Riccardo Angiolani  
     

Cubana


 

Verso le undici di questa sera sono entrato in un bar del centro per comprare le sigarette, e ho incontrato Claudietto. Non lo vedevo dall’inverno scorso. Ci siamo abbracciati, e mentre lui ripeteva il mio nome, ho chiesto come gli andava.

"Bene, bene" ha detto. Staccandosi da me l’ha ripetuto di nuovo. Poi la prima cosa che ha voluto dirmi è stata che sua moglie l’ha lasciato da un paio di mesi.

È straordinario. Proprio oggi pomeriggio ero in auto con la mia fidanzata e si parlava di quelli che come Claudietto vanno a cercasi la moglie a Cuba. Avevamo appena visto, fermi a un semaforo, una ragazza bosniaca che chiedeva l’elemosina, e a Sara era venuto di pensare che quella bosniaca era giovane e poteva anche cercarsi un lavoro, piuttosto che starsene tutto il giorno a un semaforo con il cartello: Sono bosniaca. Ho fame. Grazie.

Con un vestito decente, poi, sarebbe stata anche una ragazza bellina, e se si dava un po’ da fare, un uomo italiano lo trovava di certo, e poteva sistemarsi così per il resto della vita.

Dopo un po’ che avevamo lasciato il semaforo, Sara m’ha raccontato questi suoi pensieri e ha concluso dicendo "Pare normale pensare questo, no? Voglio dire: di brutti uomini che non trovano moglie ce ne stanno tanti, ma quella poveretta poi dovrebbe passarci insieme tutta la vita. Insomma: dovrebbe anche andarci a letto, capisci. E invece un pensiero del genere ti viene per la testa come se pensarlo fosse normale."

Il discorso è scivolato sugli italiani che vanno a Cuba a cercare moglie, e anche se Sara ha continuato a parlare in generale, sono quasi sicuro che pure a lei è venuto in mente Claudietto. Comunque a un certo punto se n’è uscita dicendo che bastava ragionarci un po’ su per capire che questi matrimoni sono solo una forma di prostituzione legalizzata. Al che, ridendo, ho aggiunto "Una prostituzione fedele."

"Be’, sì" ha detto lei. "Ci si prostituisce per anni con lo stesso uomo." L’ho sentita fare una specie di brrr. Poi è tornata a parlare e ha detto che certi legami, comunque, non durano molto, ché queste cubane, una volta ottenuta la cittadinanza italiana, chiedono quasi sempre il divorzio. Nella testa di Sara, all’improvviso, i brutti uomini italiani erano diventati le vittime di tutta la situazione.

"È una specie di guerra fra poveri" le ho detto cercando di tenere il filo dei suoi pensieri. "Anzi no" ho detto. "Non fra poveri, fra disperati: c’è chi ha bisogno di uscire dalla miseria e chi dalla solitudine."

È parlando così che m’è venuto in mente Claudietto. Ma non il Claudietto di oggi: un uomo obeso e quasi calvo. Ho pensato al Claudietto di quando facevamo le elementari. La luce è quella afosa dell’estate, e ci siamo io, Claudietto e anche Sergio che stiamo giocando a pallone in piazza Malatesta. Sergio fa il portiere neutrale, mentre noialtri due ci diamo da fare in attacco, in una partitella uno contro uno. Con la palla tra i piedi Claudietto è molto più agile e svelto di me, e quindi è chiaro che sarà lui a vincere la partita. Ha già vinto la conta per chi di noi è la Juve, e ogni volta che tocca palla lo sento che grida il nome di Anastasi, in una specie di autotelecronaca in diretta. Pure io e Sergio siamo juventini, però mi sono dovuto accontentare di fare la parte di Boninsegna mentre Sergio, che voleva a tutti costi essere Zoff, alla fine ha scelto per sé il nome di Albertosi.

Gli altri nostri amici ci hanno sempre chiamato i fratellini, perché eravamo tutti e tre magri, biondi e piccoletti di statura. Sergio, a dire il vero, è sempre stato quello più alto, e da grande – anche se ormai non lo vedo da anni – è diventato una stanga che supera quasi il metro e ottanta. Ma non è un bel ragazzo, da quel che ricordo: gli è rimasto quell’aspetto allampanato che aveva fin da bambino. Bello – bello sul serio – era invece Claudietto. S’è cominciato a guastare quando andavamo alle superiori. Ma solo oggi so che i chili che aveva iniziato a prendere in quegli anni – e che in principio, anzi, gli avevano dato subito questo aspetto da uomo che gli permetteva di uscire persino con ragazze molto più grandi di noi – erano il segno d’un cambiamento.

Terminate le scuole, presa la patente, ogni sabato sera con la mia 127 siamo planati per anni nelle discoteche riminesi. Quando abbiamo litigato stavamo tornando proprio da Rimini. Era quasi l’alba e la 127 era ferma sulla corsia d’emergenza dell’autostrada, senza un goccio di benzina. In seguito, abbiamo semplicemente smesso di cercarci.

