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Hannah Arendt -

Regia:Margarethe von Trotta
Vietato:No
Video:no
DVD:no
Genere:Drammatico
Tipologia:La memoria del XX secolo, La storia, Razzismo e antirazzismo
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:
Sceneggiatura:Pam Katz, Margarethe von Trotta
Fotografia:Caroline Champetier
Musiche:André Mergenthaler
Montaggio:Bettina Böhler
Scenografia:Volker Schäfer
Costumi:Frauke Firl
Effetti:
Interpreti:Barbara Sukowa (Hannah Arendt), Axel Milberg (Heinrich Blücher), Janet McTeer (Mary McCarthy), Julia Jentsch (Lotte Köhler), Ulrich Noethen (Hans Jonas), Michael Degen (Kurt Blumenfeld), Klaus Pohl (Martin Heidegger)
Produzione:Heimatfilm in coproduzione con Amour Fou Luxembourg, Mact Productions, Sophie Dulac Productions, Metro Communications, Ard Degeto, Br, Wdr
Distribuzione:Ripley's Film e Nexo Digital
Origine:Germania, Lussemburgo, Francia
Anno:2012
Durata:

114'

Trama:

Nel 1940, la filosofa ebreo-tedesca Hannah Arendt fugge con il marito e la madre dagli orrori della Germania nazista e, grazie all'aiuto del giornalista americano Varian Fry, si trasferisce negli Stati Uniti. Divenuta tutor universitario e attivista della comunità ebraica di New York, Hannah inizia a collaborare con alcune testate giornalistiche, tra cui il New Yorker che la invia in Israele per seguire da vicino il processo contro il funzionario nazista Adolf Eichmann. Da qui Hannah prenderà spunto per scrivere il libro "La banalità del male", un testo che susciterà molte controversie...

