv. Stava lì sul divano vicina a me nella sua postura critica, sorrideva misteriosa e a stento si tratteneva dal definire quell’apparizione ridicola oppure insultarmi come al solito, oppure invidiarmi per una madre così. In quel momento mi faceva schifo davvero, l’avrei voluta ammazzare. Aveva i denti scoperti di poco e candidi contro labbra brune chiazzate dai versamenti di morsicature e mille altri tic come strapparsi le pellicine, pizzicarsi, darsi pugnetti. I capelli unti e arruffati senza mai che la mano gli passasse attraverso per tentare di sistemarli, visto che del pettine faceva a meno. "E’ davvero tua madre?" ha detto a un certo punto. Prima che rispondessi ha suonato il citofono. Era barbara. "E’ davvero barbara?" ho gridato a Manila che me lo riferiva. "Sì, le ho aperto e sta salendo". "Vattene" ho detto entusiasta all’altra donna che mi ha guardata incredula, incerta se giudicarmi ridicolo oppure insultarmi oppure invidiarmi. Comunque sempre con quel mezzo sorriso da troia sulla bocca. "Dài vattene!" le ho ripetuto perché era come se non sentisse. Lei si è alzata e senza più guardarmi se n’è andata. Ha incontrato barbara per le scale. barbara è entrata e, avendo intuito qualcosa, m’ha chiesto cosa fosse successo.

"Mi pare chiaro, no?" le ho risposto.

15

Quella che avrebbe voluto essere barbara, che l’aveva forse imitata poi odiata, si è uccisa. Travolta dal treno sotto casa mia. La cosa comica è che lei, il suo corpo non c’era più. Hanno trovato solo una lettera vicino allo scambio e la sua maglietta, una cosa nera di quelle che non costano nulla, quelle che segano le ascelle tutta impregnata di sangue che a vederlo da lontano, quando Damon e Manila mi hanno chiamato sul posto e mi sono interessato, pareva un liquido già soleggiato, asciutto e coagulato, interno al tessuto come un’incongruenza oppure come il pomodoro. Ma non era sugo, era la firma dell’autrice di lettere anonime mai spedite, di una donna che ancora oggi mi dà complicazioni, tipo ricordi allucinanti, pensare che m’abbia amato. In fondo che ne so cos’era l’amore per lei? Che ne so com’è sentirsi un pomodoro pieno di succo umano? La lettera diceva: tentare di amarti per quindici giorni mi ha fatto sentire come un chitarra scordata, mi guardavo allo specchio e ricevevo il riflesso di un mostro. Sei riuscito a farmi sentire povera, bassa, minorata, stronza, a non cavarmi più una sola parola… Caro misogino, amare te è stato come sbrigarsi a morire, non me ne accorgevo ma giorno dopo giorno rimpicciolivo, rimpicciolivo finché non sono sparita. Firmato: non-barbara.