Questo inverno, quando ho rivisto Claudietto, lì per lì ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte una persona malata. Nella sua grassezza ho creduto di scorgere qualcosa d’innaturale. Sarà stato per questo, forse, o per le cose che c’eravamo detti in autostrada, ma ho preferito tenermi un po’ sulle mie. Claudietto, in ogni caso, s’è mostrato sorridente e cordiale come se tra noi non fosse successo niente. Era spiritoso, e mentre l’ascoltavo mi sono tornate alla mente alcune immagini delle elementari, quando tutte le ragazzine della nostra classe – che per noi erano tutte le ragazzine del mondo – mostravano simpatia soltanto per lui. Non ce n’era per nessun altro, a quel tempo, e gli inutili tentativi che facevo per insidiare il suo feeling con Lella, la più carina in assoluto, erano semplicemente patetici. Ricordo che per Lella mi sono pure sputtanato con gli amici, e questo perché un pomeriggio avevo detto che dovevo fare i compiti e non potevo andare in piazza Malatesta a giocare a pallone. E invece avevo telefonato a Lella e poco dopo ero già a casa sua a giocare ai fidanzati con la Barbie e Ken. Poi, per colpa della sorella grande di Lella – che alla fine aveva solo un anno più di noi – per alcune settimane avevo dovuto sopportare i miei amici che durante le partite si divertivano a dire frasi come "Dribbling di Ken sulla fascia. Ken colpisce di testa. Solo davanti alla porta, Ken riesce a sbagliare."

La moglie di Claudietto ho fatto appena in tempo a vederla una volta. Quest’inverno. Passeggiavo lungo il corso con Sara quando abbiamo incrociato Claudietto. Dopo un po’ che si parlava, lui ci ha indicato una ragazza di colore, molto alta, davvero bella, e con un cagnetto peloso che con un braccio teneva stretto contro il petto. Stava a una decina di metri da noi, e sembrava indaffarata a guardare le scarpe ammonticchiate su una bancarella.

"Quella è mia moglie" ha detto. "L’ho conosciuta a Cuba due estati fa. Poi a Natale dell’anno scorso sono tornato giù a prenderla e ci siamo sposati al volo." Subito dopo m’ha messo un braccio attorno alle spalle e sorridendo ha chiamato forte il nome della ragazza e le ha gridato "Questo è Francesco, un amico mio. E questa è la sua fidanzata."

La ragazza cubana, allora, ha alzato il braccio libero dal cagnetto peloso e ha fatto un cenno di saluto.

L’unico pensiero che ricordo d’aver fatto in quel momento, è che quella ragazza aveva un aspetto sano.

Verso le undici di questa sera, quando sono entrato in quel bar per comprare le sigarette, un istante prima che ci abbracciassimo, d’istinto ho lanciato un colpo d’occhio attorno per vedere la ragazza cubana, ma Claudietto m’è saltato al collo quasi subito e non ho fatto in tempo a vedere niente.

"Come va, Claudietto" gli ho chiesto mentre ancora mi stringeva a sé.

La separazione con sua moglie è stata la prima cosa di cui m’ha parlato. M’ha detto che sono quasi due mesi che non vivono più assieme. Ho pensato di chiedergli dove fosse lei, adesso, ma ho detto solo "Be’… ma come va ora."

M’ha risposto che adesso va meglio, che è stata dura all’inizio, e sorridendo ha detto che non si può mica morire per certe cose, anche se certe cose – ha aggiunto – non dovrebbero accadere mai. Poi m’ha spiegato che lei, ora, fa la cameriera in un bar, ma non ho capito quale.

"Bene" ho detto. "Ma adesso, eh… come ti va, adesso."

Ha ripetuto che certe cose sarebbe meglio non accadessero. Che stavolta è toccata a lui. Ma ora si sta rimettendo in carreggiata. Il mese scorso s’è comprato pure un appartamento in centro, al pianterreno e col giardino, e visto che è arrivata l’estate e ci sono i mondiali, ha messo la prolunga per la tivù, e quel pezzetto di terra se lo gode davvero.

"Bene" gli ho fatto. "Allora va abbastanza bene, mi pare."

"Sto ricominciando. Ma è stata dura, all’inizio. Se sei tu che lasci è dura lo stesso. Ma se vieni lasciato è dura due volte, giusto?"

"Hai ragione" ho detto. "Forza, dài. Che va meglio adesso, no?"

"E tu" m’ha chiesto. "Stai ancora con quella tipa lì che ho visto… quand’era?"

"Era questo inverno. Sì, esco ancora con lei, quella ragazza bionda… Sara, ricordi?"

"Certo. Sara. Carina Sara. Proprio carina."

È stato allora che ho fatto scivolare un braccio dietro la schiena di Claudietto e me lo sono tirato più vicino. Siamo restati a quel modo a guardarci dritti in faccia, facendo tutti e due sì con la testa e sorridendo. Sentivo il grasso del suo fianco riempirmi la mano, e visto così da vicino il sottogola di Claudietto faceva davvero impressione. Poi, di scatto, ho fatto il gesto di dargli un pugno sulla pancia e ho detto forte "Allora! Come va, eh, Claudietto?"

