Sandrone Dazieri  
     

Frammenti da Tanti auguri, Gorilla.

Giallo in tre parti


 

.1

 

Odio la puzza degli ospedali. Non quella della malattia e nemmeno l弛dore alcolico dei medicinali. Quella del cibo, invece, che mi prende alla gola. Sa di purè, minestrina, tè Lipton con le fette biscottate, mela cotta e prugna cotta. Ristagna, aleggia, penetra le coperte. Se non riesco più a sopportarlo salgo sul tetto. Percorro il corridoio sino alla palazzina esterna, prendo l'ascensore di servizio fino all置ltimo piano, con le scale d'emergenza arrivo in soffitta, scassino il lucernario ed esco a sedermi sulla balaustra, tra le cacche d置ccello.

Non si vede molta Milano da lì, ma è sufficiente a farmi star meglio. Una skyline nanerottola, un vialone trafficato di auto e battone, poi i campi dell'hinterland sino a Bruzzano. Lo scatolone del mio ospedale è proprio sul confine, plumbeo come la cittadella dei morti viventi. Quando sono lì m'immagino le anime di quelli che tirano le cuoia nelle corsie sotto al mio sedere, che trapassano il cemento piano dopo piano fino a librarsi come le immaginette dello Spirito Santo. Se quello è il loro ultimo scorcio della Terra prima di ascendere al mondo migliore, non avranno troppa nostalgia.

Anche la notte prima del mio rilascio passo un'oretta in piccionaia. Ha appena smesso di piovere, e non mi siedo per non bagnarmi il pigiama. Rimango in piedi sul cornicione, con le braccia aperte a farmi ripulire dal vento teso. Mi sento leggero senza la pancia, privo di zavorra. Le falde della vestaglia sbattono come ali. Sento che potrei lasciarmi andare al vento e arrivare giù come una foglia. Quando comincia a formarsi la brina sugli occhiali decido che è l弛ra di rientrare, ma non ho alcuna intenzione di tornare nel mio loculo. Al piano terra scavalco la finestra e faccio un giro nel cortile. Faccio ciao con la manina a un paio d段nfermieri intenti a chiacchierarsela inguattati nel buio, poi tiro un respiro e m段nfilo nel reparto terapia intensiva, camera 123.

Alfredo è steso sul letto, con la sua bella flebo nel braccio sinistro. Dalle lenzuola spunta solo la testa pelata dalla chemio.

Senza far rumore siedo a guardarlo nella luce notturna. Riesce a essere secco e gonfio allo stesso tempo, le guance scavate e la pelle tirata a paraffina. Apre gli occhi.

- Cominciavo a preoccuparmi. - Dice.- Sarebbe stata la prima volta che il Fantasma dell'Opera manca a un appuntamento.

- Ho fatto il filo a un段nfermiera.

- Quella puzzolente?

- Quella con la gamba di legno. - Mi sforzo di sorridergli. - Come ti va?

- Ho dormito un po. Tu?

- Non ho mai questa fortuna. Vuoi bere?

- No. - Si tira un po su. - Dammi una stizza, invece.

Tiro fuori il pacchetto dalla tasca della vestaglia e gliene infilo una tra le labbra coperte di croste. Accendo con lo Zippo. - Mi sento un po in colpa a soddisfare tutti i tuoi vizi. Diventerai un vecchio rompiballe.

- Sono già vecchio. - Risponde, prendendo una boccata. - E non diventerò un bel niente che non possa stare in una scatola.

- Perché in una scatola?

- Mi faccio cremare, una decisione dell'ultimo minuto.

Sento un brivido. Alfredo ha una metastasi diffusa. Il fatto stesso che parli e scatarri è già un miracolo. Uno di quelli piccoli, da sfigati. - Merda. - Dico.

- Proprio. Chissà se la mia vecchia potrà tenermi sul comodino.

- Credo che... sia... vietato. - Faccio fatica a parlare.

- Eh già, cè la raccolta differenziata. - Aggrotta dove prima aveva un sopracciglio. - Perché piangi?

- Non sto piangendo.

- Allora non ti servirà a niente sapere che i fazzoletti sono sul comodino.

- Merda - dico ancora soffiandomi il naso. - E merda. Non voglio venire da te a caragnare. Me la cavo già abbastanza bene da solo.

- Non ti preoccupare, non lo dico a nessuno. - Chiude gli occhi e fa una pausa talmente lunga che penso che abbia perso conoscenza. Meglio togliergli la sigaretta di bocca prima che si ustioni. - Quindi domani torni a casa? - Chiede alzando le palpebre di scatto.

Mi blocco a metà del gesto e torno a cuccia. - Sì.

- Dovresti essere contento.

- Già.

Sospira, buttando il mozzicone per terra. - Cosa c'è che non va?

- Niente.

- Non ho l誕rteriosclerosi, ragazzino.

Una fitta psicosomatica attraversa la coscia. Respiro lentamente per un po prima di decidermi. - Ho paura. - Confesso. - Ho una paura terrificante.

- Di che? - Sbuffa. - Di guarire?

Scuoto la testa. - Quello che mi è successo è stato l置ltimo avvertimento. La prossima volta sarà quella buona.

- Non puoi saperlo.

- Invece sì. Non è una questione razionale, lo sento e basta. - Mi ripiego, abbracciando le ginocchia. Ci ho pensato sopra ed è inutile che continui a menarmela. Ho esaurito la benzina. Pensi di averne una scorta infinita, invece ti svegli una mattina e hai paura della tua ombra. - Il mio tono è diventato stridulo. Controllo i battiti finché non torna normale. - Non posso ricominciare con la vita di prima, Alfredo. Ci sono andato troppo vicino.

