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Ultima corvé (L') - Last detail (The)

Regia:Hal Ashby
Vietato:14
Video:Columbia Tristar Home Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:
Sceneggiatura:Robert Towne
Fotografia:Michael Chapman
Musiche:Johnny Mandel
Montaggio:Robert C. Jones
Scenografia:Michael Haller
Costumi:Ted Parvin
Effetti:
Interpreti:Jack Nicholson (Somalsky), Otis Young (Mulhall), Randy Quaid (Larry Meadows),Clifton James (M. A. A.), Carol Kane (prostituta), Nancy Allen (Nancy), Luana Anders (Lorna), Michael Chapman (taxista), Kathleen Miller (Annette), Michael Moriarty (tenente dei marines), Gerry Salsberg (Henry)
Produzione:Acrobat Productions - Columbia Pictures Corporation
Distribuzione:Columbia
Origine:Usa
Anno:1973
Durata:

103'

Trama:

A Somavsky e Mulhall, sergenti della Marina americana, viene dato l'incarico di scortare da Norfolk al carcere militare di Portsmouth il diciottenne marinaio Larry Meadows, condannato ad otto anni per tentato furto di 40 dollari nella casa dell'ammiraglio. Una facile "corvèe", pensano i due lavativi anziani, da sbrigare rapidamente per sfruttare allegramente i restanti giorni della settimana di missione. Tuttavia, mentre viaggiano, a poco a poco i due si lasciano conquistare dalla disarmata innocenza del ragazzo, il quale appare loro, più che un criminale, un disadattato, un cleptomane, un ragazzo immeritevole della severa condanna. Nulla vieta, quindi, che durante il viaggio si faccia conoscere a Meadows un po' di vita: la tranquilla atmosfera di un bar, la bisboccia in camera d'albergo, il contatto con una donna, sia pure mercenaria. Larry "diviene uomo", ma capisce anche la sua situazione e tenta di fuggire. Somavsky e Mulhall compiono la missione a malincuore; solo per salvare il proprio avvenire, che comunque mettono a repentaglio con la reticenza sul tentativo di fuga.

