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Postino suona sempre due volte (Il) - Postman Always Rings Twice (The)

Regia:Bob Rafelson
Vietato:No
Video:Warner Bros Home Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Letteratura americana - 900
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo “Il postino suona sempre due volte” di James M. Cain
Sceneggiatura:David Mamet
Fotografia:Sven Nykvist
Musiche:Michael Small
Montaggio:Graeme Clifford
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:John Colicos (Nick Papadakis), Brian Farrell (Morteson),Tom Hill (Barlkow), Anjelica Huston (Madge), Jessica Lange (Cora Papadakis), Michael Lemer (Avvocato Katz), Jack Nicholson (Frank Chambers), John P.Ryan (Kennedy), William Traylor (Sackett)
Produzione:Charles Mulve e Bob Rafelson per la Lorimar
Distribuzione:Cineteca dell’Aquila – Cineteca Antoniana - Cineteca Palatina – Collettivo dell’Immagine – Zari
Origine:Usa
Anno:1981
Durata:

121'

Trama:

Frank, un vagabondo in cerca di lavoro, trova occupazione in una stazione di servizio come meccanico. La padrona, Cora, è una avvenente signora e fra i due nasce una profonda passione. L'ostacolo da superare pero', è il marito di lei.

Critica 1:Quarta trasposizione del romanzo di James Cain (1934), la prima che mette in immagini esplicite la rude e aggressiva sensualità che, per ragioni di censura, i registi precedenti avevano dovuto comprimere o elidere. Di questa storia di un amore che, nato da una violenta attrazione fisica, si trasforma in un rapporto più profondo e complesso, Rafelson fa un altro film sul "sogno americano", la sua trasformazione in incubo, descrivendone col contributo notevole della fotografia di Sven Nykvist il contesto socio-politico. Più che J. Nicholson, un po' troppo vecchio per la parte e talvolta sopra le righe, è ammirevole J. Lange, migliore delle tre attrici che l'hanno preceduta: Corinne Luchaire, Clara Calamai e Lana Turner.
Autore critica:
Fonte criticaIl Moranidini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:AI progetto «Postino» Rafelson pensa da quasi dieci anni, quindici, quasi fin dall'inizio della sua carriera; in effetti, l'affinità tra la tematica dei suoi film precedenti e le tensioni che animano il romanzo di Cain è evidente. Frank Chambers potrebbe veramente essere un Robert «Eroica» Dupea un po' cresciuto e, tutto sommato, meno consapevole di sè, mentre tra Cora e la Sally di Il re dei giardini di Marvin passa soltanto la barriera della disillusione e della perdita della speranza (o, forse, della volontà a credere, o dell'oggetto in cui credere). L'ambiente di Il postino è quello prediletto da sempre da Rafelson, la strada; non c'è più neppur bisogno di «ritornare» appositamente da qualche parte per risuscitare il crogiolo di tensioni e frustrazioni familiari che tanto interessa a Rafelson: alle Twin Oaks convivono emblematicamente casa e viaggio, pace e ricerca, costrizione e libertà. Nel Postino di Cain c'è la crisi dei valori, il senso del caso che determina le azioni, il bisogno disperato di un appiglio esistenziale.
Ovvio, quindi, che Rafelson tenesse tanto a riprodurre per lo schermo questo simbolo assoluto del suo cinema. Peccato però che, in un atto di riproduzione troppo fedele, la materia abbia perduto di adesione sia nei confronti di Cain che nei confronti di Rafelson. Non dovendo modificare una virgola dell'opera letteraria per avere il «suo» film, il regista ce ne ha dato un'impeccabile trascrizione, che però ha perso per strada sia la tormentata ambivalenza di Cain sia la lucida disperazione di Rafelson. Legato a una storia troppo perfetta per essere rimaneggiata, Rafelson non si è avvalso questa volta delle intuizioni folgoranti che animavano (sia tematicamente che stilisticamente) i suoi film precedenti; non c'è nessuna sequenza paragonabile per