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Medea -

Regia:Pier Paolo Pasolini
Vietato:No
Video:Eden video
DVD:Minerva
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema, letteratura drammatica
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Euripide, Pier Paolo Pasolini
Sceneggiatura:Pier Paolo Pasolini
Fotografia:Ennio Guarnieri
Musiche:Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini
Montaggio:Nino Baragli
Scenografia:Dante Ferretti
Costumi:Piero Tosi
Effetti:
Interpreti:Luigi Barbini Un Argonauta, Gianni Brandizi, Maria Callas Medea, Graziella Chiarcossi, Annamaria Chio Nutrice, Margareth Clementi Glauce Figlia di Creonte, Maria Cumani Quasimodo, Piera Degli Esposti, Gianpaolo Duregon, Giuseppe Gentile Giasone, Massimo Girotti Creonte, Paul Jabara, Franco Jacobby, Luigi Masironi, Michelangelo Masironi, Mirella Pamphili, Laurent Terzieff Il Centauro Chirone, Sergio Tramonti Apsirto Fratello di Medea, Giorgio Trombetti, Gerard Weiss
Produzione:Franco Rossellini per San Marco Film (Roma), Les Films Number One (Parigi), Coproduzione Janus Film Und Fernsehen (Francoforte), Rosima Anstalt
Distribuzione:Cineteca dell’Aquila - Collettivo dell’Immagine
Origine:Italia
Anno:1969
Durata:

110'

Trama:

Il giovane Giasone, alla testa degli Argonauti, muove alla volta della remota Colchide per impadronirsi del Vello d'oro (una pelle di caprone dorata ritenuta apportatrice di potenza e fertilità), che dovrà servirgli per riscattare il trono usurpatogli dallo zio Pelia. La maga Medea, figlia del sovrano della Colchide, colpita dalla prestanza fisica di Giasone, lo aiuta a rubare il prezioso simulacro e fugge con lui. Tornato in patria, Giasone sposa Medea e ha due figli, ma, divorato dall'ambizione, abbandona la famiglia per prendere in moglie Glauce, giovane figlia del re di Corinto. Resa folle dalla gelosia, Medea mette in atto una tremenda vendetta: con le sue arti magiche provoca la morte di Glauce e del re suo padre, e successivamente uccide i propri figli, incurante delle invocazioni disperate di Giasone.

Critica 1:E' soprattutto un'opera di grande fulgore figurativo, che rapisce ed incanta per la raffinata sensibilità con cui sa intonare le luci, i colori, la composizione delle inquadrature al clima della tragedia, per la vivida estrosità dei costumi (...), per l'esotico fascino delle sue musiche orientali (...), e ancor più l'arcana, remota struggente bellezza dei suoi paesaggi, (...) gli eterei vapori della laguna veneta, le nitide geometrie della piazza dei Miracoli a Pisa.
Autore critica:Dario Zanelli
Fonte criticaIl Resto del Carlino
Data critica:

25.1.1970

Critica 2:Può darsi, si disse parlando del ribobolo porcilesco, che con Medea Pasolini riconquisti il proprio genio doloroso. Era un augurio, in cui si trovavano concordi gli estimatori d’uno dei più inquieti e contraddittori, dunque scomodi, artisti degli anni Sessanta, tanto più schietto quanto più destava rammarico il suo progressivo, polemico, murarsi in un mondo del quale s’avvertiva il dissacrante tumulto interiore, ma che riusciva a trasmettere soltanto uno scandaloso brusio. Oggi diremo che il realizzarsi di quella speranza è a sua volta rinviato al futuro film su San Paolo, troppo remoto dal cuore e dalla mente del pubblico restando il senso ultimo d’una Medea, desunta da Euripide, in cui un Pasolini sempre avaro di comunicatività diretta vuole confermare la perennità del mito adattandolo a chiave interpretativa delle catastrofi del nostro tempo. Nell’esplosione di violenza che dopo il furto del vello d’oro per amore di Giasone e l’uccisione del fratello trascina Medea a provocare la morte di Glauce (la promessa sposa di Giasone) e del re suo padre, a pugnalare i propri figlioletti e a incendiare la città, dovremmo infatti leggere qualcosa di più d’ una disperazione dettata dalla gelosia e dall’abbandono: l’esito feroce di un disadattamento sociale e spirituale, provocato dal passaggio di Medea dalla civiltà religiosa in cui è cresciuta a quella laica e razionale di Corinto in cui è venuta a trovarsi, e che respinge i suoi sentimenti, forieri di disordine (controluce, il dramma del terzo mondo). Poiché queste intenzioni – espresse da un centauro sentenzioso in funzione di coro – restano le radici sepolte di un fiore difficile ad aprirsi (sul piano narrativo e stilistico il film è diviso quasi di netto fra una sorta d’immaginario reportage etnografico e il tardivo tentativo di costruire un carattere tragico), Medea si raccomanda allo spettatore, oltreché per l’assenza di compiacimenti erotici, per le sue straordinarie qualità visive e per il suo corredo musicale. Anche chi non riesca a penetrare la metafora e a decifrare i nessi d’un racconto disperso in frammenti recupera il clima mitologico, l’afflato fiabesco e sacrale di Pasolini attraverso l’aura che vi circola e le figure sognate in un dormiveglia metà dotto metà popolaresco sullo sfondo di fondali incantati di irripetibile potenza lirica, siano i villaggi della Cappadocia, le mura di Aleppo, il prato di Pisa o i trepidi chiaroscuri della laguna. Bruciata la chiarezza dalla folgore del cinema di poesia, Pasolini conferma le sue qualità di personalissimo autore con una messinscena di squisita e ariosa ispirazione, che riassume nella suggestività dei paesaggi, nell’invenzione dei costumi, nell’uso di musiche orientali (tibetane e giapponesi), nei movimenti di massa e nell’evidenza plastica dei gesti la sua appassionata ricerca delle belle forme. Ne deriva un film che forse fa troppo affidamento sulle memorie culturali e sull’attenzione dello spettatore, ma in ogni caso di grande malìa figurativa, toccato da brividi malinconici e funesti, un “mistero” cui conviene abbandonarsi con innocenza, senza speranza di coglierne il frutto ideologico, per far agire nell’inconscio i trapassi dai toni truci e sanguinari dell’inizio, quando evoca nei modi d’un documentario i costumi del mondo barbaro, ai toni limpidi della scena in cui Medea uccide i figli, e che ha il suo nucleo più arcano nella doppia versione della morte di Glauce. Occorre aggiungere che questa Medea trova in Maria Callas un’interprete di rara intensità e duttilità espressiva. Mettendo a frutto le sue celebrate virtù sceniche e un temperamento di arcaiche risonanze drammatiche, la Callas dà spasimo e sangue a un personaggio altrimenti irraggiungibile, e dunque porta anche nel cinema il segno di quella personalità artistica che giustifica e rinnova la lode dei suoi ammiratori.
Autore critica:Giovanni Grazzini
Fonte critica:Gli anni Sessanta in cento film
Data critica:

1969

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Medea
Autore libro:Euripide

A cura di: Redazione Internet
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