Daniele Contavalli  
     
FARINA
 

Farina + bugia + furto + bomardamento di Dresda + aeroplano + madre + gatto + bombardamento di Berlino + tentato bombardamento di Monaco + Gloucester abbattuto + fegato contrattato per isola del tesoro di Orson Welles.

 

 

Farina.

Mi avventurerò nella farina.

Ho molti racconti da dire, sono avvoltolati dentro la mia mente.

Sono visibili come trame e percorsi già stabiliti, per cui non devo fare molto, non c’è forse che da raccontarli, tuttavia ce ne sono alcuni da cercare tra le pieghe di quello che non è immediatamente visibile.

La farina dunque.

Quasi per contraddizione è qualcosa di bianco, di lucente. Ci potevo fare tanti pupazzetti con la farina e pallottolette da tiro per tutti i bersagli.

La ricordo bianca, sparsa a mucchi sulla tavola dove facevo plastici di guerra, quando ero bambino.

Farina + gesso + vinavil + tempera.

L’aeroplano non sarebbe mai partito, era uno Junker-Ju 87; bell’aereo e bel plastico; lo lasciai nella casa del mio amico.

Un plastico invernale, un aeroporto fatto con farina, bianca come neve.

Non era l’unico aeroplano che ho costruito, ce n’erano di migliori ancora, più grandi e però più costosi. Nessuno però con la farina.

Avevamo, io e i miei amici, un negozio niente male che ci riforniva di tutto, o meglio, che visitavamo come fosse una chiesa, erano più le preghiere che le messe però, i soldi per la grande abbuffata non c’erano mai.

Sempre così, quando ci sono i soldi magari non c’è più quella cosa che ti piaceva quando non ne avevi.

La farina del demonio per me è la bugia e il mio Pinocchio era quel gendarme con la voce da grillo e il cappello azzurro fata-turchina che mi diceva di notte, che se non confessavo, finivo dentro il buio ventre d’angoscia di quel voluminoso squalo che è il rimorso. Tutto un prodigioso inganno.

Farina + bugia.

Che diamine avrò poi fatto con la farina del demonio!?

Ho rubato

Peggio, in quel negozio di giocattoli, ho cambiato un prezzo svantaggioso ad un aeroplano, con uno, per me, ben più condiscendente; ho costruito l’aereo e l’ho sistemato su un piedestallo, in alto, su una mensola, dentro casa mia. L’ho fatto solo una volta ma è bastata.

Farina + bugia + furto.

Era un Glocester, un buon aereo.

La notte però non dormivo. Pensavo che mia madre potesse accorgersi del fatto che l’aereo era troppo grosso per le duemila lire spese,.......la notte finivo sveglio, sul grosso bombardiere e decollavo per Dresda. Sotto vedevo le fiamme della città e io volevo buttarmici dentro per un assurdo problema di espiazione che nessuno mi aveva chiesto.

Il rimorso è figlio della menzogna.

Farina + bugia + furto + bombardamento di Dresda.

Non conoscevo S.Agostino e le sue arance, non andavo dai Salesiani o dai Gesuiti, tuttavia ero una bomba dentro la carlinga di un Glocester, piccolo bombardiere inglese della seconda guerra mondiale.

Mia madre spesso si arrabbiava con me o con mia sorella, in quei giorni tenevo sempre d’occhio l’aereo; lo guardavo: stava in alto su me e mia madre. La guardavo mentre puliva la casa, specie in quel corridoio dove si aggirava il mio gatto, Baffus re del doppio gioco, cito testualmente il nome.

Farina + bugia + furto + bombardamento di Dresda + aeroplano + madre + gatto.

Mia madre non sospettava, io però non lo sapevo e temevo di essere scoperto, di tradirmi.

La seconda notte arrivammo fino a Berlino, il mio amico dei modellini era il pilota, io sparavo davanti, con una mitraglietta agli aerei tedeschi, l’altro aviere, era in coda con un mitraglione, un amico del mio amico: veniva con noi durante le spesucce dal giocattolaio.

Non era un sogno. Giuro. Facevo anche il puntatore; sotto, Berlino, era tutta buia, grande ragnatela a terra.

Puntavo e buttavo le mie bombe sui cittadini, vidi anche un grosso negozio di giocattoli in .......strasse; dissi al mio amico pilota di portarsi di lato e di darmi tempo per un tiro.

Morale: BOOM!!

Mentre ci ritiravamo, vidi il negozio in fiamme e il giocattolaio con quelle svampite delle commesse che piangevano come dei coccodrilli. Mi sentii contento.

Farina + bugia + furto + bombardamento di Dresda + aeroplano + madre + gatto + bombardamento di Berlino.

La sera dopo a cena c’era mio padre, tentai di dirgli che per quella notte avrei fatto saltare Monaco, lui mi disse di mangiare il fegato e io ne rubai un po' per usarlo come deterrente contro quei cittadini che chiamavo all’epoca i Monaci.

Arrivai di notte sulla città, buia anch’essa.

Il mio amico, quello in coda mi disse che i nazisti volevano farci la pelle. C’erano i caccia,……..ovunque!

- Tienili lontano!! Ancora un po’!- dissi io.

Quella notte accadde l’impossibile, fummo abbattuti. Persi i miei amici durante la caduta, sul letto trovai dei partigiani che mi scortarono fino a casa.

Farina + bugia + furto + bombardamento di Dresda + Aeroplano + madre + gatto +bombardamento di Berlino + tentato bombardamento di Monaco.

Il giorno dopo ero nel corridoio di casa e pensai bene di dire tutto a mia madre, soprattutto quando lei tocchicchiò la mensola dove era il Gloucester. Saliva lungo quel mobile come un giaguaro, lo puliva e io cercavo di raccontargli che avevo comprato l’oggetto sottopagato, che avevo bombardato il prezzo staccandone uno da un modellino ben più economico. La mia voce sembrava un ordigno che cade su una città di notte, sudavo come se fossi un tracciante al floro, ero in picchiata sul mio infantile senso di colpa. Continuava a salire verso l’ultima mensola; ricordo bene l’abitacolo del puntatore e mi vedo bene, dal basso, osservare quella palla di plastica trasparente da cui l’occhio di Dio distruggeva le città.

Quando stavo per cantare, lei si voltò e staffilò il Gloucester, questi si scanso’ con il muso verso di lei, come per un rimprovero, ma poi, ritirando la mano, il mio aereo prese inevitabilmente il volo.

L’ultimo volo.

Avevo la bocca aperta. Il gatto guardava con la sua, chiusa. Sembrava che sorridesse.

Tonfo in picchiata, senza alcuna indecisione.

Il muso con l’abitacolo si è spiaccicato portando davanti le ali. Il puntatore era tutto rincalcagnato sul vetro, la colla lo aveva saldato a morte sul bulbo cristallo di plastica.

Il pilota era caduto dentro la carlinga. Non ho mai aperto per vedere all'interno. La faccia di plastica del mitragliere di coda era un po' tonta per la gran testata.

Mia madre era troppo arrabbiata con se stessa; il mio respiro fu lento ed inesorabile, ma liberatorio.

La perdonai immediatamente.

Farina + bugia + furto + bombardamento di Dresda + aereoplano + madre + gatto + bombardamento di Berlino + tentato bombardamento di Monaco + Gloucester abbattuto.

Il lutto durò poco.

