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Magdalene - Magdalene Sisters (The)

Regia:Peter Mullan
Vietato:No
Video:DB Media
DVD:Eyescreen home video
Genere:Drammatico
Tipologia:Diritti dei minori, Diritti umani - Esclusione sociale, La condizione femminile
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Peter Mullan
Sceneggiatura:Peter Mullan
Fotografia:Nigel Willoughby
Musiche:Craig Armstrong
Montaggio:Colin Monie
Scenografia:Mark Leese
Costumi:Trisha Biggar
Effetti:
Interpreti:Geraldine Mcewan (Sorella Bridget, Anne-Marie Duff (Margaret) Nora-Jane Noone (Bernadette), Dorothy Duffy (Rose/Patricia), Eileen Walsh (Crispina), Mary Murray (Una), Britta Smith (Katy), Frances Healy (Sorella Jude)
Produzione:Pfp Films Ltd. - Temple Films - Bord Scannan Na Heireann - Element Films - Film Council - Momentum Pictures - Scottish Screen
Distribuzione:Lucky Red
Origine:Gran Bretagna - Irlanda
Anno:2002
Durata:

119'

Trama:

Il film narra le vicende accadute nell'ultima delle Magdalene, istituti religiosi irlandesi fondati nel diciannovesimo secolo perchè vi fossero rinchiuse ad espiare le loro colpe le donne rifiutate dalle famiglie perchè colpevoli di aspettare un figlio al di fuori del matrimonio, di aver abbandonato il tetto coniugale o ritenute potenzialmente pericolose perchè troppo carine, troppo brutte o troppo intelligenti. Dentro le mura del convento si nascondevano in realtà delle vere e proprie lavanderie industriali e le donne rinchiuse venivano sottoposte ad umiliazioni fisiche e verbali da superiori che sembravano ricchi di spirito punitivo più che educativo.

Critica 1:Si chiamano Margaret, Rose, Bernadette, tre ragazza che vivono nella contea di Dublino: una è stata violentata da un amico durante una festa nuziale, una ha avuto un bambino senza essere sposata e la terza ha scambiato alcune parole con dei coetanei fuori dalla cancellata dell'orfanotrofio nel quale vive. Considerate peccatrici, tutte e tre vengono rinchiuse in uno dei conventi Magdalene gestiti dalle suore della Misericordia per conto della chiesa cattolica. In quei conventi, almeno 30.000 donne sono vissute come ai lavori forzati, lavando e stirando per conto terzi, per 364 giorni all'anno (tranne Natale, quando ricevevano un'arancia a testa), frustate, umiliate, letteralmente deprivate, quasi sempre dall'adolescenza alla morte. Poteva anche andargli peggio, come accade alla quarta protagonista del film, Crispina, una povera ritardata (anche lei ragazza madre) che viene rinchiusa in manicomio quando rivela pubblicamente i servigi sessuali resi al prete pastore del convento. Non siamo nei secoli bui della rivoluzione industriale o negli oscuri sobborghi dell'anima dickensiani. Magdalene comincia nel 1964, quando a Dublino le ragazze portano la minigonna e i capelli cotonati, e gli ultimi conventi Magdalene (il nome veniva da Maria Maddalena, che espiò i suoi peccati nella miseria e l'autoflagellazione) sono stati chiusi nel 1996. La barbarie istituzionale, con la complicità di famiglie bigotte e benpensanti, allarga le sue ombre sulla civilissima cultura occidentale. Ci voleva uno scozzese pazzo, coraggioso e visionario come Peter Mullan per fare questo film, uno che aveva già scoperchiato una chiesa verso il finale di Orphans (il suo primo lungometraggio, premiato alla Sic di Venezia nel 1998) e che non si é lasciato intimorire dagli ostacoli che ha opposto al suo progetto la Chiesa cattolica irlandese. Magdalene é duro e appassionato come un feuilleton, e altrettanto incredibile. Ma é tutto vero. Mullan sa trattare il realismo con un trionfale antirealismo; montaggio, ossessione, paura, orrore riflesso in una pupilla insanguinata.
Autore critica:Emanuela Martini
Fonte criticaFilm TV
Data critica:

