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Bobby -

Regia:Emilio Estevez
Vietato:No
Video:
DVD:01
Genere:Drammatico
Tipologia:La memoria del XX secolo
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Emilio Estevez
Sceneggiatura:Estevez Emilio
Fotografia:Michael Barrett
Musiche:Mark Isham
Montaggio:Richard Chew
Scenografia:Patti Podesta
Costumi:Julie Weiss
Effetti:Kent Johnson, Doug Ludwig, Frank Lawas
Interpreti:Anthony Hopkins (John Casey), Demi Moore (Virginia Fallon), Elijah Wood (William), Nick Cannon (Dwayne), Freddy Rodríguez (José), Emilio Estevez (Tim), Sharon Stone (Miriam), Martin Sheen (Jack), Christian Slater (Timmons), Helen Hunt (Samantha), Joshua Jackson (Wade), Lindsay Lohan (Diane), William H. Macy (Paul Ebbers), Harry Belafonte (Nelson), Heather Graham (Angela), Ashton Kutcher (Fisher), Laurence Fishburne (Edward Robinson), Spencer Garrett (David Novak), Svetlana Metkina (Lenka Janacek), Dave Fraunces (Senatore Kennedy), Jacob Vargas (Miguel), Gus Lynch (Agente Callahan), John Lavachielli (Donnelly), David Krumholtz (Phil), David Kobzantsev (Sirhan Sirhan), Jeridan Frye (Ethel Kennedy), Joy Bryant (Patricia), Brian Geraghty (Cooper), Mary Elizabeth Winstead (Susan Taylor), Shia LaBeouf (Jimmy)
Produzione:Edward Bass, Emilio Estevez, Lisa Niedenthal, Athena Stensland per Bold Films Llc
Distribuzione:01 Distribution
Origine:Usa
Anno:2006
Durata:

114’

Trama:

Il senatore degli Stati Uniti Robert F. Kennedy fu assassinato il 6 giugno 1968 all'Ambassador Hotel di Los Angeles. Il film cerca di ricostruire la sua ultima notte di vita e si concentra sul luogo del delitto avvenuto alla presenza di altre 22 persone.

Critica 1:«Bobby» è il senatore Robert Kennedy, fratello del Presidente americano ucciso, a sua volta ammazzato a 42 anni a colpi di pistola nella cucina dell'Hotel Ambassador a Los Angeles, durante la campagna elettorale per la Presidenza, il 6 giugno 1968. Emilio Estevez, figlio di Martin Sheen, fratello di Charlie Sheen, ha costruito intorno a quella morte, con un cast molto popolare e brillante, un bel film singolare mescolato alle telecronache e ai documentari dell'epoca. La sorte di Robert Kennedy si affianca alla fiction che segue un gruppo di personaggi comuni, clienti o dipendenti dell'albergo.
Come in tante narrazioni che condensano intorno a un evento tragico diversi destini individuali, attori famosi vivono piccole storie quotidiane. Sharon Stone è la parrucchiera dell'albergo, moglie tradita del direttore; due anziani, Anthony Hopkins e Harry Belafonte, si sfidano a scacchi; il direttore dell'albergo fa sesso con una centralinista; due giovani assistenti elettorali prendono Lsd e, dimentichi dell'urgenza politica, compiono pazzie; una giovane coppia si sposa per evitare che lui debba partire subito per la guerra del Vietnam; Martin Sheen combatte con la moglie ragazza; Demi Moore è una cantante alcolizzata. A sera, tutti assistono al discorso di vittoria elettorale di Bob Kennedy. Nell'attentato alcuni muoiono, altri restano feriti. Tutti piangono come chi ha perduto qualcuno di essenziale. L'esecuzione non si vede e neppure l'assassino né la vittima. Anche l'Hotel Ambassador ora non c'è più. L'hanno demolito o è in via di demolizione.
Mix di tragedia e commedia, il film ben recitato e toccante ha il gran merito di evocare un tempo in cui il protagonista poteva tenere discorsi politici belli, emozionanti, ricchi di calore solidale, di propositi riformisti e libertari, di sostegno ai diritti, di promesse di futuro e di felicità. Discorsi dove non si parlava soltanto di soldi o di morte, di Pil e debito pubblico, ma di speranze, di desiderio e sogno collettivo: magari retorici, ma tali da prospettare una vita vivibile. La morte del secondo fratello Kennedy cancellò un linguaggio politico che arrivava al cuore della gente; e ricondusse la politica al suo antico posto di centro di comando incontestabile e spietato.
Autore critica:Lietta Tornabuoni
Fonte criticaLa Stampa
Data critica:

25/01/2007

Critica 2:Ora che anche il governatore della California è stato ribattezzato «Schwarzenkennedy» da The Wall Street Journal, che lo ridicolizza per il suo nuovo look democratico, sarebbe meglio ridefinire l'eredità di John e Robert. E andare al cinema per vedere Bobby di Emilio Estevez. Si incontrerà un Kennedy non pacificato, alla ricerca dell'America rooseveltiana perduta, infiammato di speranza e di una visione del mondo antagonista. Un altro Kennedy da uccidere.
Bob Kennedy è stato il più grande accusatore della mafia italo-americana e cubana durante la presidenza del fratello John, assassinato a Dallas il 22 novembre 1963, e la sua campagna per le primarie fu centrata sul ritiro delle truppe americane dal Vietnam. Venne ferito da un colpo di pistola impugnata da Shiran Bishara Shiran subito dopo la mezzanotte del 5 giugno 1969 nelle cucine dell'Ambassador Hotel di Los Angeles. E morì poche ore dopo, il 6 giugno, al Good Samaritan Hospital, aveva 42 anni. Un'altra pallottola «magica» lo colpì mentre i suoi sostenitori lo festeggiavano, aveva vinto le primarie in California contro lo sfidante, Eugene McCarthy. Il regista Emilio Estevez è tornato sul set dove il padre (l'attore attivista democratico Martin Sheen) lo portò da bambino per mostrargli la fine del sogno. Quel set adesso non c'è più, l'hotel Ambassador è stato demolito, ma Estevez è riuscito a girare qualche scena prima che al suo posto fosse edificato un centro commerciale. L'Ambassador, costruito nel 1921 sul Wilshire Boulevard, era l'albergo di divi e dei presidenti, luogo d'appuntamento di Jean Harlow, John Barrymore, Gloria Swanson, Rita Hayworth, Frank Sinatra e sede della notte degli Oscar. In seguito diventò punto di riferimento degli intellettuali, simbolo dell'America democratica. Estevez nel suo film evoca i fantasmi di un paese spazzato via e di quell'oasi sommersa nel sangue dei dreamers. Due mesi prima l'assassinio di Bob, il 4 aprile, era stato ucciso anche Martin Luther King. In un film corale, altmaniano, Estevez racconta di come i camerieri messicani, i cuochi black, le centraliste, la parrucchiera, il portiere, il direttore wasp, e gli ospiti, ricchi e poveri, condivisero l'attesa del senatore che avrebbe festeggiato nel grande salone dell'Ambassador le ultime ore di vita e l'ultimo discorso. Una storia spezzata nel '68. E dai racconti mininimalisti dei personaggi sale un'impetuosa richiesta di risarcimento.
La campagna elettorale di Bob (interprete di se stesso nei filmati d'epoca) si dispiega idealmente nella vita degli ospiti in attesa. C'è la ragazza di origini italiane (Lindsay Lohan) che sposa un amico (Elijad Wood) per salvarlo dal Vietnam; il portiere-filosofoso (Anthony Hopkins) che gioca a scacchi e rincuora il collega pensionato (Harry Belafonte); il direttore in crisi esistenziale (William H. Macy) che torna dalla moglie amata (Sharon Stone) e rinuncia all'amante arrivista (Hether Graham); il capo-cucine razzista (Christian Slater) che deve fare i conti con il sodalizio dei camarieri messicani-afroamericani. E ancora, stelle filanti, Demi Moore, Martin Sheen, Helen Hunt, Laurence Fishburne... Tutti in attesa. «Ogni volta che un uomo si alza in difesa di un suo ideale o agisce per migliorare il destino degli altri, o combatte contro le ingiustizie, è come se provocasse una piccola onda di speranza che incrociando altre milioni di onde, e sfidando le onde contrarie, formasse una corrente capace di abbattere i muri più resistente dell'oppressione...». Bobby parla davanti alla folla festante e un minuto dopo è riverso a terra, tra le teglie di dolci e i fornelli, nel fermo-immagine in bianco e nero che documenta la fine della speranza, di quella piccola onda che ancora l'America sta aspettando.
Autore critica:Mariuccia Ciotta
Fonte critica:Il Manifesto
Data critica:

23/01/2007

Critica 3:È stata un trionfo la prima proiezione di Bobby di Emilio Estevez, un film che una volta tanto è davvero un' anticipazione nel senso che non arriverà tanto presto nel cinema sotto casa. Infatti l' uscita negli Stati Uniti è prevista appena per il 17 novembre, con grandi speranze per gli Oscar perché schiera ventitré attori, molti dei quali degni di finire nelle nomination. Bisogna inoltre aggiungere che la copia presentata al Lido è ancora un «work in progress», il regista ha annunciato che vuole lavorarci ancora e accetta consigli. Bobby è Robert Kennedy di cui il film rievoca le ultime sedici ore di vita prima di cadere il 4 giugno 1968 sotto il piombo di un enigmatico attentatore proprio mentre stava festeggiando all' Ambassador Hotel di Los Angeles la vittoria ottenuta nelle primarie in California. Il personaggio figura solo nei documenti filmati che un abile montaggio interseca con le scene girate apposta, alcune delle quali addirittura nell' edificio vero mentre lo stavano demolendo. L' ispirazione viene dal classico Grand Hotel con Greta Garbo, film che mescolava vicende multiple a beneficio dei divi dell' epoca, citato in prima battuta dal veterano Anthony Hopkins, che qui si è riservato il ruolo del Coro: il meditabondo portiere in pensione, incapace di staccarsi dal luogo dove ha trascorso l' intera vita. Ma il modello più vicino è Nashville di Robert Altman con la sua struttura polifonica intesa a comporre un mosaico di tipi e vicende umane. Nell' impossibilità di fornire un quadro completo, nominiamo al volo il direttore dell' hotel W.H. Macy e la parrucchiera Sharon Stone con i loro problemi matrimoniali, la cantante alcolizzata Demi Moore e il suo esasperato compagno che è lo stesso regista Estevez, Laurence Fishburne cuoco filosofo che cerca di metter pace fra i giovani camerieri messicani, il pensionato Harry Belafonte che perde a scacchi con Hopkins, due giovanotti che danno i numeri per aver assunto l' Lsd, una ragazza che sposa un compagno per salvarlo dal Vietnam e via enumerando. Le storie private, pur avvincenti e ben raccontate, rischiano ogni tanto di far passare in secondo piano la tragedia storica del momento in cui gli Usa persero l' occasione di voltare pagina. Questo è il primo consiglio che si può dare al sorprendente, bravissimo Estevez: tentare di riequilibrare il racconto riportandolo sulla via maestra con qualche taglio. Un altro consiglio? Accorciare il pur splendido discorso di Bobby che sta sotto le immagini del finale, tanto convulse e strazianti da non aver bisogno di commenti. Ma anche se lo lascia così come l' abbiamo visto al Lido, che bel film, che malinconia, che America amica finita in balìa di chi non la merita e forse perduta per sempre.
Autore critica:Tullio Kezich
Fonte critica:Il Corriere della Sera
Data critica:

12/09/2006

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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