Flavio Santi  
     

Ignaz


 

Estratto dal romanzo "Diario di bordo della rosa"

 

E poi c’era sempre Planvischis: un paesetto d’un migliaio pressappoco di ossa unite a vene unite a cuori, polmoni, reni e altri accessori simili, persi nell’esercizio agricolo o nel pendolamento impiegatizio. Lì si diceva: "vanno in Marocco" per indicare gli uffici cittadini, "Vanno a radersi" se sceglievano i campi. Marocco perché era una terra di azzardata lontananza, fumosa, immischiata nei mali, cioè nelle cose da città; radersi perché lo si poteva fare, veramente con coscienza, solo in famiglia, per poi uscire fuori a lavorare tra i solchi. Come a Planvischis: che aveva campi di granoturco, di soia, una messinscena di abitazioni dove la luce continuava a scremarsi sui muri, a trasmettersi a onde, di mattone in mattone; le stalle erano luoghi meno luminosi di una grotta, i capanni semplici eppure grondanti spigoli da ogni lato e da ogni altezza: tutto questo solo per le arterie che attraversavano il cuore di Ghienio come lamelle di funghi, c’era tanto sangue quanto ne avrebbe pompato l’anima di un toro.

Il suo cuore però era più membruto di una coscia di cavallo, e i suoi esercizi spirituali, più che quotidiani, erano solitudini, scommesse, scopiazzature varie, secondo una strategia stagionale, secondo una sequenza obbligata come un paio di sillabe inforcate una dietro l’altra a tambussare nella gola.

E lui aveva questo mancamento, come di menomato, rispetto al resto del mondo. Ma non al resto del Tutto: voleva arrivare a spaccarsi fin giù agli atomi e poi guardarli santamente svirgolarsi come biglie, e staccare una qualche universalità. Per essere meno provinciale. Nell’insieme del cosmo. Questo senso, un po’ colloso, gli veniva fuori negli stacchi da un pensiero all’altro, pause che pensava come squadrate da un boia: tra un collo mozzo e un altro, di collo mozzo.

Non quando incontro Ivana: se riesco a prendergli quello che voglio fatto.

Qualcuno mette dei detonatori sulle tempie e il dolore non è che un’impresa di pulizia del tempo. Ho messo tutte le sentinelle immaginabili, aspettavo solo di dire "è qua, viene", intanto per riscaldarmi mi contavo storielle stridule: Melio che si trancia i capelli con l’ossidrica, Vince che si netta le orecchie col tronchesino, Nesto si raddrizza le ciglia con lo stuzzicadenti, Armando Sorcino si inietta saliva con la vecchia siringa del fradi infermiere, Giusto si stacca la forfora col coltellino.

 

Gli oggetti quindi erano molto importanti.

Certi rappresentavano la predilezione di Ignaz. Lui aveva sempre intorno un’aria di malattia, di salmonella meglio: come di rigetto.

C’era una chiesetta sconsacrata nelle vicinanze della casa del Dario Panze Vidussi; in un baule c’erano ancora gli oggetti, li avrà dimenticati Don Baudino, quasi un secolo fa, prima di uscirsene via da qui e cià fatto bene perché la chiesa andava in riparazione, ci voleva uno che l’abbandonava e che dicesse "dopo di me nessuno se non i restauri". Ostia! Un quattrolati, color mignatta, con l’unica sfumatura nerastra del filo di formiche a passare sulla parete davanti, alla destra della porta. Isolato nel mezzo quasi geometrico di un prato di erba gatta, chiuso su sé stesso, unico contatto col mondo la casetta del Panze: dall’altra parte della strada, a venti metri sulla destra, nella direzione del mare, che era invece a più di duecento chilometri.

