Marco Berisso  
     
  Da Il Verbale  
     

20. Lunedì (dalle 15.03 alle 19.10)


 

20.1.

Devo parlare di Hassan. La cosa esce un po' dagli schemi che mi ero fissato, ma adesso devo farlo, che mi piaccia o meno. Ho cercato il modo di evitare questo discorso: non perché mi imbarazzi, ma perché so che a Hassan darebbe fastidio sapere che parlo di lui. Il circuito creatosi tra la me e il computer mi ha portato però sino a questo punto, e lui è un elemento che, per come questo racconto mi è nato tra dita e cervello, non posso eludere. Devo assolutamente seguire il circuito, assecondarlo. Probabilmente Hassan riuscirà a capirmi, alla fine. Anzi, ne sono sicuro. Questa è proprio una di quelle cose che lui può capire meglio di chiunque altro.

Non ho motivo di pensare che l'Hassan che ho incontrato io sia quello di cui mi aveva parlato Oscar. Ero in un bar, verso le due del mattino, seduto a un tavolino parlavo con uno che conoscevo e gli facevo le solite domande. Alla fine gli ho chiesto se conosceva un marocchino di nome Hassan. A quel punto un maghrebino seduto a fianco a me mi ha detto: "Scusa amico, io mi chiamo Hassan…". Era alto, altissimo, forse anche un metro e novanta, e di una magrezza quasi spaventosa. Le due braccia che uscivano dalla polo rosa scuro sembravano quasi ridotte all'osso. Poteva avere sui quarant'anni. Stava bevendo una coca da solo.

Nonostante la sua frase mi avesse preso di sorpresa mi sentivo calmissimo. Diciamo che così di impatto non assomigliava neanche un po' all'immagine di Hassan che mi ero creato nella testa. Gli ho chiesto se voleva qualcosa da bere, ma lui mi ha indicato il bicchiere facendo segno di no con la testa. "Senti Hassan… Io mi chiamo Laudrian… Sto cercando una ragazza che si chiama Alice, alta un metro e settanta al massimo… Forse ha i capelli biondi, ma non è detto… Non è di qui…". Hassan mi ha guardato per un attimo e ha sorriso: aveva i denti guasti. "E perché se cerchi Alice stai invece chiedendo di Hassan?".

Bella domanda. Non avevo voglia però di spiegargli tutta la cosa. "Diciamo che ho saputo che forse Alice stava insieme con Hassan…". Lui ha finito la sua coca, poi si è fatto scivolare in bocca uno dei cubetti di ghiaccio e si è messo a succhiarlo con calma guardandomi negli occhi. "Io non conosco nessuna Alice…". L'ho guardato anch'io negli occhi e ho detto "Infatti io non ho detto che l'Hassan che sto cercando sei tu…". Ha succhiato il ghiaccio ancora per un po', poi lo ha risputato dentro il bicchiere e mi ha sorriso di nuovo: "Però io mi chiamo Hassan…".

Sono a posto, ho pensato. Mi ci mancava anche il marocchino fuori di testa. "Sì, me lo hai detto…", ho risposto, e ho riniziato a parlare col tipo che era con me del più e del meno, facendo finta di niente. Ogni tanto spiavo di nascosto Hassan: continuava a succhiare i cubetti di ghiaccio, lentamente. Alle due e mezza mi sono alzato per andare a pagare e tornare a casa. A quel punto Hassan mi ha chiamato con un gesto della testa: "Amico… Vieni qui…". Ho pagato e mi sono avvicinato: non avevo niente da fare, e poi non si sa mai, magari veniva fuori qualcosa di utile. Alla peggio potevo perdere ancora una mezz'ora.

Mi ha fatto cenno di sedermi: ha finito l'ultimo pezzo di ghiaccio, qualche minuto senza dire niente. Poi si è avvicinato a me e mi ha detto: "Io non conosco questa tua amica… Come hai detto che si chiama? Ah, Alice… Sì, ecco, io non conosco Alice… Però potrei aiutarti…". "E in che modo?": non mi costava niente, non avevo mica altro di più urgente da fare. "Sai cosa ha detto il Profeta, benedetto il suo nome? 'Esseri senza numero vanno continuamente davanti e dietro gli uomini per proteggerli per ordine di Allah'…". Benissimo: fuori di testa e mistico. Però c'era qualcosa di protettivo in quel tipo. Mi dispiaceva che non fosse lui l'Hassan che stava con Alice: sarebbe stata in buone mani, in sua compagnia, lui l'avrebbe tenuta fuori dai guai.

"Senti, Hassan… Te lo dico subito, così ci capiamo… Io sto cercando questa ragazza che si chiama Alice e un marocchino che si chiama Hassan… Tu sei un marocchino, ti chiami Hassan, ma evidentemente non sei quello che serve a me… Se davvero vuoi aiutarmi in qualche modo, potresti far girare la voce… Io non voglio fare niente a quella ragazza, e il marocchino non voglio nemmeno conoscerlo, è solo una traccia per me… Devo solo parlare con Alice, in un'ora si conclude tutto…". Hassan si è alzato: era davvero altissimo, e in piedi la sua magrezza sembrava ancora più accentuata. Mi ha detto solo "Vieni con me…". E l'ho seguito fuori dal bar.

20.2.

