Laura Guglielmi  
     
La città dei morti.
 
In viaggio, non avevo fatto altro in quei due mesi, come se le ruote del treno fossero delle protesi che mi stavano facendo rotolare all'indietro, come se lo stesso treno fosse una macchina del tempo che attraversava pianure, coste frastagliate e sabbiose, fiumi e vallate. Ero appena sbucata sulla costa percorrendo la val Bormida, mi trovavo davanti alla centrale Enel di Vado, un mostro simile all'Acna di Cengio, all'albergo che il giorno prima mi voleva inghiottire, al tempo trascorso che mi stava correndo incontro. Tu, Elle, non mi lasciavi messaggi dal 20 luglio: i tuoi ordini e la tua invadenza, ora lo capisco, erano stati solo un pretesto per scivolare dentro quella voragine. Avevo paura di ritornare sui miei passi, rivedere la fermata dell'autobus che mi portava a scuola, la chiesa dove avevo fatto la prima comunione, la casa dove ero nata.

La Riviera era zeppa di ombrelloni multicolori e di bagnanti padani. La spiaggia di Finale Ligure era più affollata della metropolitana di Milano nelle ore di punta delle gelide mattine invernali. Le stesse persone che si strappavano piccole fette di spazio a Rogoredo o a Loreto, ora erano qui a lottare per conquistare la prima fila di sdraio.

Tre lunghi giorni a vagare senza meta per percorsi conosciuti, in mezzo a passanti anonimi, qualche viso noto, invecchiato senza accorgersene. Un breve cenno di riconoscimento e poi via, per la mia strada. Non era una città allegra nonostante i mille colori estivi che le ragazze si portavano addosso. Non lo era per me. Mi ero fermata sotto le finestre della casa dove era cresciuta Marina, un appartamento buio, ammobiliato senza cura. Mi ero seduta sul muretto di fronte alla mia vecchia casa. Mi ricordavo ogni stanza, la mia camera, quella dei miei e il bagno con le piastrelle rosa dove appiccavo fuoco a schizzi di alcool etilico. La cucina stretta e lunga, il salone ampio che sbucava in un terrazzo affacciato sul panorama del golfo. Era su quel dondolo che Marina aveva infilato, per la prima volta, la sua mano in mezzo alle mie cosce. Avevo varcato la soglia di quella chiesa dove mai ero riuscita a confessarmi fino in fondo; il portone della scuola media di cui ricordavo i gabinetti delle ragazze meglio di ogni altra cosa.

Avevo preso una stanza in un piccolo albergo del centro, a due passi dalla casa dove Marina aveva abitato. Le porte e gli infissi della finestra erano rosicchiati dal tempo e i vetri vagamente liberty con margherite dai petali bianchi e gialli, su uno sfondo di rettangoli azzurri e rombi viola, impedivano che il sole mi asciugasse il cervello.

La terza sera ho deciso di regalarmi una cena in una trattoria del centro storico. Mi sono seduta fuori in una piazzetta circondata da vecchi edifici ben tenuti e ho scelto piatti tipici che non mangiavo da anni, quei sapori in cui mi tuffavo, da piccola, per saziare le ansie. Ho buttato giù un'intera bottiglia di vino rosso. Con quel caldo gracchiante, mi ha subito dato alla testa e le tempie pulsavano come se il sangue volesse schizzare via dalle vene. Sulla sedia di fronte si è seduta una strana figura, una donna di cinquant'anni, un mucchio di ossa tenute insieme dalla pelle chiazzata. Mi sono soffermata sulla sua bocca senza denti, poi sulla camicia stracciata, infine ho gettato lo sguardo dentro alle lenti degli occhiali scuri. Stavo in silenzio, ero in attesa, volevo capire se quella zingara che si era avvicinata battendo gli zoccoli sul selciato fosse solo un parto della mia immaginazione.

"Luciana!", ha gridato facendo voltare gli altri clienti.

