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Con gli occhi chiusi -

Regia:Francesca Archibugi
Vietato:No
Video:Skorpion Entertainment
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Diventare grandi
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo omonimo di Federigo Tozzi
Sceneggiatura:Francesca Archibugi
Fotografia:Giuseppe Lanci
Musiche:Battista Lena
Montaggio:Roberto Perpignani
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Gabriele Bocciarelli (Pietro ragazzo), Debora Caprioglio (Ghisola adulta), Alessia Fugardi (Ghisola ragazza), Margarita Lozano (Masa), Marco Messeri (Domenico Rosi), Fabio Modesti (Pietro adulto), Stefania Sandrelli (Anna)
Produzione:M.G., I.F.F. (Roma) - Paradis Films (Paris) - Cartel (Madrid)
Distribuzione:Lif
Origine:Italia
Anno:1994
Durata:

111'

Trama:

Agli inizi del 1910 l'irascibile Domenico Rosi gestisce una trattoria ed è proprietario di vigneti e bestiame nella splendida campagna senese. Con lui i contadini debbono solo ubbidire e qualche massaia deve subire in silenzio le sue "attenzioni". È però anche padre e padrone ottuso e violento perché tollera a fatica il figlio Pietro, che non lo aiuta, è pigro sui libri, è chiuso e probabilmente disadattato, protetto solo dalla dolce madre Anna (che poi morirà per un attacco improvviso). Pietro conosce Ghisola, una coetanea figlia di contadini, già al lavoro nei campi, che per lui così timido è soltanto un purissimo sogno. Domenico, intuito il pericolo, caccia la ragazza dalla proprietà e costei se ne va a lavorare a Radda in Chianti. Anni dopo, Ghisola, a Siena, viene ospitata ed astutamente "informata" da una donnaccia, Beatrice, che la "cede" ad ore ad un certo Alberto. Il nuovo incontro con Ghisola è fatale al giovanotto: Pietro adora ancora la giovane e lui vuole portare all'altare intatta colei che ha sempre considerata il proprio sogno e lei, umiliata da una devozione che urta ormai contro l'evidenza delle proprie condizioni, scompare di nuovo. Ad una riunione di socialisti un conoscente svela a Pietro, affranto, dove si trova Ghisola: è ospite di un bordello a Firenze. Qui giunto Beatrice tenta di nascondere Ghisola: ma costei si presenta a Pietro, che malgrado questa crudele realtà l'ama sempre "con gli occhi chiusi". Poi il giovane alla vista dell'evidente gravidanza di Ghisola cade sul pavimento come folgorato.

