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Mangiare, bere, uomo, donna - Eat Drink Man Woman

Regia:Ang Lee
Vietato:No
Video:Columbia
DVD:Bim
Genere:Commedia
Tipologia:Spazio critico
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Ang Lee, Hui-Ling Wang, James Schamus
Sceneggiatura:Ang Lee, Hui-Ling Wang, James Schamus
Fotografia:Jong Lin
Musiche:Mader
Montaggio:Tim Squyres
Scenografia:Fu-Hsiung Lee
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Sihung Lung (Maestro Chu), Chien-Lien Wu (Jia-Chien), Kuei-Mei Yang (Jia-Jien), Yu-Wen Wang (Jia-Ning), Sylvia Chang (Jin-Rong), Ah-Leh Gua (Signora Liang)
Produzione:Central Motion Picture Corporation - Ang Lee Productions - Good Machine
Distribuzione:Columbia TriStar
Origine:Taiwan – Usa
Anno:1994
Durata:

123'

Trama:

Talpei, il più celebre cuoco di Formosa, Maestro Chu, ha tre figlie. La maggiore, Jia-Jen, che insegna chimica, nonostante siano passati nove anni, è ancora innamorata dell'ex fidanzato Li Kai, anche se un collega, insegnante di ginnastica, Ming-Dao, comincia ad interessarla. Cristiana battista, è turbata da anonime lettere d'amore. La seconda, Jia-Chien, una donna in carriera in una compagnia aerea, ha la sorpresa di vedere giungere dall'Europa, come nuovo superiore, proprio Li-Kai, ma non ne fa cenno alla sorella, con la quale i rapporti non sono idillici, come del resto con il padre, che l'ha allontanata dagli amati fornelli. Ha saltuari ma appassionati incontri con l'ex fidanzato Raymond, ed ha anche investito i risparmi in un appartamento con l'ex fidanzato che si rivelerà una truffa. La minore, Jia-Ning, che studia e lavora in un fast-food, finisce per soppiantare l'amica Rachel nel cuore del fidanzato che costei trascura, Guo Lun. Chu vive per la cucina, sia nei raffinati pranzi domenicali con le figlie, che nel ristorante gestito dall'amico Wen. Prepara gustose merendine scolastiche per la piccola Shan-Shan, figlia di Jin-Rong. La madre di quest'ultima, signora Liang, di ritorno dagli Stati Uniti, non disdegnerebbe un legame col celebre cuoco, che stordisce con le sue chiacchiere. Improvvisamente Wen ha un malore e viene ricoverato in ospedale, dove Jia-Chen sorprende il padre nel reparto cardiologia e si preoccupa a sproposito. Viene a sapere da Li-Kaj che Jia-Jen si è inventata la storia d'amore con lui. Jia-Ning, che aspetta un figlio da Guo-Lun, va a vivere con lui. Jia-Jen, chiaritasi con Jia-Chien, sposa Ming-Dao e anche lei lascia la casa paterna, dove resta la seconda, che ha, dopo aver sfiorato l'amore con Lin-Kai ed essersi resa conto dell'egoismo di Raymond, rinunciando ad un incarico ad Amsterdam per restare vicino al padre che ha sposato Jin-Rong ed aspetta un erede.

Critica 1:Pur parlando del male di vivere e della solitudine sentimentale nella Taipei di oggi, Mangiare bere uomo donna ha l'andamento, familiare allo spettatore occidentale, della commedia di costume fra dolce e amaro; del resto la firma è quella di Ang Lee, regista del fortunato Banchetto di nozze, Orso d'Oro a Berlino. (…) Terza parte di una trilogia idealmente dedicata ai padri, Mangiare bere uomo donna affronta il rapporto fra antico e nuovo in una società stravolta dal neoconsumismo sul piano di un privato fatto di piccoli eventi divertenti e drammatici, registrando i quali rischia di sfilacciarsi nell'aneddoto: ma lo stile c'è ed è aggraziato, limpido e sicuro.
Autore critica:Alessandra Levantesi
Fonte criticaLa Stampa
Data critica:

18/12/1995

Critica 2:Mangiare bere uomo donna è il terzo lungometraggio di Ang Lee e il secondo passato sui nostri schermi dopo il pluripremiato Banchetto di nozze 1992. Sceneggiatore prima che regista, il taiwanese Lee sembra non smettere mai di ricordarcelo, e per un’altra volta ci offre un film dalla forte struttura narrativa e dalla accuratissima costruzione dei dialoghi. Certo la commedia si presta particolarmente bene ad essere tessuta, tramata e parlata, e Lee si dimostra a proprio agio nei territori che al genere sono più consoni. E va a scegliersi, come microcosmo da cui snodare tutto il resto, un ambito veramente inesauribile: la famiglia, con tutte le implicazioni in essa insite, dall’incontro-scontro tra generazioni alla delicata definizione dei ruoli interni. In questo senso Mangiare bere uomo donna è un film su tutto. Parla di tutto. Anche di cibo e bevande, certamente. E di sesso. Solo che per tutto il film non si mangia granché, si beve poco, e di sesso ce n’è pochissimo, almeno in una certa accezione del termine.
Il cibo scandisce ritualmente l’andamento del film, ma solo come elemento centrale di un rito interrotto. Allo spettatore come ai personaggi Lee offre soltanto i preliminari, ossia l’elaborata preparazione delle vivande. E per questo che l’analogia portante di questo film non vuol essere tanto quella che lega il mangiare al vivere bensì quella secondo cui la vita sarebbe un eterno preparare, un eterno cucinare. I cibi sono lì, davanti ai nostri occhi, soltanto per essere allestiti, trasformati (di un’intensità quasi religiosa sono i momenti che seguono i passaggi dall’animale vivo - il pollo, le rane, i pesci - all’animale imbandito e decorato, una sorta di rito di passaggio della catena esistenziale), da gustare con lo sguardo e con la parola: ecco passare in rassegna prelibatezze dai nomi fantasiosi ed evocativi, cibi fritti saltati stufati bolliti dorati caramellati che soddisfano sinesteticamente ogni percezione, tranne quella gustativa.
E soddisfano anche il senso dell’udito, perché è anche nel nome che si concentra l’essenza di un piatto, e anche la sua magia: quando Maestro Chu viene chiamato d’urgenza al ristorante per rimediare allo scempio delle pinne di pescecane spappolate, ecco che si mette in pratica l’abracadabra, e il Maestro entra in azione. Con lo sguardo fisso sul calderone di poltiglia marronastra Chu si fa signore delle parole, una via di mezzo tra il Prospero shakespeariano (ma poco greenawayano) e il Topolino apprendista stregone, e pronuncia il suo incantesimo, che consiste essenzialmente in un semplice cambio di nome: non più pinne di pescecane, ma fantasia di ali di drago!
(...) Il titolo del film non è semplicemente una citazione da uno dei dialoghi, ma una vera e propria dichiarazione programmatica. I quattro segmenti che lo compongono sono segmenti autonomi, ognuno un nucleo generatore di storie e narratività. Ma ciascuno di essi non può considerarsi autoconcluso, né può vivere solo di forza propria. Il loro significato e la loro ragion d’essere emergono solo nella combinazione e nel continuo spostamento, proprio come accade per le pedine di un gioco di ruolo. Da questo punto di vista Mangiare bere uomo donna vive proprio all’interno di queste giustapposizioni, di questi movimenti di persone e oggetti. E la maestria di Lee sta proprio in questo, nel non limitarsi cioè al semplice esercizio di stile, ma nell’individuare nel gioco delle parti un’autentica sincerità d’ispirazione. Non a caso i quattro elementi principali non sono degli enti astratti ma proprio le componenti necessarie e fondamentali su cui si costruisce la concretezza stessa della vita. C’è un cuore che pulsa dietro le esercitazioni del regista, il film è un organismo vivente che tende a un respiro e a una dinamicità della conduzione del racconto e della ripresa che non è mai freddezza. La sequenza movimentata e vertiginosa dell’arrivo di Maestro Chu nelle cucine del ristorante, con la m.d.p. che insegue, precede, spinge e invita il personaggio a raggiungere il suo posto nel gioco già “imbandito” che senza di lui non può cominciare, è emblematica a riguardo. Lo stesso si può dire per tutte le altre sequenze relative alla preparazione dei cibi, che già dai titoli di testa si sottopongono all’obiettivo prima di tutto come oggetti di una continua manipolazione. Ovvero, come ingredienti. Ma sono ingredienti veri, cibi innumerevoli (più di cento portate, ha assicurato il regista) e autentici (preparati sul set da uno staff di grandi cuochi cinesi) che si offrono al nostro sguardo e al nostro appetito con genuino realismo.
Dice ancora Lee a proposito del suo film: «Nel fare Mangiare bere uomo donna l’ho preparato per il pubblico proprio come ogni cuoco preparerebbe un gran pasto; e se qualche volta gli ingredienti possono sembrare in conflitto tra di loro, questo avviene solo momentaneamente cercando di far crescere sempre più il gusto dello spettatore e di tenere sempre viva la sua sorpresa, fino a che il cibo come insieme non si mescoli in una armoniosa creazione». Fare un film come cucinare, dunque. E cucinare come vivere. Anche se, come lo stesso Chu sottolinea a un certo punto, non è mai la stessa cosa, perché nella vita – e nel cinema! – non sempre si riescono a trovare tutti gli ingredienti al momento giusto. Mentre in cucina sì. Almeno nella cucina di Maestro Chu.
Autore critica:Alessandra Di Luzio
Fonte critica:Cineforum n. 340
Data critica:

12/1994

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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A cura di: Redazione Internet
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