- Non è detto che sia un male. - Tossisce a mitraglia e gli occhi gli si rovesciano. Quando riprende a parlare la sua voce è un filo. - Troverai un lavoro migliore.

- No.

- Per via dell'amico nella tua testa? - Chiede dolcemente.

Aspetto qualche secondo prima di rispondergli. Ho detto ad Alfredo del Socio e non dovrei stupirmi che lo nomini, invece mi fa ancora un certo effetto. Colpa della mia abitudine a fare il gioco delle tre tavolette.- Proprio lui. Non è tagliato per il lavoro d置fficio.

Ci pensa sopra. - Oggi è venuto a trovarmi, sai. - Dice. - Mi ha raccontato di Napoleone Bonaparte.

- Che meraviglia.

- E' stato gentile, anche se un po' noiosetto.

- Lui è noiosetto. - Fuori della finestra vedo ondeggiare le cime degli alberi. Il vento sta aumentando. - Gli piacciono solo cose noiosette e la storia è la sua noiosetta passione del momento. - Riporto l誕ttenzione su di lui, spiando la sua reazione. Non ne ha. - Devo tenermelo così.

- Non sembrate per niente la stessa persona.

- Non lo siamo. Usiamo solo lo stesso corpo.

Mi prende la mano. La sua è fredda e secca. - Un bel modo per metterla. - Dice.

 

 

2

E' Marco l'Elefante a venirmi a recuperare, il mattino dopo alle dieci. Ho fatto già la cernita dei miei beni, barba e doccia; sono bianchiccio e molle. L脱lefante scruta la pigna che ho accumulato sul letto.

- Sicuro che ci stia tutto nella valigia? - Chiede grattandosi la criniera. Con la barbaccia arruffata e il suo metro e novantacinque è stato per anni il mio deterrente per i rompiscatole. D'ora in poi sarà solo uno con cui andare al cinema e ai picnic, mi capitasse mai.

- I fumetti li lascio qui. - Dico, mentre faccio un buco nuovo alla cintura. I vestiti mi cascano addosso come le mutande a John Holmes dopo un'erezione. - Insieme con i libri di storia.

Marco prende in mano un volume rilegato in pelle. Settecento pagine fitte, fa venire il mal di testa solo a guardarlo. - Napoleon, l'homme. - legge. - Bel mattonazzo.

- Se lo vuoi piglialo.

- No, grazie. - Lo getta nel cestino di plastica che si spappola sotto il peso. - I giornalini sì, però. E anche il televisorino.

- Ah, ecco. Mi era sembrato troppo generoso come regalo.

- Certo che era un regalo, ma siccome adesso è tuo, puoi prestarmelo.

- Non fa una grinza.

- Infatti. - Infila il televisore in una busta di plastica, poi apre la mia valigia e pigia dentro una palata di roba. Avrò bisogno di una piccozza per svuotarla. - Stefi non vuole il televisore in camera, ma questo piccolo può stare sul comodino. Con l誕uricolare e non la disturbo mentre dorme

Le parole ci impiegano un po a passarmi dalle orecchie al cervello. - Vuoi dire che convivete? Dopo un mese che state insieme?

- E venuta a stare da me la settimana scorsa. Se funziona cerchiamo casa da qualche parte. E una specie di beta test.

- Le hai già detto che tieni i calzini in frigorifero?

- Solo quelli puliti.

- Era l置nica vicina simpatica, maledizione. - E mi piaceva pure, anche se non ne voleva sapere. M段nfilo le scarpe per la prima volta in due mesi. Una strana sensazione. Chinandomi vedo una macchia sulla punta della destra. La gratto con l段ndice. Sangue secco, il mio. Mi gira la testa.

L脱lefante chiude la valigia con una manata decisa. Sento il crick dei cardini. Il pappagallo non ci sta. - Dice.

L置scita, a quel punto, è una cosa veloce. Un saluto affettuoso a uno dei medici che mi ha ricucito (prenda questo e quest誕ltro, non faccia questo e non faccia quest誕ltro, me lo dimentico due secondi dopo) e una sosta nell置fficio amministrativo, a pagare il conto. E orribilmente salato per via della camera singola e firmo l誕ssegno non proprio sicuro che potranno incassarlo.

In un弛ra dopo sono al mio buco sui Navigli. L脱lefante mi invita a cena, rifiuto, e salgo i quattro piani di scale trascinandomi il bagaglio. Arrivo stremato e il bordello interno mi abbatte. L置nica pianta si sta sbriciolando nel lavandino asciutto, polvere dappertutto e odore di chiuso. Prendo coraggio e apro il frigorifero. Una massa pelosa di muffa nei cassetti della verdura, qualcosa di marrone che si agita sulla parete di fondo. Il cartone aperto del latte pulsa delicatamente: lo butto nella pattumiera prima che azzanni.

La mia bottiglia di scorta è però ancora intatta sotto il lavandino. La porto a letto con me e la posta arretrata che ho ritirato dalla portinaia. Svito il tappo e annuso, poi prendo un sorso cauto. Mi aspetto un effetto terribile dopo l誕stinenza forzata, come minimo bruciore e nausea. Invece no. Il mio organismo reagisce bene. Ciuccio più deciso e comincio a sentire caldo ai lobi delle orecchie, lo stomaco ha una leggera contrazione, sbuffo vapori. Apro le buste con le mani spesse. Bollette pagate dalla banca, pubblicità di pentole, bottiglie di vino e viaggi in Danimarca, una convocazione in tribunale come testimone, una multa non pagata, una lettera con il timbro delle Fiji. Dentro solo una fotografia, con tre parole sul retro "Torno presto. Vale".

