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Terza generazione (La) - Dritte Generation (Die)

Regia:Rainer Werner Fassbinder
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta nuova, visionabile solo in sede - Cecchi Gori Home Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:I giovani e la politica
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Rainer Werner Fassbinder
Sceneggiatura:Rainer Werner Fassbinder
Fotografia:Rainer Werner Fassbinder
Musiche:Peer Raben
Montaggio:Juliane Lorenz
Scenografia:Volker Spengler
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Volker Spengler (August Brem), Bulle Ogier (Hilde Krieger), Hanna Schygulla (Susanne Gast), Harry Baer (Rudolf Mann), Vitus Zeplichal (Bernhard von Stein), Udo Kier (Edgar Gast), Margit Carstensen (Petra Vielhaber), Günther Kaufmann (Franz Walsch), Eddie Constantine (P. J. Lurz)
Produzione:Tango-Film, Berlin - Pro-ject Filmproduktion im Filmverlag der Autoren
Distribuzione:Goethe Institut – Imc - Ventana
Origine:Germania
Anno:1979
Durata:

101’

Trama:

Siamo nella Germania Federale alla fine del 1978. Un industriale (Lurz) che si occupa di congegni elettronici è in combutta con un autorevole esponente della polizia: il duplice scopo è di incrementare la vendita dei "computers", sempre più specializzandosi nella individuazione e persecuzione dei giovani che fanno parte di cellule eversive. La vicenda non è facilmente riassumibile: essa segue numerosi filoni, concernenti la vita e l'impegno dei singoli, tra i quali primeggiano Susanna, che è la segretaria di Lurz, una drogata, una moglie delusa che spara all'ex-marito, un traditore trasformista e poi ancora altri (velleitari anzi che no). Un attentato con una bomba viene organizzato, ma finisce con la cattura del responsabile. Altre azioni di disturbo vengono effettuate, ma intanto la giovane drogata muore nell'appartamento che è il rifugio del gruppo e anche il di lei amante morirà, ad opera di agenti, nel cimitero dove si è recato per rendere omaggio alla tomba. Il gruppo effettua ancora una rapina ad una banca, sotto l'abusato slogan dell'autofinanziamento. Tra arresti, interrogatori ed uccisioni si arriva infine allo squallido, carnevalesco finale, con il sequestro dello stesso Lurz, corrotto e corruttore, obbligato a formulare una dichiarazione che viene registrata. Egli aderisce a renderla, con il solito rituale di casi del genere, ma lo fa quasi sorridendo: è del tutto scettico circa i concreti risultati dell'azione "rivoluzionaria" del gruppo che lo ha sequestrato.