Quando ripenso a quello che è successo quella notte mi convinco sempre di più che dovevo essermi scoppiato davvero il cervello. In effetti mi sono mosso senza un minimo di buon senso. Però c'era qualcosa in Hassan che mi ha rassicurato da subito. Forse la calma con cui succhiava il ghiaccio, non lo so. Non è che non ho avuto paura: ma con lui riuscivo a tenerla sotto controllo con facilità. Sentivo che finché c'era Hassan ad accompagnarmi non mi poteva succedere niente di particolarmente terribile. Niente di irreparabile, almeno.

Appena fuori si è messo a camminare senza fretta e senza parlarmi. Io lo seguivo: sul momento ho creduto che forse aveva davvero qualcosa da dirmi ma che non voleva farlo lì, nel locale. Ho pensato a una misura di prudenza da parte sua. Ogni tanto Hassan incontrava dei connazionali: li salutava, con qualcuno si fermava a parlare per qualche secondo in arabo. Appena riprendevamo a camminare mi diceva in due parole come si chiamava il tipo che avevamo incontrato e cosa faceva. Mi lanciava lì delle specie di microbiografie a frammenti. "Lui è Mustafa, è di un posto vicino a Casablanca… Ha cinque figli… Lavora…". Più o meno lo schema era sempre questo. Ogni tanto concludeva con "Adesso non lavora", oppure "Fa un brutto lavoro". Non c'erano inflessioni particolari nella sua voce, niente che rivelasse una sua opinione su quello che mi diceva.

Più o meno a metà di via Prè Hassan ha girato di colpo in un vicolo sulla sinistra. Ci sono vicoli in cui di solito un bianco non entra, almeno non di notte: in certi nemmeno di giorno. L'ho sempre saputo, e l'ho sempre considerato assolutamente normale. Non è che entrando ti possa succedere chissà che cosa: è solo un fatto di rispetto per il territorio. Ci sono zone nella città in cui un maghrebino o un senegalese non potrebbero mai avventurarsi: ecco, direi che vale lo stesso per questo caso, solo alla rovescia. Quindi mi sono fermato: allora Hassan si è girato verso di me e mi ha detto "Avanti, amico, vieni con me…". Era solo una frase: ma ho capito che per me aveva il suono di un ordine che non potevo discutere. Per cui l'ho seguito.

Dai lati del vicolo, strettissimo, si aprivano degli altri vicoli interni. La luce era pochissima: c'erano però delle finestre aperte, alcune illuminate. Da qualche parte in alto arrivava della musica, più avanti delle voci. Hassan si muoveva lì in mezzo con sicurezza, io mi guardavo intorno cercando di memorizzare la strada che stavamo facendo. A un certo punto si è aperto uno slargo: non una vera piazza, semmai una specie di buco creato dalle case diroccate, tutto transennato intorno e chiuso da una specie di rete di plastica arancione. Hassan si è fermato, mi ha indicato quella specie di ferita e mi ha detto: "Qui è morto un ragazzo, qualche mese fa… Lavorava… Non so come si chiamava, non so di dov'era… Ma mi hanno detto che era un bravo ragazzo…".

Non capivo di cosa stesse parlando. In quel periodo io non avevo la televisione e non leggevo i giornali. Qualche giorno dopo ho scoperto che lì, all'inizio dell'anno, era crollato un palazzo ed era rimasto ucciso un ragazzo. Ma sul momento non sapevo se quello che Hassan mi stava dicendo fosse una palla o meno. Per cui mi sono limitato a un cenno con la testa. Hassan è rimasto in piedi e in silenzio per qualche secondo. Praticamente l'unica illuminazione veniva da alcune finestre lì in giro: quella luce lo faceva sembrare sempre più magro. Poi mi ha detto "Vieni con me, amico…", ha fatto qualche metro ed è passato da un buco aperto nella rete arancione.

20.3.

Si è avvicinato a uno dei palazzi distrutti. Non ci vedevo quasi niente, cercavo solo di non inciampare nelle macerie. Avevo un po' paura, l'ho già detto: paura che mi saltasse addosso qualcuno all'improvviso, che crollasse qualche muro. Sentivo muoversi i topi tutto intorno a me: a un certo punto ne ho visto uno, enorme. Ho pensato: "Adesso mi salta addosso e mi morde una caviglia". Hassan invece si muoveva dentro i suoi sandali come se niente fosse. Al piano terra del palazzo verso cui stavamo andando c'erano delle specie di fondi: le entrate non avevano porte, erano buie. Hassan mi ha detto di fermarmi a due o tre metri da lui, si è avvicinato a uno dei questi fondi e ha chiamato a voce bassa un certo Ali. Da dentro qualcuno ha risposto. Hanno parlato per un po' in arabo, sempre a voce bassa, poi mentre lui entrava mi ha fatto segno di avvicinarmi.

Nel fondo c'era un buio totale, al punto che quella poca luce che entrava da fuori sembrava brillare come una fotoelettrica. Hassan si era seduto su un sasso appena dopo la soglia e mi ha fatto segno di sedermi a fianco a lui. Il rumore dei topi continuava tutto intorno: ho cercato di abituare gli occhi al buio, ma non ci riuscivo. Mi ha detto: "Racconta a loro quello che hai raccontato a me". Chi e quanti fossero questi "loro" non ne avevo idea. Non sapevo neanche da che parte guardare, mi sentivo un po' scemo, come se parlassi da solo. "Mi chiamo Laudrian… Sto cercando una ragazza che si chiama Alice… Forse sta con un marocchino che si chiama Hassan… Devo solo parlare con questa ragazza: non mi deve dei soldi, non mi ha fatto niente… Devo solo parlarle, per un'ora, al massimo due ore… Poi me ne vado via e la lascio stare…".

