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Storia immortale - Histoire Immortelle

Regia:Orson Welles
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Letterature altre
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dalla novella omonima di Isak Dinesen (Karen Blixen)
Sceneggiatura:Orson Welles
Fotografia:Willy Kurant
Musiche:Brani per pianoforte di Erik Satie, suonati da Aldo Ciccolini e Jean-Joel Barbier
Montaggio:Claude Farny, Françoise Garnault, Yolande Maurette, Marcelle Pluet
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Norman Ashley (Paul), Roger Coggio (Elishama Levinsky), Jeanne Moreau (Virginie Ducrot), Fernando Rey (Mercante), Orson Welles (Mr. Clay)
Produzione:Micheline Rozan per Ortf - Albina Films
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Francia
Anno:1968
Durata:

58’

Trama:

Un vecchio ricchissimo mercante decide di mettere in atto un'antica leggenda su un marinaio, affittato da un ricco signore affinché passi una notte d'amore con una donna bellissima che vive con lui.

Critica 1:A Macao un vecchio ricchissimo mercante decide di dare corpo all'antica leggenda che favoleggia di un marinaio affittato per venti ghinee da un ricco signore perché passi una notte d'amore con una donna bellissima che vive con lui. Dal racconto omonimo di Karen Blixen (nel volume Capricci del destino, 1956) un piccolo, finissimo film che ha l'incanto di una favola romantica raccontata a bassa voce una sera d'inverno. Ma, a intenderla bene, vi si trova tristezza cupa, sottigliezza intellettuale e una grande pietà.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Nel racconto della Dinesen, si ritrovano i temi più cari a Welles che, in poco meno di un'ora - tanto dura il film -, " impartisce " una lezione di arte, di cinema, di letteratura a quanti dedicano la vita a " fargli le pulci " in ogni senso. Passato in " prima " contemporanea alla televisione e al cinema, Storia Immortale si impernia sugli asserti che « la ricchezza corrompe », che « una vita senza amore porta all'amarezza esistenziale », e via dicendo in questa chiave. Ed è una conferma del solito discorso wellesiano che tende a significare allegoricamente, ma senza inutili chiacchiere, che il potere è pesante da reggersi e che inevitabilmente finisce col frustrarti o col " fregarti ". Affermazione scontata, certo, che tutti conoscono a memoria o magari hanno verificato sulla loro pelle, ma che scontata non è più se la sua dimostrazione pratica vien fatta attraverso un'atmosfera di " leggenda " o di " favola per adulti " (non dico di " operetta morale ", definizione che certo non sarebbe calzante per il Nostro), come in questo breve film. (...)
C'è poco da aggiungere a un intreccio così chiaro e così bello. Qualche notazione a margine, forse banale e scontata. Come, per esempio, sottolineare l'ossessione del protagonista: la volontà di dar " vita " a questa leggenda del marinario, immaginando di annullarla " comprandola " con la sua onnipotenza: ma - purtroppo o per fortuna - l'immaginazione e la realtà spesso sono molto lontane tra loro. Nella messinscena che Clay fa organizzare da Levinsky, la putaine irrespectueuse è «la prova definitiva del suo fallimento», e probabilmente - pur nella sua spocchia boriosa - Clay lo sa benissimo. Tutt'affatto diverso, invece, è il rapporto con il suo "servo prezzolato", il viscido Elishama Levinsky, che lo odia ma lo ossequia e lo serve - il che è un giusto riconoscimento da parte di Welles (e lui lo sa forse meglio di noi) alla forza del denaro. Forse proprio come Welles per fare un film (Welles, infatti, se lo conquista con tante partecipazioni anche di infimo livello, ma pur sempre pagate in contanti, che spesso sostituiscono la latitanza dei produttori), Clay paga, anche lui, in moneta sonante e in termini vitali, il diritto di rappresentazione, le royalties della leggenda.
Un'operazione difficile, quasi impossibile. Ma, mentre la leggenda tenta di farsi storia, la rappresentazione, nella fattispecie, fallisce più o meno miseramente. (...) Il ritmo, poi, si adatta perfettamente a questo Welles " maturo ", ma sempre eguale a se stesso con i suoi nasi finti, il trucco ad accentuare la vita che scorre piuttosto che a nasconderla dietro patetici " affreschi " che ricordano le foto di regime del " realismo socialista " o le figurine degli attori hollywoodiani regalate dentro alle cartine delle caramelle.
Autore critica:C. Valentinetti
Fonte critica:Orson Welles, Il Castoro Cinema
Data critica:

1980

Critica 3:Chiuso in un colore ocra, brunito, scuro, Storia immortale svolge, lentamente, attorno a pochi personaggi, i temi dell'imperio e della malinconia, riassume il gesto di un potere che muore - del Signore che nell'attimo della veglia precedente la fine, vuole rievocare i frammenti di un'epica, rendere in accadimento una ingenua leggenda: la storia di un marinai, estremamente povero, cui un ricco regala danaro e una notte d’amore. Entrano come in una metafora i frammenti di tutti i film di Welles, la malinconia che segna i ricordi di Kane legato a una irripetibile infanzia; l'ambiguo carattere di George M. Amberson, (L'orgoglio degli Amberson) la crudele solitudine di Michael O'Hara, (La signora di Shanghai), l'indefinibile personalità di Mr. Arkad.in che ripercorre nelle gelide giornate d'inverno la sua amarezza delusa, e la disperante tristezza, che carica i personaggi scespiriani di rabbia, dolore, rimpianto.
Così il film di Welles si fa metafora, nella sua luce densa, fatta di grumi e di immagini, di accadimenti già accaduti, possibili nella memoria, ripetibili in una sorta di ellissi narrative: e fissa una serie di moduli filmici che sono legati ai movimenti, ai gesti, agli sguardi; ai primi piani corposi, carichi di segni espressivi, al
l'atmosfera che nasce dalla situazione, dall'implacabile attesa che viene dalla ripetizione costante davanti alla lucida essenzialità della camera. Al di là del senso apparente la storia sviluppa una sua
struttura occulta, ritessuta proprio in una serie di componenti retoriche per confermare una scelta che rinviene in una sorta di reificazione, una costante coscienza di essere oltre, aldilà dello stato apparente. Welles-Mr. Clay contempla e muove come in un teatro i suoi personaggi, immette la tragedia come rappresentazione e la leggenda come profezia dentro l'accaduto; dalla memoria al fatto, tenta di ripercorrere una semplice trasposizione riducendo il memorabile; ma lo spazio filmico che accoglie questa riduzione diviene esso stesso spazio memorabile, momento essenziale di un itinerario filmico in cui Welles raccoglie - nel breve arco di 57 minuti - tutta la sua poetica. Gli oggetti - la poltrona dove siede Mr. Clay, la scala attorno alla quale si svolge la vasta casa; la carrozza, appresso a cui corre il giovane marinaio - sono gli oggetti-spazio che delineano l'universo wellesiano; e sono, così inseriti nel piccolo cosmo, segni particolari di una maniera espressiva, entro la quale si individuano i movimenti secchi e precisi della camera, quell'accompagnare in carrello i personaggi che avanzano, per i lunghi portici della vecchia Macao, che individuano elementi essenziali dentro e fuori la situazione, sino a colmare quel trasalimento attonito che sono i rapporti impalpabili che legano i personaggi in una unica favola.
La favola del marinaio dagli occhi azzurri, della attonita notte d'amore, degli irripetibili gesti - che (metaforicamente) sono il terremoto che sconvolse la prima notte di nozze di Virginia - erano e restano mito: la favola è più forte della concreta attuazione. La stanchezza di Clay si estende a tutto il film, riguarda gli orli della realtà come da un'altezza incredibile, dove regna l'assolutezza dello sguardo. (...) Film di film, immagine di una immaginazione che sottende una continua reinvenzione, una costante cifra espressiva nel riordinare gli elementi semantici, Welles cerca, nell'essenzialità, di ritrovate le costanti di un modo di essere, di costruire in alternativa, una sua realtà affettuale; di ritrovare uno spazio e un tempo dentro i quali tessere la sua ipotesi. Il colore scopre la foltezza di un impasto dove i toni bruniti ritrovano la esattezza di antichi rami, accogliendo gli altri colori - il rosso, l'azzurro - come costanti, velati in sfumature che reificano il senso panico di una atmosfera di attesa; dà un impalco drammatico all'azione, si svincola dal decorativismo, per entrare nell'essenziale.
Il colore diviene strettamente connesso con la ricerca di una espressività, coglie quel misterioso alone di leggendario che è in ogni gesto, in ogni situazione; costituisce, con la sua granulosità monotonale, il segno filmico, la disposizione oggettuale entro cui si colloca la scelta di Welles. Storia immortale consente di introdurre un discorso su Welles, riproponendo, gli elementi attorno ai quali si è mosso un discorso, assolutamente coerente negli sviluppi e negli esiti. I temi dell'imperio e della malinconia hanno costituito i nodi di una intensificazione drammatica, di una espressività costruita a grossi blocchi di una struttura rigorosa, quadrata. È parso opportuno partire da questa opera che concentra i segni wellesiani in uno spazio circoscritto per muovere verso una indagine critica che tende a definire - a volte nella memoria - uno dei rari autori del cinema contemporaneo.
Autore critica:Edoardo Bruno
Fonte critica:I film di Orson Welles, Comune di Modena
Data critica:

1977

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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