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Uomo con la macchina da presa (L') - Celovek's kinoapparatom

Regia:Dziga Vertov
Vietato:No
Video:Mondadori Video
DVD:
Genere:Documentario
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Dziga Vertov
Sceneggiatura:Dziga Vertov
Fotografia:Mikhail Kaufman
Musiche:
Montaggio:Elizaveta Svilova Vertova, Dziga Vertov
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:
Produzione:Vufku, Kiev
Distribuzione:Cineteca di Bologna
Origine:Urss
Anno:1929
Durata:

67'

Trama:

La giornata di un operatore in giro per Mosca dall'alba al tramonto per cercare materiale da riprendere.

Critica 1:Rapporto sulla giornata, dall'alba al tramonto, di un cineoperatore che gira per Mosca alla ricerca del materiale da riprendere. E il film più celebre di Denis Arkadievic Kaufman (1895-1954), una delle cineopere sperimentali più significative del secolo, il film-manifesto delle teorie sul Cineocchio (Kinoglaz), realizzato dal regista con il fratello Mikhail Kaufman. Il suo protagonista: il regista; il suo assistente: l'operatore; il suo soggetto: il cinema e i suoi rapporti con la realtà, con la vita. Sequenza dopo sequenza, in anticipo di quasi mezzo secolo sui film strutturalisti degli anni '60 e '70, rivela l'artificiosità del mezzo cinematografico, distruggendo la disponibilità dello spettatore all'identificazione, alla partecipazione, all'illusione con una serie di espedienti tecnici ed espressivi: presenza del cineoperatore nell'immagine, film nel film, montaggio, trucchi, dissolvenze incrociate, ricorso all'accelerato e al rallentato, allo split screen, alle sovrimpressioni, al movimento rovesciato, ecc. Il risultato finale è un attacco all'illusione dell'arte e all'arte come illusione. E un accanito richiamo dello spettatore a sé stesso, per scuotere il suo equilibrio passivo e toccarlo a livelli più profondi. Distribuito quando ormai Stalin aveva consolidato il proprio potere, la carica eversiva e le implicazioni antitotalitarie dell'estetica vertoviana d'avanguardia (il suo mettere in discussione la realtà, il suo appello alla liquidazione dell'illusionismo) non furono subito comprese. Pochi anni dopo, ormai codificato dall'alto il realismo socialista, D. Vertov fu emarginato. Versione in videocassetta di 67 minuti con pessima colonna musicale.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Dziga Vertov (Bialystok, 2 gennaio 1896 - Mosca, 12 febbraio 1954), massacrato in vita dagli equivoci della critica sovietica, ha avuto solo negli ultimi anni analisti in grado di tracciare un profilo sicuro della sua attività di documentarista. Fu proprio Celovek s kinoapparatom (presentato l'8 gennaio 1929 a Mosca) a provocare le incomprensioni peggiori, attirando sull'autore accuse di formalismo, di antirealismo, di narcisismo, di travisamento “reazionario” (N. Abramov) della realtà sovietica.
Vertov era l'uomo delle attualità cinematografiche della “ Kino-Pravda ”, concepite come un supplemento visivo del quotidiano moscovita. E subito si equivocò sul titolo, attribuendo al documentarista l'intenzione di cogliere la vita “sul fatto”, quasi si trattasse per lui di offrire allo spettatore una “cine-varietà” bruta e immediata. Mentre non v'era nulla di più lontano dalla sua idea del cinema, che mirava a scomporre la realtà effettuale per ricomporla in una visione-rappresentazione rigorosamente (si potrebbe anche dire: scientificamente) organizzata secondo le norme di una sintassi precisa. I suoi procedimenti nascevano dal costruttivismo, di cui assimilavano le premesse anzitutto tecniche e le ambizioni creative (creare, con le risorse e i codici dei linguaggi una realtà nuova, omologa alla nuova realtà sociale). Il programma del ziznostroenie, della costruzione della vita, era non solo il programma dei costruttivisti del LEF ma anche quello, accanitamente attuato, di Dziga Vertov.
Con Celovek s kinoapparatom, il procedimento della scomposizione-ricomposizione della vita non soltanto è messo, per l'ennesima volta, alla prova (Vertov operava in questo senso fino dal 1918, dal tempo dei primi cinegiornali) ma è anche “rivelato” al pubblico nella sua essenza e nei suoi meccanismi. Vertov fa cinema (descrivendo la vita di una città dal mattino alla sera: il risveglio, il lavoro, il traffico, lo sport, il gioco, i passatempi, ecc.) e indica come il cinema funziona (la sua macchina da presa riprende l'operatore che sta riprendendo una scenetta di strada: la corsa di un calesse, con graziose viaggiatrici a bordo), mostrando insieme - ed è ancora più importante quale tipo di creazione produce tale funzionamento (la macchina da presa e la moviola si scambiano i compiti, e noi vediamo in quale modo; l'accostamento per similitudine o per opposizione delle inquadrature si combina con la manipolazione delle stesse inquadrature attraverso quelli che si chiamano “trucchi” ma che sono in effetti modi della sintassi cinematografica). Non solo. Vertov crea (svela, giudica e persino canzona) il rapporto fra il cinema e gli spettatori: il film si apre mostrando la cabina dell'operatore, una sala, le sedie con il sedile alzato, i sedili che si abbassano come se gli spettatori prendessero posto (ma non c'è ombra di spettatori), e di colpo gli spettatori che siedono. La sala del cinema, con la presenza degli spettatori, tornerà alla fine, per chiudere tra parentesi quel che il film ha mostrato della giornata di un operatore in giro (non casuale ma scrupolosamente preordinato) per la città. Ossia: dove sta il cinema, nei segni di parentesi (come sospensione della vita) o in ciò, che la parentesi contiene (la creazione di una vita nuova)?
L'immagine della vita sovietica che ne risulta è ottimistica, scherzosa (i rituali sportivi, la spiaggia, il trattamento di cosmesi, ecc.), ilare, libera, spregiudicata. Non bastasse, il film (6 rulli, 1830 metri) svolge anche una funzione didattica: tutto ciò che è stato visto viene ripetuto in chiusura a ritmo accelerato, utile riassunto per lo spettatore distratto. E, poiché il cinema può fare tutto, il film alla fine frantuma in vari pezzi la facciata del Teatro Bolšoj: il film - ammonisce ironicamente il “pedagogo” Vertov -, non la realtà. La realtà (sovietica) - sottintende - non distrugge, costruisce. Ma per costruire bisogna conoscere la grammatica della costruzione.
Autore critica:Fernaldo Di Giammatteo
Fonte critica:100 film da salvare, Mondadori
Data critica:

1978

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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