Paolo Nori  
     

Natale

 


 

Poi dopo cominciava un periodo della mia vita, non mi ricordo più niente, pensavo. Proprio una confusione che ricordarmi le cose che sono successe, pensavo, impossibile. Che ci provavo anche, usare una voce ipotetica che la usavo di solito per ricordarmi le cose, le dicevo Sai cosa è successo? Non lo so, mi diceva la voce, Neanch’io, le dicevo. Mi ricordavo soltanto dei pacchi, pesanti, che c’erano da sbancalare e imbancalare, una quantità di bancali che non finivano mai. Con dei regali di natale per i giornalisti, che le ditte di Parma gli mandavano le merendine. A tutti, le mandavano, a destra e a sinistra. Al giornale di Montanelli, a Giuliano Gemma e al direttore del Manifesto, Valentino Parlato. Non ci sembrava, a me e a Mario, uno che mangiava le merendine, Valentino Parlato, invece. E niente, mi ricordo che lavoravamo sei, sette ore al giorno, sempre dei pacchi in mano di quindici, diciotto chili. Ci sembrava anche di essere gli unici due che lavoravano, lì dentro, a me e a Mario, che intorno a noi avevamo della gente, mah. Ogni tanto veniva lì il vicecapo, Nicola, ci diceva Dài lupi, facciamo questo bancale per l’Unione industriali, che ci sono dei pacchi pesantissimi di trenta chili l’uno, dài che vi do una mano. E niente, cominciavamo, lui faceva i primi due pacchi velocissimamente, con gesti precisi ed energici, dopo lo chiamavano dall’uffico, Nicola!, andava, non tornava più. Tornava solo quando avevamo finito il bancale dell’unione industriali, io e Mario, tornava per dire Questo fasciamolo e mettiamolo lì, contro il muro. E Mario lo fasciava e lo metteva lì contro il muro. Tu, lupo, vieni con me, mi diceva Nicola, che facciamo gli speciali della Parmalat, diciotto chili. Cominciava a fare i primi speciali, era velocissimo, dall’ufficio si sentiva Nicola!, Nicola spariva, non tornava più. Lo vedevamo attraverso il vetro che separa il magazzino dall’uffico, vedevamo che sorrideva, al telefono. Ogni tanto metteva i piedi sulla scrivania. Questo mi ricordo, pensavo. Mi ricordo che in quel periodo gli impiegati a me e a Mario ci stavano sui coglioni particolarmente. Quando venivano giù i commerciali a fare le loro battute, che i commerciali in quel magazzino sembrava che dentro avessero un timer che ogni due minuti erano obbligati a dire una battuta di spirito, quando venivano giù i commerciali e ci facevano le loro battute mentre stavamo trasportando i pacchi da un bancale all’altro, mi ricordo che li guardavamo senza dir niente, io e Mario. Capivano subito, andavano via. Mi ricordo, pensavo, un pomeriggio, comparivano nel magazzino due poliziotti, che li portava in giro la morosa del capo, gli faceva vedere lo stabilimento. Capitavano proprio mentre stavamo facendo un bancale per i prefetti e gli ispettori, io e Mario, che il pacco per sua eminenza il prefetto mi era caduto per terra accidentalmente e accidentalmente gli avevo dato un calcio che aveva aperto un buco accidentale nel pacco delle merendine per sua eminenza. E niente, questi poliziotti sembrava che non ne volessero sapere di andare, stavano lì, guardavano, giravano intorno ai bancali, fumavano le sigarette. E io e Mario, coi nostri pacchi in mano, mi ricordo, pensavo, ci veniva su un nervoso, a vedere quella gente che era pagata per fumare le sigarette e guardarci lavorare, ci sfogavamo a cantare l’inno individualista, quella parte che fa Sbirri inorridite / se la dinamite / voi scrosciare udite contro l’oppressor. // Abbiamo contro tutti / sbirri e farabutti // e uno contro tutti noi li sperderem. Si allontanavano. Andavano in ufficio a ridere e scherzare. Pòl, il capo, mi ricordo, pensavo, in tutto il periodo natalizio non gli avevo mai visto un pacco in mano. Era sempre al telefono, dall’altra parte del vetro, ogni tanto lo vedevo che mangiava una merendina della Parmalat. Quando andavo in ufficio, la sera, gli dicevo Come stai? Bene, mi diceva. Sei in forma? gli chiedevo. In forma, lupo, mi diceva. Credo anch’io, gli dicevo. Questo mi ricordo, pensavo, e mi ricordo che non solo i pomeriggi, anche le mattine erano delle mattine piuttosto complesse e difficili, in quel periodo. Che una mattina, mi ricordo, pensavo, ero tornato da Carpi, stavo bene, mi ero steso sul letto con un libro di Bernhard, mi ero detto Oh, adesso voglio proprio leggere questo libro di Bernhard che Pino dice che è il libro più bello che ha scritto Bernhard. Che Bernhard è strano, pensavo. Pino pensa che il libro più bello che ha scritto sia La cantina. Adèlia dice che il libro più bello che ha scritto Bernhard è Antichi maestri. Giovanni dice che il libro più bello di Bernhard è Perturbamento. Mario dice che il libro più bello di Berhard è Un bambino. Ero lì, mi ero appena steso per fare questa lettura riposante, dal fondo del fondo mi veniva su un pensiero improvviso, Tu devi rivedere la traduzione dell’architetto. Settanta pagine entro il quindici, diceva il pensiero. Che giorno è oggi, mi chiedevo, il tredici, il dodici? Andavo a controllare, era il quattordici. Entro il quindici, mi ricordavo, mi ero impegnato anche con l’editore per consegnargli le bozze corrette del mio secondo romanzo. Allora in quel periodo, mi ricordo, pensavo, mi svegliavo tutte le mattine alle sei per correggere la traduzione di quell’architetto che aveva incontrato la dea dell’architettura e si era impegnato con lei di portare la bellezza nel mondo. Ogni tanto smettevo e correggevo le bozze del mio secondo romanzo, e al pomeriggio andavo al magazzinaggio a disfare i bancali e fare i bancali, finivo alle otto, otto e mezza di sera. Telefonavo anche all’editore, mi ricordo, pensavo, gli dicevo Non faccio in tempo, che devo fare una traduzione, per il quindici te le scordi, le bozze, gli dicevo, mi devi scusare. Tu, gli dicevo, adesso ti devi incazzare e mi devi dare una scadenza fissa, altrimenti io le bozze del mio secondo romanzo te le mando l’anno del due, come si dice dalle mie parti, gli dicevo. Lui mi diceva La fine della settimana. Poi mi diceva Meglio un giorno in più che un giorno in meno. Questo, mi ricordo, pensavo, di quel periodo confuso. E mi ricordo che era un periodo difficile, pensavo, anche da una serie di avvenimenti che mi succedevano tutti concentrati in quei giorni di dicembre inoltrato. Per esempio cominciavo a copiare i numeri di telefono dall’agenda vecchia all’agenda nuova, poi dopo l’agenda vecchia spariva improvvisamente. Potevo telefonare solo alla gente fino alla lettera g. Poi non trovavo più il libro di Bernhard che stavo leggendo. Poi andavo in un locale a fare un concerto con i Bogoncelli, lasciavo là il leggio e una cassetta di musica russa che avevo portato per fare atmosfera. Poi il giorno dopo cercavo la giacca, non trovavo più neanche la giacca. Giravo per casa mezz’ora a cercare la giacca, non la trovavo. L’avrò lasciata nel locale, pensavo, e mi ripromettevo di andarla a prendere quanto prima, come si dice, insieme al leggio e alla cassetta.