A cena, mio padre minacciò di mandarmi senza cibo a letto se non mangiavo il fegato. Stavolta non avevo bisogno di pallette di carne come proiettili sulle città tedesche, inoltre contrattai il piatto di fegato con una serata al cinema: L’isola del tesoro con Orson Welles.

Farina + bugia + furto + bombardamento di Dresda + ereoplano + madre + gatto + bombardamento di Berlino + tentato bombardamento di Monaco + gloucester abbattuto + fegato contrattato per isola del tesoro con Orson Welles.

Prima che la cena finisse, che la mia contrattazione da vero mugnaio avesse termine, mi telefono’ il pilota.

- E’ il pilota che parla, stasera si bombarda Francoforte!

- No! Stasera mangio il fegato!

 
CAINITI LASER GUN

 

Il portone metallico si apre, ora siamo in ballo; con la coda degli occhi vedo la mia squadra d’assalto; il numero per il gioco è sette.

Giorgio è grosso, si presenta per quello che sembra, il Capo; ha l’indole atavica del Conducator, seguo io, inutile dirmi qualcosa, sarà sempre tutto evidente da qui in poi. Dietro c’è Livia: bionda, s’atteggia a tipo fine, poi Fabio: lui non ci voleva venire, è riluttante ai giochi pericolosi. Guarda il suo mitra. Ha già dimenticato la birra al doppio malto, sicuramente desidererebbe tornare al banco.

Livia è la donna di Fabio, sono due esseri ributtantemente opposti, uno scandalo per la ragione: lei studia biochimica, lui fa il promoter, lei si interessa di fondazioni, di culture alternative, frequenta Buddhisti Osho, desidera vacanze in India, magari a bordo di qualche chiatta sbrindellata e precoloniale; lui è innamorato del suo televisore: la madre lo ha sempre lasciato lì e li è rimasto fustellato, ossia, qualche fuga la fa, sotto casa, giocando ai cavalli rovinosamente, poi tenta di rifarsi la sera con gli amici, al poker, riperdendo.

Dio li benedica io non ci riesco. Tania è una gran cozza, ma salva splendidamente la sua posizione con il po’ di testa che si ritrova e che gli permette di essere nella posizione di chi saltella sulle teste altrui, ritmicamente come se si esercitasse al gioco della cordicella; ogni balzetto è fatto perché possa essere avvistata, non si sa mai. Studia anche lei, psicologia, ma non si direbbe che le serva a qualcosa, adesso anche meno.

II portone si sta lentamente richiudendo, con uno scricchiolio che spinge me, lei, gli altri e ancora eventuali prossimi avventurieri a guardare l’altra porta che si para in fondo alla rampa. La studio mentre solletica il mitra con l’indice, ma l’altra mano serra il grilletto, nel complesso l’arma può forse sembrare una Barbie, ma non ha parrucche un mitra, e non può permettere fughe, casomai le blocca. Il corpetto è carino, intarsiato di luminaria rossiccia, quasi fosse ricoperta di rubini o altro ninnolo prezioso, ma tutto ciò non è comunque chic.

Dandolo è il più grosso, ci farà comodo dentro, parla poco, guarda tutto quello che c’è intorno a lui come se fosse un’insidia, è sempre teso, sragiona per niente come un orso matto.

Riccardo ride sempre, "er faina", così lo chiamiamo. Il padre ha una tabaccheria, lui lo spaccio. Cannette. Lo evito, mi fa schifo, sempre ho provato un disgusto senza misure, totale e senza perdono; rimanga nella sua risata divertita e piena di intelligenze svelte come quelle di un ruba polli.

Mentre li osservo, un po' per rassicurarmi e un po' per guadagnare tempo sull’ansia, Giorgio richiama la mia attenzione sul gruppo avversario, questi stanno scendendo in modo stracco, macilento e furbo, si appaiano sul fianco e si pongono alla nostra sinistra.

- L’hai visti Lupè?

- Chi?- rispondo io, perché certo noi non siamo una posse di ortodossi.

Sullo scivolo, sulla rampa d’accesso alla scala c’è una linea rossa, ben segnata, delimita le due zone d’influenza, marca il territorio delle due famiglie di cainiti.

E’ entrata di lì la squadra avversaria. Proprio Bori.

Il capo sta in mezzo, davanti e dietro due sgrinfie, du’ zozzette: quella davanti c’ha ‘na panza che sembra un dirigibile, le labbra rosso bue, pronunciatissime, due balconi come zinne e il blu finto degli occhi a concludere l’orribile mascherone; ha un che di famelico, di selvaggio, una che mena di brutto.

Quella dietro sta con la mano sulla cinta del capo: lui ha il mitra appoggiato sul fianco, un sorrisetto stronzo e la voglia di menà che accora; sento Dandolo che lo guarda, per fortuna è il quinto dei nostri, c’è un po' di spazio di sicurezza tra noi e loro, così penso e me la canto; nel frattempo, capto tutto il disagio che si fa vivo quando la mia vita deraglia, e vedo che lì non ci vorrei stare, che il gioco non mi piace, non deve continuare.

Il loro capo invece guarda me, è il terzo, e sembra che voglia prendere la torcia rituale della gelosia per aizzare quanto è oramai imminente.

Livia sente il malessere; fuggo su per il muro ad osservare la fredda vita del neon, saettante sopra di me, splendido ma non abbastanza.

Livia perde la calma e dopo averlo guardato con il più sommo disgusto, me lo attira addosso con il più antico dei richiami,…….difendimi!!

- Ma che cazzo vuole?!- Mi fa lei. - Che cazzo ne so io, voglio giocà un pochetto e basta! Non lo guardà.-

Rispondo piano ma inutilmente; il mio nemico si muove lento ed inesorabile per rincarare di più i preliminari, ma chi mi preoccupa non sono io o l’isterica, ma Giorgio, che si mette a fissarlo con occhietti ben definiti, come pugnali.

- Ah bello, che c’hai da guardà?!- Giorgio esordisce così e discende la rampetta; comincio a sorridere e a fare mossette e smorfiucce da bravo bambino, voglio dividere i soldatini e le bamboline con i ragazzacci del giardinetto accanto.

- Dici a me?!- fa l’altro.

- E a chi?! A li beati Paoli?! Mò entramo e poi vedemo chi guardi!!-

Dandolo s’è mosso e grugnisce un "che succede?" spiacevole e manesco. I due dietro l’ultima zozza sono grossi, belluini, uno porta una maglietta con una scritta: Deff Leppard. Un metallaro del cazzo, l’altro è il più grosso, c’ha una faccia da Frankenstein, gli occhi neri e lo sguardo pieno di paura da mettere; sulla giubba un occhio non può guardarmi: porta un pugnale conficcato in profondità, al centro della pupilla. La zona foveale non esiste più. La scritta mezza scolorita non mente: "Fuck-off blue eyes".

A quel punto siamo tutti pronti a fare i fuochi veri: il primo e la seconda sono già in agitazione. Lei non si vedeva bene che faceva, intima ed attaccata a lui, uno riccio, alto e bello grosso, forse, magari pure sensibile, il guerriero che si espone; il contrario di me, il mio opposto, infatti cerco di mettere avanti Giorgio, lo metto fuori come un campione, lo carico dicendogli che è uno giusto e alla fine lo lancio per fare la guerra: sopravvivere innanzi tutto.