Annaspavo nell'ombra più cupa, cercando di raccogliere sul quel viso segnato qualche particolare che potesse rivelarmi la sua identità.

"Luciana! Tutto bene?"

La sua voce era impastata, anche lei ubriaca come me.

"Potrebbe andare meglio", ho risposto nel modo tipico dei liguri.

"In vacanza?"

"Non direi che è una vacanza."

"E allora cosa stai facendo qui?"

"Non lo so neanch'io."

"René lo hai rivisto?"

Ho riconosciuto tutt'a un tratto quella voce, era la voce di Gabri, una vecchia amica che, dopo i vent'anni, si era persa tra eroina e alcool.

"No e tu?"

"Non ci salutiamo neanche."

"Come sta?"

"Non me ne frega un cazzo."

"E tu che fai nella vita?"

"Sono molto impegnata, lavoro sempre, sono molto stanca sai? Leggo le carte. Le voglio leggere anche a te."

"Davvero?"

"La mia tariffa è di venticinquemila lire, venti per i vecchi amici scoppiati."

Parlava per sé e mi rendeva complice, come se non riuscisse a sopportare che mi fossi salvata. Mi guardava come se fossi una vecchia reduce come lei che dimostrava più di cinquant'anni e non ne aveva nemmeno quaranta. Mi guardava ma non mi vedeva, non c'era più, si era bruciata il cervello e sarebbe morta fra breve..

"C'è un pub irlandese qua vicino, dai andiamo che ti leggo le carte"

Senza rendermene conto, stavo camminando sull'acciottolato di via Corradi e mi ero alzata senza pagare il conto del ristorante. Ero a braccetto di una vecchia amica rovinata, che mi aveva abbordato solo per portarmi via ventimila lire. Proprio Gabri, rampollo di una delle famiglie più benestanti della città, uscita fuori dai ranghi senza rientrarci mai più. Una drop out di lusso che stava barcollando al mio fianco con il sangue infetto, ancora viva ma per poco. Mi sorpresi a pensare alla mia città come a un corpo pulsante preso d'assalto dalle metastasi, nessuna chemioterapia poteva più salvarla. Una città che viveva d'apparenza, di sogni hollywoodiani, ma Sanremo non era Las Vegas, Sanremo era Reggio Calabria, Sanremo era Campobasso con i suoi ristoranti che trasudavano odor di rostelle. L'amavo senza ritegno la mia città, avrei voluto tuffarmi nel suo ventre e chiudere gli occhi forse per sempre.

Appena entrata nella birreria, Gabri si è appoggiata al bancone facendo piombare a terra un portacenere e ha ordinato un whiskey con ghiaccio. Poi mi ha preso per un gomito e mi ha trascinato al tavolino. Aveva ancora un'energia invidiabile.

"Si paga anticipato: sai c'è tanta gente che frega con questa storia dell'amicizia."

Ho tirato fuori due biglietti da dieci con un gesto meccanico e li ho visti scomparire nella sua tasca scucita.

"Anche i drink sono a tuo carico"

Non l'ho mandata al diavolo, e ora penso fosse per il senso di colpa che mi aveva afferrato lo stomaco, mi sentivo come un naufrago che sta toccando terra da solo, mentre i suoi compagni di viaggio si sono dispersi.

Mi ha fatto estrarre le carte dal mazzo, le ha disposte a semicerchio e mi ha chiesto cosa volessi sapere.

"Se incontrer˜ di nuovo il ragazzo che si veste di grigio antracite e si nasconde dietro un paio di occhiali scuri."

"Come si chiama?"

"Non lo so ancora."

Stava rivoltando i tarocchi uno a uno con la mano secca e malferma. Le unghie rosicchiate erano circondate da chiazze scure e i polsi erano macchiati.