Dopo una sera mi aveva invitato a Modena un amico di Pino, che con Pino dovevamo parlare con un editore amico dell’amico di Pino, vedere se aveva dei lavori per noi nel campo dell’editoria, per me e per Pino, che eravamo stanchi tirare avanti con dei lavori schifosi, le traduzioni e il magazzinaggio per me, l’insegnamento saltuario per Pino, che lui tuttavia nel campo dell’editoria era molto più avanti di me, avendo già curato diverse edizioni e avendo compilato anche delle ricerche storiche, e pubblicato su diverse riviste di vario genere, incluse alcune anarchiche, che ogni volta che andavo a casa di Pino scoprivo che c’era un nuovo libro o una nuova rivista dove comparivano le cose di Pino, l’ultima volta era una raccolta di scrittori italiani contemporanei tradotti in tedesco, c’erano anche dei racconti di Pino, lì dentro. Allora finivo il magazzinaggio, alle otto, nel senso che scadevano le mie sei ore, c’erano ancora due lavoretti da fare, io gli dicevo Con permesso, ho un appuntamento. Restava Mario, a finire i due lavoretti. Io andavo in macchina, mi toglievo il giaccone e la maglia da magazziniere, infilavo il maglione, la giacca, il cappotto, controllavo se c’erano le bottiglie del lambrusco dentro la borsa, c’erano, provavo a mettere in moto, la macchina non andava. Era normale: dopo sei ore di freddo davanti al magazzino la mia macchina quasi mai andava in moto. Di solito la spingevo, si metteva in moto subito. Quella sera lì, mi ricordo, pensavo, la spingevo, non andava in moto. Così sei o sette volte. Facevo tre, quattrocento metri provando a metterla in moto, ogni volta le mie forze diminuivano sempre di più e avevo sempre meno speranze di riuscire a partire. La giravo, provavo a spingere nel senso contrario, niente da fare. Vedevo Mario che stava pulendo il parabrezza della sua macchina nuova francese, rossa e nera, lo chiamavo, Mario, gli dicevo, aiutami per favore, se non ti dispiace. Spingevamo insieme, andava in moto subito. Allora partivo, un po’ affannato, prendevo l’autostrada, mi fermavo al primo autogrill a fare benzina. Che la mia macchina aveva un problema col segnalatore del livello del serbatoio, non funzionava. Ogni volta che facevo benzina dovevo segnare i chilometri e poi fare un calcolo approssimativo dei consumi e regolarmi. Non mi veniva sempre bene, e il giorno prima di quella sera della cena dall’amico di Pino, mi ricordo, pensavo, mi era successo che ero rimasto a piedi mentre andavo a lavorare, ero andato da un benzinaio, mi ero fatto mettere seimilalire di super in una tanica usata dell’olio, ero arrivato a lavorare in ritardo. Scusate, gli avevo detto, sono rimasto senza benzina. Allora quella sera lì, secondo i miei calcoli, avrei dovuto arrivarci, a Modena, ma non mi fidavo, preferivo aggiungere ventimila di super. Dieci sarebbero state sufficienti, ma fermarmi a un autogrill autostradale per fare solo diecimila, avevo un certo pudore. Facevo le mie ventimila di super, facevo per reimmettermi nel flusso autostradale, gli tiravo la terza marcia moltissimo, mentre mi reimmettevo, alla mia due cavalli, faceva un rumore, quando mettevo in quarta, un rumore stranissimo, che davanti, all’altezza del muso, vedevo anche delle scintille. Ve’, delle scintille, pensavo. Dopo continuavo dietro ai camion, novanta, cento, non volevo esagerare. Solo, dopo cinque minuti, si accendeva la spia rossa del cruscotto. Si accendeva, si spegneva, si accendeva, si spegneva, poi si accendeva del tutto, restava accesa come per dirmi qualcosa che non capivo cos’era. Mi devo fermare, pensavo, provavo a fermarmi, ne sbagliavo due o tre, di piazzole di sosta, che andar troppo piano, in autostrada, c’è da stare attenti, e io avevo anche dei problemi con i segnalatori di direzione. Poi dopo ci riuscivo, a fermarmi, spegnevo il motore, aprivo il cofano, controllavo l’olio, andava bene. Rientravo in macchina, provavo a mettere in moto, faceva fatica, non andava in moto. Provavo cinque minuti, sembrava che stesse per andare in moto, poi si spegneva, si ingolfava, non so cosa succedeva. Dopo cinque minuti non dava più segno di vita, non la batteria, che i fari si accendevano bene, il motorino d’avviamento. S’era ingrippato, non girava più. Avrei potuto spingerla, ma in autostrada era una manovra azzardata, e nella mia piazzola c’era un camion davanti a me, non mi dava nemmeno quei dieci metri che mi sarebbero serviti per una minima speranza di successo. Niente, mi accendevo una sigaretta, mi mettevo i guanti, il cappello, la sciarpa, mi incamminavo a piedi sulla corsia d’emergenza verso la colonnina dell’esseoesse. Dopo arrivavo. Queste colonnine dell’esseoesse io non le avevo mai adoperate, pensavo che fossero tutte diverse, pensavo. Io credevo che ci fosse un telefono che si poteva parlare con un essere umano, spiegargli quello che ti era successo, invece c’erano dei pulsanti, due, uno con il disegno di un carro attrezzi, uno con il disegno di un’ambulanza. Bisognava schiacciarne uno e aspettare che si accendesse la lampada rossa di conferma, e poi tornare in macchina e aspettare che arrivasse qualcuno. Seguivo le istruzioni e tornavo alla macchina nel senso contrario al senso autostradale, con i camion che muovevano delle enormi quantità d’aria che non le sfruttava nessuno, servivano solo a muovere la vegetazione dei cigli delle autostrade, se le autostrade hanno i cigli.

