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Postino (Il) -

Regia:Michael Radford
Vietato:No
Video:Cecchi Gori Home Video
DVD:Cecchi Gori
Genere:Drammatico
Tipologia:Letterature altre - 900
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Furio Scarpelli, Giacomo Scarpelli, liberamente ispirato al romanzo "Ardiente Paciencia" di Antonio Skarmeta
Sceneggiatura:Anna Pavignano, Michael Radford, Furio Scarpelli, Giacomo Scarpelli, Massimo Troisi
Fotografia:Franco Di Giacomo
Musiche:Luis Enriquez Bacalov; canzone "If You Forget Me" di Madonna
Montaggio:Roberto Perpignani
Scenografia:Lorenzo Baraldi
Costumi:Gianna Gissi
Effetti:
Interpreti:Philippe Noiret (Pablo Neruda), Massimo Troisi (Mario), Maria Grazia Cucinotta (Beatrice Russo), Renato Scarpa (il Telegrafista), Linda Moretti (Donna Rosa), Anna Bonaiuto (Matilde)
Produzione:Penta Films - Esterno Meditarraneo Film - Blue Dahlia Productions - Cecchi Gori Group Tiger Cinematografica
Distribuzione:Cecchi Gori Group - Tiger
Origine:Belgio - Francia - Italia
Anno:1994
Durata:

116’

Trama:

In un'isola del sud d'Italia, nel 1948, il poeta cileno Pablo Neruda, esiliato vi si rifugia con la giovane ed affezionata consorte Matilde. Al disoccupato Mario, figlio di un pescatore con scarsa vocazione per il mare, non par vero accettare l'incarico di postino ausiliario dal locale capoufficio, Giorgio, comunista militante. Deve solo consegnare la nutrita corrispondenza del poeta, di cui inizia a leggere il "Canto general", e col quale instaura a poco a poco, chiedendogli delucidazioni sulla sua "ars poetica", un rapporto di amicizia. Il poeta riceve per il suo compleanno un messaggio registrato dal Cile e fa incidere sul dittafono un saluto per i suoi amici a Mario, che come cosa più bella dell'isola cita Beatrice Russo, la giovane barista di cui si è invaghito e che riesce a conquistare con le "metafore" apprese dal poeta, che ha addirittura accompagnato il giovane all'osteria, dedicandogli pubblicamente una poesia. Beatrice, affascinata, nonostante il divieto della zia di rivederlo, si concede a Mario e alle nozze riparatrici Neruda fa da testimone, nonostante le perplessità del curato. Frattanto l'esilio viene revocato ed il poeta può ritornare in patria. Passano cinque anni e Mario segue le vicende dell'illustre amico sui cinegiornali, e alla radio, ma l'unico segno è la lettera del segretario del poeta che gli chiede i libri e gli oggetti lasciati sull'isola, dove, grazie al deputato della Democrazia Cristiana Di Cosimo, sono finalmente iniziati i lavori dell'acquedotto. Mario, che aspetta un figlio, registra per l'amico lontano i rumori dell'isola, la voce del mare e del vento, ed il battito cardiaco del nascituro. Ma dopo la vittoria della Democrazia Cristiana, i lavori vengono interrotti, e Mario è sempre più impegnato nel partito comunista. Cinque anni dopo, Neruda e la moglie entrano di nuovo nell'osteria di Beatrice, e vi trovano Pablito, il figlio di Mario. Ma quest'ultimo non lo ha nemmeno visto nascere: è morto a Roma durante un comizio dove doveva dar lettura di una poesia in onore di Neruda.