Nella foto la mia donna è in costume da bagno, distesa sull'asciugamano da spiaggia. E abbronzata al massimo consentito dalla sua pelle da rossa naturale, i capelli bagnati. Dietro di lei sdraio e ombrellone, un libro aperto davanti. Un弛mbra vicino alla sua mano destra. So di avere una lente d段ngrandimento da qualche parte e passo mezz弛ra a cercarla. La trovo e metto la foto sotto la luce diretta della lampada. Esamino l弛mbra: sono un paio di sandali da spiaggia. Da uomo.

Vale, Vale, non riesci mai a stare da sola. Neanche per una stramaledetta vacanza.

Quando comincia a fare buio sono sveglio ormai da venti ore. Inusuale per me, ma non riesco a decidermi a chiudere gli occhi.

Steso sulla coperta mi sbottono la camicia e guardo la cicatrice che mi scende dal capezzolo sinistro sino al ventre. E gonfia e rossa, mi fa male. Dietro, sulla schiena, ne ho una molto più piccola dove è entrato il proiettile. L檀o visto allo specchio, sembra un rattoppo a puntocroce. Ma se non fosse viola non si noterebbe tra gli altri. Le cicatrici mi segnano come i cerchi di un albero, me le ricordo tutte, per nome e cognome. Sbrego sulla coscia sinistra, estate 94, omino con rasoio fine ottocento: non gli avevo guardato le mani. Pezzo di carne mancante all誕vambraccio destro: ottobre 93, microcefalo con rampino da macellaio. Nocche frantumate: ruota di macchina nell段nverno 91. Praticamente ero agli inizi, non avevo ancora imparato a scansare i guai. Anche alla fine della carriera, però, non sono stato troppo furbo.

Torno alla fotografia in cerca di conforto, ma i pensieri continuano a scivolare dal rosa al nero spinto. Chi si sarà presa come accompagnatore, questa volta? Il tipo fisico di Vale somiglia più a un fotomodello che al sottoscritto. E costretta a mediare tra istinti e sentimento, mi dico. Non si pone neanche il problema, mi rispondo. Lei è fatta così, e a te va bene, ti piace roderti, mantiene vivo il fuoco della passione.

Fisso il soffitto per un誕ltra mezz弛ra, poi il telefono squilla e lascio scattare la segreteria. Dall誕ltoparlante una voce mai sentita con un marcato accento toscano.

- Sandrone Dazieri, sono Sergio Fetucci. Gracchia. Sono di passaggio a Milano e mi piacerebbe incontrarti, prima di ripartire. Un tette a tette di lavoro... - Ahr, ahr, ahr. Ride come Gambadilegno. Ti lascio il mio cellulare. - Pausa. - Un attimo che non mi ricordo mai il numero. - Altra pausa, poi fruscii e suoni di tasti che vengono pigiati - Dove cazzo... - Cade la linea.

Quando il telefono risuona sono ancora paralizzato dall弛rrore.

- Sandrone, sono quello di prima! - Erutta. E cascata la linea. Allora, ti do il mio numero. Chiamami anche tardi, che tanto sto in giro. Voglio andare... - Piombo sul tasto del volume e lo azzero prima di sapere. Il sollievo è tale che non mi accorgo di stare pestando il cavo del telefono. Io mi giro, lui cade, la cornetta si sgancia e comincia a pigolare. - Pronto? Pronto pronto? Pronto pronto pronto?

Tiro su rassegnato. - Sì?

- Sandrone?

- Pare. Esalo.

- Sono Sergio Fetucci. Volevo...

- Chi ti ha dato il mio numero? Non è sull弾lenco.

Mi nomina un mio cliente passato. Roba facile, ben pagata.

- E cosa vuoi? - Chiedo.

- Prima di tutto per conoscerti, mi hanno parlato tantissimo di te.

- Posso immaginare in che termini. E a parte questo?

Pausa. Volevo parlarti di un mio progetto. - Dice esitante. Forse si aspettava un誕ccoglienza più calorosa. - Qualcosa che ti piacerà senz誕ltro.

- Ne dubito. Grazie per aver pensato a me, comunque.

- Stai scherzando, vero? Devo assolutamente incontrarti. Fetucci wants you for the show. Ahr ahr... Il suo inglese è penoso.

- Goodbye Sergiow. Riattacco.

Dopo due minuti il telefono squilla di nuovo. Rispondo d段mpulso. Se richiami un誕ltra volta ti vengo a cercare con un bastone.

Ride Sto venendo a casa tua. Ho capito che sei stanco e non hai voglia di uscire. Ti porto una bottiglia.

Sarebbe capace di piazzarsi sul mio zerbino, ad aspettarmi al varco. Capitolo e gli do l段ndirizzo del bar di Oreste. Forse mi farà bene prendere un po d誕ria.

Le sette di sera sui navigli è l弛ra degli impiegati e dei dink. Assaltano i locali che danno assaggini e cruditèe. Di sabato, però, debbono lottare metro per metro con le coppiette pizza-cinema. Vedo orribili grovigli umani, cammino rasente i muri. Per fortuna la strada è breve e Oreste non attira folle. Il suo è un bar dalla vetrina poco elegante, con un'esposizione di polpette marmorizzate e brioche in plastica che mette tristezza.

Sta dietro il bancone, con la camicia bianca slacciata sotto il gilet a quadri. S段llumina sotto i baffoni. E guarda un po chi torna a farci visita. Dice. Ci stringiamo le mani. Come stai?

- Una favola, non si vede?

Soppesa con occhio clinico. - Sembri uscito da Mathausen.

- Mi davano da mangiare solo se facevo il bravo. Gli rubo una nocciolina. Versami da bere, va.

- Puoi?

Alzo le spalle. - Qualcosa di leggero.

- Un gin tonic.- Sbottiglia un po. - A proposito. Cè un pirla che ha chiesto di te.

