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Stranger Than Paradise - Piu' strano del paradiso - Stranger Than Paradise

Regia:Jim Jarmusch
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede - Futurama
DVD:
Genere:Commedia
Tipologia:Diventare grandi, Migrazioni
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Jim Jarmusch
Sceneggiatura:Jim Jarmusch
Fotografia:Tom Dicillo
Musiche:John Lurie
Montaggio:Jim Jarmusch
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Eszter Balint (Eva), Richard Edson (Eddie), John Lurie (Willie), Rammellzee, Danny Rosen (Billy), Cecilia Stark (Zia Lotte)
Produzione:Cinesthesia Productions Inc (New York) - Crokenberger Film Produktion (Munich)
Distribuzione:Cineteca del Cinema Verdi
Origine:Usa
Anno:1984
Durata:

97’

Trama:

Willie, un trentenne ex-ungherese ormai perfettamente integrato a New York, si vede arrivare a casa la cugina Eva Molnar, a lui sconosciuta, partita da Budapest con destinazione presso la vecchia zia Lotte a Cleveland. La zia essendo malata, la ragazza passerà una decina di giorni nella stanzuccia di Willie. Willie è grande amico di Eddie, che viene presentato ad Eva, la quale fa presto ad avere un panorama più che desolante della tanto sospirata America. Finalmente Eva raggiunge Lotte. Un anno dopo, Willie ed Eddie, avendo vinto al gioco (che costituisce con le scommesse alle corse la loro normale fonte di guadagno) decidono di andare a trovare la ragazza, che vive con la zia e fa la cameriera in un modesto "snack". Passati insieme alcuni giorni, tra cinema e partitelle casalinghe, i due amici pensano di recarsi in Florida a prendersi un po' di sole ed a puntare su qualche buon cavallo. Si portano via Eva, lieta dell'inaspettata vacanza. Ma in Florida fa freddo, il mare è grigio e per di più Willie, questa volta mal consigliato dall'amico, perde tutti i soldi alle corse dei cani. Eva, uscita dal "motel", viene per strada bizzarramente scambiata per un'altra ragazza (che funge da corriere in affari poco puliti) e si ritrova così in mano un bel mucchio di dollari. Lascia allora un biglietto e un po' di soldi ai due amici e va all'aeroporto dove c'è un aereo in partenza giusto per Budapest. Willie ed Eddie sono colpiti dalla partenza di Eva, ma tornano a scommettere (questa volta sui cavalli) e vincono. Willie si precipita all'aeroporto, acquista un biglietto per l'Ungheria, unicamente per poter salire a bordo dell'aereo e convincere Eva a restare in America. Ma Eva è discesa a terra pochi istanti prima: la sua decisione di tornare dai due amici l'ha presa liberamente. Sarà così Willie a partire inopinatamente per Budapest.