Se tu fossi uno scrittore maledetto, pensavo mentre tornavo, ti attaccheresti alle bottiglie di lambrusco, ti ubriacheresti come uno scrittore maledetto. L’uomo del soccorso, pensavo mentre tornavo, ti troverebbe ubriaco: Vuoi un goccio, gli diresti, lui ti guarderebbe ammirato e comincerebbe una splendida amicizia virile. Non ero uno scrittore maledetto, non le bevevo. Aspettavo, fumavo le sigarette, mi guardavo intorno, provavo a mettere in moto, Arriva o non arriva, mi chiedevo. Dopo arrivava. È lei, mi chiedeva, che ha chiamato il carro attrezzi? Ero io. Era contento, sapere che ero io. Che poi mi confessava che molte volte lo chiamavano, non c’era nessuno, quando arrivava. Degli scherzi, gli dicevo. No, mi diceva, molti ci ripensano e dopo ripartono. Non è il mio caso, pensavo. Ripartire, pensavo, non se ne parla. Dopo caricava la due cavalli sul suo carro attrezzi, stava bene, la mia macchina, sul carro attrezzi della Europ Assistance. Arrivavamo a Reggio, tornavamo indietro, mi portava a Parma nella sua officina, accendeva la luce, Guardi, mi diceva, è partita la ventola. La ventola in ghisa del raffreddamento della due cavalli, sbriciolata. Allora provava a far girare il motore, non c’era al momento nessun danno evidente, diceva. Domani provo a metterla in moto, diceva. Se va in moto, con duecentocinquantamila se la cava, diceva, ventola, motorino e manodopera tutto compreso. Il soccorso, diceva, sono centosessantacinquemila, a meno che non sia associato, delle volte con le assicurazioni. Allora prendevo la carpetta dove da anni accumulavo i documenti della mia macchina, cominciavo a sfogliare, in fondo in fondo trovavo un bigliettino, Porti sempre con sé questa card!, c’era scritto, poi c’era un numero di telefono e sotto c’era il simbolo della Europ Assistance. Glielo davo, mentre glielo davo pensavo che doveva avere come minimo sei o sette anni, quel bigliettino, doveva essere scaduto da un bel po’, comunque io glielo davo, lui telefonava, tornava, mi diceva Va bene, per il soccorso non spende niente. Dopo mi portava in stazione, che lui tornava a casa fino al prossimo soccorso autostradale, io dalla stazione andavo a casa a piedi, con la divisa da magazziniere sotto il cappotto, nella borsa due bottiglie di lambrusco.