Indica con il mento un tizio sulla trentina in impermeabile di pelle seduto sul fondo. Sta commettendo un tragico errore: cerca di dragare Fiaba. Fiaba è bellissima e sottile come un giunco, con i capelli color pelo di cavallo che galoppa al tramonto in un deserto berbero, profuma di viola e giaggiolo e il suo sorriso riluce di stelle. Ma ha solo diciassette anni appena compiuti e Oreste la controlla a vista.

Il cerbero stappa la tonica per il gin con passandoci sopra il pollice calloso. E lui il tuo amico?

- Temo di sì.

- Digli di tenere giù le mani dalla mobilia. - Sbatte la bottiglietta sul bancone, la schiuma serpeggia fuori.

- Subito. - Prendo il bicchiere e schizzo via.

Fetucci sta dandoci dentro. E curvo in avanti e si sbraccia. - ... ti porto a mangiare in un posto da cinque stelle. - Saliva. - Cè una lista d誕ttesa lunga un chilometro, ma io ho sempre il semaforo verde. A Firenze so un personaggio...

- Sandrone! - Fiaba mi scorge in avvicinamento e salta ad abbracciarmi, lasciando Fetucci in posa plastica. - Sei guarito! - Grida.

- Quasi al cento per cento. E tu hai tagliato i capelli.

Ruota su se stessa. - Ti piaccio?

- Non so come faccio a resistere.

- E chi ti dice di farlo?

- L段stinto di conservazione. - Le tiro una pacca sul sedere. Adesso però vai, che devo parlare di cose private. - Obbedisce.

Fetucci cerca di riprendersi dallo smacco. Anche giacca e pantaloni sono di pelle, della medesima tinta marron dell段mpermeabile. - Sei Sandrone? - Chiede.

- Ben arguito.

- Potevi anche aspettare cinque minuti.

Siedo davanti a lui, tirando uno sgabello sotto il tavolino. - Lo vedi il tipo al bancone, quello che ha i peli anche sui palmi?

- Sì.

- E il papà di Fiaba. Non gradisce.

- Mi hai evitato un incidente diplomatico, eh? - Ahr ahr.

- Incidente è il termine giusto.

- Ahr. - Ripete un po meno convinto. - Va bé, questo sono io. - Toglie un biglietto da visita dal portafoglio intasato di carte e me lo passa. Edizioni Fetucci, di Sergio Fetucci. Poi leggermente più in piccolo, Sergio Fetucci, amministratore delegato.

Lo giro per vedere se cè il suo nome ripetuto anche dietro. No.

- Mi occupo di fantascienza, libri e fumetti. - Ha recuperato il sorrisone. - Se ti è capitato di leggere fantascienza, ultimamente, cè una buona possibilità che sia stata roba mia.

- Non mi è capitato.

- Bé, sei uno dei pochi. Mi sta andando bene. D'altronde le mie iniziali sono le stesse di Science Fiction, era destino. - Tira un sorso da un bicchierone pieno di ignobile liquido viola: il Cocktail della casa. - E visto che posso investire, ho deciso di allargare il mio campo d段ntervento

- Salsicce Fresche?

- Home video. Ho preso i diritti di un telefilm. Un affare, bada. L檀o comprato da una piccola casa produttrice americana in liquidazione. Certo, non è nuovissimo. L檀anno girato negli Anni settanta, con pochi mezzi. E un po, come dire...

- Un po ciarpame.

Riesce a non arrossire. - ... un po naïf. Ma me lo sono immaginato con belle confezioni, un doppiaggio moderno, qualche marchetta sui giornali e ho capito che poteva funzionare. - Fa l置ltimo risucchio dal bicchiere e agita la mano per farsi portare un altro cocktail. Oreste lo ignora. - Si intitola l但stronave perduta, e ho intenzione di venderlo in edicola, poi di vendere i libri tratti dagli episodi, le bamboline, tutto quanto. - Strizza l弛cchio. - Però, ho bisogno di una bella spinta promozionale, altrimenti rischio di fare un buco. Indovina che idea mi è venuta.

- Preferisco di no.

- Un fantaconvegno, una specie di party a tema. Il mese prossimo, la settimana prima di Natale. Invito gli attori, un po di hostess tirate da superfighe spaziali, scrittori della mia scuderia, il ballo in maschera, mercatini...- Va avanti per un po', ma relego la sua voce in sottofondo. Nella stanza a fianco quattro metallari giocano a biliardo. Fanno pena, la palla rotola fuori ogni due per tre. -... stai seguendo?

- Certo. - Uno dei metallari tira con la stecca lunga e beve clamorosamente. Risate. Comincia a rotearla come una scimitarra fino all'arrivo di Oreste che fa il segno di sfilarsi la cintura. Calma improvvisa.

- Arriviamo a noi. - Fetucci s段nfila in bocca una manciata di olive, poi fa una smorfia disgustata e le risputa nel portacenere. - Che schifo, cazzo. Stavo dicendo: gli sponsor ci mettono l誕llestimento, e non vogliono che venga distrutto. In più, le star che faccio venire dall但merica mi fanno firmare un contratto capestro: se i fan gli fanno del male devo coprirli d弛ro.

- Sempre che siano ancora vivi.

- Un paio lo sono di certo. Il resto del cast... - Fa un gesto vago.

- Pensi davvero che i fan possano creare problemi?

Sgrana gli occhi. - Cè gente disposta a tutto pur di prendersi un souvenir. Quando è venuto in Italia il Comandante Striker hanno dovuto portarlo via con l'elicottero. Quindi, mi serve qualcuno che organizzi la security e tu bel ragazzo - mi picchietta sul petto con l段ndice, - sei un esperto nel campo.

Stock. Un boccino saltella fino ai miei piedi. Lo tiro a un capellone con le pupille a spillo piegato in due dal ridere. - No. - Dico.