Sempre stato lo stanzone proibito dei giochi. Da piccoli ci si entrava a strisciagomiti per un crepaccio di venti centimetri dialogando con sé stessi per eludere la zona di nero: era come scivolare nello sterno di un sauro. Dentro poi ci si rincorreva, si fiondavano sassi contro le caviglie. E un giorno Tòffolo schiacciò il cervello di Nini, pazienza ogni guerra ha almeno un morto, poi era così pìciul. Era stato un giorno caldo che noi avevamo speso lì dentro. Eravamo dei piloti, degli sceriffi, degli esploratori. Perfetti in tutto, nel festeggiare come nel dimenticare, nelle minacce ma anche nel perdonare. Già in un angolo c’erano gli oggetti: mi ricordo anche di uno scatolone, con fregi a forma di uva, sì, dopo passò molto tempo, e ho potuto scoprire che dentro c’erano i cosi del prete. Come poi ho saputo la vera storia del Nini: il 13 giugno è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari Giovanni. Lo ricordano il papà Lorenzo, la mamma Erminia, i nonni, gli zii, i cugini e i piccoli amici. Che quel giorno erano insieme a Tòffolo. Io ricordo solo la sirena: sembrava che nascondesse dentro un topo.

E nell’angolo destro in fondo gli oggetti, i cosi.

Con quelli ora il falegname taliano e il seminarista todésc, di Baden-Würtemberg che arrivava con due valigie zeppe di libri, di vestiti da lavare ancora dello scorso anno, affinavano le loro convinzioni.

Lui era un giovane amico di Tubinga che Don Nando ospitava d’estate: perché la sua anima diventasse secca come un sasso, prosciugata dai colloqui, e perché i ragazzini che andavano allo Jacopo Stellini, il liceo di Udine, imparassero il latino. E si capiva quanto fosse benevolmente falso tutto questo, glacialmente combinato. L’aveva conosciuto perché cugino acquistato d’un emigrato. Senza sapere per quali precise vie di sangue. Poi c’era stato di mezzo anche un gemellaggio tra i due popoli, sì insomma, tra le due città. Di latino sapeva forse la prima declinazione: sicuro fino al genitivo plurale.

Era stato per sei anni, anni malinconicamente contati, un po’ splenetici e un po’ traditori anche, l’amico privato del prete; a persuaderlo c’era stata di mezzo si diceva una minaccia anche, una mezza verità da nascondere, non però a Ghienio, per lui rimase soprattutto uno scaltro muratore, seminarista per finta o a metà, con la leggerezza del miracolo: senza sapere di preciso chi era da dove o quando se n’era uscito al mondo. Niente più. Non c’erano stati incontri di presentazione.

Ignaz veniva lì che le cicale si erano alzate in volo bolso ormai da mezza stagione, la terra era un basolo nero, senza venature: la sua faccia si affusolava, si rastremava tutta intera sulle volte degli zigomi, addosso. Ci assomigliava. A un basolo. Squadrava a intermittenza, a raggiera meglio: con brevi movimenti angolari, arrivando a far gracidare la nuca per lo sforzo.

Pensavo di incontrare Cristo perché la mia grandissima voglia è incontrare il figlio di Dio: così con lui era un po’come barattare il giglio Gesù, forse la sua stessa età, i suoi gesti uguali. I suoi occhi grezzi. Come dos gòtis d’aghe: a pensarlo mi durava una contentezza – lo so, non ci credo, ci spero –.

Anche perché lui faceva il crucco, l’italiano lo sapeva a morsi, se si esclude la tagliente matematica delle frasi imparate coi bimbi e con Armando.

"Un tai, mandi, alore, alore".

Modellava le labbra come bachelite fusa fino a formare il beccuccio di un flauto, continuando a tirar dentro aria, contraendo indietro la pelle del palato; intanto il suono uscito da quell’occhiello inumidito ttta s’impastava salendo di tonalità per liberarsi nel liquame di i, subito s’imbatteva nella dentellatura m, in una rugginosa cremagliera ddd, si scioglieva pazientemente in altre iii per stapparsi, evaporare nell’oblò fonico di a, aaa. Taaaiii mndi a… lore. E ripeteva le parole trinciandone le sillabe, con ampi spazi, come costruendo con quelle emissioni una collana, quasi fossero sassolini e lui li stesse contando, alzando la voce a ogni sasso e ficcandoci in mezzo respiri ben contornati.

