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Moulin Rouge - Moulin Rouge

Regia:Baz Luhrmann
Vietato:No
Video:20th Century Fox
DVD:20th Century Fox
Genere:Drammatico
Tipologia:Spazio critico
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Baz Luhrmann, Craig Pearce
Sceneggiatura:Baz Luhrmann, Craig Pearce
Fotografia:Donald M. McAlpine
Musiche:Craig Armstrong, Marius De Vries, Steve Hitchcock
Montaggio:Jill Bilcock
Scenografia:Catherine Martin
Costumi:Catherine Martin, Angus Strathie
Effetti:Bret McCabe
Interpreti:Nicole Kidman (Satine), Ewan McGregor (Christian), John Leguizamo (Toulouse-Lautrec), Jim Broadbent (Zidler), Richard Roxburgh (Duca di Monroth), Kylie Minogue (Fata Verde), Natalie Jackson Mendoza (Bambola Cinese), Christine Anu (Arabia), David Wenham (Audrey), Garry McDonald (Il dottore)
Produzione:Baz Luhrmann e Fred Baron per Bazmark Films
Distribuzione:20th Century Fox
Origine:Australia
Anno:2001
Durata:

120'

Trama:

Arrivato da Londra nella Parigi del 1899, il giovane scrittore Christian entra in contatto con le dominanti compagnie di 'bohemiens', dove gira anche Toulouse Lautrec, e riceve l'incarico di scrivere un testo da mettere in scena al Moulin Rouge. A sera Christian incontra Satine, la stella del locale e probabile protagonista del lavoro, e subito si innamora di lei. La realtà però è un'altra. Il Duca di Worchester, che finanzia gli spettacoli, ha messo gli occhi su Satine, e naturalmente l'impresario Zidler cerca di favorire questa relazione. Succede invece che, dopo essersi conosciuti, tra Satine e Christian l'attrazione sia reciproca. I due dicono di volersi amare, mentre però il Duca fa di tutto per procurarsi appuntamenti con la ragazza. Satine è ammalata e la sua salute peggiora. Il Duca pone un ultimatum nei confronti di Christian, che sarà eliminato se insisterà a corteggiare Satine. Finalmente lo spettacolo va in scena, e i due giovani ne sono i protagonisti. Fuori di sé, il Duca cerca di sparare al ragazzo. Finita la rappresentazione, i protagonisti non fanno a tempo a rallegrarsi per il successo, che Satine cade a terra e muore sulla scena.

Critica 1:Luhrmann (ricordate Ballroom e Romeo + Juliet?) continua nel proprio percorso di originale contaminazione di generi. Questa volta fagocita un plot "tipo Traviata" e lo immerge in una scenografia iperartefatta e kitch. Ma fa di più: gioca con l'abilità (e le voci) della Kidman e di McGregor per mescolare stili e generi musicali. Accade così che Satine entri in scena dall'alto cantando Diamonds are a girl's best friends (Marylin) per interpolarlo con Material Girl (Madonna). Che Ewan intoni piu' volte My Song di Elton John e che poi ci sia dato di ascoltare canzoni dei Queen, di Sting, Paul McCartney. Il tutto senza perdere di qualità e di attrattività e senza mai far diventare il gioco sterile.
Autore critica:
Fonte criticamymovies.it
Data critica:



Critica 2:Come fare oggi un musical: strafare, direbbe probabilmente Baz Luhrmann, l'eccentrico regista australiano al quale, piaccia o no, alla terza prova registica va concesso il titolo di autore. Con Ballroom aveva fatto delle prove generali, in economia e attenendosi a un immaginario più sottomano e riconoscibile (le sale da ballo stile disco); con Romeo + Giulietta aveva preso di petto la più elementare e passionale delle storie d'amore, cavalcando con sprezzo del pericolo e del kitsch (ma anche con astuto tempismo) la moda delle trasposizioni shakespeariane; e con Moulin Rouge rischia tutto e realizza addirittura un musical (genere tramontato dagli ultimi fuochi degli anni '60), sovrapponendo diversi classici del rock alle fantasmagorie visive del tempio del vizio (o delle donne o del can can) di fine '800. Con ritmo instancabile e frenetico, negli interni ridondanti e rutilanti del Moulin Rouge ricostruito negli studi australiani, il moderno (il '900) si incolla al passato (all'800), come fosse letteralmente nato per quello. Nella storia dell'amore impossibile ma voluto fino all'ultimo respiro tra l'ambiziosa e bellissima star del locale Satine e il poeta squattrinato Christian, ogni dettaglio visivo, ogni verso cantato, perde la propria connotazione anagrafica e diventa una parte armonica del tutto: dalle canzoni di Elton John, Bowie, Madonna, Kurt Cobain, Lennon e McCartney al Can can di Offenbach che ogni tanto riecheggia e, in un numero, esplode trionfante, dall'acconciatura da dark lady anni '40 della Kidman (esplicitamente ispirata a Gilda e all'Angelo Azzurro) ai suoi corsetti Belle époque e al bric-à-brac liberty che invade e anima le inquadrature. La commistione (tra lingue, umori e suggestioni immaginarie) era già la carta vincente di Romeo + Giulietta; qui Luhrmann la porta alle estreme conseguenze, cancella i confini, si butta a capofitto nei "luoghi" ottici e musicali della cultura popolare di un secolo e mezzo. Giustamente, al servizio di una risaputa storia d'amore.
Autore critica:Franco Marineo
Fonte critica:Film Tv
Data critica:

2/10/2001

Critica 3:Nell’ultima immagine dedicata a Satine (Nicole Kidman) e a Christian (Ewan McGregor), un rosso trionfante riempie lo schermo. Il rosso, del resto, domina il film di Baz Luhrmann, segnandone la temperatura emotiva. Ma qui, al culmine del loro amore, la traviata redenta e lo scrittore che sogna "verità, bellezza, libertà e amore" sono addirittura immersi in un tappeto di rose purpuree. Sollevandosi e allargando il campo, tuttavia, la macchina da presa scopre una lunga linea d’ombra, una diagonale gelida che annuncia e precede un opposto trionfo del nero.
E sul nero totale, appunto, subito termina la storia d’amore di Moulin Rouge! (Australia e Usa, 2001, 126’). Quel che segue chiude invece la sua cornice narrativa: di nuovo alla macchina per scrivere, come nel prologo, Christian ritrova la memoria di quella storia. Lo schermo ora è pieno non più dei colori della vita e della morte, ma solo dei piccoli segni che s’allineano veloci sulla carta.
Tutto quel che Luhrmann ci ha mostrato in immagine - anime e corpi, passione e odio -, tutto dunque torna là dove è nato: nell’astrazione della parola scritta, nel suo "corpo" sottile e vuoto. Poi, dopo che Christian ha battuto sui tasti la formula magica che, esplicita o implicita, fa d’un racconto un racconto - the end, fine -, il film si stempera nei grigi incerti del cinema delle origini: lo stesso cinema su cui si era aperto e che, nello spazio di qualche inquadratura, s’era riempito di colore.
Nel mezzo, tra i grigi che aprono e che chiudono, Luhrmann mescola con genialità cinema, musical e melodramma, contaminando tutto con citazioni esplicite dei Beatles, di Elton John, degli U2 e così via, non escludendo la Madonna di Like a Virgin. Quel che ne viene - ecco la genialità più vera - non è però un ibrido, una semplice somma di linguaggi e di generi, ma un’opera unitaria e originale che pretende e merita d’essere vista e udita per se stessa, e non per gli elementi che ne sono i materiali di costruzione.
Inizia, quest’opera originale e unitaria, con una pantomima in senso stretto: l’azione scenica, la rappresentazione muta d’un direttore d’orchestra che, davanti a un sipario che si apre, muove mani, braccia e corpo con un ritmo parossistico, quasi che ai suoi gesti inattesi e sorprendenti affidasse il compito d’esprimere già ora tutta l’emozione che seguirà. Solo dopo questo preludio senza parole una voce fuori campo introduce la storia, e anzi il suo narratore, Christian.
Tutto ciò che ora vedremo e sentiremo ha quest’origine: un’origine che sta tutta dentro il "corpo" sottile e vuoto della rappresentazione, appunto. Non ci sarebbe nessuna Satine, nessun Christian, nessun Henri de Toulouse Lautrec (John Leguizamo), nessun Harold Zidler (Jim Broadbent) e nessun duca di Monroth (Richard Roxburgh), non ci sarebbero musiche né danze, non ci sarebbero amore e vita né odio e morte, senza la magia muta della pantomima iniziale.
In fondo, quando il film si chiude, potremmo anche sospettare che niente sia davvero accaduto, se non sui fogli che Christian riempie di parole. Dentro la sua scrittura, ci capita di pensare, il suo amore ha appunto cercato e trovato amore. Dentro la sua scrittura, ancora, hanno preso vita il teatro e i suoi spettatori, la messa in scena dello spettacolo, la casa-elefante, l’egoismo del duca e la sua minaccia mortale, la morte stessa di Satine. E infatti, mentre quella scrittura procede, la storia di Moulin Rouge! si forma - nel senso stretto del termine: prende forma -, a partire dall’indistinto narrativo, coreografico e musicale che, all’inizio, riempie di sé il locale malfamato e vitale di Zidler.
In altri termini: ci pare che il piacere di Luhrmann, il motivo e lo scopo del suo far cinema, non stiano nella storia in se stessa, ma nella magia della sua rappresentazione, nella signoria creatrice della sceneggiatura e della regìa, della scelta e della cura delle musiche, dell’invenzione delle coreografie. Dentro queste magia e signoria accade poi che si intreccino e si scontrino l’amore e l’odio, la vita e la morte. E accade anche che, a uno dei molti livelli narrativi - quello dello spettacolo messo in scena da Christian -, la rappresentazione teatrale (e cinematografica) "decida" di far prevalere vita e amore su odio e morte. E intanto però, dietro il sipario tenuto chiuso, a prevalere sono i loro antagonisti, proprio come il nero prevale poi sul rosso.
E questo è anche il nostro piacere: seduti in platea, entrati nella storia attraverso il "corpo" sottile e vuoto dell’illusione cinematografica, attendiamo che il narratore ci porti per mano alla fine, al the end che di quell’illusione fa davvero una storia.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Il Sole-24 Ore
Data critica:

28/10/2001

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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