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Stammheim - Stammheim

Regia:Reinhard Hauff
Vietato:18
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede - Cd Videosuono
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:I giovani e la politica
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:
Sceneggiatura:Stefan Aust
Fotografia:Frank Bruhne
Musiche:Marcel Wengler
Montaggio:Heidi Handorf
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Therese Affolter (Ulrike Meinhof), Ulrich Pleitgen (Presiden della Corte), Hans Christian (Rudolph), Ulrich Tukur (Andreas Baader), Sabine Wegner (Gudrun Ensslin)
Produzione:Bioskop Munchen - Thalia Theater, Mamburg
Distribuzione:Imc - Ventana
Origine:Germania
Anno:1986
Durata:

104’

Trama:

Il 21 maggio 1975 a Stammheim, nei pressi di Stoccarda sede di un moderno supercarcere, inizia il processo ad Andreas Baader, Ulrike Meinhof, Gudrun Ensslin e Jan Carl Raspe, quattro terroristi che volevano cambiare la società con la forza delle armi, autori di numerosi attacchi a banche, lanci di bombe, sparatorie con la polizia che si conclusero con dei morti da entrambe le parti. Arrestati nel 1972, subiscono più di tre anni di detenzione preventiva in completo isolamento tra scioperi della fame e proteste per ottenere condizioni migliori di detenzione. Il processo dura due anni e si conclude con la condanna all'ergastolo degli imputati (non più quattro ma tre poiché la Meinhof si suicidò in cella nel maggio 1976). La vicenda termina definitivamente nell'ottobre 1977 quando i tre vengono trovati morti nelle loro celle: ufficialmente si parlò di suicidio.

Critica 1:Sarà forse per il suo tema bruciante, ma Stammheim era un film destinato a suscitare polemiche. Già uscito in Germania occidentale una decina di giorni prima dell'inizio del Festival, era stato accolto da discussioni e contestazioni varie, che sono state vieppiù esaltate dall'assegnazione dell'Orso d'oro. D'altro lato non poteva essere altrimenti: uno degli avvenimenti politici più drammatici della storia della RFT, il caso del gruppo «BaaderMeinhof», su cui a dieci anni di distanza era calato il velo imbarazzato della rimozione, tornava d'improvviso alla ribalta tramite un film poco spettacolare ma sincero e commosso. E tutti coloro che si aspettavano o grandi momenti di action ovvero delle spiegazioni della Verità (suicidio o omicidio nel carcere di Stammheim; che cosa è stato il fenomeno del terrorismo, ecc.) si sono trovati ad essere spiazzati. Qui non abbiamo né una testimonianza a caldo come quella che realizzarono Fassbinder, Kluge, Schlóndorff, ecc. in Germania in Autunno (1977), né una interpretazione psicologizzante à la Margarethe von Trotta (Anni di piombo, 1981). Reinhard Hauff ha voluto darci qualcosa di più e di meno al tempo stesso: una documentazione il più esatta possibile sui 192 giorni del processo al gruppo «Baader-Meinhof», dal maggio 1975 al tragico epilogo nell'autunno 1977. La base teorica di tale operazione probabilmente affonda le sue radici nella cultura di sinistra della fine degli anni Sessanta, in quel teatro e in quella letteratura documentaria che ebbe in Peter Weiss (L'istruttoria, per esempio) o in Enzesberger (Breve estate dell'anarchia) i suoi campioni. Come si sa, i fatti, i documenti non parlano da soli, vanno scelti, montati, condensati. Ed è proprio quel che hanno fatto Hauff e il suo sceneggiatore Stefan Aust (autore di un'amplissimo libro di documentazione sul caso) strutturando drammaturgicamente come in una piéce teatrale, le varie fasi del processo. Unica eccezione a tale procedimento, l'elisione drammatica sulla morte di Ulrike Meinhof ben risolta cinematograficamente dall'agitarsi dei poliziotti di custodia e da un dettaglio sugli atti del processo in cui risulta cancellato con un tratto di penna il nome della donna. È tutto, e immediatamente ci ritroviamo nell'opprimente e asettica sala delle udienze - il vero protagonista di questo film claustrofobico e chiuso in se stesso. Ciò a cui si assiste è uno scontro di volti, le maschere dei giudici, freddi, impassibili, stereotipati e le facce degli imputati, mosse, passionali, espressive (talvolta anche un po' troppo, come nel caso dell'attore Ulrich Tukur, che interpreta Andreas Baader a cui fa da contraltare una splendida Therese Affolter nei panni di una Meinhof pensosa e riflessiva).
Ascoltiamo un inconciliabile abisso di linguaggi: la fraseologia rivoluzionaria, il «sinistrese» degli accusati che affronta frontalmente, in una sfida, le formule puramente giuridiche degli accusatori. È il segnale più evidente di due mondi contrapposti: lo Stato che si rifiuta di riconoscere la matrice politica del processo e si nasconde dietro formulazioni burocratiche; la RAF che di continuo rilancia la sua strategia guerrigliero-politica. E nel mezzo, il collegio dei difensori alla ricerca di una mediazione impossibile. Poi la rituale sfilata dei testimoni, di pentiti più o meno pentiti, più o meno credibili (e/o «comprati») - e su tutto la luce al neon, fastidiosa, insopportabile, da delirio. Hauff ha così portato alle estreme conseguenze, sino al limite della teatralità pura, quelle che sono state costantemente alcune qualità e caratteristiche del «Nuovo Cinema Tedesco»: la ricerca aggressiva della realtà e la vocazione documentaristica. (…)
Autore critica:Giovanni Spagnoletti
Fonte criticaCineforum n.253
Data critica:

4/1986

Critica 2:(…) Stammheim non è un film su quel tragico martedì 18 ottobre 1977, quando nel carcere più sicuro di tutta la Germania furono trovati morti tre esponenti del nucleo storico della RAF, Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan Cari Raspe (e, ferita, Irmgard Moeller). Non è neanche il film sulla «Germania in autunno», con il caso Schleyer e il dirottamento di Mogadiscio. Il film di Hauff è la cronaca del processo celebrato tra il 21 maggio 1975 e il 28 aprile 1977 contro gli stessi Baader, Ensslin e Raspe e contro Ulrike Meinhof, suicidatasi nei giorni del dibattimento. È la cronaca di un processo rimosso, ieri come oggi, e che tuttavia è stato, nella storia tedesca, il più clamoroso dopo quello di Norimberga. Un processo che aveva suscitato una violenta polemica soprattutto per lo spregiudicato uso di mezzi coercitivi, ritenuti capaci di debellare il terrorismo. Il film, tratto dal libro del giornalista Stefan Aust, autore della sceneggiatura, si preoccupa più di far vivere cause ed effetti di quella polemica che di narrare un caso giudiziario. Ecco quindi l'attenzione con cui viene seguito il contrasto tra il rituale formalistico - giuridico dei magistrati e il dissenso verbale - gestuale dei terroristi. Ecco quindi i diverbi tra la corte e gli imputati: la prima pronta a scagliare anatemi, i secondi elenchi di ingiurie. All'opposto, pochissime scene tentano di far rivivere i fatti, di fornire allo spettatore le coordinate per comprendere l'azione della Baader - Meinhoff: soltanto gli interventi degli avvocati della difesa, la deposizione di qualche teste, la voce off del narratore.
La scelta iconoclasta di Hauff è pertinente: quel processo è stato «storico» perché testimonianza di un impossibile confronto tra gli imputati e una giustizia che essi rifiutano. A questa scelta il regista sacrifica anche la rievocazione della morte di Ensslin, Raspe e Baader, tacendo sulla questione ultradibattuta se si sia trattato di omicidio o di suicidio. All'autore sembra sufficiente mostrare le condizioni di una prigionia talmente perfetta da non poter sfociare che nella distruzione psicologica degli imputati. In questa cornice così spoglia, appare difficile giudicare la pur flebile simpatia manifestata dal regista nei confronti dei quattro imputati, presentati più come romantici e vittime che come militanti (le biografie lette all'inizio individuano per i quattro un solo denominatore comune: un'infanzia difficile). Più coerentemente Hauff avrebbe dovuto limitarsi ad esprimere il suo giudizio sull'incredibile debolezza dello Stato tedesco nella gestione del processo, sottolineata peraltro dalle ricorrenti contestazioni ai difensori di fiducia, dall'intercettazione delle comunicazioni, dalla pretesa di adottare una procedura di diritto comune estranea alla concezione che gli imputati avevano della loro azione e al risalto politico del processo, testimoniato dalle stesse misure del potere. Ha osservato il regista intervistato da Davide Ferrario (Cineforum, n. 257, pagina 26 e seguenti): «Lo Stato, il governo, i giudici sono riusciti a trasformare il processo in un vero evento politico proprio per la loro determinazione a non discutere in aula delle motivazioni politiche dei terroristi».
Fedele a questa scelta antinarrativa, lontano dalle secche di uno sceneggiato televisivo, il film di Hauff non racconta neppure il perché del terrorismo, ma con i suoi silenzi, e forte di questa contrapposizione globale tra imputati e giudici, suggerisce la lettura del terrorismo che più la Germania di oggi teme: il terrorismo come prodotto dell'arroganza e dell'intolleranza eretti a sistema e come frutto del cinismo di uno Stato che si rifiuta di ascoltare i suoi avversari più implacabili. «La Germania non è capace di vivere un conflitto, una contraddizione», ha dichiarato Hauff (nell'intervista citata). «Ci sono molti tedeschi che ammirano quella specie di caos che è la vita in Italia. Ma qui non sono capaci di apprezzare il valore di una opinione diversa, della polarizzazione della vita politica». Un limite e una condanna che valgono anche per il futuro. Prosegue Hauff: «Siamo ancora come ai tempi di Stammheim: non sono interessati ad un dialogo, dicono' abbiamo ragione' e non c'è alternativa. In questo modo non cambierà mai nulla: adesso siamo alla quinta generazione della RAF e sarà così per sempre». La ribellione armata è anche il rifiuto dell'incipiente restaurazione conservatrice che ha protetto i responsabili diretti o indiretti dell'Olocausto, che ha tenuto in vita l'antisemitismo, che ha alimentato il neonazismo, che ha permesso al Paese di ritornare forte senza aver espiato le colpe della passata forza. Il rifiuto dei giudici di prendere in considerazione le motivazioni politiche ed ideologiche degli imputati tradisce nei fatti la volontà di non discutere «le colpe dei padri» e il compromesso tra la Repubblica federale e quegli industriali, banchieri e burocrati che sono passati senza soluzione di continuità dal Terzo Reich alla democrazia post - bellica. Un diniego, questo, che ha sempre ostacolato un serio dibattito sul terrorismo e che è alla radice del rigore che ancor oggi viene esercitato, come ricorda lo sciopero della fame dei prigionieri politici nella scorsa primavera, contro i colpevoli di sedizione, anche se pen-titi. li film di Hauff non imputa alla Germania solo omissioni, ma accusa i tedeschi di aver preso a pretesto anche Stammheim per agevolare il riflusso conservatore, per soffocare il dibattito democratico, per inasprire le leggi sulla sicurezza, per violare il privato di ogni cittadino. Il processo Baader - Meinhoff non è dunque solo il momento più emblematico dello scontro mortale tra la Repubblica federale e il terrorismo, ma è anche il momento rivelatore della rinascita della «barbarie tedesca».
Un lento travelling su una cancellata, rinforzata da filo spinato, serve d'introduzione, poi tutto il film precipita in una dimensione orwelliana, in un universo fatto d'acciaio, di cemento e di luci al neon. Hauff filma il tutto in blu e grigio: personaggi e ambienti. Tocchi di rosso contraddistinguono invece il collegio giudicante. Per mettere in scena il suo psicodramma, il regista ha optato giustamente per una scenografia teatrale. Ma anche se la mdp è confinata in uno studio di Amburgo, s'impone sullo schermo, nella sua tridimensionalità computerizzata, la fortezza di Stammheim, fatta per resistere anche ad un attacco aereo. Hauff si impadronisce dei materiali del reale - i verbali del processo e le foto e i documentari, ma anche i volti e i corpi e i luoghi - riproducendoli in un contesto critico. Schiva così i pericoli alternativi della spettacolarizzazione del reale e del film inchiesta. E punta a un cauto coinvolgimento progressivo. Lo stile non è passionale, febbrile o cerebrale, ma si risolve in una testimonianza critica sulla società tedesca. La scrittura è calibrata, consapevole, partecipata, qualche volta mossa, mai emotiva.
L'autore, in questo film claustrofobico, fa un oculato uso della sineddoche. Il suicidio di Ulrike Meinhof, ad esempio, è sintetizzato dall'agitarsi dei poliziotti di guardia e dal depennamento del nome dell'imputata dagli atti del processo. A corredo, musica elettronica. Gelida, ovviamente. Il presunto realismo di Hauff non discende dalla presunta lezione italiana o da quella francese (e ignora del tutto le esperienze newyorchesi), ma è un intreccio tra la rappresentazione della realtà e la riflessione sulla rappresentazione. La sceneggiatura, tratta dalle carte processuali, porta tuttavia a privilegiare troppo il dialogo. L'azione sembra talvolta solo di accompagnamento. Dando un'interpretazione restrittiva della lezione brechtiana, il regista si limita a sottolineare le parole, a esplicitarle. Si pensa al teatro. E il doppiaggio italiano, nella sua professonalità, accentua il carattere teatrale della recitazione. Non a caso Stammheim rappresenta una singolare esperienza di coproduzione con un ente teatrale.
Autore critica:Giorgio Rinaldi
Fonte critica:Cineforum n. 287
Data critica:

9/1989

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
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A cura di: Redazione Internet
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