- Aspetta di sentire l弛fferta, almeno.

- Non è questione di soldi. Posso consigliarti un paio di agenzie che saranno liete di darti una mano. Rockstar, attori in disarmo, mostri spaziali. Ti portano anche via un cadavere, se paghi.

E il suo turno di scuotere la testa. - Mi servi tu.

- Non credo proprio. E stato un piacere conoscerti. - Faccio cenno di alzarmi, mi trattiene con la mano.

- Aspetta. Cè una cosa che non ti ho ancora detto. - Posa il bicchiere, poi si fruga nella tasca interna della giacca. Ne tira fuori una busta. - Guarda, e ricordati che è confidenziale. Ma so che quelli come te hanno il segreto professionale.

Quale professione? Dentro la busta ci sono quattro polaroid numerate. La uno mostra un pacchetto di libri legati con il nastro adesivo. Nella due il primo libro è stato tolto. Il libro che stava sotto è scavato nel centro, e contiene un sacchetto di roba scura. Nella tre e nella quattro ci sono particolari dei fili elettrici e della batteria.

- Hai capito cosè? - Chiede Fetucci, improvvisamente teso.

Non ci vuole molto. - Una bomba.

- L檀anno lasciata sulla porta della casa editrice. Nel sacchetto di plastica c弾ra quasi un etto di polvere da sparo, più chiodi e bulloni. La polizia dice che potevo perdere una mano, o un occhio. Anche morire. - Sta sudando.

D'improvviso Fetucci mi sembra meno divertente. Ho una stretta allo stomaco. - Perché non è esplosa?

- I fili non erano collegati. Dovevano fare contatto quando avessi sfilato il primo libro, ma non è successo. La polizia dice che è un avvertimento.

Chiodi roventi che ti attraversano la carne. - Di chi? E perché?

- Questa è la fotocopia della lettera che c弾ra insieme al pacchetto. - Me la porge.

Fetucci fassista

No ai festival dei padroni.

E scritta a macchina, niente firma.

- Fassista è un tocco di classe -, dico. - Hai idea chi te la possa avere mandata?

Si china verso di me. - Stai scherzando? Chi pensi che mandi in giro pacchi bomba a Torino?

- La Fiat?

- Gli squatter.

Sospiro senza dire niente.

Fetucci prosegue. - Quando si muovono gli squatter succede sempre un casino. - Agita il bastoncino del cocktail, con la bandierina degli Stati Uniti. - A parte, diciamo così, il rischio personale, se si sapesse in giro che vogliono boicottare il festival gli sponsor si tirerebbero indietro. E allora cosa ti va a pensare Fetucci? Che un esperto come Sandrone può tenere tutto sotto controllo e, eventualmente - strizza l弛cchio - anche fare da mediatore. Al giusto prezzo, s段ntende.

- Eh già.

- Il mio amico mi ha parlato di te. Eri anche tu uno squatter, no? Non voglio dire che tu facessi niente d段llegale... tipo le bombe, ma che eri, più o meno... - Si è impappinato. Non lo aiuto. - Puoi andargli a spiegare che io non ho cattive intenzioni e fare da garante. Se vogliono, posso dare biglietti gratis a tutti. Purché se ne stiano tranquilli.

- E la bomba?

- Sapevo che l誕vresti chiesto. Bravo. - Torna a sorridere. - Fetucci non serba rancore. Non posso ritirare la denuncia, ma posso fare pressioni perché le indagini si facciano in modo soft. Mi devono garantire che sarà l置ltima, però. Cosa dici?

- Una cosa sola, vai a quel paese.

La bandierina gli si spezza tra le dita. - Ma perché?

- Non capiresti.

Esco e cammino guardando le paperelle che nuotano nel liquame dei Navigli. Quello che mi ha raccontato Fetucci non sta in piedi: i collettivi torinesi sono belli duri, ma non ce li vedo a prendersela con uno come lui. Però mi ha lasciato una strana angoscia, del tutto inopportuna. Immagino il suo corpaccio spappolato contro un muro, sovrappongo la sua faccia a quella di tutti i morti che ho visto da vicino. Ci metto un po' a capire che mi sto guardando attorno come se stessi lavorando, attento alle facce e alle mani. Faccio giri a vuoto fino a che la stanchezza mi tira una botta in mezzo alla nuca. Dirigo verso casa.

Sento il bordello che ancora non sono entrato nel cortile. Musica e risate. Quando arrivo al mio piano capisco che esce dal mio appartamento. Mi fermo sul ballatoio, protetto dal buio, e guardo attraverso la porta spalancata. Dentro almeno cinquanta persone, che ballano la jungle facendo tremare il pavimento. Facce da Leoncavallo e da birreria. Non conosco nessuno.

Un rumore alle mie spalle e scorgo due ragazzotti intenti a ravanarsi nei vestiti, distesi tra i vasi da fiori del mio vicino. Trentacinque anni in due, al massimo. La ragazza mi vede e sorride. Ha un piercing a forma di balena nel naso, e i capelli viola elettrico.

- Buonasera. - Dice timida. Poi, al ragazzo. - Molla il colpo che cè un signore.

Lui, disteso sotto, rovescia la testa per guardarmi. - La movida è là. - Dice, indicando il mio appartamento con il collo di una bottiglia. - Non menartela se non conosci nessuno, non chiedono il biglietto.

- Cosa stanno facendo?

- Una festa per un tipo che è uscito dall弛spedale. L檀anno tirato ma senza fargli troppo male, pare.

- Fortunato mortale. - Dico.

- Un culo della madonna.