Lo so che col prete è un’ospitalità più che altro di convenzione, nata per un cosiddetto gemellaggio fra paesi; le parole si risparmiano.

Allora andava a salvarsi da Ghienio.

Vicino alle rose gli piaceva parlarmi. Misurando gli spazi. Cercando di coinvolgermi in tutte le maniere. Pensando di fare e forse proprio facendo. Era come se mi stesse parlando, veramente, in una lingua comune nostra. Nella bocca: ammollendo le resistenze e mi toccava le ascelle, mi prendeva i peli, e così riusciva anche a contarmi delle lande molli e delle terre coltivate a nebbia, della Germania, terre che si ritirano in sé stesse, si aggiustano un velo cenere di vedove. Ecco, ein Grobian sta proprio sulla ciglia. Un contadino cioè. Una casa colonica poi sui capelli. Poi una stalla.

Ignaz lavorava in zona Nürtingen i cinque giorni del mattatoio settimanale lunedì venerdì a impastare la calce, a disporre le livelle su ogni possibile piano, a infilare laterizi, rossi come la pelle sbrogliata via per la scabbia. Mangiava pane e prosciutto accovacciato sulla galestrina sputacchiata; usava le mani e la schiena per otto ore al giorno; vedeva nelle vicinanze solo province muscolari maschili, e annusava, unica secrezione corporea, il sudore che di tanto in tanto si distillava nell’aria e verniciava la pelle croia dei lavoranti. L’impastare delle betoniere si faceva ingombrante: un glaciale gocciolìo sull’arenaria, la gola di un gigante; lo sferruzzare dei secchi metteva addosso, a intervalli quasi regolari, l’amore per isole lontane, con quello sciabordìo di calce e acqua come contro la chiglia di una qualche navicella, un galeone, un brigantino piratesco; lo stricstric delle cazzuole sapeva di grillo. Il tutto teneva testa a un quadro di Bruegel: caratteristico il senso alchemico e proibito di quegli uomini, nati e vissuti come in una brughiera, in una specie di tempo fotosensibile, dove sembra che da un tramonto venga fuori un altro tramonto, che una luna piena sdoppi in un’altra vicina e i fantasmi camminino sempre nelle stesse scarpe, e sono i parenti di cui sempre si parlava. Ma se si lavorava si pensava ad altro: non si sarebbe potuto resistere col vuoto.

Dio s’era messo il monocolo a rovescio, forse.

Tutti i giorni si dormiva in un prefabbricato lucido. Non gli avanzava il tempo per addormentarsi cioè per quella membrana temporale che pianpiano aderisce allo stato delle vera dormita pietrosa: passando cioè per un’attenzione sempre più scarica e leggera, fino all’incoscienza. Lì il sonno era sotto la pelle e il contatto con il cuscino gialliccio alloppiava i bulbi oculari, nel petto un solo suono sordo del cuore, l’aria era una poltiglia in cui sbuffare, la branda forse strideva ma era troppo tardi ormai. Le sette del venerdì sera erano sera autentica, d’inverno con il nero a piombo sulle teste e il soffio di un vento sconosciuto a penetrare fin dentro i bronchi, d’estate con il sole a incastrarsi a metà cielo col fare d’uno scemo, esponendosi ancora ostinatamente nella sua luce di bergamotto, e nonostante tutto fosse ormai in discesa. Ormai.

 

Meglio conosceva queste cose che il latino, anche perché era tutta una scusa.

In realtà sono singoli infiniti e diversissimi frammenti. "Nichts c’è ancora" diceva Ignaz. Non torna niente, lo apostrofava lui. Però possiamo credere in una ripetitività, in una sua contrarietà. Ma con che beata soddisfazione poi: che forse la salvezza arriverà dal corruttibile, dall’ossidabile più grande, dal corpo cioè? Manco fosse corpo di santo… Che il filato dei sensi non abbia che questa importanza: che sia il riapparentarsi con la pelle? Per finire ad accorgersi di come bruciano i tendini, i nervi, la grata arteriosa, i muscoli freschi lasciati all’aria e sgusciati, male acquartierati con la presente ragione di esistere: un piccolo dato scompagnato, inutilizzato.