Critica 1:Nell'estate 1952 Mario Ruoppolo (M. Troisi), postino ausiliario in un'isola (Salina) delle Eolie, ha come unico destinatario da servire il poeta cileno Pablo Neruda (P. Noiret), esule con la moglie (A. Bonaiuto). Tra i due nasce un'amicizia grazie alla quale Mario scopre la forza della poesia e l'impegno politico. Tratto dal romanzo Ardiente paciencia (1986) del cileno Antonio Skàrmeta che lo ridusse anche per il teatro (messo in scena al Festival di Asti 1989 con la regia di Rosalia Polizzi e Luigi Pistilli e Marco Spiga nelle parti principali). Pur diretto dallo scozzese M. Radford, appartiene a Troisi (1953-94) che, gravemente malato di cuore, morì alla fine delle riprese. Fu lui a volerlo e a farne comprare i diritti perché, nonostante la differenza d'età (nel libro è ventenne), s'era innamorato del personaggio e del suo rapporto con la poesia. Forse anche di un altro tema: la tristezza di certe effimere amicizie estive che, col passar degli anni, contano nel ricordo soltanto per uno dei due. Fu Cocteau a dire per primo che la cinepresa filma la morte al lavoro. In questo film la frase vale quasi alla lettera: difficile per lo spettatore consapevole separare le emozioni. (…)
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:C'è la leggenda, prima del film. Il fatto che ventiquattr'ore prima di morire Massimo Troisi avesse battuto l'ultimo ciak del film, quello della scena della sua morte. Fatica - e tale davvero era stata tutta la lavorazione del film, condizionata dalla sua malattia - coronata da un applauso della "troupe", che Troisi aveva ringraziato concludendo con una frase che suona come una premonizione: «Ricordatevi di me». Poi c'è l'origine del film, anche questa appartenente un po' alla leggenda. Il postino è voluto fortemente dall'attore-regista napoletano, che dopo aver letto il romanzo del cileno Antonio Skérmeta Ardiente paciencia, edito da Garzanti col titolo Il postino di Neruda, se ne innamora perché gli sembra che il personaggio del giovane portalettere illetterato sia «fatto per lui». Propone ai Cecchi Gori di acquistarne i diritti, partecipa alla sceneggiatura e, volendo dedicarsi interamente alla definizione di questo personaggio che sente in qualche modo definitivo, propone per la regia un inglese conosciuto ai tempi in cui questi gli aveva offerto il ruolo del prigioniero di guerra napoletano di Another Time, Another Place (1983), ruolo poi assegnato a Giovanni Mauriello. Infine c'è il film come risultato. Sul quale non può non pesare, comunque, la sorte di Troisi, e non c'era neppure bisogno, alla fine del film, di mettere il cartello galeotto: «Alla memoria del caro amico Massimo». L'attore-regista (tale anche in questa circostanza, visto che il film è firmato dall'inglese Radford "in collaborazione con Troisi") informa l'intero esito della sua personalità, proponendosi magistralmente come un personaggio smarrito, vibrante, sensibile, e formando una coppia indovinatissima, per contrasto, con il solido, sicuro, inattingibile Neruda di Philippe Noiret. Il romanzo originale è ampiamente adattato alla situazione meridionalista in cui il postino Troisi si inserisce naturalmente. In origine si trattava di una situazione sudamericana, un'isola nell'oceano in cui vive un giovanotto semplice, figlio di poveri, che dovrebbe seguire le orme paterne guadagnandosi da vivere in mare, ma che ottiene di rimanere invece nell'isola per fare il portalettere, un servizio che funziona praticamente soltanto per il poeta Neruda, esiliato (siamo negli anni Cinquanta) su quell'isola dal governo cileno perché, comunista, era stato esponente del governo Allende. Nell'attuale versione filmica si suppone che Neruda sia esiliato in un'isola italiana del Sud (i luoghi veri dell'azione si dividono tra Procida e l'isola di Salina, nelle Eolie), il che permette ai personaggi di rapportarsi poco o tanto alla situazione politica di quel tempo in casa nostra. Ora è proprio qui, nella cornice, il punto debole del film. Nella prima parte, per esempio, con schematismi decisamente goffi (il personaggio del "compagno" telegrafista, per esempio, le cui battute mettono visibilmente in imbarazzo l'altrove sopportabile Renato Scarpa), ma soprattutto nell'ultima parte, quando Neruda è stato riammesso in patria, in cui si succedono diversi tentativi di finali "significativi" e "impegnati". Qui la pellicola sbanda decisamente e va a zig-zag, cadendo in ingenuità assortite. (…)
Ma il cuore del film, quello batte forte, quello ci emoziona. Tutta la parte centrale del dialogo postino-Neruda è eccellente, soprattutto nei colloqui non tanto sulla letteratura e sulla poesia come apprendistato del Semplice alla Cultura, quanto sulla poesia come nutrimento necessario alla vita di tutti i giorni, come chiave per capire l'esistenza propria e quella del mondo. La poesia come bene di tutti, che appartiene non solo e non più a chi la scrive ma a chi se ne serve, proprio nel senso che l'adopera nella vita per ottenere scopi determinati: non per niente il postino usa la Parola, reputata prima d'allora esercizio astratto, dominio misterioso di esseri privilegiati, per sedurre la ragazza di cui è innamorato, cambiandone la vita. Il potere della Parola è compreso molto bene non solo dal postino, il quale acutamente realizza che il mondo intero è una metafora di qualcosa, ma anche dalla tutrice della sedotta, che si lamenta, con Neruda, come il giovanotto abbia messo incinta sua nipote "con la metafora". E questo è uno splendido discorso, magari in chiave di metaforica napoletanità, sulla funzione della poesia.
Autore critica:Ermanno Comuzio
Fonte critica:Cineforum n. 337
Data critica:

9/1994

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Postino di Neruda (Il)
Autore libro:Skarmeta Antonio

A cura di: Redazione Internet
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