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Trust - Fidati - Trust

Regia:Hal Hartley
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede - Columbia Tristar Home Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Diventare grandi, Giovani in famiglia
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Hal Hartley
Sceneggiatura:Hal Hartley
Fotografia:Michael Spiller
Musiche:Phil Reed
Montaggio:Nick Gomez
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:M.C. Bailey (Bruce), Suzanne Costollos (Rachel), Edie Falco (Peg Coughlin), Jeff Howards (Robert), Marko Hunt (John Coughlin), Matt Malloy (Ed), John McKay (Jim Slaughter), Merrit Nelson (Jean Coughlin), Gary Sauer (Anthony), Adrienne Shelly (Maria Coughlin)
Produzione:Bruce Weiss
Distribuzione:Bim
Origine:Usa
Anno:1990
Durata:

94’

Trama:

La diciassettenne Maria Coughlin, dichiarando all'improvviso in famiglia che è incinta, si prende uno schiaffo dal padre. Ricambiato costui con un altro schiaffo ne provoca la morte per infarto e la madre furente la caccia di casa. Maria non è neppure certa che genitore del nascituro sia un giovincello che, tutto preso dal rugby, l'abbandona: nicchia all'idea di abortire e trova aiuto presso Matthew Slaughter, un giovanottone ribelle che sembra in guerra con il mondo intero (gira spesso con una bomba a mano in saccoccia), con quattro anni di riformatorio alle spalle, una madre morta nel darlo alla luce ed un padre dominatore al limite del sadismo. In più è facilissimo a licenziarsi dal lavoro, anche se è un tecnico geniale. I due ribelli si mettono insieme, si stimano, si danno reciprocamente fiducia, anche se non può dirsi che si amino. Matthew riprende perfino a lavorare, è contrario all'aborto della ragazza, vorrebbe sposarla e andarsene altrove con lei. Maria si è intanto portata in casa il nuovo amico, ma la madre, piena di rancori, tenta di spingerlo fra le braccia della figlia maggiore Peg, divorziata e rientrata in famiglia. Una sera lo fa sbronzare e Maria vede Matthew e quest'ultima a letto insieme. Forse nulla è accaduto, ma Maria ora ha deciso di abortire, perchè vuole ricominciare la propria vita, così come ha lasciato un lavoro meccanico e insoddisfacente presso una fabbrica e si è messa a leggere libri, tanto da porsi piano piano all'altezza di Matthew. Da parte sua, questi nel frattempo si è licenziato dalla ditta produttrice di televisori, avendo scoperto che un elemento di un apparecchio di serie è difettoso e quindi da scartare. Il padre di Matthew lo rivuole a casa propria, dove in fondo il giovane gli faceva comodo e subiva con pazienza insulti e male parole. Ma Maria sopraggiunge e mentre dichiara all'amico che ha abortito, lui le confessa che si è ritrovato all'alba con Peg nel letto soltanto a causa di una sbronza, ma che è intenzionato a sposarla. Prima però ha un conto da regolare con il sistema - famiglia, lavoro e società - per cui se ne va ad incendiare la ditta di quei dannati televisori. Maria gli corre dietro (ha scoperto che quello si è messo in tasca la bomba), penetra a sua volta nell'edificio, strappa l'ordigno dalle mani di Matthew ed è lei a lanciarlo in un gesto di protesta, mandando tutto a fuoco. Mentre Matthew si allontana nell'auto della Polizia, la ragazza resta ad aspettarlo per un avvenire che sia per ambedue meno amaro.