Quella che stava attaccata al riccio dicevo, non si capiva bene cosa stesse facendo, ridacchiava e miccava verso di noi; forse era lei la ragione della possibile crisi imminente, non lo so, certo è che ad un punto, mentre gli dava i bacetti sul collo e con una mano reggeva il mitra, fece roteare il compagno sul fianco, questi estasiato cadde morbido sul muro, gaudente, a mostrare la mano raggomitolata della sua concubina dentro la tasca dei pantaloni, a cercare ciò che evidentemente gli dava tanto estro.

Dandolo era già a bordo linea, non parlava, li guardava uno ad uno, poi, mentre il loro capo, ingrifato, s’era fatto sotto con parole tipo:

-Ma chi sei?! Ma che voi?! Ma che cercate?! Ma chi ve se............- Proprio allora è ricomparso il "factotum", quello che ci aveva dato l’equipaggiamento nell’antinferno superiore, appena usciti dalla sala d’attesa, dove avevamo aspettato più di un’ora.

Il Factotum era enorme, perfettamente intonato con l’ambiente e con la sua fauna, lui stesso bestia.

Scivolò giù per la rampetta abbastanza dolcemente: fece al riccio uno sguardo torvo, poi si volse al Dandolo che per una volta non fece questione, verso me non proferì fiato o parola di sorta.

- Ecco si, facciamo i bravi.- Così disse il factotum, e tutti tornarono alle postazioni.

Scese pesantemente con i suoi centoventi chili l’ultimo metro di rampa, in bocca uno stecco di liquirizia, non quello nero morbido, ma quello marrone, di legno friabile; lo succhiava avidamente, e sulle labbra rimanevano tanti trucioletti impastati di saliva; in una mano teneva un boccale vuoto da litro e lo faceva girare su se stesso nervosamente; le unghie aculeate grattavano l’etichetta spelacchiata, ma il rimbombo che si sentì, ovattato, del colpo autoinflittosi con quel pezzo di vetro sullo stomaco, oramai adattato a tamburo, mi gelò.

Lo scatto della manigliona meccanica, lo sfilarsi rapido delle serrature del portellone che introduceva alla sala, mi fece pensare all’ingresso di una grande macelleria.

Passiamo la porta: il fresco mi accoglie: fresco da cantina della nonna. La sala è vasta, aperta, come ho già detto oscura; su un lato c’è un finestrone da cui vedo la gente, ciò che prima eravamo stati noi, fuori, nel bar soprastante, ad attendere il turno, abbracciati ad un bicchiere o all’oblò per vedere che succedeva in quello stesso buio, dove ora ci affacciamo.

Da quelli che guardano l’ecatombe al turno per l’ecatombe stessa.

Un po' come l’ultima guerra: ricordo ancora gente che si accalcava al video come davanti ad un buffett, si osservava attoniti e pure un po' confusamente affascinati la città del sultano: era come uno spiedino, che non si osa pensare potrebbe divenire una qualsiasi città Europea.

Il Factotum capì a pelle che Giorgio e il Riccio erano i capetti della serata, i "Boss" : li puntò in faccia ed espose, con una voce secca ed esile, una vera sorpresa per tutti, i parametri e le regole del gioco.

La risposta da parte dei nostri fu un poco serio vociare scomposto di:

-"mmmhh,va beh,regolare,nun te preoccupà"- poi l’omaccione, dalla voce da ragazzina stridula e crudele, disse slittando i denti come uno squalo: "chi rompe lo rompo e poi forse, se sta ancora in piedi paga!"-

Si ritrasse un po' indietro, per vedere bene ancora una volta, con chi avesse a che fare; ci scrutò attentamente, uno per uno, poi si portò dietro e lasciò libero l’ingresso; entrammo silenziosi e rapidissimi come vere ombre.

Giorgio, nel suo stupido continuo guardare l’avversario, come a fargli intendere che non lo mollava, non capì un accidente della meccanica del gioco, del regolamento punti, del tempo a disposizione, dell’importanza della luminaria che ci scintillava sul corpetto e sul funzionamento del mitra, sul suo rimanere morto quando si era colpiti dall’avversario, sullo scaricamento successivo in un computer al piano superiore, dove la battaglia avrebbe considerato i suoi vinti e i suoi vincitori.

Giorgio dicevo, si era svagato in una sorta di ebete manifestazione machista con il Fac, davanti al Riccio, ma questi aveva capito bene le cose e pertanto, a razzo, si slanciò nella sala con tutti i suoi, aveva anche lui intuito l’importanza della scala e con gran parte dei suoi seguaci vi si asserragliò.

I primi raggi verdi furono sparati dalle feritoie, puri laseraggi di prova, tersi balenii sul vuoto.

Mi sistemo dietro ad un parapetto ed attendo la prima vittima. All’improvviso vedo uno che si sta avvicinando, striscia quasi; mi abbasso, poi all’improvviso balzo fuori: Fuoco! Il corpetto dell’avversario si fa rosso, tutto rosso di elettrodi, un alberello natalizio; avevo vinto lo scontro, ma non guardo chi è la vittima.

Rimane fermo. Per un momento penso che l’ho ammazzato sul serio, poi resuscita con una parolaccia.

Il giro continua, una volta colpito, il mitra non fa più la tua volontà. Per pochi secondi sei morto, per il computer elettronicamente non esisti più.

Milite inesistente, sei un fantasma spento al gioco.

Mi slancio: fasci laser, verdi, danno tregua all’oscurità, riesco così a raggiungere l’altro parapetto; una delle zozze si affaccia dalla feritoia e fa fuoco.

Siamo separati da una esigua parete di tre centimetri di compensato, dipinto male, a macchia di leopardo, un parapetto mimetico, posticcio, traballante per danze fatte da movimenti tronchi e fuggiaschi.

Accucciato mi dimenavo per beccarlo in corsa, per evitare di essere l’atterrato durante la sua fuga. Volevo tenere il punto; stavo come un gufo abbassato a terra, alzando lo sguardo e poi riabbassandolo alla mia destra e alla mia sinistra con un terribile sforzo ginnico; c’è da dire, che le insidie potevano provenire da altre fonti maligne dislocate li intorno.

Sopravvivere era divenuto un fatto essenzialmente geometrico, tra spigolo e spigolo, tra superficie e superficie.

Ho le labbra sulla canna del mitra di plastica rigida: un che di religioso e di sportivo è in me: lui parte come una gazzella, rapido mi affaccio per beccarlo in corsa, lo sa e si gira con uno scatto sorprendente, ma fa inevitabilmente confusione: urta un parapetto, sbatte e cade, io approfitto: rosso! Ancora una volta rosso!!

Il godimento dura poco.

- Vammazzoooo!!!! A fiijjiii de ‘na mignotta!!!-

E’ Dandolo! E chi altri si può immedesimare così? Lui è il sergente York: ora guida la sua truppa contro la scala. Giorgio sta con Livia sulla sinistra, Dandolo invece col Faina. Non vedo gli altri, mi sento un po' solo, ma rimango a quel punto abbagliato dalla scena e dal rilassamento dei miei muscoli: sono nascosti in quattro dietro un unico parapetto, ogni tanto Dandolo lancia una raffica, poi si abbassa per evitare il colpo del nemico, ad un certo punto si librano in avanti, insieme,……..battuti! I loro corpetti divengono quasi istantaneamente porporini.

Rosso, invece pareva essere soltanto uno degli avversari. Quattro ad uno, così per quattro volte. Squadro tutto da dietro la feritoia espugnata, da lì cerco di colpire quelle ombre vive; la luce è veramente poca, poi all’improvviso sono bambino, sotto l’albero, in Toscana. Un fascio luminoso irrora la sala in un punto abbastanza vistoso; sembra di salire su una ribalta.