Un voce che proveniva da sinistra di fronte a me ha cominciato a dire qualcosa in arabo: Hassan rispondeva. Stavano discutendo di qualcosa, non sapevo cosa. Nel frattempo i miei occhi si stavano abituando un minimo al buio. Il fondo era un'unica stanza, vuota. Sulla parete di destra poteva esserci una finestra o qualcosa del genere: forse dava su un cavedio, forse era solo un passaggio che comunicava con un altro fondo: luce da lì, comunque, non ne entrava. Intorno a me c'erano tre figure, tre sagome nere. Sembravano sdraiati, per quello che potevo capire: oltre a quello che parlava con Hassan ce n'erano altri due vicini alla finestra.

Alla fine Hassan mi ha detto: "Ali chiede perché vuoi parlare con questa Alice… Io gli ho detto che non lo so ma che mi sembra che per te è molto importante… Allora lui mi ha detto che se è molto importante devi parlarne con noi…". Ma che cazzo gliene può fregare, ho pensato. "Ma ti ha detto che sa qualcosa?". A questo punto Ali si è rivolto direttamente a me, in italiano. "Non c'entra questo… Tu però prima devi dire cosa vuoi da questa ragazza… Poi parliamo insieme…".

Questa volta mi sono reso pienamente conto in che razza di situazione assurda mi stavo trovando: ma tutto questo si è fermato comunque ad una sensazione, niente di più, che è passata velocissima nel cervello. Poi è andata via. Ho guardato nella direzione di Ali e gli ho detto che Alice forse sapeva qualcosa di un incidente successo a un mio amico tanti anni prima. Ali mi ha chiesto se Alice era stata la causa di quell'incidente. Gli ho detto di no, che ero quasi sicuro che lei non avesse nessuna responsabilità. Allora mi ha chiesto perché volevo parlarle. Ho detto che non ero sicuro di quello che lei sapeva, che non ero sicuro di niente. Mi ha domandato che incidente fosse quello successo al mio amico.

Queste frasi uscivano quasi al rallentatore, come se prima di arrivare all'orecchio dovessero faticare ad attraversare la stanza. Hassan guardava un po' me e un po' Ali, senza parlare. Faceva solo dei piccoli gesti con la testa, come se fosse d'accordo con quello che sentiva. Era come se stesse valutando l'andamento corretto di quella conversazione. L'ho già detto, era rassicurante. Per cui mi sono rivolto a lui e gli ho detto: "Devo dirlo?". Che era proprio una domanda cretina. Come se lui sapesse di Fabio e potesse valutare se era opportuno o meno che io ne parlassi. Però mi è venuto da chiederglielo.

Hassan ha detto solo: "Se pensi che è bene…". Dal punto di vista della realtà quella era solo una risposta di circostanza. Era il sinonimo di un "Vedi tu…". Ma in quel momento mi è sembrata una frase piena di significato. Era un bene parlare ad Ali di Fabio? Cosa ne pensavo? Ed era un bene tirare fuori quella storia di tanti anni prima con persone che forse, allora, non erano neppure in Italia? Era un bene, per me, parlare di Fabio?

"Il mio amico è morto… Si è ammazzato tanti anni fa… Forse Alice, quella ragazza, era con lui prima che questo succedesse…". Era stato un bene? Non ero in grado di giudicarlo: lo avevo fatto e basta. Come mesi prima con Erika. Ma con lei c'era almeno un legame che stava nascendo o era già nato, comunque un livello di familiarità che poteva giustificarlo. E comunque le avevo detto molto, molto meno. Il suono di quella frase detta lì, e nel momento stesso in cui mi usciva dalla bocca, allontanava la morte di Fabio a migliaia di chilometri e a migliaia di anni da me.

(come sta succedendo adesso - nel silenzio, però, del pomeriggio - in quest'aria già più fresca

com'è successo, ora dopo ora, in questi giorni)

20.4.

Ali e Hassan hanno parlato ancora per un po' tra loro in arabo. Ali ha chiesto qualcosa a uno dei due sdraiati vicino alla finestra. Il tipo ha risposto con una frase breve, appena poche sillabe. Poi Hassan si è alzato e mi ha detto di seguirlo fuori. Quando stavo per uscire Ali mi ha augurato buona fortuna.

Dopo quei minuti trascorsi nel buio mi pareva che i vicoli intorno fossero quasi illuminati a giorno. Volevo chiedere a Hassan se c'era qualcosa di nuovo, ma non lo facevo. Avevo capito che c'era un patto non scritto e ben chiaro: lui parlava con me e per me, ed io dovevo intervenire solo quando lui me lo chiedeva. La cosa mi sembrava normalissima, non so perché. Abbiamo attraversato la ferita tra i palazzi, scavalcato le transenne: siamo saliti dai vicoli, scavalcando altre transenne, passando sotto impalcature, circondati dai topi che scappavano da tutte le parti. Alla fine ci siamo trovati in via Balbi: il vuoto più assoluto, nessuno in giro. La luce mi costringeva quasi a stringere le palpebre. Da un campanile sono arrivati i rintocchi delle ore. Mi sono concentrato per contarli: erano le tre e mezza. Hassan ha aspettato che finissi il mio conto, poi mi ha detto "Devi tornare a casa?". "No, non c'è motivo". Allora mi ha detto "Sediamoci là", indicando lo scalino di un negozio dall'altro lato della strada.

