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Biciclette di Pechino (Le) - Shiqi sui de dan che

Regia:Wang Xiaoshuai
Vietato:No
Video:Medusa
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile, Il lavoro, Le diversità
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Peggy Chao, Hsiao-ming Hsu
Sceneggiatura:Peggy Chao, Hsiao-ming Hsu
Fotografia:Jie Liu
Musiche:Feng Wang
Montaggio:Ju-kuan Hsiao, Hongyu Yang
Scenografia:Anjun Cao
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Lin Cui (Guo Langui), Xun Zhou (Quin), Yuanyuan Gao (Xiao), Shuang Li (Da Huan), Yiwei Zhao (il padre), Yan Pang (la madre)
Produzione:Arc Light Films - Asiatic Films - Beijing Films - Eastern Television - Public Television Service Foundation - Piramide Productions
Distribuzione:Teodora Film
Origine:Cina - Francia - Taiwan
Anno:2001
Durata:

103’

Trama:

Il sedicenne Guei, appena arrivato a Pechino dalla campagna, trova lavoro presso un’agenzia di recapito postale. La magnifica bicicletta che la società gli ha fornito per svolgere la sua attività dovrà essere ripagata con cospicue rate mensili. Un giorno la bicicletta di Guo è rubata. Il ragazzo si mette a girare per la città sperando di ritrovarla. La bicicletta è finita nelle mani di Quin, uno studente che l’ha comprata di seconda mano col denaro rubato al padre. Quando Guo ritrova la sua bicicletta, Quin non gliela vuole ridare. Dopo essersela più volte sottratta a vicenda, i due giovani decidono di tenerla a turno un po’ per uno. A causa dello scontro con una banda rivale, i due sono inseguiti da un gruppo di loro coetanei per i vicoli della città antica. Nel corso della zuffa che ne segue, la bicicletta è completamente distrutta. A Guo non rimarrà che portarsela a casa ancora una volta ma ormai a pezzi.

Critica 1:Il sedicenne Guei lascia il villaggio di campagna in cui è nato per tentare la fortuna nella grande città di Pechino. Dopo molte ricerche infruttuose, trova infine lavoro in un'agenzia di consegne, che deve necessariamente fare percorrendo le strade in sella a una bicicletta per un compenso di dieci yuan a corsa. Di yuan, il ragazzo vorrebbe economizzarne seicento; ma viene derubato del velocipede e lo cerca disperatamente nei quartieri dell'immensa città. Lo ritrova montato da Jian, uno studente suo coetaneo che afferma di avere comprato la dueruote al mercato delle pulci. Tra il ragazzo di campagna e il ragazzo di città s'innesca un conflitto destinato a trasformarsi in una profonda amicizia. Film vincitore a Berlino del "Gran premio della giuria" e di quello per i migliori attori esordienti, Le biciclette di Pechino è un Ladri di biciclette riambientato nella Cina d'oggi e rivisitato in uno stile che, a tratti, evoca i lavori di Won KarWai. Vederlo, ti fa intuire quello che dovettero provare, tanti anni fa, gli spettatori del nostro neorealismo e in particolare del film diretto da Vittorio De Sica, che Le biciclette di Pechino evoca sia nel titolo sia nella trama: un'impressione di verità e di semplicità che, malgrado i risvolti drammatici, è anche senso di leggerezza di fronte all'artificiosità della stragrande maggioranza del cinema. Non può essere che questo il motivo per cui Wang Xiaoshuai, regista tra i più dotati della "sesta generazione" dei cineasti cinesi, è incorso in parecchie grane con la censura del suo Paese, malgrado non sia né un oppositore né un severo giudice del regime comunista. La semplicità e il rigore etico con cui ci mostra la vera Pechino, i suoi vecchi quartieri minacciati dalla modernizzazione, la sua gente autentica, che cerca come può di vivere e di sognare, ha qualcosa di intrinsecamente rivoluzionario. E la cosa che sedimenta di più nella memoria è la rappresentazione di una Pechino senza cittadini adulti, impregnata di una fisicità e di una violenza sempre latente che lasciano una strana sensazione di disagio.
Autore critica:Roberto Nepoti
Fonte criticala Repubblica
Data critica:

9/12/2001

Critica 2:È la violenza a farla da padrona in Le biciclette di Pechino. Una violenza mai messa in scena in modo compiaciuto ma, al contrario, con realismo e crudezza. È la violenza a mediare inizialmente il rapporto fra i due protagonisti che, senza esclusione di colpi, lottano come animali per il possesso di quella bicicletta che significa il posto di lavoro, per l’uno, o la conquista di una ragazza, per l’altro. Quando finalmente i due troveranno un accordo sarà ancora un atto di violenza – quello di una banda giovanile che pesterà entrambi a sangue – a por fine al loro rapporto, che sarebbe anche potuto sfociare in un reciproco sentimento di amicizia.
Pur con gradazioni diverse, i due protagonisti vivono entrambi una condizione di povertà se non di privazione. L’uno dipende interamente dal suo lavoro – e dal magro salario mensile è costretto ogni mese a rinunciare alle rate per l’uso e il possesso del suo mezzo di trasporto – l’altro vive in una famiglia che non può assolutamente permettersi di spendere denaro per comprare una bicicletta al figlio maggiore. È proprio questa condizione di povertà che finisce col determinare il furto di denaro al padre, di cui si rende colpevole Quin, e la durezza della lotta per il possesso della bicicletta.
Interessante è il modo in cui il regista e sceneggiatore del film costruisce un chiaro parallelo fra i due protagonisti attraverso un evidente difficoltà di comunicazione che caratterizza entrambi e che si evidenzia nel loro deliberato e ostinato rifiuto del linguaggio, nel rinchiudersi in un mutismo quasi esasperante (si vedano i silenzi del fattorino con l’amico e dello studente con la fidanzata, per non dire del modo in cui si rapportano fra loro).
Altro elemento centrale è indubbiamente quello relativo alla città. La macchina da presa del regista segue le corse su due ruote del protagonista, rubando immagini su immagini alla Pechino contemporanea, passando senza soluzione di continuità dai quartieri commerciali, pieni di grattacieli, hotel a cinque stelle e ristoranti di lusso, a quelli più popolari, con le loro umili case, le piccole botteghe di artigiani, le stradine che s’intrecciano fra loro riportando chi le percorre al punto di partenza. Ma questo sguardo documentario s’intreccia sempre alla percezione individuale del protagonista, al suo smarrimento, alle sue incertezze di fronte a una metropoli lontana anni luce dal suo mondo. Ecco allora le soggettive, le inquadrature dal basso sugli alti edifici, le panoramiche sul traffico cittadino, i campi lunghi che richiedono di essere scrutati con attenzione prima di potervi individuare il “piccolo” Guo in sella alla sua bicicletta. Ma, il regista ci ricorda, questo sguardo spaesato non è solo quello del protagonista. È anche quello delle altre migliaia di giovani che, come lui, arrivano nella capitale dalla provincia. Ecco così, in una delle immagini più belle del film, che gli occhi di tutti i neoassunti dell’agenzia di recapito si perdono nella mappa, appesa a un muro, dell’immensa città che dovranno imparare a conoscere come le loro tasche.
Autore critica:Dario Tomasi
Fonte critica:(Aiace Torino)
Data critica:



Critica 3:(…) E' il primo film, tra quelli scritti e diretti dal "braccio armato della sesta generazione", Wang Xiaoshuai (il cognome è Wang) a conquistare il grande pubblico internazionale dopo l'Orso d'argento vinto alla Berlinale 2001. L'opera, che rende esplicitamente omaggio a Ladri di biciclette, analizzato e amato profondamente dal regista nella cineteca della scuola, è una doppia tragedia dell'ostinazione. E' la testardaggine estrema, oltre che il cinismo e l'opportunismo, il sentimento ultrà che lega così profondamente (e controvoglia) due sedicenni in una metropoli d'oggi, circondati da una cascata di meschinità, sfruttamento, violenza, bugie, freddezza, odio (soprattutto femminile) compensato da un solo sentimento umano, quello delle gang maschili, dell'amicizia da stadio, da setta e da strada. "Senza determinazione niente spirito d'impresa e niente America", urla Bush II e sembra non crederci, mentre è vangelo sia per il contadino Guei (l'attore Lin Cui), appena inurbato e solissimo (non fosse per un compaesano), a caccia spasmodica di salario, sia per il borghesizzato Jian (Li Bin), figlio di operai, che studia per trovarsi un posto al sole, ma che sia possibilmente a Miami Beach, se no i compagni di scuola potrebbero sfotterlo... I due ragazzi, dunque, l'ingenuo determinato e il furbetto elegantone e griffato - insomma la coppia comica per eccellenza anche della tradizione mediterranea e arabo-persiana - per motivi opposti, non possono letteralmente vivere la propria individualità celibe senza una bicicletta. Morirebbero, o meglio ucciderebbero, in quel caso. Non avere da spezzare che la catena della propria bici, diventa un compito surrealista. Lui perché è pony express, e la bicicletta se la deve conquistare sudando e lottando, sottoponendosi a un morphing davvero umiliante (la divisa cretina della ditta, troppe docce, molti equivoci, i denti comunque puliti, i sadismi dei cittadini, le corse che neppure Leo Carax si sognerebbe di fare...); l'altro perché deve strappare la bella della scuola a un virtuoso del surplace, biondo platino come Nakata, e le ragazze non vanno più dietro a chi suona la chitarra come George Harrison, calamitando band, ma scelgono solo il n.1... Certo, trattandosi della stessa mountain bike, rubata a Guei, acquistata incautamente da Jian (coi soldi sottratti al padre "perché ama più la sorellina") e nuovamente sgraffignatagli da Guei; e mettendo in conflitto epico questi due ragazzi esposti alle intemperie della storia come fossero due Clint da Sergio Leone, non si può non pensare alle scaturigini di quello stile barbaro e sentimentale a un tempo: al metodo con il quale De Sica afferrava della realtà non la corteccia verista, ma proprio i suoi grumi profondi, i "buchi neri", i suoi "nei" realisti che saltano fuori solo dopo un particolare trattamento sadomaso con le emozioni. Ed essendoci in più un copione scritto a otto mani, anche dai produttori taiwanesi Peggy Chiao e Hou Hsiao Ming, esperti nell'arte di condire con spezie comiche le specialità più agre, ecco che il tessuto visuale è superbo e rigoglioso, luccicante e radiante. Certo è la meno ostica e introversa delle performance di mister Wang: Mama scritto da lui ma poi diretto da Zhang Yuan, era addirittura un documento catatonico sul manicomio; poi il road movie autobiografico The days del '93, un affresco sgocciolante, in nero e bianco, che urlava dolore come un Munch e proprio di due giovani pittori trattava; poi Suicidi del '94 e il più barocco omaggio a Stelarc, Frozen (1996), sempre su un body artista estremo che delinea un tragitto di avvicinamento al suicidio in quattro tappe, concepite per rendere omaggio ai quattro elementi, l'acqua, il fuoco, la terra e l'aria, ma che forse finirà al di là del grande sì nietzschiano alla vita. Certo, dopo era arrivata anche una commedia per il grande pubblico (mai distribuita, comunque, in Cina). E infine Le biciclette di Pechino che, grazie alla recitazione (Orso d'oro a Berlino) di Lin Cui e Li Bin, capaci di urlare se muti e di ammutolirti, se urlano (anche Wang è attore, ha recitato in Il violino rosso); alle musiche non di arredamento di Wang Feng ("voglio che arrivino sempre un po' dopo l'azione, sfasate, a commentarla, a criticarla" ci spiega il regista) e alle luci implacabili ma affettuose di Liu Jie - è davvero glamour questa Pechino che massacra e umilia, arricchisce molto i pochi e sub-umanizza gli altri - deve aver irritato oltremodo i censori cinesi (ancora un no alla distribuzione), specialisti, come Braschi e Cesari, nel punire i falli di mano perfidi e intenzionali. Cioè queste istantanee davvero insostenibili di un mago dell'immaginario crudele che racconta le avventure del suo corpo (il regista è un po' Guei un po' Jian), come candido grimaldello realista che invita gli altri corpi a dire di no, a disertare, a non accettare la scatola cinese dei ruoli sempre più alienanti a poco a poco che si cresce nella gerarchia del Lavoro.
Autore critica:Roberto Silvestri
Fonte critica:il Manifesto
Data critica:

5/12/2001

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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