Critica 1:Tre personaggi: un "Blues Brother" giocatore accanito; l'amico che ne è il "doppio" dipendente; la cugina, giunta inattesa dall'Ungheria, donna a disagio in un universo maschile in trasferta da New York alla Florida. Tre luoghi (New York, Cleveland, Florida) per questa triste e stramba storia on the road dove l'intreccio dei rapporti e dei destini ha un inconfondibile senso di verità. Narrazione libera, finissimo umorismo.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Visi scarni, affilati, occhiaie e barbe lunghe come in una vecchia striscia di Feiffer. Profili allampanati contro un orizzonte grigio e sempre uguale. Stanze in affitto e letti sfatti, un tavolo imbrattato, vaschette con cibi precotti e, in giro, qualche bottiglia di birra, nella migliore tradizione del dirty americano. «Ossa rotte, bottiglie rotte, ideali infranti…» recitava Robert Mitchum al culmine del proprio dramma scespiriano in Il temerario (The Lusty Man, 1952) di Nick Ray. New York bianca & nera, nuda e un po’ desolata come la prima Monument Valley di Ford, qualche grattacielo come una montagna della preistoria a picco sui marciapiedi. Interni da immigrati con la poltrona «buona» a patchwork, fiori sgargianti sulle tende, la cugina Eva che vende hot-dogs in un fast-food semideserto, la zia Lottie che si ostina a parlare in ungherese. E poi le strade d’America, punti di fuga verso il «Paradise», svincoli e raccordi alla Paris Texas, che conducono nel deserto o nell’Oceano. La Florida sognata da Ratso e Joe in Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy, 1969) sulle note malinconiche di Nilsson, Everybody’s Talking. Camere ammobiliate di motel e infine un jet che s’infila nel cielo, col muso in alto, contro il sole. Qualcuno che ritorna correndo, qualcun altro partito per sbaglio o rimasto, per sempre, a terra. Questo è tutto ciò che si vede nel film di Jim Jarmusch Stranger than Paradise (letteralmente «più strano del paradiso»): One From the Heart di periferia, Johnny Guitar senza pistole e senza melodramma, asciutto, stralunato, dropout, come i suoi personaggi, piccola antologia cinematografica, e, nello stesso tempo, dissacrazione del cinema, da circa centocinquanta milioni. È quasi impossibile dire che cosa sia l’opera di questo musicista – autore underground che ha lavorato con Ray e Wenders e che annovera, tra i propri riferimenti, i nomi di Ozu, Ruiz, Vertov, Rivette, Eustache. Come tutti i cult-movies eletti a furor di popolo, possiede un’anima, ma è quasi privo di corpo: di «lui» si possono citare solo le immagini e quello che trasmettono allo spettatore, nient’altro di ciò che si vede e di ciò che si prova nel vederlo. (...). Fuori dal Mito e dalla Letteratura, fuori dalla Causa e perfino dal Cinema, il loro background è reso alla perfezione da un’immagine emblematica, che sintetizza il cuore del film: immobili e silenziosi, come in una foto ricordo, Eddie, Eva e Willie, osservano la principale attrazione turistica di Cleveland, un lago (Erie?) ghiacciato. Figure intirizzite che si stagliano contro il bianco uniforme del gelo, essi riflettono su di sé, per un attimo di tragicomica meditazione, la sterilità della natura e, per suo tramite, il proprio ineluttabile isolamento. Un «grande freddo» li sovrasta sempre e sottolinea ogni momento della loro disavventura verso il Paradiso, ultima tappa (séguito di Il mondo nuovo e Un anno dopo) del film: il «freddo» dell’incomunicabilità, dell’indifferenza, dell’umorismo acido e corrosivo che ne pervade le azioni. Il «freddo», appunto, della solitudine. Perché Stranger Than Paradise parla soprattutto di cose spoglie: alberi, luoghi, mobili, corpi, dialoghi, rapporti sentimentali, tutto in quest’opera è stringato, povero, scarno e laconico, un po’ sgualcito e dimesso come gli abiti dei protagonisti, logoro e floscio come i loro cappelli, ed insieme estremamente caustico, ingiurioso come uno sberleffo. «Una storia sull’esilio, dal proprio paese e da se stessi, e sui legami che si sono appena persi» la battezza Jarmusch: una metafora sull’esistenza, la sua, che registra con acume e senza falsi pudori, il disadattamento, l’estraneità, la «schizofrenia», di una generazione, non anagrafica, ma ideale. Da questo punto di vista Stranger Than Paradise potrebbe essere comparato ad Easy Rider, se non fosse per la sua totale «mancanza» ideologica, per il suo gusto del paradosso e dell’ironia. Non è, come i «road-movies» (se così lo si può, a prima vista, catalogare) che l’hanno preceduto, una ballata rock, ma un esile e irripetibile motivo jazz, un’improvvisazione be-bop, di coloro che (come li stigmatizza il grande Benny Goodman) «non sono nemmeno capaci di tenere una nota!»; non vi è, infatti, nel suo tessuto narrativo né rabbia, né protesta, ma soltanto «stile» ed «arte». Opera «dodecafonoca», diseguale, incostante, di proposito e non per caso, Stranger (che, si badi bene e non si sottovaluti la coincidenza, preso da sé significa anche «straniero») possiede molto di più la frigida bellezza dei classici, che le eccentriche alterità dell’underground: il West di Ford e le metropoli tentacolari di Ray; le nevrosi di Kazan e le facce di Keaton; gli «errori» di Wilder, i «misteri» di Hitchcock. Jarmusch reinventa l’essenzialità del silent-movie, il suo fascino artigianale, la sua diretta comunicativa: battute salaci e tronche, come didascalie, camera fissa e frontale a descrivere ciò che le avviene davanti, divisione della pellicola nell’unità di misura, allegorica, del mitico «rullo», recitazione e gestualità misurate, attentamente studiate. «Arte povera, assoluta, necessaria», lo ha giudicato il critico del giornale Libération, e – si potrebbe aggiungere –«comica»: una specie di Chaplin dell’assurdo, di quando Charlot emigrava dall’Inghilterra inospitale e senza chance, per venire a scroccare qualche pasto e un po’ di emozioni nell’America delle opportunità, imbrogliare il poliziotto, beffarsi dell’istituzione borghese ed illudersi, qualche volta a ragione, sulla potenza dell’amore. Solo che la distanza produce qui un curioso effetto di straniamento, come se ciò che viene rappresentato non corrispondesse alla realtà dei tempi: mancano (e non poteva che essere così) il calore e la commozione, le lacrime e il sentimento, la filosofia del tramp, la dolorosa consapevolezza della «maschera», il gusto patetico dell’istrione. Gli «alienati» di Stranger Than Paradise sono destinati al Limbo, non al Paradiso come quelli di Chaplin e i Tempi moderni di Jarmusch sono molto più «vuoti», inespressivi, spersonalizzanti, di quelli affrontati da Charlot. Nell’età di Reagan non esiste via di scampo se non il gelido sarcasmo su se stessi, senza altri sviluppi: un sorriso amaro, senza volto. The Big Chill, appunto: «Il cinema – sembra dire Jarmusch da dietro la cinepresa – è più freddo dell’amore».
Autore critica:Claver Salizzato
Fonte critica:Cineforum n. 243
Data critica:

4/1985

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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