Ci siamo seduti e lui mi ha detto: "Ali ha detto che non conosce Alice… Conosce solo un Hassan, e sono io… Però ha detto che ci sono due persone che possono conoscere Alice… Uno è un algerino, si chiama Yousseff, l'altra è una ragazza nera molto bella che si chiama Jenny… Fanno tutti e due un brutto lavoro… Sono due brave persone, li conosco, però può essere difficile… Ali ha chiesto al suo amico se Yousseff è ancora qui, e il suo amico gli ha detto dove abita… È qui vicino… Io sapevo già dove abita Jenny… Cosa vuoi fare tu?…".

Cosa volevo fare era chiaro. Volevo andare sino in fondo. Quella sensazione che avevo nei giorni precedenti, quella del tempo che mi passava sopra, in quel momento era quasi insopportabile. Mi sentivo come una videocassetta che qualcuno fa avanzare velocemente per saltare i pezzi in mezzo, per arrivare al finale. In qualche modo sapevo che Hassan era davvero l'unico mezzo a mia disposizione. E che era in quella notte che mi giocavo tutto. In un certo senso era anche una sensazione tranquillizzante. Se non ci avessi cavato fuori niente potevo metterci un punto. Proseguire con i miei giri inutili, telefonare ogni due o tre mesi a Rigo. La conclusione stava arrivando, in un modo o nell'altro, e tanto valeva vedere di che si trattava.

(non lo immaginavo ancora che la conclusione vera sarebbe stata diversa - ricostruire adesso quello che mi passava nella testa, anche se sono cose solo di poche settimane fa, è quasi impossibile - non avessi tutto questo tempo)

"Va bene, andiamo". Ho detto solo questo. Hassan ha sorriso, come se fosse stato contento di una decisione su cui non avrebbe scommesso. Mi ha anche dato una pacca sulla spalla. Poi mi ha fatto cenno come al solito di seguirlo. Abbiamo riattraversato la strada, abbiamo fatto una decina di metri e siamo scesi di nuovo nei vicoli.

20.5.

Tutto è andato esattamente come l'altra volta, solo che ormai non incontravamo più nessuno: posti che non conoscevo, finestre aperte, lui che camminava sicuro, io che lo seguivo. Siamo arrivati al portone di un palazzo e Hassan ha urlato il nome di Yousseff. Dopo qualche minuto è apparsa una testa al terzo piano: dopo aver guardato bene di chi si trattava ci ha detto qualcosa, probabilmente di entrare. Hassan ha girato la maniglia del portone, mi ha fatto passare e lo ha chiuso dietro di sé. Nell'attimo in cui il portone era aperto ho visto che si trattava di un ingresso piccolissimo da cui partiva una scala ripida e mezzo distrutta. Anche qui buio. Hassan mi si è avvicinato e mi ha sussurato nell'orecchio: "Ascolta… Yousseff è una brava persona, ma fa un brutto lavoro… Ha degli amici che fanno lo stesso lavoro, e quelli sono stronzi… Non mi piacciono, ma è lo stesso… Quindi tu non dire niente, non parlare… Se ti dicono qualcosa tu non ascoltare… Chiederò tutto io quello che vuoi sapere, non ti preoccupare…".

Siamo saliti sino al terzo piano: c'era una sola porta, e Hassan ha bussato. Ha aperto un ragazzo sui venticinque anni, vestito con una tuta verde bottiglia e con due occhi bellissimi. L'appartamento mi è sembrato abbastanza grande. Nella stanza dove il ragazzo ci ha portato non c'erano tantissimi mobili: qualche sedia, una specie di cassapanca, un divano giallo con delle macchie che mi sembravano di sangue. Sopra la cassapanca un telefonino attaccato all'alimentatore. In un angolo, per terra, una televisione accesa col volume a zero. Stavano andando in onda le immagini pubblicitarie delle chat-line erotiche. Due ragazze bionde si stavano baciando a turno le tette in un'immagine dalla ricezione pessima. Il ragazzo che ci ha aperto è tornato con una birra: l'ha offerta ad Hassan, che ha rifiutato, e poi a me. Ho fatto cenno di no con la testa: mi ha guardato un po' male ma non ha aperto bocca. Ha aperto la bottiglia e si è seduto sul divano a guardare la televisione.

Hassan e io siamo rimasti in piedi. Dopo un po' è entrato nella stanza un altro tipo, anche questo piuttosto giovane, i capelli lunghi sulle spalle. Ho capito che era Yousseff. Aveva addosso una tee-shirt blu e i pantaloni di una mimetica grigia. Ha salutato Hassan e ci ha fatto segno di sederci. Ho avvicinato una sedia e ho aspettato. Hanno chiacchierato per un po': non capivo niente, ovviamente, ma dalla velocità con cui si scambiavano le battute mi sembrava che stessero parlando di cose generali, come tra chi non si vede da un po'. Poi Hassan ha detto qualcosa: allora Yousseff si è rivolto al tipo seduto alla televisione e gli ha chiesto, evidentemente, di uscire dalla stanza. Quello si è alzato, scazzatissimo, guardandomi sempre peggio, ma se n'è andato. Appena ha chiuso la porta la conversazione è ripresa.

Sapevo che erano arrivati al punto. Mi è sembrato quasi che ogni tanto venisse fuori il nome di Alice. Cercavo di tenere un atteggiamento neutro, di identificarmi quasi con la sedia su cui ero seduto: e devo dire che i due non facevano niente per impedirmelo. Sembrava quasi che non si fossero accorti che io ero lì con loro. Non saprei dire quanto è andata avanti la cosa, forse un quarto d'ora, forse di più. Pensavo tra me che era un buon segno: se Yousseff non avesse saputo niente probabilmente saremmo già andati via.