 

E se poi arrivasse gente


 

Piera e io avevamo bisogno di soldi, e dalla fine di gennaio avevo preso a fare il doppio turno. Però avevo chiesto un giovedì libero per andare ai grandi magazzini nella zona industriale. Si diceva in giro che ai grandi magazzini ci sarebbe stato da lottare. Ci avevo riflettuto un po’ su, e alla fine avevo deciso di chiedere a Piera di prendersi anche lei una giornata libera. Ci tenevo che venisse con me.

Piera si lasciò convincere subito. D’altra parte, di occasioni per trascorrere una giornata intera insieme, esclusi i giorni festivi, non ne avevamo molte. Piera faceva un lavoro che detestava e che la portava lontano da casa tutto il giorno. Certe volte mi sentivo in colpa.

La mattina ero io ad alzarmi per primo. Mettevo su il caffè, scaldavo un po’ di latte, e poi, quando Piera mi raggiungeva in cucina, le davo una mano a studiare la carta stradale della provincia e a suddividerla in zone di lavoro. Quando vedevo che era sul punto di uscire, io, ancora in ciabatte, la seguivo fin sulle scale, la stringevo forte e le davo un bacio sulla fronte. Poi raggiungevo la finestra e aspettavo che salisse in auto. Piera, partendo, metteva un braccio fuori dal finestrino e salutava con la mano. Per il resto della giornata sarebbe andata di casa in casa a vendere biglietti per uno spettacolo teatrale organizzato da una associazione per disabili. I ciechi nei mesi invernali, i sordomuti in primavera, d’estate i paralitici e in autunno si raccoglievano fondi per i malati di distrofia muscolare. Le davano il dieci per cento dell’incasso giornaliero più le spese della benzina. Nei periodi migliori, Piera portava a casa anche centotrenta centocinquantamila lire a sera, e capitava che alla fine del mese tirasse su uno stipendio più sostanzioso del mio. Erano soldi liquidi, che facevano comodo subito. Ma l’impressione di chiedere l’elemosina le restava addosso come un malumore.

Solo da alcuni mesi le cose andavano meno bene. C’erano anche altri che giravano a chiedere soldi: per i disoccupati, per i profughi del Kosovo, per salvare un condannato a morte nel Texas o nella Virginia. La gente, diceva Piera, ormai era stufa e sbatteva la porta in faccia a chiunque.

Ma per quel giovedì di metà febbraio niente doppio turno e niente porte da bussare. Alle otto del mattino eravamo già davanti alle saracinesche dei grandi magazzini. Io col solito cappotto spinato, e Piera con la sua giaccavento color anziano e il berretto peruviano a punta.

L’apertura era per le nove. A parte noi, che stavamo inchiodati a pochi passi dall’ingresso, c’era solo un vecchio che per vincere il freddo girellava col carrello della spesa qua e là lungo il parcheggio deserto. Era un avversario che non poteva certo impensierirci. E poi aveva preso il carrello e quindi, sussurrai a Piera, si poteva star tranquilli, ché di sicuro il vecchio era venuto a fare semplicemente la spesa.

"Sei tu, Giorgio, a essere agitato" fece lei. "Fosse stato per me, sarei venuta quaggiù nel pomeriggio. Con calma."

"Non sono agitato" le dissi. "Sai bene cosa si dice in giro, no? Ne abbiamo parlato."

"D’accordo" fece lei. "Si faceva per dire. Non agitarti."

"Sei tu che mi fai agitare. Io non sono agitato" ripetei.

Ai grandi magazzini c’era una vendita promozionale di elettrodomestici a prezzo-regalo. Noi avevamo ricevuto il depliant solo da un paio di giorni, ma l’offerta d’un cellulare ultraleggero andava avanti già da alcune settimane. Ricordo che sotto la foto del telefonino stava la scritta: numero di pezzi limitato. In giro si diceva che la gente aveva fatto cose folli, pur di conquistarsi uno di quei cellulari. Correva voce che prima di riuscire nell’acquisto erano necessari diversi tentativi, che c’era gente che aveva preparato con cura ogni mossa giusta per essere più rapida possibile. Non ne sapevo niente delle mosse giuste, io. La mia strategia era semplice: arrivare con un’ora d’anticipo ed essere i primi della fila. Per il resto, d’accordo con Piera, se davvero come si raccontava in giro bisognava correre, sgomitare, dare pugni o sgambettare i concorrenti: be’, noi ci saremmo ritirati in partenza. Era solo un telefonino, aveva puntualizzato Piera la sera prima, e io avevo detto sì, d’accordo, è solo un telefonino, non facciamoci prendere dal panico.

Per il momento, comunque, erano appena le otto e venti, e davanti ai grandi magazzini c’eravamo noi, il vecchio col carrello, e un ragazzetto che era arrivato in sella a uno scooter e s’era accovacciato in un angolo a leggere la Gazzetta dello Sport.

