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Voltati Eugenio -

Regia:Luigi Comencini
Vietato:No
Video:Domovideo, Manzotti Home Video, BMG Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:I bambini ci guardano
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Luigi Comencini, Massimo Patrizi
Sceneggiatura:Luigi Comencini, Massimo Patrizi
Fotografia:Carlo Carlini
Musiche:Fiorenzo Carpi
Montaggio:Nino Baragli
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Carole André (Milena), Bernard Blier (Nonno Eugenio), Francesco Bonelli (Eugenio), Dalila Di Lazzaro (Fernanda), Saverio Marconi (Giancarlo)
Produzione:Les Films Du Losange Moonflet (Parigi)
Distribuzione:Fenice - Cineteca del Friuli
Origine:Italia, Francia
Anno:1980
Durata:

107'

Trama:

Fernanda e Giancarlo, amici nelle rivoluzioni studentesche del '68, hanno avuto un figlio che, sfumate le euforie politiche e iniziate le difficoltà della vita, diviene un peso per la coppia sulla strada della dissoluzione. Eugenio, per conseguenza, cresce quasi come un trovatello, a volte presso il padre e più raramente presso la madre. In tal modo vede e con molta semplicità giudica la loro poco corretta condotta (Giancarlo si lega a Milena, mentre Fernanda, nel periodo che passa in Spagna, non rifiuta occasionali accompagnatori). In pratica Eugenio fa amicizia con il piccolo Guerrino, un ragazzino di borgata che, povero e appartenente a una famiglia numerosa, è abituato alla durezza della vita e fa soldi con cento espedienti. Sballottato da parenti paterni o materni, tra amici di genitori, il bambino decenne ha trascorso la maggioranza della sua infanzia presso i nonni materni, Eugenio (di cui ha ereditato il nome) e Anna. Ma anche per loro è diventato scomodo e, nell'imminenza di un viaggio in Inghilterra, Giancarlo manda l'amico Baffo a prendere dai nonni Eugenio che vorrebbe portare con sé. Il fanciullo, stanco di essere trattato come un oggetto, infastidisce Baffo e questi, con il cinismo che gli deriva dalla professione di redattore capo del foglio politico scandalistico "L'oca", lo castiga lasciandolo in piena campagna. La circostanza fa accorrere genitori, nonni e conoscenti. Dopo una giornata di inutili ricerche, Eugenio viene segnalato presso una cascina ove ha assistito alla nascita di un vitellino. Tutti accorrono, ma nessuno, dopo i primi entusiasmi, si dimostra entusiasta e disposto a prendere Eugenio. Questi, mentre i grandi discutono, si allontana accompagnato finalmente da un fedele amichetto, un cane.

