Davide Bregola  
     

MAZURCA DI PERIFERIA

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Metti il caso di abitare in un paese che tutti considerano periferia, metti il caso che il paese sia invaso da una distesa di terra così ampia da attraversarla in bicicletta con fatica, di considerare un viaggio in macchina, (tra le mille stradine di terra battuta o d’asfalto bucato dal freddo) alla stregua di una gita nel paese delle meraviglie, con colori che nemmeno il Corel Draw riuscirebbe a riprodurre, e pensare che i Bit, gli zero e gli uno, sono una gran bella scoperta e tutto quanto, ma gli atomi, quelli rimangono sempre una meraviglia di miracolo saltato fuori da chissà dove, da combinazioni e casualità che nemmeno la logica Fuzzy riuscirebbe a risolvere.

E allora la notte, magari sospesi nell’afa di un giorno d’agosto vicino alla battigia del fiume con a fianco la ragazza che considerate la vostra musa ispiratrice, la vostra ventata di cellule, vedete due stelle nel cielo buio e vi immedesimate talmente in queste due stelle da diventare loro, due stelle parlanti, voi e la vostra musa, parlare e dire che il sole col tempo, milioni di anni, diventerà talmente grande da inglobare tutto il resto, e ad un tratto si restringerà e si comprimeranno gli atomi a causa della troppa energia e diventerà una comune sfera di atomi compressi con dentro tutto il sistema solare, pressato a tal punto da pesare milioni di tonnellate senza però occupare spazio. E voi, stelle, rimanere confuse dopo questa affermazione, e provare paura, paura di stella perché pensate già alla fine che potreste fare se questo si avverasse.

E ancora, metti che dal fiume e dall’agosto e dalle stelle vi allontaniate, prendete un’altra strada, in un altro giorno, in periferia, con un sottofondo di mazurca, una mazurca di periferia, e in un giardino mettervi ad osservare i frutti, le albicocche, nate grazie al sole, alla pioggia e alla terra fertile e notare la loro forma tondeggiante, poi guardare le prugne, pure esse tondeggianti, e le mirabelle, e l’uva quando sarà pronta, e riportare la mente alle stelle, alla terra, al sole, alla luna, agli atomi e agli elettroni che girano intorno al suo nucleo, e dire: Beh, ma allora tutte queste rotondità non sono un caso, tondo è il seno materno, tonda è la pancia della mamma che aspetta il bambino, tonde sono tante altre cose..., e questa semplice constatazione vi fa pensare chissà perché al trascendente, allo spirito che a quanto pare, potrebbe benissimo essere tondo, perché no, nessuno ha mai provato il contrario, e inevitabilmente arrivate a pensare a Dio, al dio buono, ma del quale avete ancora soggezione, che non sentite ancora vostro perché vi basta vedere la natura che già di per sé è divina e per quanto vi riguarda potrebbe benissimo essere Dio.

In questi momenti la cosa si fa sempre più difficile, e il più delle volte ne uscite confusi, con la sensazione di non sapere niente di niente del mondo e delle persone che lo abitano. Stop, fermatevi per un momento, dedicatevi a qualcosa di concreto, di pragmatico, magari un buon lavoro, un sano lavoro manuale farebbe al caso vostro.

Trovate il lavoro che ci voleva, lavorate, usate le mani, le sporcate, le lavate, le sporcate di nuovo, parlate con persone di cui ignoravate l’esistenza, voi, venuti direttamente dalla scuola, non sapete nemmeno cosa vuol dire non avere mai preso in mano un libro, non sapete nemmeno cosa vuol dire non essersi mai appassionati ad un romanzo, ad un gruppo musicale, ad un film, ad un regista. Forse nel mondo del lavoro scoprite anche questo, e dapprima vi lascerà sconvolti questa cosa, poi ci fate l’abitudine, anzi, rientrerà nella normalità, e accetterete questo ritenendolo uno dei modi possibili di vivere.