Critica 1:Un gruppo di terroristi tedeschi sequestra un industriale dell'elettronica senza sapere che è il loro segreto finanziatore e che la polizia ha dato il suo beneplacito. Ignorano di essere le pedine di un gioco industriale -commerciale-poliziesco più grande di loro. Il fascino stridulo di questa "commedia in sei parti" sta nel suo dissonante impasto di sarcasmo e tristezza, di macabra comicità e serietà pietosa, di Grand-Guignol e tenerezza, di irriverenza beffarda e disperazione.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:La terza generazione non è una «visione teorica» del terrorismo, non è un'interpretazione di cause ed effetti, non è un'analisi di comportamenti. Fassbinder non si lascia prendere dalle attrattive del rivestimento sociologico, come non riproduce psicologia alcuna, evitando le trappole del caso umano (errori macroscopici in Anni di piombo). Con minor ambizione egli costruisce semplicemente un film d'azione, qua e là giocato tra le seduzioni del noir e quelle del dramma senza luce. Ne vien fuori in tal modo non un'immagine del terrorismo, ma un'immagine del mondo, dove il terrorismo vi appare come elemento, come costituente, come dato di fatto, come fattore necessario. La stessa predominanza del «movimento» cinematografico rispetto alle prerogative del soggetto, porta Fassbinder ad un giudizio dell'esistente che supera il fenomeno singolo, o comunque isolabile per specificità proprie, per «dedurre» dalla mostruosità del mondo l'inevitabile, ma comprensibile, generazione e degenerazione di possibili destini. Perciò la forma è di necessità atteggiamento morale; Fassbinder non parla di terrorismo, non appronta un discorso politico, ma getta sullo schermo un clima, un décor; luoghi, percorsi, spazi, modi d'essere dove quelle azioni sono ben ambientate, perfettamente e deterministicamente collocate. Anche i personaggi vengono sovrastati dalla loro essenza, dalla loro funzione sociale; non sappiamo perché sono diventati terroristi, attraverso quali esperienze individuali: non hanno storia, non dichiarano ragioni di opposizione e rifiuto. Le loro azioni sono al presente; ciò che mostrano è la trama prima del loro doppio gioco, poi delle loro clandestinità, delle loro morti, dei loro attentati. Il tutto viene comandato da una sorta di fato; le persone non scelgono, non discutono le possibilità dell'agire, ma rispondono forzatamente al configurarsi delle condizioni. Il terrorismo è partorito dallo stesso meccanismo sociale che poi si adopera a distruggerlo; in realtà i terroristi mettono in opera un piano, una strategia che convive con ciò che intendono combattere. Anzi il terrorismo deriva da quel potere (senza la maiuscola dell'indefinito; comunque è inutile descriverlo, non ha nulla di misterioso e tanto meno è invisibile, come gli apologisti vorrebbero far credere) che si dichiara minacciato nelle sue garanzie legalitarie. Per questo Fassbinder non ricerca umanità, disperazione, ribellione; non avvicina il lato buono e il lato cattivo. Egli mette in scena atti terroristici, dove gli atteggiamenti umani sono ridotti a puro ornamento, e perdono significato in quanto moventi, per lasciare il posto alla pura evidenza del gesto, fino a rasentare gli stereotipi del più banale serial poliziesco americano. Le figure rappresentate nel film danno a volte l'impressione di essere telecomandate, in un universo continuamente disturbato dal rumore, sonoro e iconico, di videoregistratori e televisori inesorabilmente funzionanti. Fino all'assimilazione totale nella «tecnica» audiovisiva del messaggio terroristico, affidato alle videocassette di un tribunale popolare tanto poco credibile, poichè probabilmente destinato ad un largo consumo di massa. Conclusione logica di un film tormentato dalla presenza dei video, senza distinzione di luoghi e situazioni.
Pertanto La terza generazione, rispecchiando insieme un'ipotesi terroristica e la sua inserzione in un sistema di significati ad essa superiori, si veste di coscienza ideologica, poichè disvela affinità laddove dovrebbero esserci conflitti totali.
E questa lettura significa rifiutare il terrorismo come soggetto politico autonomo per ridurlo ad una sorta di escrescenza, di controparte la cui impotenza è misurata dall'integrazione allo stato di cose. Paradossalmente il terrorismo è un'espressione della libera iniziativa privata; i protagonisti del film non sono portatori di un movimento di rivolta oggettivamente operante come processo di incidenza storica, sono individui isolati che si incontrano per un'azione comune, sorretta però da un'opposizione astratta che finisce per esprimersi in una lotta all'ultimo sangue con le forze dell'ordine, una caccia al ladro avvolta formalmente dall'artificio del poliziesco americano, estremo falso ideologico che, racchiudendo il significato nello stereotipo, prende atto della sconfitta senza possibilità di salvezza (e di redenzione umana attraverso i perturbamenti soggettivi, ma ciò avrebbe compromesso la connotazione, suscitando la pietà, la compassione e, dulcis in fundo, il perdono). Lo stesso rispetto per i ruoli e le figure della narrazione, dal doppio gioco al tradimento, dalla delazione alla paura, dalla fuga al mascheramento, ferma il fenomeno all'interno di una normalità diffusa (si ricordi peraltro la visione che Fassbinder propone dell'omosessualità, con tutti gli ingredienti delle coppie regolari). Questi personaggi comuni vanno ad abitare una specie di sottosuolo urbano per produrre una violenza fine a se stessa, che ha sì come bersaglio le figure rilevanti del potere, ma, essendo sconsideratamente isolata, quindi senza concreta capacità di trasformazione, chiama il potere stesso ad una repressione spietata e gloriosa per i suoi effetti propagandistici (la Germania non ha conosciuto, come l'Italia, la commedia dei pentiti, dei rinnegati, dei dissociati ecc., anche perché lo spirito tedesco, per un'esigenza endemica di autoaffermazione, ha una particolare predilezione per lo sterminio, non consentendo ai colpevoli neppure la carriera del carcerato). Quindi essi non meritano un trattamento cinematografico «migliore»; esistono già, sperimentate da tempo, i modi per rappresentarli.