I miei anni passano veloci su quel vuoto luminoso, li, a centro sala, è l’albero della mia infanzia, i sassi tirati tra bande rivali mi salutano. Altra guerra ed altri compagni; anche li si combatteva in bande.

La sala era un luminoso roccione, una grotta artificiale in un parco; eravamo molti, forse quaranta. Ce le davamo di santa ragione, con sassi e fuciletti di plastica.

Il rumore, il murmure bellico degli altoparlanti Bose era basso; si preparava qualcosa.

Giorgio mi chiama all’ordine, do in grida di giubilante convinzione; roba da matti, quasi trentenni a "giocà a guerra" ! Ma sì, perché no! il sudore che cola giù dalla testa è vero, ed aumenta con il passare del tempo; un respiro che non è i quindici minuti di orgasmo belluino promessi dalla pubblicità, ma molto di più, un’epopea interminabile di fatiche insospettabili.

I miei amici e pure i miei nemici sono veri, le armi sono false(più dolorose le sassaiole alle gambe, che irritavano la nostra piccola paura, per occhi e testicoli, quando eravamo bambini), ciò non mi tranquillizza, eccita la mia sensibilità,….non può essere tutto così a buon mercato.

Corro avanti, faccio fuoco, ma il mio colpo rimane muto, ero rosso anch’io, sepolto dal rosso.

Siamo tutti estinti mentre mi ritiro dietro a Livia, guardo allora i nemici, stanno vicini, ben coperti e penso che il muro della scala li tutela bene; la scala, il punto zero strategico; chi prende la scala è il signore del gioco.

Il vortice luminoso mi ridà i bambini intenti a bersagliarsi con un tiro preciso e antico come la terra; la situazione non è cambiata dopo tutti questi anni, c’è sempre una collina dell’onore da prendere, Giorgio non accetta il fatto che il mitra non gli risponda, lo malmena pertanto un po’.

I minuti si fanno scemi, noi trotterelloni, sappiamo che ne abbiamo di saggi ben pochi, una manciata di sassolini.

Dandolo mi affianca, da una spallata al parapetto, Livia cade fuori, ben visibile. Rossa!! Sanguigna come una fragola!

- Ah Dandolo, ma che fai? Mò non posso caricà con voi!!

- Sta zitta!- Fa lui, poi mi guarda e continua.

- Giorgio ha detto che dobbiamo attaccare tutti e sette in fila indiana, dovremmo riuscì a sgomberà la rampa a sinistra.

- So’ pochi lì, me n’ero accorto.- Faccio io. Detto questo ci spostiamo tenendo Livia ancora morta fino al Bunker successivo; tutto il gruppo era asserragliato li.

Livia risorse improvvisamente, tra il balenio delle raffiche verdi che scaturivano a sbaragliare il buio davanti a noi.

Il fascio verde cerca, scava oscuro.

Repentinamente mi volto, vedo uno dei loro, non calcolato, uno che mi spara addosso, mi manca, ma io no: rosso!! Un buon punto ancora, uno prima dell’assalto finale, sentiamo che sta per finire il tempo e che abbiamo poche frazioni di intensità prima della morte del gioco. Sulla scala lo sanno e fanno movimenti strani, invisibili che mi insospettiscono un bel po'.

Poi è la carica, assalto, rastrellamento, prima linea, scontro a fuoco, corpo a corpo, avanzata, sfondamento, il modo è uno, i nomi sono tanti.

I bambini davanti all’albero mi salutano,

Saltiamo all’unisono, una grande zampata che trascende il parapetto, lo elimina in una frazione di secondo, lo rende povera cosa; vado avanti, cerco un fiato di vento che mi asciughi.

Tania inciampa e da una musata, dura e violenta a terra; deve essere così nella realtà, in più la paura e il sangue. Faina era il più coraggioso, manco a dirlo e manco a dire fu il primo morto(per finta).

Mentre corro vedo lo scintillio del corpetto: faccio fuoco su una sagoma a dieci metri: sembra che rotei sul bustino come la testa di un cagnolino di peluche dietro un vecchio Opel stile anni sessanta; il fuoco è verde, il suo corpino è scarlatto, ma ecco che rosseggio anch’io.

La morte è una beatitudine indolore, mi induce a fermarmi per essere con tutto il corpo fuori da ogni passione e dentro ogni alito di vita; per pochi secondi sono irrimediabilmente esanime.

Mi fermo a guardare i miei nemici divertiti per il capolavoro; meglio lasciar perdere, oramai hanno vinto. Dandolo mette piede sulla scala, finalmente può sparare, dietro arriva Giorgio, ma è li che cade il velo e finalmente ci è dato di capire tutto. Tutto!!!

- Ah boiacce!!! Stronzi de merda!!!-

Dandolo urlò come un orco impazzito, una violenza inascoltata ma puntuale.

Dall’oblò, la bella ragazza bionda ci guarda divertiti: un po' come si guarda uno spettacolo, la TV, una foto, il cinema. Lei nel frattempo, è stata abitata da altre mandrie di famelici spasimanti, e mi guarda, ride compiaciuta come loro, che la strofinano, e le dicono che quello che sta vedendo non è il suo futuro prossimo; sa che è un guaio se lo schermo frana, se cade a terra.

Ma era questo che stava accadendo lì, tra noi, i cainiti.

Sento anch’io salire l’orrore, furioso di rabbia, ora; immediatamente un pasto sacro, l’obolo per il dio sole della vendetta, causa lo spettacolo che vediamo.

II "nemico" ci ha sempre truffato, e se no che nemico sarebbe, dove li vuoi trovare avversari a buon mercato, compiacenti e pronti alle regole; questa truffa durava da circa tredici minuti, avevamo colpito sempre uno spauracchio, lo stesso corpino, forse solo altri due punti erano su veri bersagli, per il resto, stesso panciotto e stesso milite, forse, dico forse perché la testa di cane che appariva, quando ero in corsa, poteva essere tanto di donna che di uomo. - Tutti i corpetti un corpetto per tutti- i masnadieri s’erano nascosti dietro la balaustra e avevano fidato con vantaggio nelle tenebre, celando sotto i loro sederi i rimanenti gilé, risultato, non potevano mai essere colpiti perché non esistevano come bersagli.

Dandolo è quello che guardo e tanto basta a smarrire la mia furia, so dove sta portandomi la sua; un brividone lungo la schiena, mi induce a cercare nel buio gli altri. Tania s’è rotta un dente e urla di dolore. E’ il primo sangue. Ne verrà altro. Con chi parlare? Con chi cercare una via d’uscita dal "vero" che mi viene incontro ruggendo, su ali di sofferenze rapide come frecce, tangibili e toccabili come nocchie di mani intenzionate a picchiarci, a finirci dopo la truffa che abbiamo subito, rei attori di uno spettacolino già organizzato.

Il reale è quella cosa che promette e mantiene senza pubblicità,……la bua è vera stavolta!!

E così ritraggo la mano, l’avambraccio, accolgo aria dentro il pugno, spremo i bicipiti contro i muscoli dell’avambraccio, ma molto malinconicamente.

Una lacrima mi sfiora l’occhio a cercare i miei compagnucci, la luce s’è nascosta e io ne cerco un fiotto, una rimanenza. Non ne trovo.