"Una donna del passato - non ti preoccupare non sono io - è tornata per farti del male, potrebbe essere una zia, una lontana parente o una vecchia amica. Forse cercherà di portarti via il ragazzo con gli occhiali che ti piace. Un uomo che ha a che fare con te o con questa donna favorirà l'amore tra te e il ragazzo. Vedo dolore e morte. Morirà uno di voi quattro o forse addirittura due persone"

Stavo fissando Gabri e non fiatavo, era malefica, vedeva morte dappertutto perché era lei già cadavere, come se volesse trascinarsi tutto il mondo sotto terra. Ha ordinato un altro whiskey, il primo se lo era scolato come un bicchier d'acqua.

"Per me un gin tonic, grazie", ho guardato il cameriere come si guarda una boa quando il mare è in burrasca, poi mi sono voltata di nuovo verso Gabri fissandola dritta negli occhi, con aria di sfida.

"Chi morirà?"

"Tira fuori altri venti sacchi, bella!"

Mi stava intrappolando nel suo delirio e non ero più in grado di opporre resistenza. Mi ha fatto dividere di nuovo il mazzo con la mano sinistra e ha disposto i tarocchi sul tavolo.

"L'unica cosa che riesco a dire con le carte che hai estratto è che tu sopravviverai, sei troppo furba per rimetterci la pellaccia. Se vuoi saperne di più, devi scegliere altre carte e mettere venti sacchi sul tavolo."

Li ho messi subito l" dove lei indicava, le altre quarantamila lire le aveva già fatte sparire. Poi ho scelto tre carte.

"Neanche la tua vecchia conoscente ci lascerà la pelle!"

"Ti ho chiesto chi morirà, non chi sopravviverà, devi stare al gioco."

"Altre venti carte!"

"Manco per sogno, sei disonesta, ti becchi ottantamila lire, invece di venti, se vai per esclusione."

"Sono rimasti solo i due uomini: forse moriranno tutti e due, forse solo uno."

"Chi?"

"Estrai altre carte e tira fuori due biglietti da dieci."

"Non ci sto."

"Okay, allora me ne vado."

"Non puoi."

"E allora metti qui i soldi."

Ho ubbidito. Li ha afferrati e li ha subito infilati nella tasca del gonnone, svelta come una vecchia zingara.

"EÊallora?"

"Morirà il ragazzo, questo è sicuro, è scritto nelle carte."

"Crepa!"

Mi sono alzata, ho pagato il conto e sono andata via senza salutare.

Ho cominciato a perdermi per i vicoli della città vecchia, un labirinto di cui conoscevo tutte le uscite. Sono entrata in un bar scalcinato che puzzava di vino e di fumo e ho bevuto una becks, con il gomito appoggiato sul banco. Alcuni vecchi che stavano giocando a carte, si voltavano di continuo nella mia direzione. Gli ho sbuffato in faccia e sono uscita nel vicolo. Mi sono messa a camminare infilando il collo della bottiglia in bocca e succhiando la birra dal vetro freddo come se fosse un biberon. Sono sbucata nella strada principale e, senza accorgermene, mi sono trovata davanti le torrette bianche del casin˜. Ho raggiunto l'ingresso della sala delle slot machine e, dopo pochi secondi, ero già seduta sullo sgabello rosso e tiravo la leva metallica. La testa mi girava proprio come quelle icone multicolori che ubbidivano solo al linguaggio del denaro. La nausea mi premeva forte sullo stomaco ma non potevo fare a meno di infilarmi in bocca quel vetro ghiacciato.

Non erano belle le facce degli altri giocatori, uomini con la camicia sbottonata, il petto peloso in evidenza e pesanti collane d'oro al collo; pensionate storte e affannate; donne con tacchi a spillo e vestiti da quattro soldi. Sembrava una fiera di paese la domenica mattina.

Volevo vincere a tutti i costi, recuperare i soldi che mi erano stati sottratti dalla mia vecchia amica con la morte negli occhi. Volevo cancellare quell'episodio per sempre. E per ottenere ci˜ ero disposta a investire tutto quello che avevo nel conto corrente.