Scrutai un po’ attorno. L’aria era gonfia di nebbia e sentivo il gelo infilarmisi sotto il cappotto. Guardai Piera e ci venne da ridere. Piera disse che avevamo esagerato, che m’ero lasciato suggestionare da tutte quelle storie pazzesche. Poi disse che se la stava facendo sotto dal freddo e che proprio non poteva resistere. Le suggerii di raggiungere il campo lì vicino. Piera fece di no con la testa e disse che da sola non voleva andare.

"E se poi arrivasse gente" le dissi. "È troppo rischioso allontanarci in due."

"Chi vuoi che arrivi" disse. "Me la faccio addosso. Dài, andiamo." Mi prese per una manica del cappotto e mi tirò via con sé.

"Va bene" le dissi. "Andiamo. Ma facciamo in fretta. Sennò ci siamo alzati presto per niente."

Raggiungemmo il campo e l’operazione andò per le lunghe, ché Piera aveva avuto la bella idea di mettersi una salopette e la faccenda divenne terribilmente complicata. Tenni per tutto il tempo il parcheggio sott’occhio, e attraverso la nebbia mi fu possibile vedere i fari di alcune auto aggirarsi vicino ai grandi magazzini. Tenevo sotto controllo pure l’orologio, e potei contare quasi otto minuti. Minuti preziosi, perché quando tornammo alla saracinesca trovammo un grosso sessantenne dall’aria irrequieta, e, poco distante da lui, due signore di mezza età. Né io né Piera avemmo dubbi: il sessantenne era lì per il cellulare. Vedendoci arrivare si strinse più che poté contro la saracinesca e per un po’ non ci perse di vista.

"Studia le nostre mosse" scherzai con Piera. Mi stavo agitando, lo sentivo. Cominciavo a chiedermi cosa significasse davvero numero di pezzi limitato. Il ragazzetto, intanto, aveva piegato il giornale e senza fretta s’era portato vicino a noi. Anche lui mirava al cellulare, ne ero sicuro. Sulle due signore di mezza età, invece, non m’ero fatto un’idea precisa. Le sentivo parlare tra loro del cattivo tempo dei giorni di Natale, quando era nevicato, e ora si lamentavano per l’influenza asiatica che aveva decimato, dissero, cinquecentomila italiani.

Piera mi si strinse a un braccio e disse che se non arrivava altra gente, un cellulare era nostro di certo. Le feci di sì con la testa e mi mostrai fiducioso. "Se non era per la tua salopette" le dissi pizzicandole il naso, "a quest’ora eravamo i primi della fila."

Si alzò sulle punte e mi sfiorò una guancia con le labbra. Poi mi sussurrò che il freddo le aveva fatto venire voglia d’infilarsi sotto le coperte e scaldarsi con me. Lasciai che il mio braccio le scivolasse intorno alla vita, e stringendola le baciai la fronte. "Abbiamo tutto il pomeriggio per starcene dentro un letto" dissi. Le spostai dalla guancia un ciuffo di capelli che usciva dal berretto peruviano. "Questa sera" le dissi, "col nostro telefonino facciamo una sorpresa a Massimo e Stefania." Ci divertimmo a immaginare quali facce avrebbero fatto quei due nel vedere sul display del loro cellulare un numero sconosciuto e poi scoprire che quel numero eravamo noi.

Per un po’ pensammo a tutte le situazioni in cui il telefonino ci sarebbe venuto utile. Poi facemmo degli esempi tratti dal passato, occasioni in cui se avessimo avuto il cellulare tutto si sarebbe risolto con meno casini. Io ricordai quella volta che Piera era rimasta con l’auto in panne nella campagna di Ostra Vetere e stava facendo buio. Il discorso scivolò così nell’elenco di tutte le situazioni di soccorso in cui col telefonino si poteva persino salvare la vita a qualcuno.

Chiacchieravo con Piera, e intanto studiavo le facce di quelli che arrivavano. Restai comunque sorpreso quando mi resi conto che intorno a noi potevano esserci almeno una sessantina di persone. Molta di quella gente doveva essere arrivata come di nascosto, perché ormai mancavano pochi minuti alle nove, e stavamo tutti ammassati davanti all’entrata. Ogni tanto, da dietro, si sentiva la voce di qualcuno che gridava di non dare spallate, oppure di rispettare la fila. Ma non c’era nessuna fila. Eravamo una specie di mezzaluna, e una pressione crescente spingeva contro la saracinesca.

Il sessantenne che ci stava davanti, all’improvviso, si piegò sui ginocchi. Piera si chinò su lui e chiese se andava tutto bene. Il sessantenne sorrise, ma come turbato. Subito dopo controllò l’orologio e si sdraiò, coprendo con un fianco la sottile fessura tra la saracinesca e il marciapiede. Piera si trattenne china su lui ancora un istante, e subito dopo mi guardò con occhi larghi. Ma intorno a noi altri uomini e altre donne avevano preso a inginocchiarsi. Dietro, intanto, le grida degli ultimi salivano e si facevano più impazienti.