Si può vivere in ogni condizione, dunque, si può fare andare avanti questo mondo anche senza usare il computer, anche senza sapere cosa sono i clock, i bit, le Ram o il Corel Draw, si può fare andare avanti questo mondo, questa periferia, questa mazurca con l’intelligenza acquisita lavorando, usando braccia, sprecando energie e sudando. Si può fare tutto questo, ma per migliorare la qualità di questa vita è necessario conoscere e impiegare le nuove tecnologie come se fossero comuni strumenti. Mezzi, non fini

–pensate cercando di convincervi -.

Metti il caso di poter dire a giorni alterni: "Questo è il più bel giorno della mia vita", magari urlato in solitudine, dopo una serata trascorsa con la propria musa, oppure in un giorno di meditazione assoluta, magari in un giorno in cui s’è guardato schiudersi un intero campo di rosolacci, magari il giorno in cui per la prima volta s’è fatto l’amore con la persona amata o nel giorno in cui avete pensato di essere immortali, o pensato la sera, prima d’addormentarvi con le membra stanche dalla fatica, o pensato davanti ad un quadro di un museo o dopo aver letto qualcosa d’importante. Metti il caso che lungo una delle mille strade in terra battuta o d’asfalto bucato dal freddo invernale, i silos prendano vita, ed inizino a volare, a diventare missili che sfrecciano al crepuscolo, tra rossi e arancio, tra orizzonti opachi o volte del firmamento, e su uno di questi possiate salire, e sfrecciare lungo le rive dei fossi, a tutta velocità, con le orecchie che fischiano e gli occhi che tendono a chiudersi, e salire, salire in alto, salire e arrivare oltre il paese, oltre la terra, oltre gli uccelli che volano alti, salire dove c’è freddo, dove c’è buio, ed avere paura di cadere giù e maciullarsi al suolo, e sentire la sensazione di vuoto nello stomaco, d’un tratto perdere propulsione e cadere in picchiata, ma nel momento dell’impatto svegliarvi e ritrovarvi nel comodo letto di casa, tra comfort di ogni tipo e persone amate.

Giorni come questi capitano a tutti e tutti i giorni, giorni in cui aprendo un catalogo d’arte, incappate nel "Tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi intorno ad un sasso che cade nell’acqua", e per questo correte al fiume e state ore a tirare pietre, a simulare un tentativo che sapete fallito in partenza. Poi a casa prendete la Polaroid e: prima istantanea: oggi Giovedì sono andato al Fiume, ho chiesto ad un pescatore se poteva farmi una foto con la mia Polaroid; mi sono seduto vicino alla riva, ho preso una pietra, l’uomo era alle mie spalle, gli ho detto: io lancio la pietra, quando arriva nell’acqua e fa cerchi, lei scatta la foto.

Sono uscito in bianco e nero, di spalle, con canne palustri alla mia destra e l’inconfondibile forma dei cerchi concentrici nell’acqua.

Seconda istantanea: ho provato a riprodurre dentro ad un catino i cerchi tondi che si formano in acqua; ho riempito un grande catino azzurro e di forma rettangolare con acqua, ho lanciato una moneta al suo interno, ho scattato la foto. E’ uscito un risultato che non avevo previsto: si vede il catino -a colori-, e l’acqua al suo interno, la moneta è sul fondo, si nota, ma è leggermente sfuocata. Dei cerchi non v’è presenza. La foto ha fermato un istante della realtà che non corrisponde al vero. Così potrei benissimo affermare che si son formati dei quadrati che sbattendo sulle pareti del secchio a forma di parallelogramma, si sono annullati. Il mio tentativo di formare dei quadrati è riuscito, anche se ho usato un artifizio.

Morale: posso affermare, dati alla mano, anche il falso, importante è trovare chi mi crede.

Succede poi che un amico mi fa conoscere un fiore a me prima d’ora sconosciuto, l’enothera o anothèra che dir si voglia, mi fa: C’è un fiore fantastico, lo devi vedere assolutamente, si chiama enothera, se vuoi venirlo a vedere è nel mio giardino, questo fiore di giorno è lungo e affusolato, chiuso in se stesso, color delle nocciole, al tramonto inizia ad aprirsi, pian piano, senza fretta, tanto sa che il suo corso lo farà con sicurezza. Piano si schiude, e nel mentre gira su sé stesso, poi ad un tratto divampa, si apre ed un rosso pistillo fuoriesce insieme ai petali folti e rosa, quasi bagnati. La sua fioritura dura una notte intera, poi inizia ad appassire e cade. Devi venire a vederlo, pensa al simbolo che ci sta dietro, pensa al fuoco che divampa, pensa alla natura, alla flora, alle donne, al pistillo...pensa... conclude estasiato con gli occhi tali e quali a quelli di persone che giurano d’aver visto la vergine Maria. Tali e quali.