Critica 1:Dal romanzo (1913-19) di Federigo Tozzi. Nella campagna senese alla fine dell'Ottocento Pietro, nevrastenico figlio di un tirannico padre-padrone, s'innamora di Ghìsola, giovanissima contadina senza famiglia. Sei o sette anni dopo i due si rincontrano: ancora innamorato, Pietro vorrebbe sposarla, ma lei è diventata l'amante di un uomo sposato. Straziata e stridente storia d'amore, messa in eleganti immagini (fotografia di Beppe Lanci) con un vigore realistico che va al di là del verismo mimetico. L'ammirevole lavoro sui personaggi rende giustizia a uno scrittore "di quelli che scavano, nella tristezza della vita, a grande profondità".
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Sullo schermo s'accendono le immagini dell'affresco lorenzettiano nella sala dei Nove del Palazzo Pubblico; ma il protocollo dei titoli di testa seleziona le visioni del contado - stilizzate ed elette quantunque con richiami al sempre uguale dell'esi-stenza contadina e della campagna - affidandole ai dettagli miniaturiz-zati dalla cinepresa. Poi dalla chia-rità trecentesca di quei piani, si affonda nel buio del nucleo cittadi-no, stretto a cerchio da un territorio rapinoso ed infido.
Compare, ovattata nelle cromie chiaroscurate della notte, la via dove Domenico Rosi, il villico fattosi padrone del primo romanzo di Federigo Tozzi, gestisce la trattoria del "Pesce Azzurro", divenuta col passar del tempo - secondo quanto recita il libro - una tra le migliori delle città. Immediatamente si è trascinati dal flusso del racconto, quale pensato ed attuato dallo scrittore senese: con immagini attente, ma anche in punta di penna, fatte en artiste.
Ma da altrettanto subito la percezione dell'ambiente e dei personaggi cresce oltre la traccia del romanzo: che non viene abbandonata (anzi prende il sopravvento nella seconda parte del film) ma invece accompagnata dai predicati mutevoli di un raccontare che, pur legandosi al soggetto prescelto, fa a tratti mostra di inseguire proprie vie. Limiti e pregi del film - il quarto della Archibugi, lo ricordiamo per memoria - discendono in fondo da quel tasso di indecisione tra l'adesione al modello (di cui Con gli occhi chiusi in immagini è per un verso illustrazione e derivativo) e la ricerca di altri oggetti e momenti d'affezione, o anche soltanto d'attrazione.
Non sarebbe del tutto improduttivo chiedersi quale germe di pensieri la giovane regista romana abbia riconosciuto nelle pagine di Tozzi, in quel serpeggiare di follia e snervatezza. Il romanzo, è noto, racconta di un'impossibilità ad amare e a guardare la realtà circostante. Ma nell'autore toscano il radicale nevrotico diffuso nel racconto investe la figura del ragazzo, Pietro Rosi, che lui descrive come un suo normale (dunque alterato ed inquietante) corrispettivo autobiografico,
A fronte del giovane, al senso dei suoi occhi chiusi e bloccati, gli altri personaggi appaiono quasi tutti imprecisi e svanenti nella loro definizione psicologica. Di essi in più vasta misura la figura della madre e quella di Ghìsola. Al centro del racconto di Tozzi - e all'origine della difficoltà d'intendersi dei personaggi - sta dunque quel dolore desolato e indefinibile, che nasce da un'alterità della natura.
È una materia certo non sempre congeniale ad un'autrice come la Archibugi, che infatti la traspone aderendo all'assunto narrativo ma ignorandone e aggirandone i toni più torvi. L'estesa angoscia tozziana è viceversa letta all'interno del romanzo, e in esso come spostata: condotta a scivolare dal personaggio maschile verso quello femminile, e decantata nei barlumi di una realtà storica e sociale, oltre la quale qualcosa si avverte che poteva e anche doveva succedere. La rimonta dei ceti inferiori, contadini ed operai, è infatti alle porte; né è da scordare che la Archibugi è di sinistra (con una presente militanza progressista e antiberlusconiana, e un passato nelle file di quei giovani comunisti degli anni '70 che Pasolini tanto esaltò nelle sue pagine corsare).
La condizione ad occhi spenti di Pietro, che ne fa nel libro un soggetto negativo e convulso, giunge nel film ad orchestrarsi nella figura statuaria enfatizzata e sublimata dall'invenzione registica: che non per coincidenza è quella di una giovane ragazza, figlia di contadini e indotta per miseria a prostituirsi. Lei sola davvero si autorizza - nelle immagini della Archibugi - della metafora del titolo, rimanere ad occhi chiusi di fronte alle brutture del mondo, padronale e maschile (ciò viene detto in un passaggio con Alberto, il vedovo commerciante di stoviglie che la frequenta dalla mezzana). Ma mentre nel romanzo e nel personaggio di Pietro ciò presuppone l'impossibilità di vedere e capire il mondo, nel film della Archibugi passa il senso di difesa che i più deboli debbono avere rispetto agli altri (e Ghìsola rispetto al giovane Rosi).
