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Sentieri selvaggi - Searchers (The)

Regia:John Ford
Vietato:No
Video:Warner Home Video (Gli Scudi)
DVD:Warner Home Video
Genere:Western
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:
Sceneggiatura:Frank S. Nugent
Fotografia:Alfred Gilks, Winton C. Hoch
Musiche:Max Steiner
Montaggio:Jack Murray
Scenografia:James Basevi, Victor Gangelini, Frank Hotaling
Costumi:
Effetti:
Interpreti:John Wayne Ethan Edwards, Jeffrey Hunter Martin Pawley, Vera Miles Laurie Jorgensen, Ward Bond Reverendo Samuel Clayton, Natalie Wood Debbie Edwards (Grande), John Qualen Lars Jorgensen, Olive Carey Signora Jorgensen, Beulah Archuletta Look, Exactly Sonny Betsuie Comanche,
Henry Brandon Il capo indiano Scar, Harry Carey Jr. Brad Jorgensen, Billy Cartledge, Walter Coy Aaron Edwards, Ken Curtis Charles Mccorry, Chuck Hayward, Slim Hightower, Dorothy Jordan Martha Edwards, Fred Kennedy, Away Luna, Cliff Lyons Colonnello Greenhill, Peter Mamakos Futterman, Bob Many Mules, Frank Mcgrath, Antonio Moreno Emilio Figueroa, Jack Pennick Soldato, Chuck Roberson, Pippa Scott Lucy Edwards, Dale Van Sickel, Patrick Wayne Tenente Greenhill, Henry Wills, Terry Wilson, Lana Wood Debbie da bambina, Hank Worden Mose Harper, Billy Yellow Comanche
Produzione:Merian C. Cooper / C.V. Whitney per Warner Bros
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1956
Durata:

124'

Trama:

Ethan Edwards, avendo fatto ritorno al ranch del fratello Aaron nel Texas, è accolto festosamente dalla famiglia. Un giorno arriva al ranch una squadra di coloni, guidati dal Rev. Sam Clayton, che danno la caccia agli indiani razziatori di bestiame. Lasciato a casa il fratello, Ethan parte con gli altri: è con loro anche Martin Pawley, un mezzo sangue allevato in casa Edwards. Ethan e Martin si rendono conto ben presto che i Comanches hanno rubato il bestiame per allontanare i coloni dalle loro case; tornati al ranch trovano che la famiglia è stata sterminata dai pellirosse, guidati dal loro capo Scar, mentre le figlie Debbie e Lucy sono state rapite. Ethan, Martin e Brad Jorgensen, fidanzato di Lucy, vanno in cerca degli indiani. Alcuni giorni piu' tardi Ethan trova il corpo esanime di Lucy: alla notizia della sua morte, Brad attacca da solo il villaggio dei Comanches e viene ucciso. Ethan e Martin continuano a cercare Debbie finchè le nevicate invernali non li costringono a tornare al ranch dei Jorgensen. Appena la stagione lo permette, Ethan e Martin riprendono le loro ricerche: ma passeranno cinque anni prima che Ethan possa incontrare il crudele e sanguinario Scar. Egli apprende che Debbie è stata allevata da una giovane donna indiana ed è attualmente una delle mogli di Scar. Avendo affrontato il capo indiano, Ethan viene ferito ed è riportato a casa da Martin. Un reparto di cavalleria s'unisce ai pionieri per respingere i Comanches della zona: l'accampamento indiano viene assalito e i pellirossa sono sterminati. Sulle prime Ethan vorrebbe uccidere la nipote Debbie, divenuta moglie di un indiano: ma poi la prende con sè e la riporta in seno alla famiglia Jorgensen.