Questa visione feroce del terrorismo fa di La terza generazione un film disperato, poiché toglie alle azioni dei protagonisti qualsiasi motivo, anche umano od esistenziale o soggettivo, che possa farle ritenere ideologicamente possibili. Esse si riducono a pure apparenze, dietro cui un diabolico sistema programmato funziona a scopo di autoimposizione, come d'altronde la semplice considerazione del soggetto già suggerisce. Non pare un caso allora il riferimento all'opera di Schopenauer, «II mondo come volontà e rappresentazione», usato come parola d'ordine dai terroristi e come titolo ad uno dei sei capitoli in cui si divide il film. In un doppio senso: come punto di vista dei terroristi, che concretizzano la loro rappresentazione del mondo attraverso i fatti che ne provocherebbero causalmente la distruzione; come punto di vista della classe dominante, che in realtà comanda la scelta terroristica e afferma la propria volontà di conservare il potere (quantunque storicamente illecito), nascondendosi dietro l'oggettività sacra di un mondo, dove ormai sembra impossibile riconoscere qualsiasi mandante. La visione di Fassbinder può essere discutibile; certamente difetta di intensità materialistica. Ma un film non è un trattato; tuttavia convince la rappresentazione di un'umanità relegata nel buio, la cui impotenza si rispecchia di continuo nell'angoscia, la paura, la desolazione, il trasalimento, l'impossibilità totale di vivere alla luce del sole, queste «apparenze» sì materialmente esistenti nella realtà degli spettatori. Tale rappresentazione è spoglia di qualsiasi romanticismo, di una qualsiasi esaltazione anche solo rivolta ad un particolare personaggio, di qualsiasi concessione ad un rifiuto che, seppure vissuto dall'autore con tutta la drammaticità e la contraddittorietà note, non viene condiviso nei modi della sua «testimonianza».
La terza generazione è tra i film più gelidi di Fassbinder; l'autore non entra mai nell'opera, i personaggi vengono abbandonati al loro destino, la macchina da presa si tiene costantemente in disparte e alla lontana, con l'intento a volte di spiare, ma sempre con la volontà di non farsi coinvolgere nel complotto. Questo distacco è già contenuto nell'epigrafe al film per mano di Fassbinder: «Una commedia in 6 episodi che tratta di giochi di società pieni di suspence, eccitazione, logica, crudeltà e follia simili alle favole che si raccontano ai bambini per aiutarli a sopportare la loro vita fino alla morte». Da parte dell'autore c'è solamente un lavoro di costruzione, la capacità di dar forma ad un evento spettacolare, di usare elementi espressivi che possono anche essere indipendenti rispetto al contenuto, alla materia narrativa. In questo modo Fassbinder può giocare con il soggetto del film senza lasciarsene prevaricare, ottenendo, sul piano della narrazione, di controllare eventuali emorragie della storia nel dominio del linguaggio. Con questo riduce la portata del contenuto, assumendo però come autore una responsabilità enorme: quella di circoscrivere i personaggi nella propria Weltaushaung; pertanto essi non debordano dalle intenzioni del regista, acquistando vita propria, ma finiscono per essere servitori in tutto e per tutto di una regia totalitaria. Il loro abbandono coincide, nell'economia del film, con la loro completa sottomissione alla rappresentazione. Doppiamente strumenti, come referenti e come segni, denunciano il loro scarso significato. E se intravediamo su di essi tracce di sensazioni che ci parlano della condizione del viver nostro, è Fassbinder a sovrapporre loro la sua rabbia e la sua disperazione. Quei corpi che si agitano, che fuggono braccati, che si travestono, che muoiono violentemente ricordano la tenace protesta della solitudine di Fassbinder. E la loro stupidità, il loro andare incontro alla morte forse per evitare di sopportare la vita, in definitiva la loro sconfitta esistenziale, dichiarano senza falsi pudori l'arroganza di un sistema che riesce ad accomunare asservimento, ribellione ed integrazione. È veramente un gioco di società, un salotto borghese di personaggi irriconoscibili senza maschera; un carnevale dove la follia non è una parentesi, o una diversità, ma la logica di un'evoluzione a breve termine. L'inutilità del terrorismo alla luce di qualche cambiamento coinvolge la paura di Fassbinder e mostrare questa inutilità con l'ingrandimento cinematografico è un atto di rivolta contro l'illusione di un facile mutamento. È vero, in un film ci sono bugie ventiquattro volte al secondo, ma come la finzione può stravolgere il significato delle cose essa può pure rompere una finzione vissuta o fatta passare per verità. La vera messa in scena è il terrorismo stesso, le interpretazioni che ne sono state date, i programmi politici, le catture, i rapimenti, i processi, le vittorie della legge (il film, che si riferisce agli epigoni del terrorismo tedesco può essere un motivo di meditazione per il caso italiano). Molte favole sono state raccontate: perché la gente inorridisse e fosse fiduciosa di essere in buone mani, perché il futuro sarebbe stato diverso e la giustizia democratica avrebbe trionfato e la vita sarebbe stata sopportabile fino alla morte. Poi il terrorismo è passato di moda...
Autore critica:Angelo Signorelli
Fonte critica:Cineforum n. 231
Data critica:

1-2/1984

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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