incisività e suggestione a quella in cui Robert «Eroica» suona il pianoforte sul camion in Cinque pezzi facili, o ai due monologhi radiofonici di David Staebler e all'elezione di Miss America di Il re dei giardini di Marvin. Basta una di queste sequenze per imprimere tempo, senso e valore a un film; tutto il resto può sfumare nella delicatezza e nell'apparente casualità dei sottotoni (nei quali, peraltro, Rafelson eccelle); sarà poi ricondotto e compreso nel segno di queste sequenze-chiave. La variazione tonale è forse la cifra stilistica più matura, coerente e pensata del cinema di Rafelson, i cui film precedenti, non a caso, sono vistosamente segnati dalla presenza della musica. Tutti scanditi secondo una successione compositiva musicale, questi film alternano in un equilibrio perfettamente armonico le sequenze più meditative, i passaggi descrittivi e le esplosioni di vitalità. Rafelson lavora più sui tempi e sulle emozioni che non sulle immagini e sulle azioni; non racconta storie, ma le conseguenze psicologiche ed esistenziali di storie già accadute, o, tutt'al più, amari finali dilazionati nel tempo. Per questo motivo le rare e accuratamente predisposte sequenze «vive» (che possono essere, come i monologhi radiofonici o il dialogo senza risposta di Robert «Eroica» con il padre, esemplarmente rattenute) si caricano di tanta suggestione, perchè riassumono nevroticamente tutta la vita che se ne è andata dai protagonisti dei film. Sono sobbalzi di pena, di rabbia, di follia in mezzo alla meticolosa piattezza dei gesti e al ferreo controllo dei ricordi.
Questa volta invece Rafelson si trova alle prese con una vera e propria storia, strutturata secondo canoni narrativi abituali (un inizio: l'incontro; lo sviluppo di una scansione drammatica fatta sì di sensazioni, ma anche e soprattutto di azioni; un finale tutto sommato chiuso), la cui rarefazione nel testo letterario è data essenzialmente dal procedimento del flashback. Nel libro, Frank Chambers racconta tutta la sua storia dalla cella della morte; ha in sè ormai, e quindi nel proprio modo di raccontare, la distanza del ricordo e della sconfitta. è ovvio che abbia affascinato Rafelson: questo è il perdente nato, il «re filosofo» che ha già visto tutto e che racconta questo tutto dalla propria scura cabina di trasmissione. Al cinema il flashback non decantata le azioni, anzi, se mai le sottolinea, accentuandone la valenza emozionale; inoltre, un flashback come quello di Cain (tutta la storia raccontata senza interruzioni e secondo una successione strettamente cronologica) cinematograficamente non si differenzierebbe molto da una narrazione al presente. Rafelson, quindi, l'ha giustamente soppresso, trovandosi però a questo punto tra le mani una storia perfettamente aderente al suo spirito, ma narrativamente distante dalle sue corde. La storia che piace a Rafelson è quella, ancora da girare, di Frank Chambers dopo: dopo il grande amore, dopo l'omicidio, dopo la fugace esperienza di adattamento alla coppia, dopo la morte di Cora. Dopo la morte di Cora, presumibilmente, Frank Chambers non viene arrestato e accusato dell'assassinio della donna (e infatti, nel film, sono state completamente tralasciate le ulteriori complicazioni assicurative che invece costituiscono nel romanzo il presupposto per la fine definitiva di Chambers), ma si rimette in cammino per la strada, ancora una volta riconfermato dal caso nel proprio vagabondaggio. E qui il film potrebbe ricominciare, e sarebbe probabilmente un vero film di Rafelson, la storia di un sopravvissuto. (...)
Autore critica:Emanuela Martini
Fonte critica:Cineforum n. 209
Data critica:

11/1981

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Postino suona sempre due volte (Il)
Autore libro:Cain James M.

A cura di: Redazione Internet
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