Poi arrivò la prima onda d’urto. Sentii Piera aggrapparsi forte a me e gridare qualcosa. Riuscii a stento a frenare il colpo puntando le braccia contro la saracinesca che lentamente si stava sollevando. Pensai che sarebbe stato impossibile non finire sul sessantenne disteso lì davanti. Ma quello non c’era già più. Gli furono dietro in altri due, o tre, che s’infilarono, strisciando, sotto la saracinesca. Altri ancora arrivarono quasi correndo e vi si gettarono sotto carponi. E di seguito arrivò un’altra onda d’urto. Piera gridò ancora qualcosa, ma io le urlai d’abbassarsi e la spinsi sotto la saracinesca, che ormai ci arrivava al petto. Subito dopo cominciammo a correre ognuno per sé, seguendo quelli che ci precedevano. La meta doveva essere un vigilante che, vicino a una cassa, teneva le braccia tese in avanti e gridava di star calmi. Gli furono addosso in un attimo. Il vigilante prese a tirar calci, poi lasciò volar via dei foglietti. Quando arrivai anch’io non c’era più niente da fare. Disteso in terra c’era rimasto solo un uomo con un impermeabile beige che cercava di recuperare un foglietto scivolato sotto uno scaffale. Il vigilante, invece, gridava come un matto che era tutto finito. "Finiti! Finiti!" gridava. "Erano dieci. Finiti!"

Un istante dopo arrivò il grosso della folla. Nessuno aveva né sentito né visto niente e giravano tutti per il reparto telefonia senza sapere bene cosa cercare. Ci volle un po’ di tempo perché fosse chiaro che la gara era già stata vinta. Per alcuni minuti il vigilante continuò a gridare ch’era tutto finito. Poi, attraverso l’altoparlante, una voce di signorina annunciò ai gentili clienti che la vendita promozionale di cellulari era terminata, e che la settimana successiva sarebbe iniziata quella dei televisori wide screen. Qualcuno cominciò a gridare che non si poteva trattare la gente così. Ch’era una cosa vergognosa.

Piera la ritrovai seduta vicino a una piramide di pandori in svendita. Aveva ancora il berretto peruviano in testa, e le guance le si erano arrossate. Guardava verso me e sorrideva.

"È incredibile" le dissi. "Eravamo i primi."

"In fondo era solo un cellulare, no?"

Le feci di sì con la testa. "Questo però non mi consola." Infilai le mani nelle tasche e mi guardai attorno. "E adesso che facciamo" le chiesi.

"Ti va qualcosa di caldo?" Indicò uno stand dove una ragazza preparava tazzine di caffè a disposizione dei clienti.

"Sì" dissi. "Credo che quel caffè ci spetti di diritto."

Lo gustammo lentamente, ed era un buon caffè, per essere in offerta. Piera fu tentata di comprarne una confezione.

"Non se ne parla nemmeno" quasi gridai, in modo che anche la standista potesse sentire. "Dopo che ci siamo alzati all’alba, abbiamo preso freddo, e che il telefonino non ce l’hanno neppure dato, ci beviamo il caffè gratis e basta. Anzi, ne prendo un altro, quasi quasi."

La giovane standista finse di non sentire e cominciò a pulire i filtri della macchina espresso. Piera mi tirò via per un braccio e mi disse che non dovevo fare così. "Giorgio!" disse, "era solo un telefonino. L’avevamo messo in conto fin dall’inizio, dài!"

Sospirai e mi passai una mano sulla fronte. "Certo" le dissi. "Scusami. Ma non posso farci niente. Ho come l’impressione di essere stato truffato."

Piera mi prese sottobraccio e per un po’ nessuno dei due ebbe voglia di dire niente. Gironzolavamo tra gli scaffali senza fermarci in nessuno. Poi Piera mi disse che si vergognava d’essersi messa a correre come tutti gli altri. Le risposi che questo lo capivo, e che aveva ragione: era inutile starci a rimuginare su.

"Vuoi sapere una cosa?" mi confessò. La guardai intensamente. Per qualche motivo, mi faceva pensare a un fagiolo. "Credevo proprio che quel cellulare sarebbe stato nostro."

Le accarezzai il mento, il naso. Poi le afferrai la punta del suo berretto peruviano. "In ogni caso" le dissi, "in questo posto, oggi, non compriamo un bel niente. D’accordo fagiolo?"

Piera sorrise, e allora io le tirai via il berretto, e per alcuni istanti i capelli le restarono tutti verso l’alto.

"Fermo!" gridò, e subito si coprì la testa con le mani. Si guardò attorno come quando si vergognava di qualcosa, e con uno strattone brusco e scherzoso mi strappò via il berretto dalle mani e se lo infilò in fretta.

"Non ti ha vista nessuno" la rassicurai. "E poi" le dissi, "non è mica detto che con quel berretto peruviano tu stia meglio, sai." Guardai altrove per mantenere una faccia seria.

Eravamo arrivati vicino all’uscita, e potevo vedere il vigilante, ancora nel reparto telefonia, che si agitava e diceva a tutti di star calmi.