Un uomo grasso e sudato, fasciato da una camicia a fiori, si è alzato da una slot blaterando un porco dio mi sta fottendo un sacco di quattrini. Mi sono messa a giocare con la stessa macchina. Al quinto colpo un fragore di mitraglia ha fatto voltare gli altri giocatori. Non sono neanche riuscita a capire quale fosse l'importo, perché l'uomo grasso si è avvicinato pretendendo la vincita. Era disgustoso, una faccia larga e tonda con due baffi imbiancati zeppi di nicotina.

"Col cazzo, bello", gli ho risposto.

"Tu non sai con chi stai parlando!"

"S" che lo so, basta guardarti in faccia e lo capiscono tutti che sei un finto mafioso."

Mi ha stretto le mani intorno al collo ma sono riuscita a tirargli un calcio nei testicoli. E' piombato a terra con un tonfo sordo. Ho riempito la borsa di gettoni svelta come una lepre e mi sono diretta verso la cassa. Il bestione si è alzato e mi è corso dietro.

"E' mio quel denaro", ha urlato alla guardia seduta vicino alla cassa.

"E' pazzo, ma che gente ci viene qui?", ho domandato.

"Al ladro, al ladro!", ha incalzato il bestione.

"Mi dia quel denaro", ha ordinato la guardia.

"Guardi che l'ho vinto io, il signore aveva appena abbandonato la slot"

"E' andata cos"?", ha chiesto la guardia.

"Questa troia lo sapeva che vinceva, ha aspettato che ci mettessi tutti quei soldi, poi ha sbancato al primo colpo."

"Al quinto per precisione"

"Lei le conosce le regole del casin˜?", ha domandato la guardia al bestione.

"Lei mi conosce. Vengo qui tutte le sere, mentre questa troia è la prima volta che ci viene."

"Badi a come parla se no la denuncio!", ho detto.

"I soldi sono della signorina", ha sentenziato la guardia.

"Lei non sa chi sono io, allora!", ha ribadito il bestione.

"Certo che lo so", ha affermato la guardia, "ma le regole sono le regole. Venga che le offro un bicchierino.

Il finto mafioso e la guardia sono spariti dietro una piccola porta imbottita e, finalmente, ho contato i soldi, solo ottantamila lire, tutto quel casino per sole ottantamila lire. Avevo di nuovo in tasca il denaro che mi aveva sottratto Gabri, un equilibrio perfetto, quasi sinistro.

Sono salita al bar e ho buttato giù un altro gin tonic, ne avevo bisogno dopo quella rissa. Ho infilato le mani nel bicchiere, ho raggiunto la fettina di limone con le dita e l'ho inghiottita con la buccia. Ho ripreso a camminare, attraversando strade, sfiorando le vetrine zeppe di griffe, sbirciando dentro ai ristoranti ancora aperti, affondando i piedi nella sabbia, ficcando la testa sotto il gettito d'acqua di una fontana.

Sfinita, mi sono seduta su uno scalino ai piedi di un edificio della città vecchia che stava per crollare. Era intrappolato dentro a delle impalcature arrugginite. Ho appoggiato la testa sul muro sgretolato e un vento leggero ha cominciato a cullarmi. Sono piombata nel sonno cos", senza soffrire.

Ora qualcuno mi stava battendo sulla spalla, mi sono svegliata controvoglia e ho messo a fuoco una faccia scavata e rugosa, nascosta per metà da una barba incolta.

"Mi lasci stare", ho urlato alzandomi in piedi.

"Scusami, credevo ti sentissi male."

"Sto bene. Ho solo bevuto un po' troppo."

"Vuoi che ti accompagni a casa?"

"Non sono di qui. Sono in vacanza ... No, non è proprio una vacanza ... Sono nata qua, per˜ è tanto tempo che non ci vivo più ..."

"Dove abiti?"