Critica 1:Dal romanzo di Alan Le May sceneggiato da Frank S. Nugent. In compagnia di un giovane mezzosangue, a guerra civile finita, Ethan Edwards si mette alla ricerca di una nipotina, rapita da una tribù di Comanci. Sullo sfondo della Monument Valley uno dei western più belli di J. Ford a livello figurativo, e uno dei più complessi su quello narrativo, nella sua mescolanza di tragico e umoristico. J. Wayne alle prese con il più ambiguo dei personaggi fordiani, una figura di loner (solitario) tormentato che rivela come anche l'universo del regista, in apparenza così trasparente, abbia i suoi segreti e i suoi abissi insondabili. Ethan Edwards va alla ricerca di sé stesso più che della nipotina Debbie, come per trovare una tranquillità interiore e purgarsi del selvaggio odio razziale da cui è ossessionato. Non ci riesce.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:È un film metafisico. È un film che ha significato tanto per Scorsese e Bogdanovich: lo reputano un film da vedere, un film imprescindibile per ogni cinefilo e critico e cineasta. Un film che ingloba stilemi western e hollywoodiani attraverso il filtro della psicanalisi, perché dotato di figure cinematografiche in simbiosi con l’inconscio, perché sfrutta rimandi e strappi e sottrazioni alla stregua dell’apparato psichico così come l’ ha visto Freud e le sue successive revisioni. Perché mette in campo processi filmici e movimenti di macchina e inquadrature che sconfinano nella condensazione e nello spostamento e nel lavoro onirico che porta la latenza a manifestarsi.
E quello che vediamo è solo un significante di ciò che in realtà sta a monte, così bisogna interpretare questo film, perché di primo acchito non sembra dirci niente di nuovo. Quello che vediamo è un sogno che ricalca la vita di un uomo, Ethan Edwards. Infatti c’è un elemento stilistico e ricorrente che scandisce la trama del film e la chiude con perfetta specularità: è la soglia che divide la casa dal deserto, la linea che separa il concetto di famiglia dal selvaggio. E questa soglia ricorre sette volte in altrettanti significanti che variano forma, passando dalla porta degli Edwards alla caverna che protegge Marty e Ethan da un attacco degli indiani, ma non significato. E le due porte, all’inizio e alla fine del film, che si aprono e si chiudono con movimento simmetrico sembrano suggerirci che ciò che si apre è l’inconscio del protagonista, che ciò a cui stiamo assistendo è appunto un sogno. Il sogno è la storia di Ethan Edwards e quello che se ne ricava è il suo inconscio rimosso, ciò che per anni ha celato: il suo amore per la moglie del fratello, Martha, il desiderio di paternità, la ricerca di una famiglia, l’odio verso se stesso.
Queste rimozioni affioreranno man mano nel corso del film, lungo quell’estenuante ricerca di sua nipote Debby, rapita e “sedotta” da quelli indiani che avevano fatto scempio della sua famiglia, che avevano risparmiato Lucy e Debby, che avevano ucciso Lucy e il suo fidanzato.
Ethan e Marty, figlio adottivo degli Edwards, viaggiano negli anfratti della Monument Valley, paesaggio idoneo ad una rappresentazione onirica, e cercano indizi dell’ultima superstite. E il viaggio sarà per Ethan l’occasione per compiere un viaggio dentro se stesso, per rivivere una seconda volta, per capirsi meglio, per mettere in luce le sue contraddizioni. Per capire che Scar, il capo indiano che lui odia, è solo il suo doppio e nient’altro. È lo specchio di se stesso: questo sembra dirci l’inquadratura che illustra l’incontro finale tra i due. Uno di fronte all’altro, uguali e diversi. Entrambi hanno un odio viscerale e razzista, entrambi, selvaggi e solitari, partono da una lacerazione per raggiungere un equilibrio, una sistemazione non nomade: i figli di Scar uccisi dai bianchi trovano un surrogato nel suo harem-famiglia personale; nella scena conclusiva Ethan salva Debby e legittima in un sol colpo la sua paternità con Martha. Perché forse Debby è quella figlia che non ha mai avuto o ha avuto in segreto da Martha.
Entrambi si odiano perché vedono nell’altro le parti oscure e torbide della propria coscienza.
Ford dirige il film secondo lo schema della punteggiatura classica: l’uso della dissolvenza incrociata spazializza il tempo e lo mette in sintagma. Tuttavia, spesso, il tempo impazzisce e tende al paradigma, al collasso. Non si ha una perfetta percezione degli anni che passano, e la ricerca di Debby potrebbe durare un giorno o sette anni, i sette anni che servono per la sua redenzione. Il personaggio di Marty è una perla della sceneggiatura, funzionale a mettere in atto conflitti e stati d’animo nel cuore di Ethan.
Ethan salvò Marty, ancora in fasce, da un’incursione indiana che costò la vita ai suoi genitori. Lo affidò da subito alla famiglia di suo fratello. E nonostante abbia nei suoi confronti afflato paterno, e nonostante lo consideri uno della famiglia, non lo sopporta perché vede in lui l’erede e il rappresentante della miscegenation. Quella razza mista che ha significato fortune e sventure negli Stati Uniti d’America. Quella razza mista che contrassegna ancora adesso gli Stati Uniti d’America.
Autore critica:Ian Degrassi
Fonte critica:www.lankelot.com
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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