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Mio amico a quattro zampe (Il) - Because of Winn-Dixie

Regia:Wayne Wang
Vietato:No
Video:
DVD:Fox
Genere:Drammatico
Tipologia:I bambini ci guardano, Natura e ambiente
Eta' consigliata:Scuole elementari
Soggetto:Tratto da romanzo "Il cane piu' brutto del mondo" di Kate Dicamillo
Sceneggiatura:Joan Singleton
Fotografia:Karl Walter Lindenlaub
Musiche:Rachel Portman
Montaggio:Deirdre Slevin
Scenografia:Donald Graham Burt
Costumi:Hope Hanafin
Effetti:Bob Cooper, Randall J. Rosa
Interpreti:Anna Sophia Robb (India Opal Buloni), Jeff Daniels (il Pastore, padre di Opal), Cicely Tyson (Gloria), Dave Matthews (Otis), Eva Marie Saint (Sig.na Franny), Courtney Jines (Amanda Wilkinson), Nick Price (Dunlap Dewberry), Luke Benward (Stevie Dewberry), Elle Fanning (Sweetie Pie Thomas), Marca Price (Sig.ra Dewberry), Lara Grice (mamma di Opal)
Produzione:20th Century Fox – Winn Productions – Walden Media
Distribuzione:20th Century Fox Italia
Origine:Usa
Anno:2005
Durata:

106’

Trama:

IL MIO AMICO A QUATTRO ZAMPE
Regia:

Soggetto: ; sceneggiatura: ; fotografia: ; musiche: ; montaggio: ; scenografia: ; costumi: ; effetti: ; interpreti: ; produzione: ; distribuzione: ; origine: , ; durata: .

LA TRAMA
La piccola Opal si è trasferita da poco nella cittadina di Naomi, in Florida, ha dieci anni e si sente molto sola. Sua madre se n'è andata di casa quando lei aveva solo tre anni, e suo padre è un pastore protestante con cui non va troppo d'accordo. Un giorno, mentre si trova nel supermercato Winn-Dixie, la bambina si imbatte in un cagnolino randagio, magro, brutto e spelacchiato ma assolutamente speciale, che lei decide di adottare e a cui dà il nome del grande magazzino dove si sono incontrati. Insieme a Winn-Dixie, Opal entrerà in contatto con una serie di stravaganti personaggi – il timidissimo Otis, l'anziana bibliotecaria, la piccola Sweetie-Pie, Amanda, i rudi fratelli Dewberry, la "strega" Gloria Dump – e riuscirà a recuperare il rapporto con suo padre...