I due riprendono i loro affari, e io rinfilo le scale col timore che qualcuno mi riconosca e mi richiami indietro. In cinque minuti sono al Parco Solari. Mi siedo su una panchina e scrivo il resoconto della giornata per il mio Socio alla luce azzurrina di un lampione. Uso tre fogli solo per riassumere la conversazione con il fassista, poi chiudo il taccuino e distendo le gambe. Fa freddo, ma non abbastanza per tenermi sveglio. Mi addormento e sogno libri che esplodono.

3

Prima di svegliarmi del tutto riconosco il treno dal suono, dalla consistenza dei sedili, dall弛dore di umido. Sono sul diretto per Cremona, che parte alla dodici e venti dal binario ventidue, lato destro della stazione centrale di Milano, con la fontanella dell誕cqua, il museo dei fossili, gli sbirri della Polfer. Quando apro gli occhi vedo scorrere Lodi: sono a un terzo del mio viaggio.

Il biglietto è nella tasca della camicia, insieme con gli appunti del mio Socio. E incavolato. Le lettere non sono squadrate come al solito, presentano lievi imprecisioni.

Non lasciare più le chiavi all脱lefante, scrive.

Ha dovuto lavorare quattro ore per rimettere tutto a posto in casa e tirare a lucido i pavimenti. Non ha gradito l段dea della festa a sorpresa, il concetto stesso di sorpresa è qualcosa che gli è estraneo. Lui apprezza la precisione e l弛rdine, che diamine. Me lo vedo, infrattato tra i bidoni della spazzatura ad aspettare che i proci si levino.

Poi si è riposato, ha preso le vitamine, e ha deciso per il nostro bene che dovevamo menare le tolle verso la solita meta. Non ha chiesto il mio parere, naturalmente.

La valigia è sotto i miei piedi, sul sedile di fronte. In grembo ho un libro aperto. Guardo la copertina. Ascesa e caduta dell棚mpero Romano. Lo sfoglio, sperando si tratti di una storia di sesso e violenza in tunica e sandaloni. Niente da fare.

Il treno si ferma a fare acqua a Codogno. Sulla linea Milano - Mantova mettono solo le vecchie carrette e prima o poi mi aspetto che tolgano anche i sedili, così da farci viaggiare ammassati più comodamente. Ripartiamo poco convinti, attenti alle mucche sui binari.

Apro la valigia e esamino il contenuto. Biancheria divisa in sacchetti trasparenti. Su ogni sacchetto il giorno corrispondente perché non mi sbagli a infilare i pedalini. E, sorpresa sorpresa, una mazzetta di fax legati da un elastico. L弾tichetta adesiva sul primo foglio è stampata a computer: Sergio Fetucci, dice. Poi un altro bigliettino scritto a mano dal mio Socio: Eccoti le informazioni che volevi, spero che ti siano sufficienti.

Che io volevo, ma guarda un po. I fax sono senza mittente, qualche frugamonnezza anonimo che ci deve un favore. Chiederò lumi.

Nel resto del viaggio faccio conoscenza con il mio mancato cliente. Fetucci, sposato, divorziato, risposato, separato. Quarant誕nni, figlio d誕rte. Suo padre stampava libri scolastici, lui ha rilevato l誕zienda e l檀a trasformata in qualcosa di meno nobile ma più redditizio. Fatturato brillante, su questo non mentiva. Cinque dipendenti, un po di collaboratori, traduttori e grafici. Cè l弾lenco dei nomi, meccanicamente lo mando a memoria. Non so perché, per abitudine, penso.

La bomba. Niente rapporto di polizia, il cercamerda non è arrivato così in alto, solo piccoli articoli di giornale. Non si parla del biglietto minatorio, Fetucci deve averlo nascosto. Gli sbirri indagano. Poi una stampata Ansa da Internet, il mio Socio deve aver beccato un誕ltra password buona. Incendio nel magazzino di un distributore di libri, la data quella di un settimana fa. Tra i clienti del distributore anche Fetucci. Doloso, benzina fatta scivolare sotto il portone. L段mpianto a schiuma secca ha limitato i danni.

Le altre stampate Ansa sono sugli squatter torinesi. Occupazioni di centri sociali e case, sgomberi, denunce. Una inchiesta da parte del solito giudice d誕ssalto. Sono eterodiretti, dice. Qualcuno li paga per fare gli attentati ai tralicci. Una serie di retate e una manciata di arresti. Salta fuori solo qualche grammo di hashish e una tanica di benzina. I comitati dei salumai non sanno decidersi se odiano più loro, i neri o gli albanesi. Nuova inchiesta, questa ancora in corso, per una serie di pacchetti bomba confezionati come quello che ha ricevuto Fetucci. Connessioni inesistenti, gli altri sono arrivati ai giudici e politici più infoiati con l弛rdine pubblico. Fetucci non mi sembra il tipo. Sono stati gli squatter in tutti i casi, solo nei primi, qualcuno vuole soffiare sul fuoco? Ma, chissà.

Intanto il treno si è fermato di nuovo. Riconosco Acquanegra, paesino di tre case e un supermercato. Abbasso il finestrino e aspiro la nebbia che odora di ferodo bruciato. E l置ltima tappa prima della mia città natale. Me ne sono andato minorenne e già mi sembrava tardi, però il mio codice genetico reagisce tutte le volte che torno. Le cellule rallentano i movimenti, la patina da metropolitano à la page si pela via. Quando arrivo a Cremona la metamorfosi è completa, ricomincio a pensare in dialetto e ad avere voglia di torrone.

Straccio i fax e li pigio nel portalattine con il libro romano, poi scendo dal treno. Nella stazione l弾dicola sta chiudendo, la domenica pomeriggio niente giornali. Sul piazzale la Panda azzurra mi aspetta. Le giro attorno, non visto. La donna all'interno ha sessantacinque anni ben portati, capelli tinti di nero e cotonati. Le guardo le mani sul volante. Sono come le mie, si muovono allo stesso modo. Le ritrovo nei miei gesti quando mescolo il caffè o accendo un fiammifero. Mi vede nel finestrino e sorride con il mio sorriso, si allunga per aprire lo sportello passeggeri.