Mi è stato insegnato che l’aria a potere sul peso, che se ben equilibrata fa più male; quando l’ombra si fa avanti (di chi è non può avere importanza a questo punto), scarico il pugno pieno di rosso, sento il mio nemico cadere, rinculare con lamento, sento pure il suo pugno nello stomaco. Rosso! Poi il fiato che si tronca, la bionda che ride, sicura di non avere nulla a che fare con ciò che vede dietro lo schermo di vetro; lì, oltre il suo diaframma, tra i suoi cuccioloni che la leccano e se la passano in attesa del turno.

Precipito senza più equilibrio; mi sbatte a terra l’uomo invisibile, mi calpesta con tutto il mio corpetto a terra, sento la scarpa che taglia la mia faccia, poco male. Un mitra a mò di clava falcia l’atmosfera. Rugghia la battaglia, e vedo quelle braccia slittare nell’altro, un fantasma di mezzanotte, una scopa di mezzanotte,….. incantevole.

Immagini, molte immagini: Tania prende un calcio mentre sto accoccolato a vedere Faina piangere di disperazione, Dandolo con una testa in una mano e uno sguardo rosso! Avverto le luci attivarsi, i passi pesanti del Factotum avanzare, è simile ad una mamma svegliata da bambini, tanti, troppi bambini che non vogliono dormire e il suo passo è pesante e svelto.

Mastico il mio sangue. Non sollevo la testa da terra, qualcuno mi alzerà: ancora un po' di luce per favore, un gotto di pace, una stampella per il mio volto, un sasso su cui riposare davvero.

Conto tutto, seguo tutti i rigagnoli che sono da tamponare, da chiudere o curare, quelli che posso ancora sigillare, come di un sottomarino in avaria le sue falle. E’ così che alle ore più sconosciute faccio esperienza delle toppe che ora devo aggiungere al mio corpo.

La maglietta nera ha uno strappo sul fianco, vediamo, dove è successo? Forse quando siamo usciti in massa rincorsi dal Factotum; lì ricordo di aver sbattuto, ho urtato qualcosa di preciso e forse pure affilato; coltello? Non so?! E’ andata fin troppo bene, e alla fin fine mi è anche piaciuto molto.

Prima tante botte: maschi e femmine.

Mi sono trovato in mezzo alla sala superiore del Laser Gun Club; sono schiantato per terra con tutta la vetrata finta, con tutta la paratia simulata, con tutta la struttura fatua e vicina a cadere,….ed è caduta! Cazzo se è caduta!! Stavamo tutti rotti, lì per terra, con il muro di carton gesso sbriciolato sul tavolo di certe tipe bionde, non male per altro. Belle e pure con la faccetta da dee che desiderano il fauno!

Dopo il momento del coccolone iniziale, si sono svegliate e rivoltate come delle jene, hanno cominciato a tirare e tutti le hanno seguite; la rissa è esplosa e ha coinvolto l’intero locale senza che il Fac potesse più contenere la situazione.

Ad un certo punto, mi è arrivato un calcio al fianco da un Albanese, probabilmente neanche voleva prendermi davvero.

Considerazione: ammazza quanto sono duri stì Albanesi, veramente duri e molto disinvolti; c’avevo un amico che mi raccontava di come avesse conosciuto uno di loro; questo tipo era poliziotto a Durazzo. S’era dato insieme agli assassini che stavano con lui su una tradotta. Ora che tutto è cambiato, sta a Termini e gestisce altre questure, lui, più redditizie e piacevoli, e ciò a dimostrare che è poi vero che tutto cambia.

E’ lì che ho capito che forse era bene alzarsi. Dandolo è stato l’unico dei miei che ho veduto, lo tenevano in tre e il Fac se lo ripassava e lo faceva ripassare abbondantemente agli amichetti del cuore. Dandolo lo guardava porgendo lo stomaco come una sfida, ma ad ogni colpo era più fiacco e io, atterrito, mi sono portato alla bocca entrambe le mani e sono fuggito.

Quasi fuori dal portaletto d’ingresso, ho preso una botta sulla schiena: un cuoco mi ha lanciato uno scodellino, poca roba se provo a dimenticare che era incandescente, ma all’uscita mi sono rifatto con uno dei buttafuori, questi all’ingresso, stava temibilissimo ad aspettare: aveva un gran taglio in testa e ancora la voglia pazza; mi si è parato davanti e io l’ho sistemato con uno sgambetto che ha dell’artistico. Spiegare: Io uscivo veloce, e lui avanzava lento: l’aria era quella giusta; volevo andarmene e se mi fossi visto, avrei detto che ero un po' scoglionato e pure doloroso sul volto. Non ero incazzato, no, ma ero assolutamente determinato a farla finita con la notte.

L’altro era in cerca di vendetta, e sicuramente c’ha pensato, lo stronzo! s’è fottuto così, voleva il sangue e s’è bevuto il suo, m’è corso incontro, niente di meno del Fac in fatto di dimensioni,…. fosse il fratello? Così mi sono detto e istintivamente, mentre la ridarella di prima riprendeva, l’ho sgambato; ho sentito il rumore .......i denti si sono attaccati al metallo della balaustra di acciaio dello scorrimano, ma si, quello che sta appoggiato al muro del locale, sul budello che scende per chi va alla sala delle luminarie Laser.

Non mi sono girato, ho solo sentito e ho provato pena per lui, per me e pure per tutti, tutti......a quel punto ho corso......

Ho corso molto per l’Infernetto. Ho visto molto per l’Infernetto. Ho riso molto per questo lembo di terra e case, correvo sconvoltone perso, fumante nel sudore che oramai non mi dava più fastidio, poi però mi sono fermato.

Su questo lato della strada sono arrivato ad uno di questi adesso.

L’acqua mi pulisce la ferita, abrasiva, da squalo, sul fianco.

La mia mano carezza con diligenza la bruciatura dello scodellino, questa è la cosa che più mi fa sentire le stelle.

Il sedere è un altro problema. Quando sono caduto sul tavolo delle due bionde, ho scassato tutto, e mi sembrava di ripetere quelle cadute su spigoli e altre durezze che da bambino erano così frequenti, anche perché ci si credeva infrangibili.

Poggio su un lato della coscia sinistra, con la mano destra carezzo il coccige, ma non basta e corro alle costole, poi alla bruciatura, poi di nuovo al taglio e ai lividi e, alla fine, mi sembra di non aver né tempo e né modo per portarmi sollievo.

L’acqua è l’unico rumore amico, corre dal nasone che ho scovato lì; lecco dalle mani il sangue e poi le stringo come vaschette per prendere un po' d’acqua.

Mentre mi corico verso il basso per bere più comodo, o gli occhi al cielo e vedo passare un gran gufo che picchia, picchia non si sa dove; dimentico i miei mali sulle unghie di quell’uccello, se le porta via rapidamente, lontano.

Il vento di ponente mi dondola tra i capelli e penso che nessuno mi verrà a cercare; la macchina è rimasta lì, e chi ci torna adesso?

E così, Hasta la vista baby!

Mi vedo ora, mi sento ora, e la vedo quella lì, brutta come il peccato.

E’ vestita di nero, la sua carne è bianca come il mascarpone, sfilacciata di rughe e pure deve essere stata bona da giovane, assai!

Penso subito alle botte. Che ne so?! Quando le vedi arrivare così determinate, le pazze, sono le botte che portano, e cos’altro?!!