"Guarda là" disse Piera. "Vicino al bancone della cassa."

"Incredibile. Stanno ancora lì a piangere per un cellulare" feci un po’ sprezzante.

"No, No! In terra, vicino alla cassa. Vedi? Dove stanno tutte quelle persone" ripeté. "L’hai visto, adesso?"

Diosanto, se l’avevo visto! Era uno di quei foglietti distribuiti dal vigilante.

"Non ti muovere" le dissi. "Ci penso io."

M’avvicinai alla cassa e senza dare nell’occhio mi feci largo tra la gente. Poi distesi la gamba sinistra e col tacco riuscii a coprire il foglietto. Sentivo la cassiera che diceva: "Non ve lo posso dare… se non avete il bigliettino numerato questo cellulare non si sposta di qui… no, signora, non me lo porto a casa io… sì, certo che c’erano tutti i bigliettini, signore… ma sarà caduto in terra… sì, signorina, il numero sette…"

Cominciai a tirarmi fuori da quella calca come fossi uno zoppo, con la gamba sinistra tesa in modo da far strisciare sul pavimento il tacco che nascondeva il foglietto.

"È una vergogna" disse un tizio rivolgendosi proprio a me. "La gente è peggio delle bestie."

Feci di sì con la testa. "Ha ragione" dissi, fissandolo un po’ troppo. "Ha ragione." Poi, come quello si allontanò, feci cenno a Piera di raggiungermi. Le dissi di gettare qualcosa in terra e di raccogliere il foglietto da sotto il tacco.

"Allora?" le chiesi. "Che c’è scritto?"

"C’è un sette" disse Piera.

Mezz’ora dopo eravamo nella nostra macchina. Piera era tutto un sorriso. "Aspetta" disse. "Aspetta un attimo, prima di partire." Aprì la scatola e ne tirò fuori il telefonino. "Che meraviglia" fece. "Guarda!"

Me lo passò. Per prima cosa ne valutai il peso. "È davvero leggero come dicono" considerai. "E poi senti come sono morbidi i tasti."

"È una meraviglia" ripeté Piera. "Ha pure il vibracall, e qui sulla scatola dice che può anche ricevere e mandare messaggi scritti."

Ero contento. Restituii il cellulare a Piera, che alzò le braccia come avesse fatto goal. Poi accesi il motore, feci un paio di manovre non troppo complicate e lasciai il parcheggio.

Mentre davo la precedenza alle auto che correvano sulla statale, Piera indicò il cielo e gridò che stava uscendo il sole.

Era vero. Quasi volesse essere un simbolo, un cono di luce scendeva attraverso la nebbia diradata, illuminando il pendio breve d’una collina poco distante. Quand’era felice a quel modo, Piera era felice per tutto. Anche soltanto per le nubi che s’aprivano al calore del sole.

 

K.T.M.


 
Pulito. Questo mi passa per la testa quando vedo uno scooter. Preciso, elegante, fila via sull’asfalto quasi senza far rumore. Lo guardo e mi dico: pulito.

Stefano, nel Settantotto, aveva un Mondial. Ricordo bene il serbatoio arancione con la scritta Mondial e poi – in inglese – Campione del Mondo, e subito sotto una serie di date. Ricordo i parafanghi cromati, le grandi ruote, i pneumatici coi tacchetti alti un dito. Era un motorino da cross, e riconoscevi la sua marmitta anche quando ruggiva due isolati più in là. Ecco: le strade di quegli anni erano piene di motorini da cross, sempre infangati, rumorosi.

E Stefano, ma anche Roberto, Gabriele, Luigi e io, andavamo in giro con le tasche armate di cacciaviti, chiavi inglesi, brùgole, spazzole di metallo. Quando non stavamo in sella ai motorini, qualcuno di noi approfittava per dare una pulita alla candela o sostituire il gigle da quarantacinque con quello da cinquanta, o da settantadue. Se poi il motore s’ingolfava, c’era sempre il garage del fratello grande di Roberto, che era bravissimo nello smontare i carburatori e con la fresa dare un’allargatina al condotto della miscela.

Oggi, molti di quei quattordicenni del Settantotto fanno i meccanici, e quando mi capita d’incontrarli non posso fare a meno di notare il nero del grasso che hanno sotto le unghie delle mani: uguale a quello che avevamo noi quando lasciavamo il garage del fratello grande di Roberto, e, tutti ingarellati, si tornava in strada a provare il motorino appena truccato. Era un garage abusivo che hanno demolito durante la ricostruzione del quartiere. L’avevamo ricavato dal pianoterra d’un palazzo lesionato dalle scosse del Settantadue. Prima del garage, in quella grossa stanza c’era un Vegè. Oggi, al posto del palazzo lesionato hanno tirato su una specie di casermone giallo abitato da gente che non conosco, o che non riconosco.