- E tornato il figliuol prodigo. - Canterella. - Per quanto ti fermi?

Butto la valigia sul sedile posteriore e mi chino a darle un bacio sulla guancia. Sa di crema al limone. - Quindici giorni. - Ho contato i sacchetti guardaroba, non posso sbagliarmi.

- Caspita! Devono spararti per farti fermare un po'.

Se penso a mia madre penso alla vita dura. Non c'era molto da stare allegri con un padre ignoto e una famiglia che campava come poteva. Me ne hanno raccontate di cotte e di crude sul bisnonno, pescatore anarchico e alcolizzato, assaltatore di trincea che cercò di uccidere il suo ufficiale, ladro di polli e giocatore. Mia nonna, sua figlia, invece era splendida, la usavano come modella per le statue della Vergine Addolorata. Nelle foto somiglia un po' a Sophia Loren con le mani da contadina. Deportata in Germania, nelle fabbriche belliche. Aveva sei tra fratelli e sorelle, doveva essere una bella tavolata stile Novecento, con la polenta in mezzo e l'aringa appesa.

A mio zio è toccata le leva di mare anticipata tanto per tenerlo lontano dal riformatorio, a mia madre subito il collegio, senza neanche passare dal Via. Poi il lavoro nella fabbrica di piastrelle con la gente che moriva di silicosi e in quella di marmellate, molto prima delle norme igieniche. Si ricorda che ha mangiato bucce di patata durante la Guerra, e che le venivano i geloni. Poi è diventata infermiera, si è sposata con un sindacalista, hanno messo su casa, sono nato io. Probabilmente quello è stato il suo periodo più felice. Però mio padre è morto quasi subito e io non sono cresciuto troppo normale. A volte va così, il lieto fine non è previsto.

Pranziamo in cucina. Come al solito mia madre si limita a piluccare dalla padella. Da quando ha comprato le pentole senza grassi la usa sempre, e tutto quello che mi cucina sa sempre di pesce alla piastra. Chiacchieriamo quel poco che è possibile quando si conosce tutto dell誕ltro e ci sono pochi argomenti in comune. Mi chiede di Vale e le rispondo diplomaticamente. Mi chiede del lavoro e glisso. Passo il resto del pomeriggio svaccato sul divano o frugando tra le mie cose abbandonate nel corso degli anni. M'istupidisco davanti alla televisione, comincio a fremere, esco.

Cosa si fa a Cremona di sera? L檀o dimenticato, non mi capitava da un pezzo di rimanerci. I quattro cinema danno film che mi attirano poco, non conosco più nessuno: mi sbatto su un tavolino coperto in una piazza del Duomo illuminata a festa. Ci sono due leoni di pietra sul portale della chiesa, consumati dagli anni. Da piccolo mi piaceva sedermici sopra, quando erano caldi di sole. Bah, ricordi da vecchio rimbambito.

Bevo un paio di cose corte e fredde. Continuo a fremere. Cammino per le vie centrali, faccio lo struscio in galleria, prendo una panna montata con la cannella. Alla fine m段nfilo nel posto pubblico Telecom. Sono l置nico bianco, gli altri che usano le cabine vengono tutti dal Nordafrica e dall'India, a occhio e croce.

Infilo la scheda, il numero è ancora quello. - Qui Radio Cortocircuito, da questo momento anche il tuo telefono è sotto controllo. - Risponde una voce femminile.

- Fatica sprecata. Cè Luke The Duke?

- Chi sei?

- Sandrone.

- Vado a vedere. - Nell誕ttesa mi collegano alle trasmissioni. Leggiamo anche questa lettera che ci arriva da un proletario prigioniero rinchiuso alle Nuove. Cari compagni, vi scrivo per denunciare i trattamenti che gli obiettori totali subiscono... Ascolto con un orecchio solo. Una ragazza con i dread entra nella cabina a fianco della mia, bella da fare paura, anfibi, carnagione oliva. Le sorrido prima di accorgermi che il suo accompagnatore non la perde d弛cchio. E' l'opposto di lei, piccolo, giallastro e brutto. Dissimulo con un colpo di tosse. E per quanto riguarda la possibilità di parlare con i loro avvocati...

- Sì pronto? - L弾rre moscia è inconfondibile.

- Ciao Luke, ancora a piede libero?

- Ma guarda... ti hanno riesumato?

- Non del tutto.

C'insultiamo allegramente. - Ascolta, - dico poi. - Ho un dubbio da levarmi.

- Siamo qui per questo, per togliere i dubbi e educare le masse. Ma sbrigati che tra un po ho la rassegna stampa.

- Alle dieci di sera?

- Tanto le notizie sui giornali sono già vecchie la mattina. E noi non ci limitiamo a leggere, interpretiamo.

- Che delizia. Ascolta, ti faccio un nome.

- Bene.

- Sergio Fetucci.

Mumble mumble. - E un compagno?

- Negativo.

- Sbirro? Giudice? Giornalista?

- Eddai.

- Mai sentito. Perché?

- Qualcuno gli vuole male.

- Sapessi quanti ne vogliono a me.

- Nel tuo caso hanno ragione. - La ragazza sta discutendo al telefono, l'accompagnatore se ne va. - Anche nel suo, ma è una storia diversa.

- E da che parte viene chi gli vuole male?

- Sembra dalla tua. Non so dirti che gruppo, sottogruppo o famiglia: siete quattro gatti e continuate a litigare.

- Chiamasi contraddizioni in seno al popolo. - Dice soprappensiero. - Questo qui è uno dei tuoi protetti, per caso?

