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Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera - Bom yeoreum gaeul gyeoul geurigo bom

Regia:Kim Ki-Duk
Vietato:No
Video:
DVD:Istituto geografico De Agostini
Genere:Drammatico
Tipologia:Diventare grandi
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Kim Ki-Duk
Sceneggiatura:Kim Ki-Duk
Fotografia:Baek Dong-Hyeon
Musiche:Bark Jee-Woong
Montaggio:Kim Ki-Duk
Scenografia:Stefan Schonberg, Oh Sang-Man
Costumi:Kim Min-Hee
Effetti:
Interpreti:Oh Young-Su (Monaco anziano), Kim Ki-Duk (Monaco adulto), Kim Young-Min (Monaco giovane), Seo Jae-Kyung (Monaco ragazzo), Ha Yeo-Jin (Ragazza), Kim Jong-Ho (Monaco bambino), Kim Jung-Young (Madre della ragazza), Ji Dae-Han (Detective Ji), Choi Min (Detective Choi), Park Ji-A (Madre del piccolo)
Produzione:Karl Baumgartner e Lee Seung-Jae Per Korea Pictures, Lj Films, Pandora Filmproduktion, Cineclick Asia
Distribuzione:Mikado
Origine:Corea Del Sud, Germania
Anno:2003
Durata:

103'

Trama:

In un piccolo monastero coreano, posto su un laghetto circondato dalle montagne, un bambino apprende dal suo vecchio maestro la dottrina buddhista. Dopo qualche anno, l'allievo sperimenta l'amore e fugge dal tempio. Ma la vita al di fuori del monastero per lui si rivela un inferno quindi decide di tornare indietro e seguire il suo percorso spirituale...

Critica 1:Le quattro stagioni della natura, le quattro stagioni della vita, che cosa c’è di più antico e abusato? Eppure, il regista coreano Kim Kin-duk riesce a ricamare su questo tema un’allegria non banale. Un vecchio monaco e un bambino, l’apprendistato alla vita secondo modelli buddisti, il rifiuto della violenza. Il bambino cresce nei giusti insegnamenti, ma (è l’estate) arriva una ragazza, scoppia il desiderio e, poiché al desiderio consegue il possesso e al possesso la violenza, il giovane si fa assassino della sua sposa.
Torna dal vecchio monaco, si purifica, ma è arrestato. II santone sceglie di sacrificare la vita: ogni progetto di perfezionamento dell’uomo è destinato a sconfitta. Torna il criminale ormai maturo (è l’inverno) e giunge una donna che gli abbandona il suo bambino. Il ciclo ricomincia.
Qui il film, di una intensità poetica insolita, ha i suoi cedimenti. Una musica ridondante invade lo schermo e il messaggio si fa troppo evidente: l’uomo non troverà mai pace con se stesso né con la natura né con la società. Questa disperazione è troppo gridata, non accetta nessuna sfida, tanto meno quella religiosa.
Autore critica:Goffredo Fofi
Fonte criticaPanorama
Data critica:

24/10/2004

Critica 2:Sta quasi lutto dentro uno spazio chiuso, Primavera, estate, autunno, inverno...e ancora primavera (Corea del Sud e Germania, 2003, 103’). Come lo sguardo dei personaggi, la macchina da presa ora osserva l’eremo galleggiante del Maestro (Oh Yeongsu) da un portale che dà sulla terraferma, ora invece osserva il portale dall’eremo. In mezzo, c’è un lago serrato ira montagne. Sulle sue acque immobili e sulle sue rive, appunto, si svolge quasi tutto il film-parabola scritto e diretto dal coreano Kim Kiduk.
All’inizio, l’occhio del cinema scopre la casa e la vita dei Maestro e del Discepolo bambino (Kirn Jongho). Il mondo trionfa nella luce chiara della primavera. Tutto in essa è possibile. Leggero come chi non conosce il fluire del tempo, in ogni cosa il Discepolo vede stupore e gioco.
«Stai attento ai serpenti», gli dice il Maestro. Ma quando ne scivola uno tra i sassi, lui lo afferra e lo lancia lontano, beffardo. Di niente si cura, la sua gioia irridente, se non del piacere dell’attimo. Che cosa conterà, ai suoi occhi presi nel trionfo dell’esserci, la pedanteria di un vecchio? Il mondo è troppo pieno di luce, perché dell’ombra ci sia anche solo il sospetto.
È in pieno sole, appunto, il bambino si abbandona alla passione umana, troppo umana di affermare la vita officiando la morte. Cattura un serpente, una rana e un pesce e li lega ognuno a un sasso, beandosi della loro disperazione. Lo spettacolo della sofferenza è fra le gioie più intense che riscaldino i cuori degli esseri umani. E poco conta che tocchi di portarsi addosso il peso per sempre, come il Maestro profetizza con saggezza addolorata. Conta il piacere immediato, conta il senso di pienezza dell’io che, troppo spesso, ne viene.
Nell’estate che segue, pregno di desiderio, il Discepolo adolescente (See Jae Kyeong) partecipa a un eros che s’è fato signore assoluto, tra l’eremo e il portale. Ed è proprio il desiderio che lo spinge a fuggir via, oltre quei confini angusti. Inutilmente il Maestro profetizza, ancora, che gliene verranno pensieri di morte. Senza darsene cura, beffardo, il ragazzo ne allontana da sé la parola, come un tempo il serpente.
E siamo all’autunno. Ormai giovane uomo, il Discepolo (Kim Youngmm) torna dal Maestro. È cupo, disperato, Il suo coltello è lordo di sangue. Ha ucciso la sua donna, «per amore». E ora vorrebbe uccidere se stesso, per non pagarne la colpa. Ma il vecchio lo costringe a caricarsene addosso il peso, a non sfuggire quello che è diventato.
Quando poi il Discepolo se ne va - portato lontano da due poliziotti, tanto poco realistici quanto tutto il film -‚ al Maestro non resta che concludere una vita già tutta conclusa. Solo lascia, nell’eremo, il ricordo di sé: un serpente che, come quello d’un tempo, ancora scivola in quel mondo chiuso, dentro l’orizzonte della macchina da presa, sotto il suo sguardo che va ora in un senso e ora nel senso opposto, senza fine.
Con l’inverno, infine, di nuovo giunge sul lago il Discepolo invecchiato (lo stesso kim Kiduk). L’eremo lo attende. Lo attende il ruolo del suo antico Maestro, In fondo, lo attende quel tale serpente, memoria e presenza d’una parola che ha scavalcato il tempo, passando da una dolorosa saggezza a un’altra dolorosa saggezza. E qui, ancora e sempre, c’è un altro Discepolo per il nuovo Maestro, forse il figlio che non ha mai avuto. Quanto alla madre del bambino, si tratta di una donna con il viso coperto: forse l’immagine della vita che il Discepolo diventato Maestro ha sprecato in pensieri di morte, e che gli tocca soffrire.
Che cosa accadrà, ora? Tornerà il cerchio senza fine delle stagioni: felice ingenuità dell’esserci, passione di morte, desiderio, spreco di vita, e poi peso e colpa. dolorosa saggezza, e così via, di Maestro in Discepolo, di padre in figlio, senza che mai sia dato affrancarsi dall’ assurdo d’uno sguardo che sta tutto fra l’eremo e il portale, e fra il portale e l’eremo.
D’altra parte, proprio adesso, proprio quando il nuovo Maestro riscopre la parola del vecchio, la macchina da presa esce dal suo circolo vizioso. Lo fa per seguire il protagonista, che si carica sulle spalle non il peso della colpa, ma quello d’un piccolo Buddha di pietra. Si emancipa dai confini del suo mondo chiuso, il nuovo Maestro. Con dolore e tenacia sale in alto, fin quando, lontano e quasi irrilevante, al suo occhio si scopre il lago. Ora, certo, tutto tornerà a ripetersi, inutile e doloroso. Tuttavia, ci sarà il sorriso quieto dei Buddha, là in alto. Anzi: ci sarà l’occhio dei cinema, ci sarà io sguardo pietoso di questo dio che tutto vede, a dare un senso all’assurdo delle stagioni, e al loro fluire eguale.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Il Sole 24 Ore
Data critica:

27/10/2004

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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A cura di: Redazione Internet
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