A un certo punto Yousseff ha detto qualcosa, indicando me con un cenno della testa. Hassan gli ha fatto segno di no: poi si è alzato, ha abbracciato e baciato Yousseff e ha fatto per andarsene. Io l'ho seguito, sempre in silenzio. Yousseff ci ha accompagnati alla porta. Meno di un minuto dopo eravamo di nuovo nei vicoli.

20.6.

Hassan mi ha detto solo "Seguimi" e poi è andato verso sinistra. Dopo due o tre svolte siamo arrivati in una specie di piazzetta, illuminata da un fanale con una lampadina al massimo da cento watt. C'erano due cassonnetti pieni di spazzatura e una vecchia 131 blu senza più le gomme. Hassan si è appoggiato alla 131 e mi ha detto a voce bassa: "Yousseff dice che una ragazza che si chiama Alice l'ha conosciuta… Ma era tanto tempo fa, forse sei mesi, forse anche un anno… Prima dell'ultima volta che hanno cercato di arrestarlo… Non stava però con nessun marocchino… Gli ho detto com'era fatta e mi ha risposto che era più o meno fatta così… Mi ha detto che lui gli vendeva quello che le serviva… Diceva che non era tanto bella… Era bella la tua amica?".

"Cazzo di domanda è?", ho pensato. "Be', non era particolarmente bella… Hassan, cazzo vuoi che mi ricordi, non la vedo da anni…". Hassan mi ha guardato come si potrebbe guardare un marziano: evidentemente questa cosa che non mi ricordassi se era bella o meno gli sembrava inverosimile. Però non ha fatto commenti e ha continuato. "Yousseff conosceva un'Alice che non era molto bella… Era sempre senza soldi, spesso non aveva di che pagarlo… Allora gli amici di Yousseff dicevano se lei poteva pagarli in un altro modo… Capisci?…". Nel dubbio che non avessi capito mi ha fatto vedere in che modo. "Lei diceva sempre di sì… Poi però Yousseff ha convinto i suoi amici a non vendere più niente a quella ragazza… Non è possibile non guadagnare mai soldi… Quel modo di pagare, secondo Yousseff, va bene una volta o due, non sempre…".

Bene. Tossica e troia. Nella testa avevo un casino che non finiva più. Per un attimo ho anche pensato che se era ridotta davvero così male poteva anche essere morta, nel frattempo. Mi è salito il panico su dalla gola. La conclusione. Se Alice era morta ce l'avevo nel culo, e tutto quello che era successo sino a quel punto non serviva più a un cazzo. Dopo tanti anni si presentava di nuovo quella possibilità: pensavo che fosse sparita per sempre, ma la realtà, ancora una volta, aveva deciso di camminare con delle gambe diverse da quelle che io volevo affibbiarle.

"Potrebbe essere morta, allora…", ho detto. Hassan ha sorriso: "No, l'ho chiesto e Yousseff mi ha detto che ha saputo che è ancora viva… Solo non sa più dov'è, non l'ha più vista… Però adesso siamo a un buon punto, vero amico?…".

Sì, è vero, siamo a un buon punto. Tornava anche tutto, volendo. Qualunque cosa Alice avesse deciso di venire a fare a Genova nel '94, alla fine si era fermata lì. Probabilmente quando stava nei vari alberghi non era ancora marcia: perlomeno non era fatta quando usciva di camera. Probabilmente a un certo punto doveva dei soldi a qualcuno, per quello che è sparita. Tutto così banale, così prevedibile.

"Sì, siamo a un buon punto… E adesso cosa facciamo?…". Hassan ha risposto "Adesso andiamo da Jenny… Lei magari sa qualcosa… Vieni…". Si è incamminato verso destra ed è entrato in un altro vicolo, poi ha girato subito verso sinistra, e abbiamo iniziato a scendere verso il porto. Io lo seguivo e stavo pensando alla banalità di quello che era successo ad Alice quando sono scivolato su qualcosa per terra ed ho sentito qualcuno dirmi "Fermo, stronzo!".

 

 

21. Martedì (dalle 20.17 alle 22.20)


 

21.1.

Faccio fatica a mettere in ordine nella mia memoria quello che mi è successo subito dopo. Diciamo che ho presente tutte le cose, tutti gli avvenimenti che si sono succeduti e presi uno per uno, ma non riesco sempre a porli in successione. Ad esempio, già non so se la mia scivolata e la frase che ho sentito si sono verificati proprio in quest'ordine. Credo che sia dovuto all'adrenalina che in certi momenti si sprigiona nel corpo umano: probabilmente isola le singole parti del cervello, lasciando attive solo quelle che in quel momento possono essere utili. Ad esempio quella che ti fa muovere in un certo modo, oppure gli stimoli che fanno agire la forza fisica. La capacità di connettere gli episodi in ricordi coerenti, invece, probabilmente va in tilt.