Non sono capace di dargliele prima, al limite posso scansarla o scappare, ma qui c’è il margine oggettivo delle botte di prima, sto male, capito, sto ma-leeeè!

- Sto male a Signò!!!-

Quando ha attraversato la strada e mi si mette di fronte, la vedo bene in faccia, mi accorgo immediatamente che è alta quasi quanto me, è una bella donna sulla cinquantina e mi sorride, ma si muove a scatti e questo la rende temibile e pericolosa; fa male vederla così, sola, tenera e razionale come un astronauta che studia le rocce di Marte,….io sono Marte e lei mi sbarca addosso una carezza.

I suoi occhi mi fanno le fusa.

Mentre lei carezza la ferita al fianco, mi sposto come una serpe presa sul forcone, scanso il suo gesto con il mio corpo, mi faccio da parte e seguo il suo movimento con la mano, con quelle ditine bianche come orbettini che si inerpicano per le labbra della coltellata? Forse lo era, chissà?

- Tu sei uno sventurato, figlio?- Mi parla con un dialetto che è come una lingua, non la capisco.

- E’ tardi Signora, dove abita? La porto a casa io, anche se sono a piedi posso farle compagnia.- Dico così più per altro per contraccambiare le sue dolcezze.

I suoi occhi si fanno più grandi, mi fissano fino allo stordimento: veste di nero, porta un gran crocefisso d’argento con perle luccicanti.

- Alza il braccio, alzalo bene, arrenditi. Sei tutto cosparso di sangue.-

Mentre parla, mi sento una cosa sua; la sua mano si spinge nelle pieghe della carne divelta dalla lama, i suoi occhi si fanno spazio lungo il mio collo e mi girano di schiena, sto tutto abbioccato, che dico ? abbabbionato dal piacere che mi dà e dal male che mi toglie: sono placato dal piacere.

- Basta!! Ah vecchiaccia, li morti tua!! Ma che semo amanti?!!-

E’ così che mi scuoto, sognante continua a carezzarmi senza neanche toccarmi.

Cerco la maglietta che ho lanciato nella piccola macchia davanti al nasone, la trovo rincantucciata su un mucchietto di canne di maranella. Lei mi guarda e lì mi fa veramente paura averla scacciata da me: non si muove e mi guarda amorosa nella totale libertà, ha grandi seni puntellati da una vestaglia da lutto, come quelle che una volta le vedove sostenevano a lungo, per la lunghezza di un’esistenza.

Un costume da morte e pur non c’è amicizia per l’altra signora in lei, c’è solo vicinanza, come chi gli è oramai prossimo e ha fatto dimestichezza al suo accostarsi.

- Sciocco, figliolino sciocco, pauroso e sciocco.-

Il crocefisso si fa brillante di riflessi argentei, nei suoi occhi un desiderio semplice e determinato, per niente ossessivo, sicuro, questo sì.

Mi si avvicina e mi carezza ancora il volto.

- Pace, pace, pace.-

Ancora una carezza che mi porta a credere di cadere in un sonno veloce, quasi addormentato, vinto, in piedi, barcollo sul ciglio della strada e mi stiro sulla sua mano come un animale, sicuro della bontà di chi lo sta coccolando.

Mi depone qualcosa sul collo mentre io chiudo gli occhi, poi lei non c’è più. La strada è un mare d’argento. I fari dei lampioni, sono occhi di polifemo, cercano le pecorelle di ritorno alla spelonca.

M’avvio alla volta del quartiere che si estende lungo la Colombo.

Quanto lo amo quel quartiere, quanto mi piace sentire i suoi odori marini.

Forse ci sarà un altro agguato, non ci arriverò più al mio letto, forse troverò un cinghiale che sta cercando anche lui la tana, e ci scanneremo in mancanza di qualcosa da dirci.

Vicino corre la strada, con il solito rumore fatto di sistole e diastole meccaniche, su e giù per il rettilineo, su e giù per la pista. Ogni tanto un faro sembra voglia dire che una macchina sta ripensandoci e che verrà a fare visita al primo campo qua sotto.

-Abbi pietà di me!- Così mi viene di dire, mentre tocchicchio la reliquia crociata della vecchia figona; il rosario me l’ha deposto sul collo con un abilità da borseggiatrice.

Poi arrivo al semaforo, indica che sono a Finis terrae.

Guardo lo specchio da sdraiato e ne sono contento, l’immagine che vedo riflessa è il muro al di là della mia testa.

Il rumore delle macchine sembra la risacca del mare ad Ostia; l’ultimo suono che si arrampica per il muro, per la balaustra, varca come uno spettro il mio davanzale, è un suono elettronico tronco, un accoltellamento sonoro.

Dalla pappagorgia guardo il mio corpo nudo, il mio ombelico è un cratere, i piedi sono le corna del demonio, camminano ovunque.

Sul soffitto sfila un’altra macchina: la luce dei fari penetra la stanza, spazza tutti i mobili. Sul muro di fronte ho messo il rosario della vecchia pazza, sta lì pendente verso il basso, lo guardo e mi dico come è una preghiera. Serve?

Un rumore mi colpisce mentre sto sceso in me stesso, è un telefonino rianimato.

la voce di donna che parla non è molto distante: sotto casa mia; sarà sul marciapiede, forse un transessuale che chiama il magnaccio; mi sento scorbutico e scostante, la abat-jour è spenta e il televisore è il mio orsacchiotto luminoso, acceso da subito, mi guarda muto forse da ore, mi specchio dentro la superficie del video, il riflesso non mi somiglia, vedo anche il Cristo tuffato dal muro dentro il vortice KKKKKKHHHHHHH!BIANCO! del fondo catodo.

Nuovo giro su me stesso, sulla sedia vedo i vestiti prendere forma: il mio amico è una presenza che si mostra esattamente come la strega della pubblicità della pasta Pagani, questa si faceva viva attraverso cappotti e giacche sull’uomo morto di casa mia, più di venticinque anni fa.

Lo spaventapasseri muove il braccio e pure la testa, fatico sempre più a stabilire la distanza delle magliettazze nere d’ombra, dei jeans, delle scarpe, degli short e pedalini, del giubbonaccio incartapecoronito.

Non mi scompongo punto, senz’altro sto sognando, assecondo tutto afferrando la minerale sul comò, ne succhio le ultime gocce e lì mi incazzo! non mi basta per finire la notte: cartone nuovo da aprire non ce n’è.

Ricado di nuovo nel lenzuolo che fa di me uno strano crocefisso, tengo il lenzuolo come un perizoma tra le cosce.

E’ la vicenda che si fa idiota.

Il Golem degli stracci si è formato, e vedo uno con la faccia da Lupo che mi osserva da fondi occhi di cotone nero.

Non c’è tempo per avere paura, lo osservo e lui fa altrettanto; rido con lo stolzo del gargarozzo; lui ghigna, mi giro e mi insegue: si fa sotto come se volesse annusarmi; è tutto nero e calmo; sembra un esploratore, si muove felpatissimo: non sbaglia un passo nella stanza, non urta oggetti, non fa rumore, è guardingo, sa come muoversi, è quello giusto lui.

Cado dal letto e vedo il mostro nero sopra di me, distinguo il lupo sorridere, lo faccio ghignare; non sembra beffardo.

La valvola fa POF!!

Lo scampanellio del cellulare, si rifà avanti estremo.