Tantomeno si direbbe un caso il fatto che l'inquietudine esistenziale e biologica del protagonista non incontri la palingenesi dei movimenti di riscatto e d'emancipazione popolare. “Voglio unirmi a voi perché voi siete persone felici”, esclama Pietro con speranza. Ma gli è risposto che non si può diventare socialisti per una delusione sentimentale. In fondo, quell'innamoramento del paesaggio senese, che porta la Archibugi e il suo datore di luci, Giuseppe Lanci, a un figurativismo bellissimo, almeno a tratti, e intimamente pastellato, ci si rivela intriso di ragioni e pulsioni storiche. Nella sua accettazione - e nell'incantamento che produce - può scorgersi la traccia della delusione e frustrazione metropolitana dei personaggi precedenti. Medesimamente quella difficoltà ad intendersi dei personaggi di Tozzi diventa nel film l'orditura su cui stendere - o ristendere ma in un'ottica retrospettiva - i temi archibugiani delle altre opere: e cioè il bisogno d'amore, la difficoltà dei rapporti familiari e interpersonali, la solitudine, l'elegismo adolescenziale espresso in note soffocate e sommesse.
Il ventaglio di colori eccitati e pungenti della pagina tozziana è insomma ricondotto entro un alveo storico: poeticamente obliquato in un filtro memoriale che nel mentre rinarra con tenerezza dolorosa le ore e i giorni della civiltà contadina non ne sopprime la durezza e la condizione subordinata. La tentazione déco è lasciata appena insorgere e subito sfilano le inquadrature e le sequenze eccessive e brutali: il sangue sulla coscia di Ghìsola, per la ferita infertale da Pietro; la scena orrenda della castratura del cane e degli altri animali; quella terribile ed emotivamente carica della partenza di Ghìsola per Radda; la prepotenza e l'avidità del padrone, che possiede la terra e ugualmente le esistenze - e il sesso - delle persone sottoposte.
Ma nel divario pur sottile che il film concretizza dal maschile al femminile, dal piano esistenziale a quello storico (da cui si scioglie il nodo narrativo della condizione della donna), la lettura critica del testo di Tozzi raccoglie altri livelli insondati. Il film insomma mostra quel che il codice del libro tiene celato e rimosso: una materia distorta e malsana, tuttavia traguardata attraverso un vissuto femminile selvaggio ed anche ottuso. Così a Pietro, che in una inquadratura osserva Ghìsola con il suo usuale abbandono, è contrapposto il dettaglio, accosto e liquido, dell'occhio della ragazza, oscuro e torbido.
Ma se la Archibugi getta radici e motivi che trasformano la percezione del racconto, la sostanza di cui esso è composto si oppone a qualunque riduzione. Magnetizzata dal plot e dal suo lungo aberrare, ma riottosa ad acquisirne le ragioni profonde, la regista si immerge nel mondo di Tozzi prima rendendone il facsimile per via visiva come altrettanto sonora ma poi affrontandolo tramite prelievi e innesti colti quasi in anamorfosi. L'universo di Tozzi è come ricomposto e rimemorato nei suoi elementi di facciata: i paesaggi di campagna; gli interni; i fronzoli e i costumi d'epoca; gli spaccati cittadini di inizio secolo; i bellissimi excerpta in lessico vernacolo, non sempre ascrivibili alla lettera del libro. Ma quelle immagini che dovrebbero esaltarne la valenza, attraverso gli effetti di scenografia, e una musica che incede rombando a strane ondate, velata nel timbro e sempre pronta a crescere e conflagrare, come fosse una partitura di Piovani, sono poi scavate e tentate dal movimento in contrappunto della camera.
Rispetto al proprio profilmico, la m.d.p. si muove in distonia: ascende in alto all'improvviso, quasi sfuggendo al tono chiuso di Tozzi e alla sua ossessiva vitalità; si involge in soggettive studiate ed inquietanti (quella di Pietro, quella rovesciata e circolare di Ghìsola); panoramica tutt'all'intorno a venti metri di altezza e poi scivola precipite su cose e persone, fino a raggiungere la terra e i piccoli animali che la abitano. La difficoltà, e forse anche la riluttanza, a legare in immagine il pensiero di Tozzi, e insieme le intuizioni e sensazioni personali, portano a tratti il racconto a sfumare in sordina, scivolando in tempi morti, impaniandosi in passaggi inspiegati, in “vuoti, ellissi inspiegate, stati d'animo irrisolti per casualità” (Cristina Piccino). Quasi che la sensibilità dell'autrice, ferma di fronte alle parole essenziali del mondo tozziano, non trovasse poi difficoltà a scendere nei passaggi dei momenti più intimi.
Sono gli aspetti più ambigui e irrelati, ma anche i più suggestivi, del film: presto lasciati a loro stessi per star dietro a un quadro corale e ad un racconto composito, in cui si esaltano la professionalità della regista e dei suoi collaboratori tecnici come egualmente la valentia dei molti interpreti, tutti intensi e persuasivi, ma tra i quali la preferenza sarebbe a nostro avviso da accordare alla nevrotica dolcezza del personaggio di Anna quale delineato da Stefania Sandrelli, alla sensibilità tormentata e introflessa dei due giovani che tengono il ruolo di Pietro (Gabriele Bocciarelli e Fabio Modesti), all'eleganza distaccata ed ironica con cui Laura Betti cesella la maitresse bolognese di questo tragico universo provinciale. Quanto alla rustica evidenza di Marco Messeri, in bilico tra la violenza e il becerume nel ruolo del malefico trattore, ci sembra anch'essa tipica antropologicamente e culturalmente della realtà toscana, specie contadina, pur negli eccessi bozzettistici e di scurrile, cupa buffoneria.
Autore critica:Gualtiero De Santi
Fonte critica:Cineforum n. 340
Data critica:

12/1994

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Con gli occhi chiusi
Autore libro:Tozzi Federigo

A cura di: Redazione Internet
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