Posso solo elencare quello che è successo in un ordine provvisorio. Dunque: sono scivolato e contemporaneamente qualcuno mi ha detto "Fermo, stronzo!". Poi mi è saltato alle spalle cercando di stringermi il collo con un braccio, solo che stavo già cadendo per terra, e questo lo ha sbilanciato e lo ha trascinato con me senza che riuscisse a stringere bene la presa. Poi credo di essere rotolato sulla schiena, cercando di schiacciare con il mio peso chi mi teneva. Poi ho sentito un colpo incredibile all'altezza del fegato, credo un pugno, che mi ha fatto perdere il fiato. Mi sono girato e mi sono messo a carponi per terra in mezzo al merdaio del vicolo. Poi ho visto che il tipo si stava lanciando contro di me e ho cercato di scansarmi più o meno saltando in avanti. Ho sentito una fitta molto forte al polpaccio sinistro. Poi ho sentito un rumore sordo e ho visto il tipo cadere al mio fianco. Poi c'era qualcuno che lo pigliava a calci nei coglioni e il tipo gridava. Poi ho sentito che qualcuno mi rimetteva in piedi con la forza e provava a farmi camminare.

Hassan mi trascinava via, svoltando continuamente da una parte e dall'altra e tenendomi abbracciato con la sinistra. Aveva ancora nell'altra mano un pezzo di tubo innocenti. Imprecava continuamente in arabo, l'unica cosa che mi diceva in italiano era "Presto". Io ci mettevo tutta la mia buona volontà, ma la gamba sinistra mi faceva un male della madonna e non riuscivo ad appoggiarla per terra. Dopo aver camminato più o meno per cinque minuti siamo entrati per una decina di metri dentro un vicolo senza luce. Mi ha appoggiato contro il muro, ha posato per terra senza far rumore il pezzo di tubo e mi fatto segno di stare zitto. Ho sentito dei passi di gente che correva, poi ho visto passare dall'imboccatura del vicolo tre o quattro poliziotti. Siamo rimasti lì per un po', io mi reggevo in piedi appoggiando una mano su un cassonnetto, respiravo affannato la puzza di piscio e di immondizia fermentata del vicolo: in quel momento non me ne fregava un cazzo neanche dei topi. Alla fine Hassan è andato a vedere se c'era ancora qualcuno in giro ed è venuto a riprendermi.

"Dobbiamo fare in fretta…". Mi ha fatto appoggiare alla sua spalla e abbiamo continuato a scendere verso il basso. "Ma cosa cazzo voleva quello?", gli ho chiesto. Hassan ha fatto uno dei suoi soliti sorrisi e mi ha detto, come se stesse parlando del tempo: "Voleva i soldi… Cosa credevi che voleva?". Mi ha fatto sentire un autentico cretino, e devo dire che quella sua capacità mi piaceva davvero. Anzi, se non fosse stato per il dolore che sentivo credo che glielo avrei anche detto.

21.2.

Mi sembrava di averci impiegato un'eternità, ma credo che siamo arrivati in via Gramsci in uno o due minuti. Hassan continuava a guardarsi intorno per vedere di non incrociare polizia: io, per parte mia, cercavo di non guardarmi la gamba, convinto che se lo avessi fatto mi sarei sentito male. In giro non c'era quasi nessuno, dovevano essere passate da un pezzo le quattro del mattino. Solo qualche macchina, ogni tanto. "Meglio se camminiamo in vista… Anche se credo che lo abbiano già portato via…". Ho capito che alludeva al tipo e ho fatto solo un cenno con la testa. Dovunque volesse arrivare era meglio per me farlo in fretta, senza parlare.

Siamo rientrati nei vicoli più o meno all'altezza della Stazione Marittima. Lungo la strada abbiamo incontrato solo due senegalesi che hanno fatto finta di niente. Al primo vicolo un po' più in salita ho appoggiato per sbaglio il piede sinistro per terra e una fitta di dolore mi è arrivata sino allo stomaco. "Senti Hassan, non ce la faccio più… Dove stiamo andando? C'è ancora tanto?…". "Stai tranquillo… Siamo arrivati…". Ha aperto un portoncino, mi ha fatto entrare e aiutato a sedere su un gradino della scala, mi ha detto di aspettare. L'ho sentito salire, poi bussare piano a una porta. Dopo un po' ho sentito parlare a bassissima voce, senza capire una parola. Hassan è sceso in compagnia di un tipo di colore, una specie di armadio. Mi hanno preso in due, evitando che toccassi per terra con la gamba ferita, mi hanno fatto salire al primo piano e mi hanno fatto entrare in casa.

Mi hanno portato in una stanza e appoggiato su un letto. La camera era illuminata da una lampada coperta da una tela gialla a disegni rossi e marroni. Appena mi hanno fatto accomodare Hassan mi ha detto "Aspettami, arrivo subito". Io l'ho guardato e gli ho detto "E dove pensi che posso andare?". Si è fermato e mi ha guardato un attimo, poi si è messo a ridere e ha detto "È vero, sono proprio uno stupido uomo…" ed è uscito dalla stanza parlando da solo in arabo e continuando a ridere.

Mi sono assopito per qualche minuto. Adesso che la gamba era stesa mi faceva anche un po' meno male, e poi era tardi, faceva caldo, e quella luce giallina sembrava fatta apposta per dormire. Non ho pensato neppure per un attimo a quanto era improbabile la situazione in cui mi trovavo. Quei pochi minuti di mezzo sonno sono stati un buio senza sogni e senza sensazioni, come se avessi staccato per un po' la corrente. Quando Hassan è rientrato con delle bende e del disinfettante ero già sveglio.

"Levati i pantaloni, per favore". Bene, era arrivato il momento. Ho guardato verso il basso e mi sono accorto che avevo i jeans completamente inzuppati di sangue. Mi sono fatto forza e ho iniziato a togliermeli lentamente. Quando mi sono sfilato la sinistra ho sentito come una specie di strappo doloroso al polpaccio. A vederla, però, a parte il sangue di cui ero impiastrato, non sembrava una ferita grave. Hassan ha cominciato a disinfettarla. "Domani è meglio se vai in ospedale…", mi ha detto.