A pensarci bene, nessuno dei miei amici più stretti è finito a fare il meccanico. Stefano ha aperto un ristorante fuori città. Sono riuscito ad andarci, una volta, e ho mangiato abbastanza bene. È stato per tutta la sera seduto davanti a uno spigolo del tavolo a raccontarmi barzellette coi doppi sensi e riempirmi il bicchiere col vino della casa. Prima d’andarmene m’ha regalato una brocca con stampato il nome del ristorante, e invitandomi a tornare m’ha dato una pacca sulla spalla che ho trovato… triste.

Luigi, con la spinta d’uno zio, è entrato alla Sip. Che adesso si chiama Telecom, ma quando l’ha vinto lui, il concorso, ancora si chiamava Sip. Anche mio padre ha degli amici che lavorano alla Telecom, ma lui la chiama con un nome ancora più vecchio. Un nome degli anni Cinquanta, credo, o Sessanta, non so. Ogni due mesi, quando in casa arriva la bolletta del telefono, sento mio padre che brontola e dice "È arrivata la bolletta della Timo."

Roberto e suo fratello hanno aperto un ufficio che lavora con le banche. Questo è tutto ciò che so di loro. Qualche volta – un anno sì e uno no – li incontro alla fiera del patrono, accompagnati dalle mogli e i figli, e mi dicono che se la passano benone, che hanno un casino di clienti.

Con Gabriele, invece, le cose sono andate diversamente. A ventisei anni ci frequentavamo ancora. Avevamo messo su un gruppetto rock e c’eravamo fatti un nuovo giro d’amici. I miei amici di oggi: Sandro alla batteria, Francesco al basso, io alle tastiere e Gabriele che stava alla voce e alla chitarra. Tecnicamente non è che fosse un gran chitarrista, ma era pieno d’inventiva.

Di noi quattro, a quei tempi, nessuno aveva un lavoro serio, come quello di Luigi, o di Stefano. Gabriele e io durante il giorno andavamo per i portoni a distribuire i volantini pubblicitari dei supermercati. In occasione dei concerti, Gabriele si portava dietro un pennarello nero e sui volantini aggiungeva la data, il luogo e l’ora del nostro concerto. Alla fine c’era sempre un sacco di gente che veniva a vederci suonare.

Francesco faceva l’università, e ancora oggi lotta per gli ultimi esami, quelli più difficili, quando non hai più voglia di studiare e vorresti essere altrove. Sandro non ha mai fatto niente. Va nella piccola industria del padre e finge di lavorare, ci dice. Ma è un ottimo batterista, e sua è pure la cantina insonorizzata dove ancora oggi, senza Gabriele, andiamo a suonare. Alla voce e alla chitarra sono passato io, adesso, però abbiamo dovuto sostituire le tastiere con un campionatore e un sequencer. Basta programmarle, e quelle macchine suonano da sole. L’unica cosa è che bisogna essere precisi come metronomi. La tecnologia non si ferma ad aspettare l’uomo. Questo, durante le prove in cantina, l’abbiamo capito subito.

Oggi siamo tecnicamente perfetti, e la Stratocaster di Gabriele, tra le mie braccia, suona in maniera impeccabile, senza sbavature. Pure con la voce non me la cavo male. "Vai benissimo" mi dicono gli altri alla fine di ogni pezzo. Poi, in silenzio, ognuno di noi prepara il proprio strumento per il brano successivo, e appena Sandro dà il tre con le bacchette, la musica esplode dai Marshall.

Con Gabriele era tutto diverso. Lui non si fermava mai, e tra un pezzo e l’altro improvvisava sequenze di accordi. Molte delle nostre canzoni sono nate proprio così: io lasciavo la mia postazione dietro le tastiere e mi fiondavo su Gabriele. "Fermo, fermo" gli gridavo, e lui, finalmente, staccava le dita dalle chitarra. "Ripeti questo ultimo giro di accordi. Lentamente, però, e poi prova ad attaccarci quelli che avevi improvvisato ieri. Te li ricordi? Quelli che facevano…" Glieli cantavo alla meno peggio.

Una cosa simile ci poteva capitare anche al pub, dopo le prove. Se mi restavano in testa alcuni giri di chitarra, provavo a unirli e poi li canticchiavo a Gabriele, e la sera dopo lui li suonava come se quella canzone fosse sempre esistita. Con questo sistema, nel nostro repertorio non c’era spazio per le cover: avevamo solo pezzi nostri. Era creativo, Gabriele, e questo faceva di lui un gran chitarrista. Sporco, ma creativo. Mi chiedo spesso come se la caverebbe, oggi, se avesse a che fare coi sequencer o i campionatori.

Poi Gabriele se n’è andato. Ha trovato un lavoro serio, al catasto. M’ha affidato la Stratocaster e s’è trasferito a Milano. È successo sette anni fa, e noi del gruppo, per molti mesi, non abbiamo fatto altro che cambiare un chitarrista dietro l’altro. C’è stato un inverno in cui eravamo addirittura in cinque: i soliti tre, più un chitarrista e un cantante. Ma non funzionava. Alla fine ci ha salvato la tecnologia dei campionatori e dei sequencer, e le cose hanno preso ad andare meglio. Abbiamo inciso anche un cd per un’etichetta indipendente, e pure se non è successo granché, non siamo rimasti delusi. La band è ancora qui col sottoscritto, e questo significa qualcosa.