Dovrò andare a vedere l’enothéra, dovrò ancora vedere molte cose. Non c’è fretta, se devono succedere è inutile forzarle. Nel momento esatto in cui stanno accadendo, vuol dire che quello è il momento giusto.

Come quando avete scoperto di riuscire a capire di chi potete fidarvi e di chi no, li avete guardati dritti negli occhi, gli uni e gli altri, li avete fissati, una, due, tre, quattro volte, poi avete pensato, avete fatto passare del tempo, a partire da quando bambini guardavate vostra mamma e vi fidavate dei suoi occhi, come quando per la prima volta dovevate fidarvi di una persona diversa da lei, come quando avete cercato di vedere negli occhi di questa persona un orizzonte simile, uno sguardo, un atteggiamento, un sentore che si poteva avvicinare allo sguardo di vostra mamma, poi avete pensato esclamando: Si! ci siamo, ora ho capito. Quello era il momento giusto per capire che avevate capito.

Però, che strano, il vostro amico vi vuol fare vedere l’enothera e a casa ha installato su disco fisso Sin City 2000. Dice: voglio riuscire a costruirmi una città ideale, voglio fare una città come dico io, con le case e i prati e la terra incolta o selvatica dove dico io, voglio fare le industrie fuori dai centri abitati, e fare negozi che da noi non ci sono, voglio fare e disfare, e mi accontento di vedere tutto su computer. Quando sono stanco demolisco tutto, quando non ne posso più di Sin City, basta un comando e lo elimino: Deltree e tutto scompare.

Ma come -ribatto-, hai un giardino reale, hai l’enothera, le rose le spighe ed il verde e desideri surrogati? Non mi torna qualcosa... Poi il discorso si blocca a mezz’aria, sospeso come un palloncino riempito d’elio da qualche giorno. Se bastasse un Deltree, se bastasse un comando di Dos, se bastasse questo per eliminare qualsiasi cosa che non va, sicuramente riuscireste a fare del male comunque, riuscireste, (riusciremmo) a cancellare anche ciò che deve rimanere. Tu ad esempio -faccio col mio amico-, tu, se tu avessi a disposizione un Deltree, da digitare quando vuoi, in qualsiasi momento della tua esistenza, un Deltree che ha il potere di cancellare, di rimandare qualcosa che non vuoi che si verifichi in quel momento, dove lo useresti?

Non so -mi ha risposto-, ci devo pensare, quando avrò la soluzione te lo dirò.

A distanza di un anno deve ancora rispondermi. E per fortuna che non ha girato la domanda a me, altrimenti ero nelle stesse condizioni.

Come quando gli ho chiesto qual’ è la cosa che più gli da gioia, mi fa: dipende, ho leggeri sprazzi di gioia che tendono a svanire, a depositarsi nel fondo e non smuoversi più, dipende, per avere gioia devo sempre tenermi pronto a sostituire una situazione con un’altra, altrimenti tutto diventa stucchevole.

Mi ricordo una volta che sono stato gioioso per giorni. Ero alla finestra di casa mia, guardavo un uomo che con una sega elettrica tagliava dal tronco un pioppo bianco che mi copriva la visuale, stava tagliando un pioppo che con i suoi rami e le sue foglie non mi permetteva di vedere la strada, oltre.

Il tempo di constatare che in strada non c’era mai niente di nuovo, e avrei dato chissà cosa per riavere l’albero che almeno con i cambi di stagione mutava; le foglie crescevano, le foglie si rinverdivano, i rami crescevano, le foglie diventavano color del pongo mescolato poi cadevano. Faccio spesso domande di questo genere al mio amico per avere almeno un’idea su cosa dire o non dire nell’eventualità dovessero chiedere a me qualcosa di simile.