Critica 1:Eugenio è finalmente solo. Lo vediamo allontanarsi di spalle, appena esitante va in nessun posto come i gioiosi ribelli di Wigo, che davano l'assalto al cielo dal tetto della loro prigione. Non ha un papà da trattenere e con cui prendere il volo dagli aeroplanini di un Luna - Park di borgata e neanche un Geppetto da tirarsi dietro, risorgendo dal grande utero marino. Col cinico aiuto di Baffo può lasciare gli adulti agli adulti e prendersi il lusso dell'incertezza.
Così, in un modo lieve quanto severo, si conclude (per ora) il lungo viaggio di Comencini attraverso l'infanzia. In un cinema che coi bambini si è sempre comportato come gli adulti col suo Eugenio (a parte le mirabili eccezioni di Rossellini, De Sica ... ) lui ha scelto una strada solitaria, lontano dai luoghi dell'élite culturale ma pronto all'azzardo e al rischio. Quasi una missione laica in bilico fra denuncia e ironia, fra melò e humour, fra realismo sociologico e abbandono melanconico: sempre tesa, ad ogni modo, ad una accurata ricerca di comunicazione col pubblico popolare. Mezzo preferito, una commedia che torna periodicamente e con costanza ai temi prediletti, ad una ricerca mai abbandonata.
Comencini è apprezzato e amato (è il caso di dirlo) per questa innegabile qualità, per avere saputo lavorare nel grande baraccone del cinema commerciale, e successivamente in quello televisivo senza sacrificare ai compromessi necessari nè la propria sincerità di fondo, nè l'acuta attenzione per la cronaca, l'attualità, i cambiamenti del costume.
Fra quanto prodotto da giovani e giovanissimi in questi ultimi tempi a proposito della mitica stagione sessantottarda e dei suoi effetti più o meno perversi, ben poco può essere accostato in efficacia e verità a ciò che Comencini riesce a mostrare con la discreta e tradizionale estetica del “genere”.
Sia detto nella piena consapevolezza della precarietà di mezzi e dell'avarizia di occasioni toccate agli ultimi arrivati, ben lontano quindi da cieche ritirate fra le confortanti braccia dei mestiere e della Gaumont. Casomai varrebbe la pena di riflettere con più impegno (diremmo con più progettualità politica) sulla crisi del “cinema di genere” come aspetto fondamentale di quella complessiva, come causa concorrente della penuria di nuovo personale, nuovi autori... ma questo è un discorso complicato e da riprendere, ora torniamo al film di turno.
Voltati Eugrnio è un punto di arrivo e riassume tutta la produzione comenciniana precedente, in particolare risente dell'esperienza televisiva de I bambini e noi e L'amore in Italia, ma l'aggancio che ci pare più interessante potrebbe essere fatto con il lontano La finestra sul Luna - Park (1957). Scritto fra la polvere, gli stracci e la canonica fame del dopoguerra, quel film viveva sull'assenza: un bambino, un padre emigrato, una madre morta, un amico adulto.
La letteratura per e sull'infanzia offre molte combinazioni su questi presupposti, nel film l'assenza dei genitori promuoveva la figura di appoggio, quel Richetto tanto immerso nell'affettività da semplificarne le ragioni profonde, che giungeva a sostituirsi a entrambi i genitori. “Il maschio neorealista (il padre tornato dall'estero - n.d.r.) accede gradualmente alla femminilità che il figlio ha ereditato dalla madre morta e che ha ritrovato, in assenza del padre, in Richetto proletario senza coscienza di classe ma pieno di un'affettività che il neorealismo respingeva”. (Aprà).
La figura di appoggio di Eugenio è invece Baffo/Perlini, un precario intellettuale mezzo protestatario e mezzo cialtrone, che si incarica di rovesciare la funzione di Richetto: questi ricomponeva lui divide. La sua Importanza è tutta qui. Richetto rinunciava al bambino per restituirlo al padre dopo averne forzato la distanza, Baffo rivendica la legittimità pedagogica dell'abbandono come interpretazione del desiderio inconscio dei genitori e di tutti gli altri.
Con questo rovesciamento l'autore ottiene un duplice risultato: aggiorna violentemente un tema classico e inserisce canovaccio tradizionale della commedia un carattere completamente nuovo. Perlini dal canto suo è davvero bravo, superiore (nel ruolo parziale, ma di spicco e di richiamo) al Benigni di operazioni analoghe.
Baffo è il mezzo attraverso il quale Comencini riesce ad aggiornare meglio, pur restando molto fedele alla propria storia, una critica della famiglia che ha sempre avuto come principale momento di verifica: delle idee e del mestiere. Una condotta fuori da rigidi schemi sociologici e senza altisonanti grida di sdegno, ma partendo da un attento lavoro di organizzazione delle tecniche spettacolari e di tenace perlustrazione dei luoghi dell'immaginario popolare. E proprio Baffo, l'attore, il personaggio, il carattere, a mostrarci (ben più dell'intreccio e dei segni canonici di riconoscimento) che il regista ha capito qualcosa dei '68. Per il resto sono visibili antiche magagne, l'assemblea studentesca dove Giancarlo e Fernanda decidono di tenersi il bambino, ad esempio, sconta le note difficoltà incontrate da tutti i nostri registi a calarsi in quel clima. Basti pensare che l'unica assemblea “accettabile” dei cinema italiano post - sessantottesco, è forse quella esplicitamente parodica del Bellocchio di Discutiamo, discutiamo.
Nè, d'altro canto, sono d'aiuto Dalila Di Lazzaro e Saverio Marconi: una coppia davvero scarsa, evidentemente imposta dalla produzione.
Chi definisce volontaria la goffaggine dei due, attribuendola alle intenzioni dei regista che vuol far risaltare per contrasto la tranquilla furbizia di Eugenio, cade probabilmente nell'errore opposto a quello dei fanatici del Cinema d'Autore.
Tutto ciò non giustifica ad ogni modo chi, qua e là, si indigna per un presunto peccato di leso sessantotto o leso femminismo e si lamenta dell'intrusione di un vecchio volpone... Certo è difficile rassegnarsi alla lontananza di stagioni così ricche di significati e così avare di immagini.
Si potrà dire che tante ambizioni (l'infanzia, il sessantotto, il femminismo) rischiano grosso in una struttura consolidata al punto da sfiorare la convenzione, che il montaggio talvolta si inceppa nella corsa dei fiash-back, che la musica propende all'andante facile (a parte la bella canzoncina di Carpi) ma bisognerà subito aggiungere che Eugenio è personaggio a tutto tondo, ricco e sfaccettato con la cura del Comencini migliore, che il piccolo proletario è degno di lui, che la storia infantile ha forza sufficiente per inserirsi positivamente in quella degli adulti e mitigarne le insufficienze.
Insomma Comencini chiude bene questo pezzo di strada, lo fa trovando l'asciuttezza e l'ironia necessarie a ricongiungersi col presente, lasciandosi alle spalle molte insidie sentimentali. Senza rinunciare a commuovere, però. Basti confrontare due sequenze: Eugenio fotografa il silenzio dei pesci, portando la radio a tutto volume per coprire le grida dei genitori in lite (i soliti noiosi riti degli adulti che non crescono ... ); il finale con Eugenio che si allontana lasciando padre e madre, nonni e femministe a contemplare un vitellino appena nato. Una occasionale tenerezza degli adulti che sfuma gli echi drammatici di una notte in cui tutti si erano agitati attorno a Fernanda, reduce dall'aborto. Siamo a un passo dal tonfo moralistico, si dirà. Vero, solo che bastano la fuga di Eugenio, la sua alterità ormai in primo piano e l'occhio rotondo di Baffo a sbloccare l'attenzione, ad alleggerire i toni e mantenere suggestivo il contrasto.
Come se il simbolico orizzonte vuoto di Eugenio gettasse sul resto l'indulgente velo del ricordo.
Autore critica:Tullio Masoni
Fonte criticaCineforum n. 198
Data critica:

10/1980

Critica 2:Eugenio ha dieci anni, è un bambino che ama moltissimo gli animali e da grande vorrebbe fare il veterinario. Di queste sue aspirazioni, dei suoi desideri, i genitori non sanno nulla. Per il bambino essi sono quasi degli estranei, che capitano una volta ogni tanto in campagna a trovarlo e ripartono all’improvviso. Messo al mondo quasi per gioco da due ragazzi contestatori che alla prima occasione se lo dimenticano sul treno, allevato dal nonno Eugenio, da cui ha preso il nome, crescendo fra lepri e anatre, ben presto il piccolo capisce di essere di troppo.
Presi fra litigi, riconciliazioni e nuove separazioni, Fernanda e Giancarlo non si occupano di lui e non sono abituati a prendersene cura. Quando, dopo anni di visite furtive, la coppia va a prenderlo per portarlo con sé, Eugenio si ribella e fa il possibile per non venir allontanato dai nonni, da ciò che gli è familiare, dai suoi animali. La vita in famiglia è nuova e difficile. I dispetti e le domande petulanti che rivolge ai genitori sono l’unico modo che conosce per ottenere la loro attenzione. Giancarlo non è nemmeno abituato a sentirsi chiamare papà e preferisce che Eugenio lo chiami per nome. Fernanda gli promette una vacanza al mare per poi annullare tutto alla prima telefonata che riceve.
L’unico suo amico è Guerrino, un bambino delle borgate, che è mandato al lavoro dal padre per aiutare a mantenere la numerosissima famiglia. Se la violenza che minaccia Guerrino è fisica e tangibile, l’apparente bonarietà dei genitori di Eugenio, sempre pronti a definirlo “un ometto” che deve capire e adattarsi, non nasconde all’acuto ragazzo il disinteresse e la voglia di liberarsi di lui che sempre più spesso i due manifestano, solo in parte inconsapevolmente. Partita Fernanda per un ingaggio in Spagna, Giancarlo considera il figlio un impiccio per il suo lavoro, per i suoi incontri con Milena, per il suo riposo. Arriva a mentirgli pur di invogliarlo a raggiungere la madre. Imbarcato sull’aereo e prelevato all’aeroporto come un pacco postale, quasi per sfida Eugenio si fa portare a vedere una corrida: soffre terribilmente alla vista dell’animale torturato, ma non vuole andarsene (se il padre gliene ha parlato deve esserci un motivo).
Ogni nuova soluzione abitativa si rivela peggiore della precedente: l’affidamento ai nonni materni, poi a quelli paterni, poi ai genitori, poi a uno dei due. Dovunque Eugenio si sente poco amato, poco desiderato, poco considerato. Non parla molto, se non degli animali, che cura amorevolmente. La sua difficoltà di comunicazione con i familiari deriva dalla convinzione di non venir ascoltato e compreso. Sballottato in continuazione, testimone silenzioso di recriminazioni e battibecchi, è d’ostacolo ai desideri altrui e nello stesso tempo non può farsi una ragione dell’egoismo di chi gli ha dato la vita senza volerlo veramente. Solo una volta trova la forza di chiedere: “Ma perché siete tutti così cattivi?”.
Abbandonato sul ciglio di una strada di campagna dal cinico Baffo che pensa che ci si affezioni ai bambini per lo stesso motivo per cui ci si affeziona anche ai cani, Eugenio non è particolarmente stupito né spaventato. Ritrovato dopo un paio di giorni di ricerche in cui tutti hanno comunque continuato ad accusarsi vicendevolmente e a farsi la guerra, preoccupati di non venir incolpati della sorte del bambino, lascia gli adulti ad ammirare con ipocrita commozione un vitellino appena nato, e si allontana senza voltarsi indietro, sapendo che non è lì il vero affetto per lui.
Autore critica:Azzurra Camoglio
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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