- Manco morto.

- E allora perché t'interessa?

Ci pensassi bene direi che non m'interessa per niente. Ignoro la domanda. - Puoi chiedere in giro?

- Se mi dici per chi stai lavorando.

- Non posso essere curioso e basta?

- Tu? A gratis?

- Io, a gratis.

Ride. - Devo andare, comincia la mia trasmissione...

- Se le notizie sono vecchie, vecchie rimangono. Allora? Giuro che non cè niente per cui la tua coscienza possa rimordere.

- Non dire quella parola, che in bocca tua stona. Chiama domani.

- Ok, baci.

Riattacco velocemente. La ragazza con i dread sta tirando delle anfibiate terribili al suo telefono. C'è un po' di maretta, l'impiegato dell'ingresso arriva incredulo. A pochi passi dal Torrazzo nessuno ha mai osato deturpare il suo regno.

- T'insegno io a mangiarmi la scheda. - Grida la ragazza. - Macchinetta Di Merda. - Punteggia le parole con i calci.

L'impiegato la tira per il braccio. E' un ciccione con i prodromi dell'infarto, incavolato come una serpe. La sua mano circonda l'avambraccio della ragazza, stringe e tira. La ragazza è a mezzo di un calcio, perde l'equilibrio e vola giù sacramentando. Non ha ancora toccato terra, però, che già ha afferrato la gamba dell'uomo, e morde. L'impiegato urla, si raccoglie una piccola folla.

- Brutta puttana, ti conosco io. Sei sempre qui a rompere le balle. - L'impiegato è riuscito a sfilare la gamba, e guarda la ragazza ansando. Lei ride, ancora a terra. - Chiamo la polizia, e le paghi tutte.

- Chiama tua sorella, sacco di merda. - Si rialza agilissima e tira un altro calcio all'apparecchio ruotando su se stessa come Van Damme. La cornetta si stacca dalla forcella, colpisce il vetro che s'incrina.

- Adesso bastaaa! - L'impiegato parte alla carica. Gli faccio lo sgambetto. Cade a piombo, scivola e batte la testa contro lo spigolo di una cabina. Sento un tuffo al cuore: non volevo si facesse male, solo non schiacciasse la cosa più bella che ho visto negli ultimi giorni.

Va a merito della ragazza che non perde tempo a infierire su di lui. Si limita a togliersi dalla sua traiettoria e a infilare la porta. La imito, è fuori che mi aspetta, a pochi metri. Proseguiamo affiancati lungo il corso. Vorrei che qualcuno ci fotografasse, potrei vantarmi con gli amici.

- Grazie per il piede - Dice. Non c'è più traccia di furia nei suoi occhi. Blu.

- Prego. La prossima volta chiedi indietro i soldi invece di fare tutto quel casino.

- Mi sta sul cazzo il ciccione, è sempre a cercare di rimorchiare le ragazzine.

- Anche te?

- Io non sono una ragazzina.

- Vedo. - Bene, è il momento. Butta la battuta. - Che fai, adesso? - Ottimo.

- Vado a bere. - Ci pensa sopra, vedo che mi squadra da sopra la spalla. Fingo di nulla. - Vieni? - Dice poi.

- Sicuro.

Mi porta a casa sua, ma ha provveduto in anticipo a smorzare le miei aspettative. Non vive sola. Si chiama Vera, ventisette anni.

La sua casa è un monolocale vicino alla stazione dei pullman. Venti metri quadri. Ci sono tre uomini che ci aspettano, e lo riempiono tutto.

- Sono tornata! - Urla Vera saltando sul letto. L置omo disteso le si avvinghia. Era quello che ho visto con lei alle cabine.

Gli altri due continuano a giocare a scacchi seduti sul pavimento e ignorano il cancan. Il più anziano deve avere cinquant誕nni, e gli manca un pezzo d弛recchio. L誕ltro ha più o meno la mia età, la faccia butterata da piccole cicatrici.

Mi siedo vicino a loro. - Se do fastidio, ditelo.

Bofonchiano qualcosa in albanese. Più o meno e questo chi cazzo è, boh?

- Mi chiamo Sandrone, piacere. - Rispondo nella loro lingua.

Si girano a guardarmi, sorpresi. Proseguo in italiano. - Prima che vi lanciate in discorsi complicati, vi avviso che so dire solo tre parole in croce.

Anche il più anziano passa a un italiano abbastanza corretto. - Sei stato nella nostra terra? -

- No, ma giocavo a dadi nella mia. I primi albanesi che ho conosciuto gestivano la bisca sul marciapiede di Piazzale Durante, a Milano. Qualche anno fa. Poi sono passati a rubare le macchine e ho dovuto fare i solitari. E meno divertente.

Il giovane ride. Dice qualcosa tipo, ma guarda questo figlio di puttana. Poi, in italiano. - Ci sono stato, a Milano. Brutta città.

- Meglio Tirana, eh?

- Non adesso.

Vera urla dal letto. - Non ho fatto le presentazioni! Loro sono Goran e Kiro. Lui è Sandrone.

- Lo sappiamo già. - Dice l誕nziano. - Io sono Goran. - Ci stringiamo la mano, poi faccio lo stesso con Kiro.

- Questo qui sul letto invece è Adrian. Non stiamo scopando, puoi anche alzare la testa.

Lo faccio, stringo la terza mano. Adrian è disteso sulla pancia, e Vera lo sta schiacciando con il suo dolce peso, tirandogli le orecchie. - Non lo vuole capire questo testone chi è che comanda. - Gli sbatte la testa contro il materasso.

- E sempre così attiva? - Chiedo a Goran.

- Adesso è tranquilla. Molto tranquilla.

Il ghiaccio e rotto, possiamo cominciare a bere.