"Sono quasi scappata da questa città, da tanto tempo. Mi è successa una cosa molto strana stasera. Ho incontrato una vecchia amica, forse malata di..."

"Siamo in tanti sai? Proprio tanti."

"Mi ricordi qualcuno."

"Anche tu, ma la memoria me la sono fottuta."

"Che ore sono?"

"Non lo so, saranno le quattro."

Ci siamo seduti sullo scalino e mi ha offerto un sorso di birra. Quel palazzo mi ricordava qualcosa. Ho raggiunto la cima del vicolo e ho spinto il portone che si è subito spalancato. La prima stanza era piena di calcinacci e decine di candele usate circondavano un materasso lercio. Mi sono arrampicata su per gli scalini alti e sconnessi facendo luce con la fiamma dell'accendino. Sono sbucata sul terrazzo mentre le dita mi scottavano. Ero tornata alle case occupate. Erano ridotte male, abbandonate, sfondate. Mi sono messa a guardare la città, là sotto, che dormiva. Affacciata alla terrazza della mia adolescenza mi rivedevo grassa e impacciata, tra quelle vecchie mura cadenti, alla ricerca di qualcosa che non ho ancora trovato. In quel vicolo là sotto era precipitata Chicca, aveva sedici anni, un piede in fallo mentre scavalcava il muretto per portare le posate ai vicini. Si era fratturata le ossa ma ce l'aveva fatta per poi morire di overdose cinque anni più tardi. Chicca si era poi incollata a René, il ragazzo che avevo lasciato per andar via da questa città che offriva solo eroina a chi cercava qualcosa che non fosse il cupo buonsenso.

"Luciana, perché piangi?"

"René, vivi ancora qui?"

"Non si può salire su questo terrazzo, le scale sono pericolanti. Non ci vengo più da anni."

"Mi mancava questo sguardo sulla città. E poi non è che fosse meno pericoloso allora, Chicca si stava per ammazzare"

"Lo sai che è morta?"

"L'ho saputo"

Ci siamo abbracciati, puzzava di birra e di nicotina.

"Lo sai che sei molto più bella. Non ti riconoscevo. Non si pu˜ dire lo stesso di me. Ho fatto fatica a capire che eri tu"

"Non potevo tornare e non incontrarti, René"

"Mi vergogno di essere in questo stato"

"Hai smesso di farti?"

"Tanto non ce la far˜ lo stesso"

"Sei irriconoscibile con tutta questa barba"

"Anche se mi vedessi senza, non mi riconosceresti."

"La tua voce calda e accogliente è sempre uguale, René. E questo mi basta"

"Cosa ci facevi addormentata nel vicolo?"

"Ho camminato per ore ubriaca, non so bene dove sono stata e non mi ero resa conto di essere arrivata alle case occupate."

"Alle case diroccate, vorrai dire! La polizia ci ha sgomberati una quindicina di anni fa. Solo un topo come me pu˜ adattarsi a vivere ancora qui."

"Andiamo a mangiare una brioche calda e a berci un cappuccino? Ti ricordi la nostra prima notte fuori casa e tutti quei dolci che ci siamo divorati al mattino?"

Mi ha portato al bar della stazione, la gente lo scansava. Abbiamo divorato paste e focaccine e abbiamo concluso la notte ritrovando i nostri corpi su quel materasso maleodorante, incastrato tra le macerie.

Non c'era differenza tra Marina, Gabri o René, erano solo fantasmi che mi stavano trascinando via. Non potevo trattenere tutto, qualcosa dovevo buttare e avere il coraggio di farla finita. Marina? Eri stato tu, Elle, a farmela incontrare di nuovo. Gabri e René? Tanto non li avrei più rivisti. Da quando ero arrivata in quella città non avevo sentito neanche una volta i messaggi sulla segreteria. Forse il ragazzo color antracite mi aveva cercata. Era anche lui una ferita del passato? Non poteva essere, no. Mi rimbombavano dentro, come un'eco in una gola strozzata, le parole di Gabri: morirà il ragazzo, questo è sicuro, è scritto nelle carte, morirà il ragazzo, questo è sicuro, è scritto nelle carte, morirà il ragazzo, questo è sicuro, è scritto nelle carte, morirà il ragazzo, questo è sicuro, è scritto nelle carte, morirà il ragazzo, questo è sicuro, è scritto nelle carte.