Critica 1:Tensione etica, è quello che si respira in questo film. Sete di verità. Coraggio delle proprie opinioni. E bisogno di confronto, della Arendt come della Von Trotta, che non ha scelto a caso il suo soggetto: «Non faccio film per mandare messaggi, ma per ritrarre persone che mi piacciono o che mi interessano», ha dichiarato, e della Arendt ciò che più la interessava era l'indipendenza intellettuale, il fatto che fosse «una donna che pensa», e il film cerca, appunto, di ricostruire il suo pensiero e la sua ricerca di comprensione e verità, effettuata nel caso del processo ad Eichmann a costo di evidenziare degli aspetti della questione talmente "scomodi" da creare una controversia, com'è stata chiamata la mole di critiche che l'hanno investita (e come doveva chiamarsi, tra l'altro, il film), a cui ha dovuto a un certo punto rispondere pubblicamente. Questo è il significato dell'opera e poco importa, in questo senso, se il film è televisivo com'è stato definito (cosa vera, peraltro, solo in parte) e se lo stile è classico, lineare, geometrico, (televisivamente) piatto: come per Galileo della Cavani, più essenziale e rigoroso e quindi complessivamente più efficace, l'attenzione è sui contenuti più che sullo stile, e sul significato che può avere, oggi, tornare a occuparsi di Eichmann e quindi degli ebrei e dell'Olocausto. (…)
Questo discorso ci riporta all'argomento del nostro film, il processo ad Eichmann, che fu oggetto nel 1999 di un documentario di Eyal Sivan, Uno specialistàa- Ritratto di un criminale moderno, che tratteggia il personaggio in modo non dissimile. A dispetto del titolo il film infatti non è un biopic ma riguarda un momento preciso della vita della Arendt, il reportage che ha effettuato nel 1962 per «The New Yorker», che l'ha pubblicato l'anno dopo, del processo ad Adolf Eichmann che si è svolto a Gerusalemme nel 1961 e che si è concluso con la sentenza di morte, come suggerisce l'incipit apparentemente inutile, che mostra il rapimento dell'uomo in Argentina a opera dei servizi segreti israeliani. È stato un processo particolare, che già in sé ha suscitato polemiche: per il fatto che si è svolto in Israele da parte di un tribunale ebraico e non in Germania da parte di un tribunale internazionale, perché Ben Gurion, almeno secondo la Arendt, voleva processare Eichmann per «crimini contro il popolo ebraico» e non per «crimini contro l'umanità commessi sul corpo del popolo ebraico» e voleva in quel momento servirsi del processo per altri fini, perché l'imputato fu difeso da un avvocato straniero non essendosi trovato in Israele nessuno che volesse sostenere quel ruolo, perché avvenne quindici anni dopo Norimberga su
un ricercato trovato in terra straniera, senza che la Germania ne chiedesse l'estradizione.
Ma soprattutto fece scalpore quello che scrisse la Arendt nel suo reportage, diventato nello stesso anno un libro, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, che con il suo più importante, Le origini del totalitarismo (1951), ha segnato la storia del Novecento, essenzialmente per due motivi: la descrizione di Eichmann come uomo mediocre, banale appunto, un burocrate che non conosce che il linguaggio della burocrazia e che ha commesso quello che ha commesso (era il responsabile dei trasporti del Terzo Reich e ha avuto quindi un ruolo chiave nella deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio) perché aveva ricevuto ordini superiori sulla base dei quali sarebbe stato disposto a uccidere anche suo padre, e che quindi non si riconosce colpevole «nel senso dell'atto d'accusa» (quindici capi d'imputazione), ma "solo" di aver «aiutato e favorito» lo sterminio degli ebrei; e l'accenno (in dieci pagine su trecento, ma si può intuire quanto pesanti) alla responsabilità, nella deportazione degli ebrei dopo il 1942, dei capi delle comunità ebraiche d'Europa, elemento storicamente comprovato ma tuttora oggetto di controversie (si vedano le dichiarazioni di Lanzmann all'uscita del suo L'ultimo degli ingiusti, in cui lo stesso Eichmann viene delineato in modo ben diverso da quanto fanno la Arendt e la Von Trotta).
Poteva descriverlo come un mostro, Eichmann, Hannah Arendt; poteva renderlo come l'opinione pubblica si aspettava, l'incarnazione del male; poteva mostrare il popolo ebraico come una vittima sacrificale, il bene assoluto contrapposto al male assoluto (come aveva defi-
nito il totalitarismo nel testo che per primo lo analizza, equiparando coraggiosamente, e anche in questo caso suscitando critiche, il nazismo allo stalinismo); ma per amore di verità, illuministicamente (kantianamente) ragionando con la propria testa, ha elaborato per Eichmann un concetto, quello di banalità del male, che è diventato categoria storica riconosciuta. Anche se ci mette in crisi, ovviamente; perché mentre facciamo fatica a identificarci con il "male" e possiamo ritenere rassicurante che esistano dei "malvagi" che non siamo noi e che all'occorrenza possiamo combattere, con un male "banale" siamo costretti a fare i conti, perché tutti noi potremmo incarnarlo, in momenti particolari dell'esistenza (e della storia). E in questo senso la filosofa fa emergere tutta la fragilità dell'uomo, la debolezza della natura umana, senza giustificarla: semplicemente osservandola.
È questo che ha colpito la regista che ha compiuto una scelta interessante, quella di rappresentare Eichmann, durante il processo, attraverso i filmati d'archivio e non tramite un attore che lo interpretasse, nella gabbia di vetro antiproiettile in cui stava per sicurezza rinchiuso, con le cuffie per la traduzione (e a proposito di bilinguismo, il film è in tedesco e in inglese per rispecchiare l'ambiente degli ebrei tedeschi rifugiati negli Stati Uniti, e per fortuna l'edizione italiana non è doppiata); ha mostrato il processo ad Eichmann ma anche la vita della Arendt a New York nel rapporto con il marito Heinrich Blúcher, con l'allieva Lotte Köhler e con gli amici più cari, Mary McCarthy in testa, compresi quelli che si staccheranno da lei a causa delle sue osservazioni; e ha mostrato, appunto, l'ambiente intellettuale newyorkese dei primi anni Sessanta, in cui gli ebrei tedeschi scampati alle persecuzioni hanno avuto un ruolo rilevante. Fa riflettere sul male e sui concetti di colpa e pena (come l'agghiacciante documentario di Oppenheimer), sui grandi processi della storia, sul nazismo e sulla "notte" che ha rappresentato. E contiene una scena, quella del chiarimento pubblico della filosofa, che si dovrebbe mostrare in tutte le scuole, per tornare al discorso iniziale.
La Arendt ha dichiarato che più che «per non dimenticare» bisogna parlare di Eichmann e dell'Olocausto «per poter giudicare», ma in tempi in cui si fanno recapitare le teste di maiale nei luoghi significativi dell'ebraismo, si dà spazio ad artisti apertamente antisemiti e si scrive sia pure comprensibilmente che sarebbe meglio poter rimuovere ciò che è accaduto, viene da pensare che la necessità di non dimenticare evidenziata da Primo Levi nell'incipit di Se questo è un uomo, ci sia ancora e tutta. E anche questo ci riporta all'inizio del nostro discorso.
Autore critica:Paola Brunetta
Fonte criticaCineforum n. 532
Data critica:

3/2014

Critica 2:
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Data critica:



Critica 3:
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Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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