Dopo finiva, il magazzinaggio. Mi ricordo, pensavo, che le ultime sere, tutte le sere, telefonavo all’officina gli dicevo Allora, la mia macchina? La sua macchina, mi dicevano tutte le sere, abbiamo ordinato la ventola, sta per arrivare, provi a chiamare domani. Dopo una sera mi dicevano È pronta, passi quando vuole. Passavo il giorno successivo. Prendevo la macchina, pagavo, costava settantamila in più del preventivo. Il problema è la ventola, mi diceva il meccanico. Che a me, mi ricordo, pensavo, mi diceva il meccanico, mi avevano detto che costava quarantamila, invece costa centoventi. E be’ certo, dicevo, una ventola in ghisa. In ghisa? mi diceva il meccanico, È di plastica, mi diceva. Di plastica? gli dicevo. Di plastica. Ma dài. Pensavo che fosse in ghisa. Mi guardava un po’ male, il meccanico. Comunque andavo, con la mia macchinina di nuovo in perfetta efficienza. Allora a lavorare la situazione era questa. Il giorno prima dell’ultimo giorno che si lavorava, l’antivigilia, il ventitre di dicembre, quando avevo finito di lavorare, andavo dentro con Mario, il capo ci diceva Tu Mario vieni domani alle otto, tu Learco invece sei stanco, ti devi riposare, vieni alle undici, e rideva. Non solo non faceva niente tutto il giorno, mangiava le merendine, scherzava al telefono, mi prendeva anche in giro. Andavo a casa che avevo un nervoso, addosso, avrei spaccato dei piatti. Allora il giorno dopo, la vigilia, entravo in ufficio, gli dicevo, al capo Avevi ragione, mi devo proprio riposare. Allora, gli dicevo, se non ti dispiace, io torno a lavorare il quattro gennaio, se non ti dispiace, che mi riposo. Che dovevo andare anche a Roma, a leggere delle cose con dei miei amici scrittori, incontrare l’editore romano, scrivere, stare un po’ con la gatta, che si annoiava, la mia gatta Paolo, passava delle mezze giornate dentro al bidè. Va bene, diceva il capo, ma si vedeva che non era contento. La vigilia, dalle undici all’una, ero l’unico che lavorava. Gli altri mi giravano intorno tutti contenti che era finito dicembre, un mese terribile per i corrieri, dicevano, e si rallegravan tra loro che era finito, intanto che io lavoravo. Comunque. Due ore. Dopo facevamo una festa. C’era un torrone, ricoperto di cioccolata e con dentro i pistacchi, lo facevo fuori da solo. Poi mi infilavo il cappello, il cappotto spinato, mi arrotolavo intorno al collo la sciarpa, li salutavo, i corrieri.