Gli ho chiesto dov'eravamo. "A casa di Jenny… Te l'ho detto che venivamo qui…". "E quello di prima chi era, il fratello…". Hassan si è messo a ridacchiare come se avessi detto chissà quale cosa divertente invece di una cazzata fessissima. "No… Quello è il fidanzato… È lui che l'aiuta e controlla che non gli facciano del male…". Aveva uno strano modo di definire i rapporti tra le persone. Quando lo faceva, tutto sembrava avere un suo senso, economico e preciso, indiscutibile. "E Jenny dov'è?…", gli ho chiesto. Hassan ha finito di bendarmi la gamba, poi mi ha guardato e mi ha detto: "A dormire… È tardi, la gente a quest'ora dorme…". È uscito ancora ed è tornato dopo qualche secondo con una canna. "Tieni… Dormi anche tu…". Ho fatto due tiri, gliel'ho restituita. Meno di dieci minuti dopo ero già partito.

21.3.

Mi sono svegliato quando ho sentito che qualcuno era entrato nella camera dov'ero. Non ho capito l'ora, ma credo fosse abbastanza presto, probabilmente non dormivo da più di tre o quattro ore. La luce del giorno, però, entrava già nella stanza. Non riuscivo a tenere gli occhi completamente aperti. Il mio cervello era abbastanza lucido, ma era il resto del corpo che non voleva seguirlo, soprattutto gli occhi. La gamba ferita mi bruciava un po'.

Accanto al letto c'era una ragazza nera. Doveva essere per forza Jenny, perché era bellissima. Poteva avere venti, ventidue anni. Aveva gli occhi quasi a mandorla, la pelle che profumava, i capelli folti riuniti in centinaia di treccine. Ha cominciato a cambiarmi la fasciatura. "Sei Jenny?": la voce mi sembrava provenire da qualcun altro. O meglio, mi sembrava incontrollata e incontrollabile, un rantolo incatramato di sigarette e sonno. Jenny si è girata verso di me e mi ha fatto un sorriso bellissimo. "Non lo so se sei Jenny, però sei di sicuro la ragazza più bella del mondo…": di nuovo quella voce di chissà chi che usciva dalla mia bocca. Ha finito di cambiarmi la fasciatura, mi ha dato un bacio leggero sulle labbra e mi ha detto soltanto "Dormi… È ancora presto". Viste le premesse non potevo che ubbidire.

Non so quanto tempo dopo mi sono svegliato. Accanto a me, questa volta, c'era Hassan. Dal caldo che faceva nella stanza doveva essere almeno mezzogiorno. "È andata meglio l'altra volta…", ho detto. "Cosa?", mi ha chiesto Hassan. "L'altra volta in cui mi sono svegliato stamattina… La ragazza più bella del mondo mi ha cambiato la fasciatura… È stato un sogno bellissimo…". Hassan continuava a fissarmi come se non riuscisse a capire cosa stavo dicendo. "Non era un sogno… Era Jenny…". Mi sono fatto forza per svegliarmi del tutto: mi sono alzato e mi sono messo a sedere sul letto. Ero in un bagno di sudore, avevo fame e sete. La gamba mi faceva un po' male.

Hassan ha aspettato che finissi tutta quella cerimonia, poi mi ha chiesto se volevo del caffè. Ho fatto cenno di sì con la testa, così è uscito ed è tornato dopo poco con una tazza. Un caffè lunghissimo, all'africana, bollente, col cardamomo. Ha aspettato che lo finissi, mi ha guardato ancora un po', e poi mi ha chiesto come mi sentivo. "Bene, abbastanza…". In effetti tutto quello che era successo la notte prima mi sembrava una specie di sogno: anzi, non mi fossi trovato lì, avrei deciso che era un sogno puro e semplice.

Dopo qualche minuto ancora, Hassan mi ha detto "Ascolta: stanotte ho parlato a lungo con Jenny e col suo fidanzato…". "Ma scusa, si dice che tra voi maghrebini e i nigeriani non c'è mica tanta amicizia…", gli ho detto. Lui ha sorriso e mi ha risposto: "Ma tutti vogliono bene a Hassan…". Poi ha continuato: "Jenny e il suo fidanzato mi hanno detto che conoscono quella tua amica che si chiama Alice… Dicono che adesso lei sta bene, ma che non vuole più uscire di casa… Dicono che ha dentro qualcosa di maligno, ma queste sono stupidaggini da africani che non significano niente… Io gli ho raccontato perché la cercavi e loro hanno insistito che quella donna ha qualcosa di maligno… Mi hanno detto dove abita e io l'ho scritto qui", e mi ha passato un pezzo di carta piegato in quattro.

"Adesso però dobbiamo fare un patto… Io ti ho aiutato e tu devi aiutare me… Tu adesso esci e vai a casa tua: prima di essere arrivato alla tua casa mi devi promettere di non leggere questo foglio… Poi devi andare all'ospedale a farti curare la ferita… Poi devi aspettare tre giorni prima di cercare la tua amica… In questi tre giorni dovrai pensare molto a quello che ti è successo e alla potenza di Allah… Poi potrai cercare Alice…".