Venerdì: istantanea numero tre. Voglio immortalare il momento esatto in cui si accende il lampione che illumina il parcheggio che sta' di fronte a casa mia, voglio vedere quando con la sua luce inizierà a diventare la metafora di un sole per le falene, il mio occhio è diventato uno zoom, il mio occhio destro è talmente fisso sul lampione da lacrimare, ma appena la soglia di luce farà scattare la fotocellula...click! scattato. La metafora fissa sarà un sole per miriadi di insetti e falene. Vi capita a volte di essere eccessivamente crepuscolari, in quei momenti potreste benissimo fare istantanee ad un lampione, mentre in altri giorni, specialmente quando il sole è una lampada alogena su base azzurra, la vostra felicità è incontenibile, e capita di sentirsi gli esseri più felici del mondo viaggiando in auto, con a fianco il fascino invisibile che la vostra ragazza emana, un fascino che nasce dall’assenza di ragioni per cui si dovrebbe rimanere affascinati.

Dici: andiamo a fare un giro per le stradine dei paesi, delle frazioni, dei borghi.

Dice: va bene, andiamo. Però voglio perdermi.

Dite: è difficile perdersi in questi luoghi così circoscritti.

Dice: vedrai che invece riusciremo. Mettici un po' di fantasia, inizia a parlare senza pensare dove stai svoltando, parla e dimentica la strada che hai fatto in precedenza, parla e cerca di destrutturalizzare lo spazio.

Sarà, eppure funziona. Riuscire a perdersi nei luoghi d’infanzia, è più facile di quel che si crede, ma il bello è che poi si riesce in fretta ad orientarsi, e il ritorno a casa, mano nella mano è un ritorno felice. C’è sempre un punto di riferimento, un camino, una casa, una strada, una pianta od un sole che vi danno la certezza di essere sulla via giusta.

No, dico, non si sta parlando del centro del mondo, non si sta parlando di estraniamento, si sta parlando di vita e di entusiasmo, si sta parlando di curiosità e di arricchimento, si parla di tecnologia e di amicizia, di amore e di meraviglie e di colori che si vedono, di rotondità e di strade, (di fili se si guardano dall’alto).

Metti il caso che il paese, se lo giri di notte, è una scatola aperta, giri a piedi, in bicicletta, in macchina o come vuoi, e vedi case, saracinesche abbassate, lampioni e fari che illuminano i monumenti dislocato qua e là, vai sull’argine, una brezza afosa ti inumidisce la pelle, ti orienti con le curve, il sottopassaggio del ponte, le case a ridosso del greppo, arrivi nel punto in cui un grosso albero di quercia precede una discesa, la percorri stando attento a non beccare tutti i buchi che la terra battuta forma a contatto con l’acqua piovana e con il passaggio di mezzi in movimento, arrivi sulla sabbia, se sei in auto o in bici devi per forza fermarti e metterle giù, devi proseguire a piedi, vedi quattro falò e in ognuno di essi ci riesci a distinguere delle sagome, riesci a sentire delle voci allegre, che cantano, che fischiano che discorrono ad alta voce, ti togli le scarpe, cammini con i piedi nudi, ti viene voglia di fare un grosso respiro, inspiri tutta l’aria che riescono ad accumulare i tuoi polmoni, guardi in terra, guardi il cielo, camminando vedi una coppia di giovani con il viso rivolto verso l’alto, questi due giovani credono di essere stelle, si sono immedesimati a tal punto che una luce fioca è comparsa al di sopra delle loro teste, una luce tonda, simile ad una aureola pulsa su di loro, cerchi di camminare piano per non disturbarli. Si amano. Lui sicuramente considera lei la sua musa, si vede da come le tiene la mano.

Sei contento, felice di essere li a condividere momenti. Scintille partono dai falò ed arrivano in alto, svaniscono e ricadono, sono piccoli lampi di luce che vogliono diventare stelle.

