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Fantasma di Corleone (Il) -

Regia:Marco Amenta
Vietato:No
Video:
DVD:Rizzoli
Genere:Drammatico
Tipologia:Conflitti sociali
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:
Sceneggiatura:Andrea Purgatori, Marco Amenta
Fotografia:Fabio Cianchetti
Musiche:Paolo Buonvino, Mario Modestin
Montaggio:Claudio Di Mauro, Patrizia Cerasani
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:
Produzione:Eurofilm
Distribuzione:Eurofilm
Origine:Italia
Anno:2006
Durata:

80’

Trama:

È possibile che un uomo riesca a vivere nascosto su un’isola da 42 anni, braccato da centinaia di poliziotti, e continui ad essere il capo supremo di Cosa Nostra? In Sicilia, terra di misteri e di vulcani, è possibile.
Marco, giovane reporter siciliano, torna a Palermo in un viaggio-thriller per smascherare l’ultimo mistero italiano, ancora non risolto : Bernardo Provenzano. Il fantasma è vivo ma è come se fosse morto. Nessuno conosce il suo volto, né la sua voce. Si sa soltanto che nacque a Corleone il 31 gennaio 1933.
“Caro amico, quel ragazzo non ha come noi, una grande esperienza della vita malvagia… insegnagli a restare calmo, corretto e coerente… Prima di parlare bisogna sempre conoscere la verità… Ora ti saluto e ti benedico.”
È la voce del padrino che scrive una lettera ad uno dei suoi fedelissimi : è così che governa Cosa Nostra alternando saggezza e brutali esecuzioni. Il volto di Provengano non lo vedremo mai… solo una voce, e le immagini evocatrici del suo mondo… un mondo si isolamento, macchinazioni e solitudine.
Il film passa continuamente dal lato degli inseguitori a quello del fuggiasco e viceversa, creando la tensione e il ritmo propri a questo thriller del reale.
Il cerchio si stringe attorno a Provenzano, gli investigatori arrestano gli uomini a lui vicini, ma misteriosamente lui riesce sempre a sfuggire… come un fantasma. I vari investigatori che invano l’hanno cercato da 42 anni, svelano i misteri legati alle sue insospettabili protezioni. Giuseppe Linares, giovane e impavido capo della Squadra mobile di Trapani non perde la speranza e incita i suoi uomini alla lotta : “Mostrate ai mafiosi la luce abbagliante di cui siamo fatti !” Se il film è soprattutto un thriller, nel racconto della ricerca dell’eterno latitante, il regista non tralascia di porre anche una nuova riflessione sulla mafia: Provenzano è ricchissimo, da quarant’anni accumula ricchezze ma non può goderne. A cosa sono serviti allora 42 anni di crimini e omicidi, se puoi devi vire isolato, come un profugo, lontano dalla famiglia e dai figli ? Un’ipotesi di risposta la dà un vecchio proverbio siciliano : “Comandare è meglio che fottere !”. Chissà se queste amare riflessioni offuscano i pensieri e tormentano le notti dell'ultimo padrino…. (Bernardo Provenzano è stato arrestato alcuni mesi fa).

Critica 1:Il documentario di Marco Amenta comincia idealmente dove finisce quello di Marco Turco, In un altro paese, col quale condivide la medesima riflessione, la mafia visibile e invisibile, e il medesimo genere, il thriller. Un documentario investigativo ma attraversato dalle suggestioni di un genere nero che si rivela nel ritmo, nelle sospensioni, nei tempi di attesa e nella tensione di una ricostruzione avvincente della vita in assenza di Bernardo Provenzano. Apprendista killer a Corleone e poi luogotenente del boss Luciano Liggi, Bernardo Provenzano è l’attuale padrino di Cosa Nostra, latitante da quarant’anni e ricercato dal 1963. La tesi sostenuta dal regista, che partecipa al film anche in qualità di attore, rilegge speditamente la cronaca tragica del Medio Evo palermitano, passando per il maxi-processo e le stragi di Capaci e di via D’Amelio per concentrarsi su (una) “Cosa Nuova”, un’organizzazione criminosa sommersa, invisibile, rifondata da Provenzano sulle ceneri di una mafia stragista. Amenta sembra dunque allertare lo spettatore, invitarlo a vigilare denunciando apertamente le strategie attendiste delle istituzioni, il loro legiferare soltanto in situazioni di emergenza dimenticando la straordinaria ordinarietà in cui agisce la nuova mafia, l’altra mafia, quella mediatrice. Il fantasma di Corleone, alias Bernardo Provenzano, si aggira “in un altro paese”, un paese clandestino frequentato soltanto da ombre, dove l’unica luce pare essere quella “abbagliante” degli uomini di Giuseppe Linares, giovane capo della Squadra Mobile di Trapani. É proprio in queste contrapposizioni ombra-luce, spazi aperti-spazi chiusi, personaggio–ambiente, e in queste relazioni simmetriche che il documentario di Amenta diventa qualcosa di più di un giornalismo d’inchiesta. La forma del cinema cerca e sposa i contenuti e queste opposizioni finiscono per esprimere il rapporto tra il paese della mafia e quello dell’antimafia. Da una parte la Primula Rossa di Corleone e dall’altra il giovane eroe siciliano consacrato a una causa: consegnare alla legge i criminali mafiosi. La figura dell’ultimo padrino risulterebbe incomprensibile ai più se non fosse filtrata da Linares, che ne racconta la vita e le infelici gesta con un ritmo narrativo da leggenda popolare, preoccupandosi sempre di inserirle in quell’humus culturale siciliano che produce il veleno e poi ne perfeziona l’antidoto. L’epilogo del film è storia nostra e storia nota: “questo fantasma” non si trova o non lo si vuole trovare, complice un ambiente favorevole e allineato o le istituzioni colluse, poco impegnate e tanto distratte.
Autore critica:Marzia Gandolfi
Fonte criticaMy Movies
Data critica:



Critica 2:Perché non vada a finire sempre allo stesso modo, la vigilanza ha bisogno anche di cinema: è questo il caso di un documentario di produzione italo francese (con Arte) che è già stato mostrato in vari festival (menzione speciale della Giuria al Mediterraneo Festival e poi Chicago, Rio, Annecy, Mosca tra gli altri) e che ora si può vedere anche in sala, l'accerchiamento di Bernardo Provenzano Il fantasma di Corleone di Marco Amenta, andato via dalla Sicilia a 18 anni dopo l'assassinio di Falcone e Borsellino per non farvi più ritorno e poi invece di nuovo nel suo paese con l'energia dirompente dell'impegno civile non facile da mettere in atto, a sfogliare dossier, a entrare nelle sedi operative della polizia. Un gesto che risponde a una richiesta dello spettatore, ma che non è così facile da ottenere. E invece quei fantasmi di cui si parla e che non è solo quello di Bernardo Provenzano nascosto da quarant'anni e più (appena arrestato), ma di quelle «forze invisibili» che hanno in mano la Sicilia, sono come stanate tra le pagine, con le riprese al buio che le digitali oggi permettono, con le parole schiette di chi lavora sul fronte dell'antimafia, Guido Lo Forte procuratore aggiunto della Procura di Palermo, Giuseppe Linares capo della squadra mobile che agisce facendo terra bruciata intorno al latitante. Provenzano di cui si ha l'immagine da giovane, un uomo dal viso oggi sconosciuto ed elaborato al computer, nato, si dice nel film, lo stesso anno in cui Hitler salì al potere, diventato capo di Cosa Nostra e che bisogna fermare prima che torni a colpire, un esecutore di omicidi che ha fatto carriera, da killer a uomo d'affari. Prima dei titoli di testa sono raggruppate tutti gli antefatti, i momenti chiave più drammatici rimasti nella memoria collettiva, compreso l'anatema del papa Wojtila («Mafia non può calpestare il diritto...lo dico ai responsabili una volta verrà il giudizio di Dio!»), quindi la camera guidata in prima persona dal regista segue, come un'esigenza insopprimibile, l'indagine per tutti, un film condotto come un thriller di cui conosciamo già l'assassino, ma di cui manca il finale. Marco Amenta ha studiato e si è laureato in Francia, ha realizzato per la tv francese Born in Bosnia, Lettre de Cuba,e, con la sua casa di produzione, Diario di una siciliana ribelle sulla vita di Rita Atria collaboratrice di giustizia).
Autore critica:Silvana Silvestri
Fonte critica:Il Manifesto
Data critica:

31/3/2006

Critica 3:Il fantasma del titolo è Bernardo Provenzano, detto «il boss dei boss». Marco Amenta, che ci ha già dato un film sulla mafia, «Diario di una siciliana ribelle», lo segue (interpretandosi da solo il personaggio che chiede e indaga) più o meno dalla sua nascita in una famiglia di contadini, fino all'ascesa ai vertici di Cosa Nostra e, dopo, fino a quella lunga latitanza che tuttora perdura (anche se, appena ieri, è stata data una notizia, non si sa quanto attendibile, che sarebbe morto). Il film è una specie di mosaico. Ci sono materiali di repertorio ripresi, i più sanguinosi, dai telegiornali; ci sono molte interviste con personaggi a vario titolo coinvolti nel tema, uno soprattutto, con spazi maggiori, il capo della Squadra Mobile di Trapani, Giuseppe Linares, e, nel tentativo di legare gli uni alle altre, ci sono ricostruzioni di eventi affidate all'invenzione cinematografica: certi appostamenti della polizia per catturare i capi mafiosi, alcune gesta criminali di questi ultimi, con l'aria di sorprenderli con la macchiana da presa mentre si muovono nell'ombra, lasciando alle spalle fiumi di sangue. E, sempre restando alla finzione, ci sono immagini contro luce in cui una sagoma nera, che si immagina sia lo stesso Provenzano, si ascolta, con la voce di un attore, spedire lettere a familiari e gregari, ai primi con affetto, ai secondi con ordini perentori, secondo piani precisi di guerra. L'intreccio di questi materiali disparati non convince molto sul piano narrativo. Troppi elementi si accavallano, troppe cose che si espongono per chiarire restano oscure, almeno se non si è profondamente edotti di quelle materie, e i climi cui sembrerebbe si voglia aspirare - quelli del thriller, dato l'argomento - stentano a proporsi con le tensioni necessarie perché, a sostenerli, non bastano gli accenti spesso ripetuti sulle ragioni misteriose che hanno impedito e continuerebbero ad impedire, la cattura di Provenzano nonostante una latitanza durata ormai più di quarant'anni. Comunque almeno il quadro che se ne ricava ha momenti di interesse e se quel «fantasma» al centro di cui si inventa solo un profilo nell'ombra, resta tale, con il groviglio di interrogativi che lo circonda, almeno un personaggio emerge vigoroso da tutto il contesto, quello di Giuseppe Linares, meritevole, sotto tutti gli aspetti, della stima e dell'ammirazione di chiunque abbia a cuore i diritti della legge e il rispetto dello Stato.
Autore critica:Gian Luigi Rondi
Fonte critica:Il Tempo
Data critica:

3/4/2006

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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