 

Vicino alle rose, snebbiate, lente e grame per l’acqua tirata giù ieri. Quel tempietto di Don Baudino, lasciato alle brutte erbe, avanzato quasi nei contorni dalla luce notturna e di giornata, con un effetto boreale, era stato trasformato in una casa privata: sapeva finalmente che odore di rifiuti o di cardamomo ha l’aria di massoneria; c’è il bisogno involontario e subissato di eccitazione, martellato, di sentirsi braccati, spiati anche se si sa di essere al sicuro perché si tratta dell’interno di un veliero. Magari foderato di tappezzeria cremisi, con colonnine biancocipria. Imperscrutabile. Come avere un occhio sul palmo e tenerlo sempre stretto, sudato.

Per loro fu una rivelazione: per lui non era più il freddo della croce, ma pelleticava un caldo quasi mistico, vivo e lontano, incomunicabile se non attraverso frammenti di parole disossate, che si fermavano sulla saliva della lingua facendola borbogliare.

Con lui in cotta o pianeta, con una qualsiasi coperta sacra, un qualsiasi arnese di quel bauletto scoperchiato all’aria come un libro antico è aperto in due, mollemente e precariamente, magari con il respiro tenuto stretto, inarcato dentro fra una stola falsamente presa a caso e invece azzeccata: così il sangue arriva al nord fino quasi a saturarlo, rendendo la carne color vino arrossato, brace blanda e canterellante, issando la gola sempre più e a volte sempre meno per poi sempre più. Ecco, secoli di religione, di catene e tradizioni. Quelle che penzolavano assiduamente, fin dentro un baule magari, seguivano ovunque, anticipavano a volte, fingevano di non cedere. Più fitte delle bende di lino a fasciare una mummia.

Io ti prometto che vado a confessarmi, ho la coscienza giusta, tutte quelle belle cose che ho letto da me, le hanno già fatte, il peccato esiste già, faccio qualcosa che è stato già fatto e forse ti sto anche annoiando, è un manichino. Si tratta di una cornice e serve a fare quadrare un insieme, in sé stesso è nullo; per qualcuno il sole che si scoperchia la mattina sull’orizzonte è un peccato. Per qualcuno l’aria è una grave cospirazione, sa di acquaragia e andrebbe giustiziata. Per qualcuno il fuoco è peccato, non permette alle cose di restare cose, e per un altro l’anima è peccato, è una strana sacca.

 

Con lui c’erano certe sere che ghiacciavano i sensi con il loro colore marino: una mestica di nuvoloni madreperla antichissimi, di vongoloni che brancicavano il sole impunemente, in una disposizione che riusciva tuttavia a trascendere la vergogna di quei tocchi in regola di natura. Allora a lui si svelava come laggiù – ma poteva essere anche un quaggiù, tutti i punti cardinali erano a suo servizio – tutto si calcolasse, che l’oscenità di una nuvola che copre il disco solare era sopportata in un quadro di purissima geometria e paragonava quel fenomeno al suo comportamento: il suo furore era riordinato e placato da una voglia superiore di conoscenza, Dio baldracco, il Faust! un Faustino con mutandine ponsò e un astrolabio di sfregadenti: la conoscenza. Se si piglia si piglia. I labbri ghiacciati di un frizer e la brace attorno. Anche questo è conoscere. Oppure Nicht Wissen, alla Ignaz, non sapere niente. Il negativo di un filmino: ci stanno gli oggetti, ma in una certa maniera; è il rovescio di un calzino. Imprimi solo i contorni. Ià. E lì l’aria si attorciglia come un omaso. I tramonti si ritirano come sfinteri.

Si conosce perché si contiene.