Con Gabriele, invece, le cose sono andate diversamente. Il lavoro al catasto di Milano lo impegnava solo fino alle due del pomeriggio, e aveva anche il sabato libero. Questo gli permetteva di venirci a trovare tutti i fine settimana. Ci raccontava che vivere a Milano non era né bello né brutto, ma s’era fatto l’idea che per un uomo, cambiare aria ogni tanto potesse far più bene che male. Poi cominciò a venire giù da noi una volta ogni tanto, e poi mai più. Allora ci si sentiva per telefono. Lo chiamavamo tutti insieme dal pub, dopo le prove, e gli raccontavamo del gruppo, e lui, una sera, mi disse che s’era comprato un motorino da cross. "Un Ktm" mi disse. "Te lo ricordi? Quello mitico col serbatoio nero e i parafanghi di plastica bianca." Certo che me lo ricordavo. Era il motorino che da ragazzini ci faceva girare la testa. Il Ktm. Quella sigla riempiva la bocca solo a dirla. Dicevi Ktm e già ti pareva di sentire l’odore dell’olio bruciato che lasciava dietro di sé quando sgassava via sull’asfalto. Gabriele mi disse che s’era comprato quel vecchio motorino da cross perché il lavoro al catasto lo impigriva, e quando al pomeriggio tornava a casa sentiva che doveva fare qualcosa di manuale. L’aveva preso da uno sfasciacarrozze, ci aveva lavorato un po’ su e l’aveva rimesso in moto. Dopo tutti quegli anni, mi stupiva che sapesse mettere ancora le mani su un motore, ma non glielo dissi. Lui invece mi disse che per un po’ aveva usato il Ktm per andare al lavoro, ma poi aveva dovuto rinunciare perché i vigili lo fermavano di continuo e gli facevano la multa per via della marmitta troppo rumorosa. Così adesso lo usava solo nei fine settimana. Lavorava un po’ sul motore – dava una pulita alla candela, al filtro dell’aria – e poi si faceva un giro fuori città. Spesso lasciava l’asfalto e si buttava addirittura sui campi. Ma la polizia l’aveva multato pure lungo la statale, una sera, mentre rientrava a Milano. "Ce l’hanno con la mia marmitta" mi disse al telefono, "perché adesso vanno tutti in giro con quei cazzo di scooter elettronici."

Col tempo, anche le telefonate sono finite, e Gabriele è sparito insieme a tutti gli altri amici di quand’ero ragazzo.

La telefonata di Stefano è arrivata quattro mesi fa. Alle dieci del mattino. Ho sentito il cellulare che suonava mentre guidavo il furgone della ditta per cui lavoro. Consegno l’acqua minerale a domicilio, ultimamente, e quando arriva la sera ho la schiena a pezzi. Questo, comunque, non m’impedisce di raggiungere gli altri del gruppo e suonare tutte le notti fino a tardi. Pare che la casa discografica abbia intenzione di farci incidere un nuovo cd, e quindi dobbiamo impegnarci.

Stefano ha detto solo "Gabriele è morto. Stiamo facendo un giro per avvisare gli amici." Prima ancora di pensare che Gabriele era morto sono rimasto stordito, come se qualcuno che pur conoscevo avesse sbagliato numero, e mi stesse dicendo cose che non potevo capire. Mi pareva di non ricordare chi fosse Stefano, e di quale Gabriele stesse parlando. Dev’essergli sembrato che me ne importasse poco, comunque, perché gli ho detto "Va bene." Gli ho detto va bene, così: neanche ci fosse bisogno della mia approvazione. Ho sentito Stefano che diceva anche lui "Va bene… allora. Se vuoi dirlo a quelli che suonano con te…" Adesso cominciavo a vedere la band, la Stratocaster di Gabriele dentro la custodia, e mi sembrava di vedere anche Stefano – che col gruppo non c’entra proprio – in piedi dietro l’asta del microfono. "Ma cos’è successo" gli chiesi. Stavo accostando col furgone perché la strada m’appariva confusa, e maledissi quello che dietro suonò il clacson senza sapere niente. Stefano disse che Gabriele s’era tolto la vita. A lui l’aveva avvisato Luigi, che l’aveva saputo da Roberto: il più sistemato di noi tutti e che, certo, con Gabriele non aveva molto a che fare.

Dopo il funerale, Roberto ha insistito per accompagnarmi a casa. In auto non ha fatto altro che lamentarsi del suo lavoro con le banche. Diceva che andava sempre tutto benone, che i clienti aumentavano di mese in mese, e che s’era persino potuto comprare una piccola barca a vela con cui la prossima estate pensava d’andare in Croazia. Però mi disse che quel lavoro, dopo un po’, diventava noioso. Ce l’aveva con le visure che doveva fare tutto il giorno, e che, sempre più spesso, lo impegnavano pure il sabato e la domenica.