Critica 1:Due ufficiali di scorta al trasferimento, da Norfolk a Portsmouth, di un marinaio condannato per furto gli diventano amici durante il viaggio, ma non possono permettersi di fargli prendere il largo. Uno dei migliori film di Ashby e una delle migliori interpretazioni di J. Nicholson, ammirevole per misura e premiato a Cannes. Il merito è soprattutto della sceneggiatura di Robert Towne, giustamente segnalata ai premi Oscar. Un forte ritratto dell'America amara.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Tra la base navale di Nor-folk, in Virginia, e la prigione della U.S. Navy di Portsmouth, nel New Hamsphire, c'è qualcosa più di un migliaio di chilometri, costeggiando l'Atlantico. Ma in mezzo ci sono, da sud a nord, Washington, New York, Boston. Le autorità militari concedono ai due sottufficiali Buddusky (nella versione italiana del film diventato Somalsky) e Mulhall una settimana per tradurre dalla base alla progione un marinaio, Meadows, colpevole di furto.
La storia della «corvée» costituisce il motivo più evidente di questa pellicola, leggbile a diversi livelli. I due marinai-poliziotti svolgono con diligenza, almeno all'inizio, il loro compito: cinturone sulla divisa e fascia al braccio, manette al prigioniero, intenzione di sbrigarsela presto per poi concedersi qualche svago con i soldi della trasferta. Ma poi, a poco a poco, la cosa cambia aspetto. Il prigioniero, considerato sotto il suo aspetto di essere umano al di là del suo numero di matricola, è un ladro, questo è vero, ma lo è per cleptomania, per sfogo infantile, per un impulso incontrollato di cui lui stesso si vergogna. E' un poveraccio, uno che ha alle spalle una situazione familiare disastrosa, che si lascia metter sotto senza reagire, una vittima nata. I suoi due accompagnatori, che si credono invece molto furbi, mar mano conoscono la vera natura del loro compagno coatto si sentono sempre più consci dell'ingiustizia cui costui è sottoposto, con l'enorme sproporzione tra colpa (quaranta dollari sottratti dall'elemosina: ma l'offesa è la moglie dell'ammiraglio...) e pena (otto anni di reclusione) Cercheranno dunque, i due di addolcire gli ultimi momenti di libertà del «detenuto», e dedicheranno a lui tutta la settimana della trasferta, portandolo ad ubriacarsi di birra nei bar di Washington, a mangiare hamburgers a Boston, a partecipare a qualche bella rissa nelle stazioni degli autobus, a conoscere i piaceri del sesso (Meadows è ancora vergine) nelle case ospitali del Greenwich Village. Salvo poi, ligi tutto sommato agli ordini, consegnare il pupillo alle patrie galere. Il ladruncolo non ancora diciottenne, il timido, l'inibito Meadows, ha imparato qualcosa, in questi giorni di frettoloso apprendistato, ma ora è tornato un numero di matricola, e la struttura militare l'inghiotte per riservargli quella che si annuncia, nelle ultime inquadrature, come un'esistenza condita di violenze.
Ecco dunque un secondo livello di lettura: l'uomo sotto la divisa, le ingiustizie della vita militare, il meccanismo cieco che condiziona gesti e sentimenti. La vittima non è soltanto quel bambinone di Meadows, stritolato prima dalla vita in generale che dalla vita militare in particolare, ma anche i suoi due accompagnatori. Si noti che Buddu-sky si è arruolato in marina perché amava il mare, e noi lo vediamo con il suo compagno svolgere compiti «di terra» non esattamente in chiave con questa sua propensione per gli orizzonti sconfinati e per l'avventura. Il motivo appartiene non al regista ma all'autore del romanzo da cui il film è tratto (Darryl Ponicsan), che in un altro suo libro portato sullo schermo da Max Rydell (Un grande amore da cinquanta dollari) narra la storia di un marinaio di terraferma, debole e sconfitto, che s'invischia in uno squallido rapporto sentimentale. La naja, dunque, con la palese ingiustizia dello strapotere dei gradi, l'annichilimento della dignità personale, l'ottusità dei comportamenti e dei rituali (vedi la sequenza dell'accettazione del prigioniero in carcere, con il grottesco rifiuto dell'ufficiale a prendere atto dell'esistenza del malcapitato solo perché qualcuno ha dimenticato di firmare un modulo): ed ecco esplodere nel finale, violentemente sfottitorio, l'inno dei « marines » (mentre all'inizio la colonna sonora ospitava un altro tipico inno celebrante le virtù militari).
Sopra il discorso «militare» c'è un altro discorso. Quello, diciamo così, di carattere «sociale».
In fondo L'ultima corvée parla non tanto della marina degli Stati Uniti quanto degli Stati Uniti «tout court». Qualcuno potrebbe spingere un po' e dire anche che si arriva ad una amara riflessione sulla situazione esistenziale di tutti gli uomini, alla mercé di forze alienanti che li privano della loro umanità e ne fanno altrettanti fantocci (com'è duro, obbedire agli ordini impartiti dal potere misterioso, kafkiano, che regola le nostre esistenze...) ma non è il caso di «universalizzare». C'è già abbastanza materia per vedere una nazione dietro la caserma; vederci il mondo è un po' troppo.
Nella scia di quel cinema americano recente che parla degli emarginati contrapponendoli ai vittoriosi, delle inquietudini di chi non vuole essere intruppato nelle ilari e impietose maggioranze, L'ultima corvée traccia il ritratto di un'America minore, faticosa, dura, risvolto reale dell'America trionfalistica e colorata del mito a stelle e strisce. II colore, appunto: in questo film a colori i valori cromatici sono sempre dimessi; gli elementi principali sono i muri scrostati delle pensioni, quelli anonimi degli «snacks», il grigio sporco delle stazioni, la neve fracida dei parchi pubblici. Siano sotto le armi oppure no, i personaggi che popolano questi ambienti cono sempre vincolati a qualcos'altro, chiusi in ranghi manovrati da altri, ingranaggi stanchi ed opachi di una gerarchia sfuggente ma implacabile. Hai un bell'imprecare, allora, un bel fare il gradasso, come fa Buddusky, che insegna anche a Meadows ad esprimere la sua rivolta: «possibile che non ti debba arrabbiare mai, picchiare i pugni sul tavolo, o magari in faccia a qualcuno?». Ma cosa ne viene a Buddusky, manesco e vitalistico, quando si comporta così? Che in bocca l'amaro cresce. Dunque? Non accetteranno più, i due, incarichi dei genere? Non rinnoveranno più la ferma? (a questo potrebbe alludere quell'«ultima» del titolo). Ma la loro «rabbia» resta sterile, il loro anarchismo è in fondo infantile e provvisorio: soltanto nei ranghi c'è la salvezza. Jack Nicholson, che è Buddusky, ci dà dentro nello sbuffoneggiare in mutande, il berretto da marinaio sugli occhi, il tatuaggio sul braccio, il sigaro in bocca, le lattine di birra sul letto: ma la desolazione è opprimente, tragica. Il regista, il giovane Hal Ashby, non è un «autore», nel senso che si rifà a cose fatte da altri (per The Landlord, «Il padrone di casa» - 1971 - ad un romanzo di Kristin Hunter; per Ha-rold e Maude ad una commedia, a sua volta basata su un romanzo, di Clein Higgins) ed anche stavolta è più che altro l'esecutore della sceneggiatura di Robert Towne (Gangster Story, ma anche II padrino). Comunque sa dare immagini secche alla vicenda e sa tenerla fuori dall'apologo: il senso ne è tanto più chiaro e l'impatto tanto più diretto.
Autore critica:Ermanno Comuzio
Fonte critica:Cineforum n. 143
Data critica:

4/1975

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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