Critica 1:Il padre muore d'infarto litigando con la figlia sedicenne. Lei, incinta, scappa di casa e incontra un radioperatore ribelle con padre oppressivo che medita il suicidio con una bomba in tasca. Si innamorano. 2 film del trentaduenne H. Hartley che l'ha anche scritto e che, dopo The Unbelievable Truth (1990) realizzato con settantamila dollari, rivela di aver ben assimilato la lezione europea di Godard. Dialoghi saettanti, un innegabile brio nella direzione degli attori e soprattutto la capacità di raccontare con rispetto personaggi giovani decisi a rifiutare il comodo conformismo della classe media nordamericana.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Mi vergogno di essere giovane,
mi vergogno di essere stupida
scrive la diciassettenne Maria sul suo piccolo diario di teenagers. Mai la disperazione di una ‘condizione' era stata mostrata con tanta nettezza e semplicità. Figli dell'era Reagan (così come Jimmy Dean e company erano figli dell' era Eisenhower) i due ragazzi protagonisti di Trust assaporano con rabbia i drammi quotidiani dell'essere giovani oggi. Ma non siamo di fronte ad illusorie rappresentazioni, carriere, successo, soldi eccetera, bensì all'importanza di una vita diversa, migliore, più ‘vera', straordinariamente attenta ai particolari ‘irrilevanti' della quotidianità. Ma tutto questo è reso da Hal Hartley senza la pedissequa saggezza di un cineasta da confezione, anzi con una visione della cinematograficità delle cose oggetti persone, animata e leggiadra.
Cinema dark-rosa, commedia romantica, melò disperato ma non troppo quello di Hartley (…) per chi al cinema non cerca più le trasgressioni superficiali e di corteccia da trash-tv, quella che ormai non da più fastidio a nessuno, anzi è accettata con divertimento nei ‘salotti buoni'; invece Trust è fatto per palati post-televisivi, per chi pensa - come Matthew, il protagonista - che la tv sia 'cancerogena', per chi dallo schermo ha bisogno di ricevere pezzi di emozioni, brandelli di esistenza allo stato puro, anarchicamente liofilizzati in siparietti incantevoli, un po' alla Truffaut (l'ironia dolce) un po' alla Godard (lo sguardo ‘asimmetrico', asinfonico, l'antinarratività che diviene incredibilmente storia ‘pura').
Segnatevi questi nomi, meriterebbero un grande futuro: Adrienne Shelley è la dolce buffa e disperata ragazza col bambino dentro di sé (cosa farne visto che il vero padre sviene alla notizia e il potenziale nuovo padre per garantire un futuro deve ridursi a `oggetto' e sopportare luoghi di lavoro esasperanti?); Martin Donovan che è Matthew sa conciliare con ironia e uno sguardo davvero fulminante la duplice tendenza alla violenza pura e anarchica con un'incantevole tenerezza, una capacità di capire le cose ‘di pelle', sorta di intuito ‘intelligente', istintivo e discernente allo stesso tempo. Davvero due attori da tener d'occhio. Come pure la fotografia di Mark Stiller (collaboratore fisso del regista) con quei suoi toni ora tenui ora più forti, ora sgranata, luminosa, quasi 'europea,. Ma soprattutto questo trentaduenne (classe 1959) regista di Long Island, Hal Hartley. Con alle spalle una strana commistione di studi di pittura, letteratura rinascimentale e filosofia, ha cominciato a fare film dal 1984, ed ha realizzato finora sei cortometraggi e un mediometraggio (Surviving Desire) visti a Rotterdam proprio quest'anno, e un lungometraggio d'esordio inedito da noi intitolato The Unbelievable Truth. (…)
Trust è costruito su tutta una serie di piccole storie che si intrecciano, quasi episodi autonomi che però messi assieme danno al film un'inaspettata forza narrativa. E poi attimi ricorrenti, quasi disvelamenti ironico-metaforici delle condizioni esistenziali dei personaggi della storia. Proprio nella caratterizzazione sta uno dei punti forza del film. Che si apre con Maria che si mette il rossetto in primo piano, discute con il padre, gli chiede dei soldi e gli annuncia di essere incinta, fino all'offesa del padre, allo schiaffo di lei e allo svenimento ‘definitivo' del capofamiglia. E questa degli uomini che svengono sembra una caratteristica peculiare della pellicola. Dopo questo svenimento-morte iniziale del padre svenirà il ragazzo di Maria alla notizia che aspetta un bambino, svenirà il signore col cappello, marito della donna che ha rapito un bambino e svenirà Matthew per il troppo alcool bevuto in compagnia della madre di Maria. Una volta, ma ormai è storia di un altro secolo, erano le donne a svenire, oggi i ruoli sono invertiti e gli uomini o muoiono, o svengono o fanno a botte. I genitori dei due ragazzi sono dei begli esempi di personaggi anni '90: il padre di Matthew continuamente duro e provocatorio con il figlio, al punto da fargli pulire tre volte di seguito il bagno, di colpirlo con un pugno nello stomaco, quasi a rimproverargli per tutta la vita della morte della moglie all'atto della sua nascita (e con Matthew, altrove violento, rissoso e temibile, che in casa diviene paziente e accondiscendente); la madre di Maria, che prima la caccia di casa per averle ‘ucciso' il marito (ed è significativo come entrambi i ragazzi abbiano in qualche modo anche se certo involontariamente ucciso un genitore), e poi la riprende con sé per manifestargli quotidianamente tutto il suo rancore (salvo confessare poi a Matthew che in realtà del marito non è che gliene importasse più di tanto). E poi ancora la sorella di Maria, divorziata senza la possibilità di tenersi i due figli, il negoziante di liquori che ‘fa il porco' con Maria... e ne ricava una sigaretta nell'occhio, il caporeparto di Matthew, che nella bellissima scena iniziale viene messo con la testa in una pressa, la coppia ‘normale' che rapisce il bambino, squallidamente rinchiusa in un'esistenza middle class che non ha più alcun orizzonte, né vanità, né speranza. Insomma personaggi che sono tracce, frammenti di storie anch'essi, pronti ad esplodere da un momento all'altro, come la granata che Matthew porta sempre con sé, ricordo della guerra di Corea del padre. (…)
Ma la bellezza del film sta tutta in un ostile disincantato, ironico e antirealistico, con quei carrelli dolcissimi che vanno quasi ad appo - giarsi sui volti, sugli oggetti, sule situazioni. La drammaticità delle situazioni è sempre attenuata da uno spirito caustico esemplare, quasi da commedia dell'assurdo, a volte davvero alla Nanni Moretti. Ma la cosa più incredibile sono i dialoghi, secchi, mai sovrapposti, quasi brani frammenti di discorsi solitari.
Nel loro intersecarsi senza sovrapporsi, rimandano ad una sorta di ‘dialogo in diretta' tra utenti videotelefonici (e chi ha usato almeno una volta il videotel sa di cosa stiamo parlando). Botta e risposta, consecutivamente e senza interruzione, quasi alla ricerca della frase più ‘giusta', tagliente, definitiva. Eppure dialoghi mai prevedibili, spesso appunto caustici ma mai volgari, sempre e solo completamente ‘out', davvero fuori dalle aspettative, dai dialoghi cui siamo ormai abituati. (…)
Autore critica:Federico Chiacchiari
Fonte critica:Cineforum n. 313
Data critica:

4/1992

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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