Il lupo alza la testa come se avesse sentito qualcuno che lo disturba davvero, mi lascia ricadendo su se stesso con la testa nera fatta di magliette girate verso il sofà. I vestiti sono tutti ricaduti come se dell’Elio fosse fuoriuscito improvvisamente da loro, come se quel gas avesse trovato la strada per l’esterno della marionetta; questa, improbabile, si è afflosciata su se stessa, come si era elevata.

Mi rivolto ferito e non trovo pace, so che i due ladroni bestemmiavano, ma poi uno si è placato ed ha chiesto scusa: non trovo facilmente pietà per me stesso, non trovo pietà per nessuno, non trovo che laghetti di bile calda a questa ora di notte, guardo il Cristo che mi cerca con gli occhi,…..aspetta, aspetto...........

Spesso mi trovo scosso da fremiti di cupe violenze, vorrei menare ancora, con più calma, con più determinazione, penso alla stronza laggiù, al cretino sulle scale, a quella bionda cui ho dato un morso quando sono atterrato sul suo tavolo; durante la rissa sono stato opportunista, ora scopro che vorrei essere stato più generoso, c’avrei voluto fà de più!!

Il suo volto è piccolo, ma guardandolo con attenzione, scopro quanto sia luminoso e diverso dalla mia fisionomia che staglia sul vetro surriscaldato del video; sembro bruciato, tutto pieno di escoriazioni e taglietti, lui, il Cristo è un sommo rosso lumino, io sono zozzo zozzo,……non mi ritrovo.

Mi volto ancora a cercare l’acqua che è finita, agonizzo perché so che dovrei trovare la forza per arrivare al bagno, l’acqua del cesso mi sembrerà più dolce e perciò traditrice.

Comincio a cercare pietà da tutto e per tutti.

Ora forse posso dormire, volto il capo lentamente verso il crocefisso, il cuscino diviene di raso, dico dolcemente a lui che non voglio sapere se sono Disma o l’altro, non offenderò più per un po' di giusto sonno, e mentre ci calo dentro, trovo pace nel fresco refrigerio del guanciale.

 

 
III AGGRESSIVITÀ

 

La prima aggressività arrivò con il favore delle piogge di settembre.

Vidi la luce e la casa che mi accoglieva da dentro le gambe di mia madre, ed io che uscivo di lì, per cadere dentro quel lettuccio dove i signori ci tenevano ad un passo dalla cucina.

Il figlio della padrona stava soffocando sul seggiolone, presi il suo posto scambiando il suo corpo con il mio: rimasi cane, lupo, dentro un corpo bipede, un corpo di uomo che non aveva retto il pasto, era affogato, schiantando in se stesso, mentre la madre cercava, inutilmente, di togliere il boccone troppo ingombrante dal fondo mucoso e rosso, infinitamente morto della gola del bambino.

Lei credette che il piccolo si fosse ripreso, in realtà ero solo comodamente entrato io.

Niente magie o turpi maledizioni.

Lo vidi uscire dal suo cadavere; come animale potevo scegliere: lasciare il mio organismo e prendere il suo, anche all’ultimo momento, decidendo per il mio meglio.

Ci salutammo in quella terra di nessuno, la terra del tutto fermo, tutto immobile, con uno sguardo che era a specchio.

Le nostre madri urlavano, mentre io lo salutavo al grigio delle piogge di quel mese.

Ci guardammo intensamente in quel tunnel; lui non poteva prendersi il mio corpo, ma io potevo prendere il suo.

Non c’era ragione perché fosse così, era stato chiuso un varco e lasciato libero un altro, tutto per me.

I primi tempi furono facili.

Gli umani crescono lentamente, giuggiolano per anni dietro le loro madri e i loro padri, noi invece, anche nelle condizioni migliori, siamo precocemente efficienti.

Io, i cuccioli degli uomini, li guardavo prima con simpatica condiscendenza, poi con sospetto, specie quando provavano a fare cose inammissibili per la mia territorialità; allora incupivo; sentivo tutto il mio sforzo nel cercare quelle zanne che avevo dimenticato nella cuccia alla mia nascita.

La mia nuova madre mi piaceva: quasi le staccai i capezzoli a morsi, per quanto voracemente li succhiavo e desideravo.

Mio padre- quello canino- non so chi fosse, invece quello umano è stato uno che mi ha insegnato a prendere bene lo slancio, a capire come agguantare chi irrita senza motivo, con gratuita’.

Mia madre, quella vera, la lupa, è uscita un giorno di casa con il padrone/padre ed è morta sotto una bitumiera. Ero troppo piccolo per capire, inoltre, il nuovo involucro, questo torrione bipede, erto e più vorace, più violento, più paonazzo quando consuma e a ancor più quando è consumato dai suoi simili, generalmente mi impegnava con questa aggressività saliente, tormentosa e priva di una vera direzione che era, invece, tutta la mia eredità.

Niente bersagli fissi, niente veri avversari.

Tutto è blasfemo dentro un organismo umano, tutto si ferma al livello del dover decidere, del dover capire cosa è bene e cosa non lo è.

Ho cercato di imparare i loro sport, le loro usanze, le loro credenze.

La forma che mi ospita è ben fatta, può molto e questo ha favorito in parte un certo adattamento.

Con la mia famiglia, che non è aumentata, vivo un certo distacco, una certa quantità’ di spazio vuoto che ci separa.

Sono stato fortunato.

La mia stanza, da piccolo, era soleggiata e il mare che potevo vedere dalla finestra, il mio primo vero territorio.

Noi cresciamo presto dicevo, e ancor più presto ce ne andiamo dai nostri consanguinei. Questi no!

Gli uomini sono refrattari a tutto quello che è pericoloso e in parte lo sono divenuto anch’io, specie ciò che abita la loro testa, perché è certo che il nemico è lì, l’unico antagonista che ho visto in giro in tutti questi anni e che ti può sbattere a terra e forse anche più giù.

Di solito è un comportamento anomalo, diverso a suscitare la repressione, scatenando l’urto delle loro schiere; tutti i loro sistemi di potere sono volti verso l’interno e non verso l’esterno: religioni, sistemi di governo, stati, nazioni e tribù sembrano tutte lì per difendere l’esterno, in realtà, sempre il nemico è dietro di loro e qualsiasi contrapposizione è solo una danza oscura, un inutile contorcersi di forme che devono nascondersi il terribile moloch, il vero colpevole che è la paura.

Poi tutto si placa, tutto si da tregua, esce pure un po’ di sole e la chiamano pace, quella giornata; anch’io mi lascio andare, mi lascio cadere sul mio letto e vedo mia madre, la lupa, che mi annusa e mi lecca.

Dormo e sogno.

La seconda aggressività è stata roba da poco, ma ha lasciato il segno – su chi ho marcato io naturalmente- con una striscia di sangue.

Lui non voleva accettare l’idea che non fossi così, voleva, insieme ad i suoi amici, lì, nell’aula, inscrivermi una forma su una guancia, lo voleva fare con una punta metallica: gli altri mi tenevano ed io ero molto tranquillo, veramente! ero tutto contento di assistere a quel gioco nuovo; tuttavia mi resi conto, come la lama si abbasso’ su di me e scalfì la pelle, che non era un gioco.

