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Close up - primo piano - Nema-Ye Nazdik

Regia:Abbas Kiarostami
Vietato:No
Video:Cecchi Gori Home Video (Gli Ori)
DVD:
Genere:Metafora
Tipologia:Spazio critico
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Abbas Kiarostami
Sceneggiatura:Abbas Kiarostami
Fotografia:Ali Reza Zarrindast
Musiche:
Montaggio:Abbas Kiarostami
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Abolfazl Ahnkhah, Hassan Farazmand, Hossein (Ali) Sabzian, Hushang Shahai
Produzione:A.R. Zann
Distribuzione:Cadmo Film
Origine:Iran
Anno:1990
Durata:

85’

Trama:

A Teheran nel 1990 il giornalista Hassan Farazmand si reca in taxi con due militari per documentare l'arresto di Ali Sabzian, un giovane che si è fatto passare per il celebre regista Mohsen Makhmalbaf per introdursi nella vita quotidiana della famiglia Ahankhah. A corto di soldi, Hassan deve chiedere un prestito per far accompagnare alla prigione Sabzian ed è costretto a cercare disperatamente un registratore per intervistarlo. Nel carcere dove è rinchiuso da 21 giorni, Sabzian confida il suo amore per il cinema di Makhmalbaf, e soprattutto per il suo film "I ciclisti". Nell'udienza Sabzian narra del suo amore fin da bambino per il cinema, la sua adorazione per il famoso regista, la sua povertà, la frustrazione di non aver mai potuto girare un film. Narra di come ha inviato tutta la famiglia al cinema a vedere il "suo" film "Il ciclista" e come l'ha seguito di nascosto, di come si è giustificato davanti ad una foto del vero regista su una rivista adducendo la scusa che la foto lo ritraeva da giovane, del suo matrimonio fallito dopo sette anni, con i due figli affidati alla madre, presente in aula, le difficoltà economiche appena compensate dai lavori saltuari. Makhmalbaf è divenuto una sorta di cantore della sua miseria morale e materiale, ed impersonarlo è stato per lui come liberarsi dai giogo delle avversità. Visto che non ha precedenti penali e chiede sinceramente perdono alla famiglia ingannata, il giudice intercede per lui, ed anche la madre supplica la Corte e la parte lesa di essere indulgenti. Il perdono è ottenuto, e sarà il regista Makhmalbaf in persona, avvertito della cosa, a portare sulla sua motocicletta Sabzian dagli Ahankhah con dei fiori rossi per una visita di riconciliazione.

Critica 1:Ricostruzione di un fatto realmente accaduto, con i veri protagonisti, serve di pretesto al regista per giocare a fare del documentario con la finzione e della finzione con il documentario. L'arringa in tribunale è in difesa del diritto alla finzione.
Autore critica:
Fonte criticaLa Rivista del cinematografo
Data critica:



Critica 2:Facendosi passare per il noto regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, un povero disoccupato circuisce una ricca famiglia borghese. Smascherato, al processo si dichiara pentito e viene perdonato. A poche settimane di distanza dagli avvenimenti, A. Kiarostami ricostruì e filmò la vicenda con i suoi protagonisti veri. Il processo per truffa diventa un'arringa per il diritto alla finzione e il riconoscimento del bisogno di essere un altro. Il regista gioca a fare del documentario con la finzione e della finzione con il documentario. "La vicenda si svolge prescindendo da me. Più che negli altri miei, la realtà contenuta in questo film ne fa un caso a parte" (A. Kiarostami).
Autore critica:
Fonte critica:Il Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 3:(…) Close-up cerca di arrivare alla verità attraverso il "tradimento", cioè forza in concreto gli avvenimenti evitando la neutralità di cronaca ma anche il sofisma: «...Close-up non è un film sul cinema - ha dichiarato - non definisce, né glorifica il cinema. In definitiva il soggetto del film non è il cinema, che ne è semmai solo uno degli aspetti. La questione principale sollevata dal film riguarda piuttosto la necessità, per un uomo, di ottenere stima e riconoscimento sociale, al di là delle sue condizioni materiali. E nel girarlo ho cercato di mantenere vivo nella coscienza dello spettatore il sentimento di assistere alla versione filmata di una vicenda realmente accaduta. Non sono un fan dell'avventura; l'eccitamento che il cinema di avventura
produce nello spettatore non gli consente di scavare dentro le cose che accadono sullo schermo. Per questo motivo non ho perso occasione, nel girare Close-up, di adottare quegli accorgimenti che servissero a ricordare che qui non si trattava solo di finzione. Che il film, in ultima analisi, parla della distanza tra un "sé" ideale e un "sé" reale, e che maggiore è la distanza tra i due, minore è l'equilibrio mentale di una persona. ... Ho voluto ricreare la realtà davanti alla cinepresa e farne uscire la verità; ciò che volevo dimostrare è che, in questa vicenda, Hosein Sabzian (il nome vero del protagonista n.d.r.) ha il ruolo della vittima, mentre tutti lo giudicavano un semplice imbroglione. In definitiva ritengo che un essere umano, in fondo, sia sempre e comunque buono...».
Si può trarre dalle parole di Kiarostami un messaggio "politico"? Credo di sì, ma evitando di supporre una profondità solo allusa dalle forme di superficie. Il messaggio di Kiarostami e del suo cinema, in particolare di Close-up, va infatti colto nel suo farsi, cioè nell'esperimento che un mezzo reale compie su una situazione altrettanto reale. La vicenda di Close-up dà conto dei problemi concreti che la società iraniana denuncia, e lo fa ponendosi "a fianco" della vita. L'astrazione a cui il film arriva implica allora la necessità di trovare il singolo, il senso morale della sua esistenza in un mondo quotidiano di contrasti e di collettive difficoltà. Tutto q ui; e non è poco, perché consente da un lato di guardare all'Iran e in generale allo Stato islamico riducendo al minimo i condizionamenti della griglia ideologica, dall'altro di misurare le affinità umane su alcuni fondamentali valori. L'impurità del mezzo - che il regista ha sublimato nella sua opera al punto di farne una distinzione di stile - vale come esperienza e non come maniera; è un modo di condividere l'asprezza del reale e di seguire le sue trasformazioni; in sostanza, di aderire agli aspetti di transizione che Iran e, in generale, Terzo Mondo affermano come carattere nella controversia con l'occidente.
In altre parole Kiarostami vuole stare fra la sua gente e solo in questa comunione si sente autorizzato ad esercitare un ruolo critico; non nasconde le possibilità del "moderno" (lo stesso "mezzo" usato in una vera aula giudiziaria è lì a testimoniarlo) ma vuole metterle in discussione quanto prima, cioè confrontarle coi caratteri originari di una civiltà evitando la violenza degli artifizi.
Di qui, mi sembra, la sua somiglianza con Rossellini: stessa duttilità, stessa curiosità, al limite stessa disposizione al compromesso quando ciò significhi preservare ogni possibile ricerca.
Il protagonista di Close-up testimonia il bisogno fantastico e la sua primaria legittimità: anche il povero, oltre all'indispensabile pane, cerca il piacere delle rose. Che in ciò si manifesti drammaticamente la distanza fra il "sé" ideale e il "sé" reale, dimostra la verità dell'assunto. Così l'esperienza comune di Sabzian incontra quella creativa di Kiarostami: il primo vive e rivive, il secondo trasforma la cronaca in prassi poetica; cioè combina, in equilibrio, la concretezza del presente e l'astrazione necessaria a renderlo universale.
Nella sua esperienza di cineasta che sceglie fino in fondo le tecniche della "modernità", Kiarostami non vuole perdere di vista l'antico principio secondo il quale "non è la meta che conta, ma il percorso". Tutte le sue storie, anche quelle dei cortometraggi-inchiesta, hanno momenti di perdita, di distrazione. Occasioni digressive, le ho chiamate altrove, in cui la meta scompare, o meglio, si smarrisce davanti a vastità altre.
I primi piani di Ali Sabzian ne sono un esempio perché, come spiegavo in apertura, realizzano un'anomalia volontaria (e aggiungerei, necessaria) rispetto alle regole convenzionali del ritmo e del racconto. Close-up offre poi, in proposito, un'intera sequenza; mi riferisco alla "parentesi" della bomboletta spray che rotola per la discesa. Un giornalista di rotocalchi arriva col taxi per intervistare la famiglia che Ali Sabzian ha imbrogliato. E un uomo chiassoso, "moderno" e superficiale. Così, mentre si affanna tra un palazzo e l'altro per trovare un registratore portatile in prestito, il guidatore del taxi si pere ad osservare la scia di un reattore che si alza verticalmente in cielo. Siccome ha smosso la spazzatura di un bidone ricolmo per estrarre qualche fiore ancora fresco, una bomboletta cade per terra e prende a rotolare. Il suono metallico sull'asfalto si prolunga, assorbe il centro dell'attenzione finché il giornalista, sopraggiunto di corsa dopo aver risolto il suo problema, colpisce la bomboletta con un calcio. Il suono secco taglia quello prolungato e, si può dire, lo fa "rientrare' nella regola.
La parentesi digressiva si chiude, la regola narrativa si reimpone, ma noi abbiamo potuto misurare la differenza fra la contemplazione dell'autista e la volgarità del faccendiere. Di più, abbiamo confrontato, sullo stesso oggetto, due diversi valori di suono: quello che si diffonde come una voce interiore, e l'altro che sottolinea, sarcasticamente, la priorità di mercato.
Visto in questa luce il realismo di Kiarostami potrebbe apparire come la combinazione di due: il realismo dei fatti, che lui si preoccupa di descrivere senza distinguere fra piccole e grandi cose, e il realismo dell'anima.
Autore critica:Tullio Masoni
Fonte critica:Cineforum n. 333
Data critica:

4/1994

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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