LA CRITICA
C’è qualcosa di lacerante che dorme sotto le immagini di Il mio amico a quattro zampe. Qualcosa di inspiegabile forse, di inclassificabile, di coperto. Una bambina di sette anni ripresa in un campo lungo e poi sempre più stringente gioca con una palla da baseball, la tira, corre, la riprende al volo. Sullo sfondo alcuni alberi, e poi una voce fuori campo (quella della stessa bambina) che apre il racconto. E’un’immagine come tante altre, un preludio analogo a quello di centinaia di altri film, eppure diverso, altro, nel senso più proprio del termine. Una scheggia di luce strappata al buio, una scintilla scoccata e poi morta, una lingua di fuoco domata dall’ansimare selvaggio del vento. Sì, insomma, una presenza miracolosa, un corpo composto da luci/ombre/colori unico e irriproponibile anche quando l’irruzione della voce off sparpaglia e scompone, formando mucchi e giocando da questo momento in poi con i frammenti. I frammenti dell’immagine, i pulviscoli di materia derivati da corpi sbriciolati lungo il cammino, persi e magari ritrovati, o forse dispersi per sempre nell’aria: da un’immagine consegue sempre un lutto, un buco nello schermo, una separazione. Il cinema di Wayne Wang non racconta come si forma il crepaccio della tristezza, ma come gli si sopravvive. Smoke, Il circolo della fortuna e della felicità, Center of the World, La mia adorabile nemica (per dirne solo alcuni) e ora questo immenso Il mio amico a quattro zampe, tracce appunto, circuiti di pioggia e lacrime, di vita e di rimpianti, ma anche nostalgici abbandoni alle onde della vita, a quella spuma di salsedine che bagna i corpi, che li cambia, che li travolge, dolcemente. In Wang e in questa sua ultima fantasia sull’orlo della memoria non c’è mai un momento davvero forte, non esiste uno zenith di intensità, di stupore, di meraviglia. C’è un corpo, questo sì, e tutta l’emozione di raccontarlo e di diluirlo a brevi sorsi nell’estasi dell’emozione a fior di pelle, nei contatti casuali con gli angeli che costellano di stelle il nostro cammino, nel ritrovarsi improvvisamente nella casa abbandonata, quella che ci manca, popolando di sagome oscure i nostri sogni.
E c’è una bambina, certo, qui come nel prodigioso La mia adorabile nemica, una voce di donna in potenza che è la colonna sonora delle immagini, la dolce musica implosa tra le pareti del set, quel misto di franchezza e pudore che ci prende per mano e che ci guida alla scoperta della storia, scaldandoci col calore del proprio corpo. Nel cinema di Wayne Wang non si è mai veramente soli. E se le prime sequenze del suo cinema ci restituiscono sempre un corpo intrappolato in solitudine (la piccola Opal con il suo cappellino e la palla da baseball), è per far sentire subito dopo lo schianto dell’incontro, la magia della stanza che comincia a popolarsi di amici, vecchi e nuovi, vicini e lontani... Come nel cinema più estremo che si possa immaginare oggi in fatto di sentimenti fatti e sfatti, pulsioni e slanci al di là della vita e della morte (ma certo, parliamo di Zemeckis e di Spielberg), Wang materializza alla piccola Opal e a noi spettatori – questa la sua magia più grande – un universo di anime racchiuse in vite solitarie (la donna di colore che i più piccoli credono essere una strega che mangia i bambini, la vecchietta che vive nella biblioteca alimentando le sue giornate senza tempo raccontando a Opal i classici della letteratura), eppure ancora ardenti, piene di fuoco e passione, di amore insomma e di voglia di stare insieme. Winn-Dixie (il cane che Opal trova per caso in un supermercato) è tutto questo, ma non solo. Rappresenta un punto di approdo, una sicurezza, un amico con cui parlare, ma anche quel riflesso di vita che la bambina credeva spento, quell’antico bagliore che si riaccende ogni volta che pensa alla madre lontana, persa nel tempo di un non ritorno. Tra il sonno e la veglia, il gioco con Winn-Dixie e i dialoghi sempre lacunosi con il padre (un ritrovato Jeff Daniels), la protagonista di Wang ripensa all’infanzia che non ha mai avuto, all’assenza di una madre che rappresenta un buco, una voragine sempre più gigantesca.
Vivere, rielaborando il lutto della vita: Wang non concepisce quadri idilliaci, quadretti di famiglia con tutte le cose al punto giusto, ma insiste su meravigliosi corpi in cerca di un’immagine del proprio passato, o al massimo di una piccolissima tessera del puzzle che riscatti uno sbaglio fatto, una presenza amata, un corpo dimenticato. Opal diventa così pura sovrimpressione di corpi abitati dal distacco (quello della Portman in La mia adorabile nemica, quel lungo pianto finale in aeroporto per congedarsi dalla madre, sempre più fantasma della vita precedente, quello della lastra invisibile che separa i corpi in Center of the World), stille malinconiche di saggezza e di inesperienza che concorrono alla formazione di particelle bizzarre di vita (Opal che guarda stupita le bottiglie attaccate all’albero come segno di tutti gli errori commessi nella vita, il giovane introverso ex carcerato che lavora in un negozio di animali, il supermercato adibito a luogo in cui celebrare la messa), immagini infine, come quelle folgorazioni straordinarie che la piccola produce ad occhi aperti, quelle in grado di farla tornare ancora una volta al cospetto della figura materna, laddove tutto doveva ancora accadere. Il mio amico a quattro zampe (ma per favore, chiamiamolo con il suo titolo originale, Because of Winn-Dixie) è allora un racconto di formazione, ma anche un’opera terminale alla stessa stregua di Chinese Box, un luogo franco del cinema odierno dove ripensarci, come occhi, sguardi, accenti di vita persi e ri/individuati nel bianco di pagine ancora tutte da scrivere.
Francesco Ruggeri, sentieriselvaggi.it




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Libro da cui e' stato tratto il film
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A cura di: Redazione Internet
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