Vidi qualcosa che poi ero io, grosso e gesticolante, alzarsi rapidamente dal tavolo di legno scuro; fu come un lampo! come una saetta nella foresta: l’orecchio del ragazzo cadde tra i miei denti e anche l’ottusa faccia del più grosso e le scarpe del più vigliacco; svenni un istante; scorsi il grosso lupo che si faceva presente, molto vicino, e adesso era sopra di me e dentro di me, annusandomi come una sua creatura, perché ero suo e non volevo sfuggirgli.

Fuori erano le urla: devastanti e incredule le mie; tremolanti quelle dei miei poveri persecutori: accartocciati a terra e pieni di sbalordimento in un angolo della stanza.

Sulla parete stava quello strano Signore, appeso ad un tronco d’albero, senza accusa negli occhi, pieno di pace e che io non sentivo della mia stirpe, ma cui ero collegato dalla medesima posizione, sdraiato io su di un banco, Lui su di un legno; stavo sdraiato con il lobo in bocca e poi, un attimo dopo sgridavo, dilaniandoli urlavo ai miei persecutori e le loro strisce di pelle, i loro segni a svastica che avevano tentato di incidere sulla guancia.

- Stai calmo!- diceva il grosso,- stai fermo!- diceva, ridacchiando isterico il più secco- stai parato!!- diceva quello che mi piaceva di meno, quello butterato e con gli scarponi grossi e neri; poi sentii la lama del taglierino entrare sotto la peluria della guancia, - io ridevo e risi ancor di più con il primo dolore, con il primo salire della sofferenza; non c’era sangue, la ferita sembrava un tatuaggio bianco che lasciava un tenue alone e un po’ di gioioso dolore, qualcosa che non era esente da piacere; vidi, come ho già detto, il lupo salire da dentro il mio corpo, e serrai le mascelle, capii che non erano buoni, che non era buono che ci fosse quella posizione di arrendevole condiscendenza da parte mia, e avvertii il lobo vicinissimo alla mia bocca; il chiudersi delle mascelle, sbloccò la soglia della musica; era una sirena quella che si fece avanti nella stanza: tutto roteo’ dal tavolo, come per ubriachezza.

Erano in fuga.

Lasciai la stanza sputando, e con sommo disprezzo, il lobo addosso al terzetto.

La terza aggressività tardò molto a venire, si fece avanti con estrema riluttanza, con passo storto e senza convinzione. Prima che si manifestasse, potei amare, potei dedicarmi alla passione per una donna.

Facevo visita al suo corpo, spesso, spessissimo!!

Posso solo dire che ero molto innamorato di lei e che volevo proteggerla, questo desiderio di protezione non era umano, ma il modo con cui lo dissimulavo sì!

Persi tempo nascondendo la mia vera natura dietro una maschera di civili buone maniere; per altro, le mie destrezze, le mie capacità mimetiche, erano tali che non potevo fare a meno di dare la caccia a lei dandola a me stesso. Cercavo continuamente di non essere quello che ero.

Il mio modo di fare era basato sul cercarla con gli occhi mentre lei non si sentiva osservata, mentre credeva che non ci fosse nessuno che osservasse le sue mosse, le piste che stava solcando.

Avrei potuto dichiarare con onore di non essere quella ignobile mascherata, di non essere così, un povero triste uomo senza istinto.

Optai per la menzogna e ne divenni esperto.

Ma la musica, la stessa che aveva fatto irruzione in quella stanza, nella scuola, sempre in agguato, si divertiva a fare capolino all’improvviso, poi scendeva ancora dentro la buca che gli avevo scavato, una comoda tana con lettuccio, identica a quella dove ero stato partorito; adesso ero io il boccone dentro la strozza di me stesso, e non potevo farci nulla per disincagliarmi, tutto avvinghiato alla negazione di quella musica che mi inseguiva da piccolo, e mi guardava ora, da un vecchio film o da un documentario in televisione.

Ululavo in silenzio.

La mia lei era libera come l’aria. Si muoveva rapida con tutti i suoi interessi e le sue passioni.

La molla che aveva fatto scattare tutto quel teatro, era il suo modo di liberarsi dai vincoli, di lasciarti a zero mentre tu volevi mille, e questo, ben inteso, abbandonando sul tappeto un sorriso e una carezza. Forse mi dovetti difendere o forse era il mio modo di attaccare.

Quando mi abbandonò ero troppo intento a dissimulare la mia libertà; arrivai a correre a quattro zampe e a fingere atti da cane che marca il territorio o lo disprezza. Poi tornavo ritto e verticale come un fuso nero.

Da quel momento non fui che la sua ombra; ero presente dove lei non sapeva, lì dove stava per passare e mi comportavo come un guardiano di cui non si sa, né nome né volto.

Aveva la vita risolta prima che questa si proponesse come problema.

Ma lei non lo sapeva.

Lentamente, inesorabilmente strinsi le maglie e la riportai verso me, la misi in condizione di ritrovarmi sotto una luce che non era, naturalmente, quella vera. La riconquistai senza colpo ferire e stavo già’ celebrando il mio successo quando, senza neanche rendermene conto partì’ la parola che fa morire le maschere.

Sotto il lampione eravamo soli. Ricordo la bocca in controluce, aperta, con labbra delicate e molto infantili; mi sibilava dolcezze e mi proponeva carezze duttili, mi sentivo massaggiare ovunque, preparare per un nuovo momento di amore, poi cominciò a parlare di prima, di come fosse tutto meglio ora, di come tutto avesse altra cadenza, tutto….io sentii volare quella stupida domanda fuori, veloce dal mio interno, dalla mia cuccia, come per assicurare bene il tutto: passato, presente e futuro; chiesi e lei rispose sicura, la risposta fu terribile e io chiesi con chi, lei mi disse con lui, chi esso fosse non ha importanza, so solo che lo conoscevo troppo bene, era vicino a me, era uno dei miei prossimi.

Troppo prossimo.

Risi.

Rise anche lei, poi non risi più e digrignai tra i capelli in ombra, come se fossi tra i rami di una finestra di notte, al freddo; serrai il suo collo e vidi l’espressione atona, goffa della sorpresa,….feci in tempo a mollare la presa, l’avrei sgozzata…..cadde a terra in ginocchio e io corsi via da lei con tutto il corpo di sguincio, con tutto il mio corpo distorto verso il mio nemico, sembravo, con le mie orecchie basse, un deforme pupazzo o un disabile frenetico.

Stavo sotto una cannucciata ad aspettarlo.

Arrivò con passo metodico; lui, l’uomo, è sempre metodico.

Aveva lo sguardo piantato a terra, sorrideva beffardo al selciato,… intanto ero già mutato.

Arrivai saltellando in corsa, …….mi guardò impaurito, sorpreso.

Lo presi alla gola e gli staccai la testa, frugai il suo corpo incurante dei passanti atterriti.

Leccai le mani e nettai i miei denti; quando arrivò la polizia ero un mite reticente sacco pallido.

Allungai le mani ai poliziotti: i braccialetti, aderenti, mi furono messi davanti a lei; arrivava troppo tardi per qualsiasi cosa; svenne alla vista della carcassa di lui a terra, e della mia ritta in piedi mentre venivo arrestato.

Sorridevo benevolo alle stelle sopra di me, e la luna, veramente grande per chiunque, desiderava quel romantico suono che però non volli concedere; era la mia terza aggressività, quella suprema; sentii cadere la mia anima dentro l’imbuto da cui ero salito, tanti anni prima; di aggressività non ce ne sarebbero state altre: il mio tempo aveva fatto di me una cuccia, un letto caldo dove dormire un sonno eterno ed indisturbato.