È parlando così che m’è venuto in mente Claudietto. Ma non il Claudietto di oggi: un uomo obeso e quasi calvo. Ho pensato al Claudietto di quando facevamo le elementari. La luce è quella afosa dell’estate, e ci siamo io, Claudietto e anche Sergio che stiamo giocando a pallone in piazza Malatesta. Sergio fa il portiere neutrale, mentre noialtri due ci diamo da fare in attacco, in una partitella uno contro uno. Con la palla tra i piedi Claudietto è molto più agile e svelto di me, e quindi è chiaro che sarà lui a vincere la partita. Ha già vinto la conta per chi di noi è la Juve, e ogni volta che tocca palla lo sento che grida il nome di Anastasi, in una specie di autotelecronaca in diretta. Pure io e Sergio siamo juventini, però mi sono dovuto accontentare di fare la parte di Boninsegna mentre Sergio, che voleva a tutti costi essere Zoff, alla fine ha scelto per sé il nome di Albertosi.

Gli altri nostri amici ci hanno sempre chiamato i fratellini, perché eravamo tutti e tre magri, biondi e piccoletti di statura. Sergio, a dire il vero, è sempre stato quello più alto, e da grande – anche se ormai non lo vedo da anni – è diventato una stanga che supera quasi il metro e ottanta. Ma non è un bel ragazzo, da quel che ricordo: gli è rimasto quell’aspetto allampanato che aveva fin da bambino. Bello – bello sul serio – era invece Claudietto. S’è cominciato a guastare quando andavamo alle superiori. Ma solo oggi so che i chili che aveva iniziato a prendere in quegli anni – e che in principio, anzi, gli avevano dato subito questo aspetto da uomo che gli permetteva di uscire persino con ragazze molto più grandi di noi – erano il segno d’un cambiamento.

Terminate le scuole, presa la patente, ogni sabato sera con la mia 127 siamo planati per anni nelle discoteche riminesi. Quando abbiamo litigato stavamo tornando proprio da Rimini. Era quasi l’alba e la 127 era ferma sulla corsia d’emergenza dell’autostrada, senza un goccio di benzina. In seguito, abbiamo semplicemente smesso di cercarci.

Questo inverno, quando ho rivisto Claudietto, lì per lì ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte una persona malata. Nella sua grassezza ho creduto di scorgere qualcosa d’innaturale. Sarà stato per questo, forse, o per le cose che c’eravamo detti in autostrada, ma ho preferito tenermi un po’ sulle mie. Claudietto, in ogni caso, s’è mostrato sorridente e cordiale come se tra noi non fosse successo niente. Era spiritoso, e mentre l’ascoltavo mi sono tornate alla mente alcune immagini delle elementari, quando tutte le ragazzine della nostra classe – che per noi erano tutte le ragazzine del mondo – mostravano simpatia soltanto per lui. Non ce n’era per nessun altro, a quel tempo, e gli inutili tentativi che facevo per insidiare il suo feeling con Lella, la più carina in assoluto, erano semplicemente patetici. Ricordo che per Lella mi sono pure sputtanato con gli amici, e questo perché un pomeriggio avevo detto che dovevo fare i compiti e non potevo andare in piazza Malatesta a giocare a pallone. E invece avevo telefonato a Lella e poco dopo ero già a casa sua a giocare ai fidanzati con la Barbie e Ken. Poi, per colpa della sorella grande di Lella – che alla fine aveva solo un anno più di noi – per alcune settimane avevo dovuto sopportare i miei amici che durante le partite si divertivano a dire frasi come "Dribbling di Ken sulla fascia. Ken colpisce di testa. Solo davanti alla porta, Ken riesce a sbagliare."