Tenevo stretto il foglio di carta con un indirizzo che avevo cercato disperatamente in ogni modo per sette anni: però, nonostante questo, non ho pensato mai, neppure per un secondo, di fare qualcosa di diverso da quello che Hassan mi stava dicendo. "Dopo questi tre giorni cercherai Alice, e succederà quello che Allah ha deciso, sia benedetto il suo nome… Da quando uscirai di qui tu non mi conoscerai più… Nessuna delle persone che hai conosciuto stanotte dovrai conoscerle più… Non dovrai salutarle se le incontri per strada, non dovrai cercare le loro case… Non dovrai avere per loro odio o amore o gratitudine o ingratitudine… Tutte le persone che hai conosciuto questa notte è come se non esistessero… Devi promettermi che farai questo per me…".

21.4.

"Certo, sì, te lo prometto": era poca cosa, almeno a dirlo così. Però, mentre lo facevo, ho sentito che stavo rinunciando a qualcosa di importante. Era come se dovessi pagare un prezzo per quell'indirizzo che avevo tra le mani. Dovevo rinunciare ad ogni aiuto, in un certo senso, perlomeno ad ogni aiuto reale. Hassan mi lasciava solo, definitivamente.

Mi sono alzato in piedi, senza appoggiare per terra la gamba ferita: Hassan mi ha passato un paio di pantaloni di una tuta blu e un sacchetto con dentro i miei jeans. "Prendi questi… I tuoi sono sporchi di sangue, se vai con quelli ti guarderanno tutti". Mi sono vestito e ho cercato di camminare: zoppicavo vistosamente, sentivo un po' di dolore ma era tutto abbastanza sopportabile. Hassan mi ha accompagnato alla porta: l'appartamento sembrava deserto e silenzioso. La camera dove avevo dormito dava direttamente su un piccolo ingresso. Era pieno di piante: la notte prima non me n'ero accorto. Dall'ingresso partivano altre tre porte. Due erano chiuse, la terza, quella della cucina, era spalancata. Ho solo intravisto per un attimo una tavola piena di pentole e piatti.

Prima di andarmene ho abbracciato Hassan e l'ho baciato. Mi ha chiesto se sapevo la strada per tornare. Gli ho detto di sì, che di giorno ce l'avrei fatta a orientarmi senza difficoltà. Quando ero a metà delle scale, però, e prima che chiudesse la porta ho dovuto fargli ancora una domanda. "Senti… Io però non capisco… Perché mi hai aiutato?…". Lui mi ha guardato e ha sorriso ancora: visto così dal basso sembrava alto quasi tre metri, enormemente più alto dello stipite della porta. "Tu cercavi Hassan perché ti aiutasse, e Hassan ti ha aiutato… Poi è stato divertente… E poi non so se ti ho aiutato davvero… Non lo so… Lo sai cosa ha detto il Profeta, benedetto il suo nome? 'Ho mandato i demoni contro gli infedeli perché li portano a fare il male'… Forse Allah ha mandato i demoni contro di te… Devi pensarci, per questo devi stare tre giorni prima di cercare la tua amica…". Poi mi ha salutato con la mano e ha chiuso la porta.

21.5.

Se devo dire la verità, non ci avevo capito un cazzo di tutto quel suo discorso. Mi sembrava un modo un po' arzigogolato per salutarmi e dirmi di tenere duro. Appena uscito all'aperto, con la luce del giorno, Hassan era tornato il tipo strambo che mi era sembrato appena gli avevo parlato la sera prima. Non c'era comunque altro da fare che seguire passo passo quello che mi aveva detto. Così sono salito su dai vicoli sino ad arrivare in via Doria. Curioso: l'albergo dove aveva dormito quattro anni prima Alice era proprio lì vicino. Ho cercato di non fare collegamenti strani, anche se era abbastanza inevitabile.

Ho preso un autobus per evitare di camminare troppo sulla gamba ferita. Mi sono fermato a un'edicola e ho preso due o tre giornali. Al supermercato ho comprato dello yogurt e delle pesche. In casa mia c'era un caldo terribile. Due messaggi nella segreteria, ma ho lasciato perdere. Non potevo fare un salto così forte, dovevo decomprimermi. Mi sono sbendato la ferita e la carne ai margini mi è sembrata arrossata, come se ci fosse un principio di infezione. Mentre la rifasciavo ho cercato di inventarmi una storia plausibile da raccontare al pronto soccorso, ma mi ci voleva troppa fatica, per cui ho lasciato perdere. Ho preparato un caffè, tagliato a pezzetti le pesche in una tazza e ci ho versato sopra lo yogurt. Quando tutto era pronto me lo sono portato a letto, insieme ai giornali.

In una delle pagine della cronaca locale c'era la notizia di una rissa tra extracomunitari che era accaduta la notte precedente nei pressi della Commenda. Probabilmente all'origine dell'episodio c'era un regolamento di conti tra bande di marocchini e algerini per il controllo del commercio della droga. Ad aver avuto la peggio era stato Rashid H., un pregiudicato algerino di ventiquattro anni che aveva rimediato due costole rotte e il probabile spappolamento di un testicolo. Rashid H. era adesso in stato di fermo all'ospedale, dove gli era stato notificato il decreto di espulsione. Dalla foto al centro dell'articoletto mi fissavano i begli occhi dell'amico di Yousseff, che però lì nella foto dimostrava più della sua età e aveva anche una ceffa ben più sinistra di quella che aveva nella realtà. "Guarda te… L'avevo capito che gli stavo sul cazzo…". Ho cercato le sigarette nella tasca della tuta: e mi è capitato tra le mani, a quel punto, un foglietto di carta piegato in quattro.

So che può essere molto difficile crederlo, a questo punto: ma giuro che in quel momento non ho capito di che cazzo si trattasse.