C’è vita dunque, c’è vita in periferia, anzi, nella periferia della periferia, vicino al fiume c’è un brulichio di sentimenti, sensazioni, profumi e atmosfere che rendono i margini vivi più ancora della vita. Constatato questo te ne puoi ritornare a casa, ripercorri il tragitto iniziale, risali sull’argine, lasciando la quercia alla tua sinistra. C’è vita, pensi, c’è vita in ambienti dove nessuno immaginerebbe ci fosse. Non sono solo, dici, e pensi ad una domanda che potresti fare al tuo amico: Ti piace star solo? A volte, ti risponde lui il giorno dopo, a volte mi piace star solo e stupirmi di tutta questa solitudine, stupirmi a tal punto che l’unica soluzione è uscire, in mezzo alla gente, in mezzo agli amici, in mezzo alle amiche, e parlare, parlare, raccontarci storie e ridere.

Bello! -continui-. Il segreto è stupirsi di tutto, avere sempre lo stupore stampato sul viso, stupirsi se mentre camminate una lucciola si attacca alla vostra camicia e appena sente che è il momento prendere il volo e posarsi tra ranuncoli e bocche di leone, stupirsi quando accendendo il computer si possono vedere immagini animate, stupirsi se...

Poi salutarsi e tornare a casa.

Metti che un giorno iniziate a pensare qualcosa da ricordare, qualcosa che vi faccia tenere a mente il momento che state vivendo, il luogo in cui lo state vivendo. Come fare? Intorno a voi c’è silenzio, soffermate lo sguardo su un portafiori dell’ottocento, bucherellato da termiti nel corso degl’anni, sopra ad esso c’è un vaso, o meglio, è una bottiglia blu che conteneva detersivo, per l’occorrenza è diventato un vaso per fiori di PVC, ossia bottiglie che sono state riciclate e fatte diventare fiori, basta tagliare a metà una bottiglia di plastica, prendere la parte in cui c’è il tappo e quello è già il pistillo. Tagliando a strisce la plastica, diventa dei petali, con un fil di ferro si può fare lo stelo. Quel vaso e quei fiori sembrano una composizione su cui ha messo le mani Damien Hirst. E’ tutto molto bello.

Aprendo l’obbiettivo, si vedono le finestre di casa, sono aperte per creare un po' di corrente tra una stanza e l’altra. Sotto a casa vostra, nel parcheggio in cui c’è il lampione che avete fotografato nel momento dell’accensione ci sono alcuni giovani e al di là della strada alcune pannocchie aspettano, attendono di essere tagliate. Non si vede altro, lo zoom non riesce a distinguere più nulla, c’è troppo buio, ma tendendo l’orecchio, trattenendo il respiro per percepire meglio i suoni, si sente un sottofondo musicale, che trasportato col vento si distingue: è una mazurca, una mazurca suonata da persone o uscita da un apparecchio, è una mazurca di periferia, che suona per voi, per noi, per loro, suona e arriva in tutte le case, entra per le finestre, segue il vento. Spegnete l’alogena, ora c’è solo lo schermo azzurrato del computer che illumina la stanza. Digitate su Avvio. Chiudi sessione…? pensate. No, è ancora presto, voglio ancora godermi questa mazurca di periferia, non voglio andare a letto ora, non voglio andare a letto, ci sono troppe cose migliori da fare che stare a dormire in un letto. Metti che poi succederà tutto quello che avete raccontato fin’ ora, o magari è già successo, chi lo sa! E ancora vi chiedete: Chiudi sessione…. I casi sono due o scegliete Ok cliccando col mouse, oppure annullate, e tutto proseguirà come prima.

Per il momento è meglio annullare, cliccare su un’altra icona per rimanere così, allo stato attuale delle cose, senza cambiamenti e tutto il resto, ma arriverà il punto in cui bisognerà per forza di cose digitare su Sì alla domanda Fine della sessione di lavoro? allora non si sa, forse le cose cambieranno, ma cambieranno con i vostri occhi ben attenti sul video, magari stupiti, e allora il caso ha voluto che voi abitaste in periferia, dove il sottofondo di una mazurca fa da colonna sonora alla vostra serata ed alla quiete che precede il sonno, ma non fate nemmeno in tempo ad accorgervi dove siete che è già arrivata mattina.