La moglie di Claudietto ho fatto appena in tempo a vederla una volta. Quest’inverno. Passeggiavo lungo il corso con Sara quando abbiamo incrociato Claudietto. Dopo un po’ che si parlava, lui ci ha indicato una ragazza di colore, molto alta, davvero bella, e con un cagnetto peloso che con un braccio teneva stretto contro il petto. Stava a una decina di metri da noi, e sembrava indaffarata a guardare le scarpe ammonticchiate su una bancarella.

"Quella è mia moglie" ha detto. "L’ho conosciuta a Cuba due estati fa. Poi a Natale dell’anno scorso sono tornato giù a prenderla e ci siamo sposati al volo." Subito dopo m’ha messo un braccio attorno alle spalle e sorridendo ha chiamato forte il nome della ragazza e le ha gridato "Questo è Francesco, un amico mio. E questa è la sua fidanzata."

La ragazza cubana, allora, ha alzato il braccio libero dal cagnetto peloso e ha fatto un cenno di saluto.

L’unico pensiero che ricordo d’aver fatto in quel momento, è che quella ragazza aveva un aspetto sano.

Verso le undici di questa sera, quando sono entrato in quel bar per comprare le sigarette, un istante prima che ci abbracciassimo, d’istinto ho lanciato un colpo d’occhio attorno per vedere la ragazza cubana, ma Claudietto m’è saltato al collo quasi subito e non ho fatto in tempo a vedere niente.

"Come va, Claudietto" gli ho chiesto mentre ancora mi stringeva a sé.

La separazione con sua moglie è stata la prima cosa di cui m’ha parlato. M’ha detto che sono quasi due mesi che non vivono più assieme. Ho pensato di chiedergli dove fosse lei, adesso, ma ho detto solo "Be’… ma come va ora."

M’ha risposto che adesso va meglio, che è stata dura all’inizio, e sorridendo ha detto che non si può mica morire per certe cose, anche se certe cose – ha aggiunto – non dovrebbero accadere mai. Poi m’ha spiegato che lei, ora, fa la cameriera in un bar, ma non ho capito quale.

"Bene" ho detto. "Ma adesso, eh… come ti va, adesso."

Ha ripetuto che certe cose sarebbe meglio non accadessero. Che stavolta è toccata a lui. Ma ora si sta rimettendo in carreggiata. Il mese scorso s’è comprato pure un appartamento in centro, al pianterreno e col giardino, e visto che è arrivata l’estate e ci sono i mondiali, ha messo la prolunga per la tivù, e quel pezzetto di terra se lo gode davvero.

"Bene" gli ho fatto. "Allora va abbastanza bene, mi pare."

"Sto ricominciando. Ma è stata dura, all’inizio. Se sei tu che lasci è dura lo stesso. Ma se vieni lasciato è dura due volte, giusto?"

"Hai ragione" ho detto. "Forza, dài. Che va meglio adesso, no?"

"E tu" m’ha chiesto. "Stai ancora con quella tipa lì che ho visto… quand’era?"

"Era questo inverno. Sì, esco ancora con lei, quella ragazza bionda… Sara, ricordi?"

"Certo. Sara. Carina Sara. Proprio carina."

È stato allora che ho fatto scivolare un braccio dietro la schiena di Claudietto e me lo sono tirato più vicino. Siamo restati a quel modo a guardarci dritti in faccia, facendo tutti e due sì con la testa e sorridendo. Sentivo il grasso del suo fianco riempirmi la mano, e visto così da vicino il sottogola di Claudietto faceva davvero impressione. Poi, di scatto, ho fatto il gesto di dargli un pugno sulla pancia e ho detto forte "Allora! Come va, eh, Claudietto?"