10/9/2002

Critica 2:Attore nei film di Loach (ma anche in Trainspotting), vincitore come regista alla Settimana della Critica della Mostra del cinema di Venezia nel 1999 (ritirò il premio indossando un kilt), Peter Mullan ha la faccia di un rissaiolo da pub e un sorriso contagioso. Non ce lo immaginavamo a raccontare una storia tutta al femminile che apre un raccappricciante spiraglio sulla repressione della società e della cultura cattolica in Irlanda. Invece con Magdalene (a Venezia 2002 in concorso) ha fatto un film in cui la materia sconvolgente di cui racconta non gli impedisce di mettere in luce doti di regista di insospettabile tecnica e coriacea personalità. A cominciare dalla prima, bellissima, sequenza, nella quale, durante una cerimonia nuziale e sul sottofondo di una chiassosa giga, racconta in una manciata di inquadrature e primi piani, lo stupro di una giovane donna e le reazioni sconcertate di familiari e genitori, che decideranno del suo destino. Non un battuta di dialogo, solo un inferno di cornamuse e lo scandalo e il disonore che si trasmettono su una catena di volti come onde su uno stagno. Grande. Il resto, non è meno incisivo. Finite tra le grinfie delle sorelle di Maria Maddalena, una comunitò di ragazze perdute (sesso fuori dal matrimonio, gravidanze indesiderate, seduttività adolescenziale), si ritrovano recluse dalla famiglia in un istituto di penitenza e redenzione, i cui metodi gente come Himmler avrebbe trovato straordinariamente inventivi e stimolanti. Proibito parlare, diventare amiche e soprattutto reclamare il minimo diritto. Se si tenta di scappare c'è il pestaggio (è lo stesso Mullan, nelle vesti di un padre dispotico, a dare il buon esempio in una scena), qualsiasi cenno di difesa è scambiato per ribellione e punito con la frusta, per le più indifese c'è anche la corvée di fare qualche servizietto al parroco in trasferta. Secco, nodoso e privo di qualsiasi solidarietà alle sue protagoniste che l'autore serva loro senza lo sdegno per l'infermità biologica e psichica, per la schiavitù catatonica alla quale sono costrette praticamente a vita - almeno che qualche congiunto avveduto non le riscatti - il film trae origine da un documentario di Channel Four in cui alcune superstiti raccontavano cosa accadeva nelle lavanderie di Maria Maddalena negli anni Sessanta in cui vi incapparono (ma l'ultima è stata chiusa nel 1996). Una riesce dopo 4 anni ad essere tirata fuori da un fratello non lobotomizzato, due scappano avventurosamente, un'altra muore in manicomio. Tutto vero, assurdo e odioso, così è stato per migliaia di donne fino a qualce anno fa. Mullan ha mano felice anche nella fotografia (di Nigel Willoughby) che riprende certi toni caldi e saturi, certi marroni e verdi tipici della cartellonistica ma anche dei filmini familiari dell'epoca (come si vede in una scena), nella scelta delle attrici e soprattutto in quella delle suore aguzzine tra le quali spicca Geraldine Mc Ewan, che ha tanto Shakespeare alle spalle da permettersi sferzate di impassibile sadismo con un sorriso da bimba birbona sul volto pio. Come sempre accade in ogni lager, sotto qualsisi dio o dittatore, la prima regola è annullare le vittime, ancor prima ce eliminarle. In una sequenza impressionante, le recluse sono denudate e oggetto di uno scherno che nelle intenzioni delle suore carnefici dovrebbe addirittura suonare affettuoso (chi ha il sedere più grosso e le tette più piccole e il pube più peloso?). Grande e sconvolgente anche questa. Da questo punto di vista Mullan, è efficace come uno scrittore d'eccezione, una sorta di Primo Levi celtico (ma anche scozzese), che illumina nuovi antri della umiliazione ancora sconosciuti ai nostri occhi.
Autore critica:Mario Sesti
Fonte critica:Kwcinema
Data critica:



Critica 3:Inginocchiata davanti a Sorella Bridget (Geraldine McEwan), Margaret (Anne-Marie Duff) recita il Padrenostro. Dopo quattro anni di paura, sono queste le prime parole che la giovane donna pronuncia in piena, consapevole autonomia di fronte alla sua persecutrice. E' questo il momento più intenso di Magdalene (The Magdalene Sisters, Gran Bretagna, 2002, 119'). L'una di fronte all'altra, stanno non solo due persone, ma anche e soprattutto due condizioni umane. La prima, forte della sua presunzione d'autorità, si nutre di prevaricazione, e in questo si autogiustifica nel nome di Dio. L'altra, priva di qualunque potere, disperatamente abbandonata, all'amore patemo di quello stesso Dio si rivolge per vedersi riconosciuta come essere umano. Dice Peter Mullan d'aver voluto usare un cinema crudo e sicuro, per raccontare la storia di Margaret, di Bernadette (Nora-Jane Noon), di Rose (Dorothy Duffy), di Kathy (Britta Smith), di Crispina (Eileen Walsh) e di tante altre donne derubate di se stesse. E crude e sicure sono, certamente, le prime sequenze del suo film. Non servono discorsi, per raccontare le condizioni, le cause, il contesto che porta le protagoniste nell'inferno d'una Casa Maddalena. Tutto invece è affidato alle immagini, a un montaggio veloce, intenso, "doloroso" per noi che siamo in platea. Magdalene, dunque, inizia mostrando - crude e sicure - le immagini di un matrimonio. La regia inquadra dapprima volti, sguardi, gesti d'una piccola comunità in festa. Poi, sempre più selettivamente, segue altri gesti, altri sguardi e altri volti, fino ad arrivare a uno stupro, che inorridisce per la sua "innocenza". Tutto accade come si suppone sempre accada: con una violenza domestica, con una negazione in buona coscienza d'un corpo cui non è attribuito alcun valore d'umanità. Poi, ancora senza parole né giustificazioni, la macchina da presa mostra l'autodifesa della comunità, ferita dalla violenza sessuale. Una ferita, questa, che non deriva dalla colpa dello stupratore, ma proprio dal fatto dello stupro. Occorre dunque eliminarlo, quel fatto, eliminando in senso letterale - negando e cacciando fuori dai confini del gruppo -- il corpo su cui il crimine è stato compiuto. Quella di Margaret è una colpa ben più grave di quella del suo stupratore: una colpa oggettiva, che sta dentro di lei, e che nessuno (pseudo)amore materno o paterno è disposto a perdonare. Lo stesso accade per Bernadette e per Rose. Questa è una ragazza madre, quella è bella, è orfana, è per così dire esposta con il proprio corpo al desiderio maschile. In loro, ossia proprio nei loro corpi, la colpa vive oggettivamente e materialmente. Che si sia o non si sia già manifestata, in ogni caso le condanna a essere eliminate: a essere, appunto oggettivamente e materialmente, negate e cancellate. Per la sua gran parte, Magdalene è la cronaca terribile e atterrita di questa cancellazione e negazione. Chiudendosi nell'universo totalitario della Casa gestita da Sorella Bridget, la macchina da presa racconta i rituali consolidati di un'orrida saggezza istituzionale, il cui fine è l'annientamento umano. Come sa qualunque carceriere e aguzzino, imporre la segregazione, negare l'identità e addirittura il nome, invadere i corpi, significa indurre nelle vittime prima il sospetto e poi la certezza d'essere colpevoli. Solo così, solo trovando in se stessi la causa della sofferenza, solo svalutandosi da sé, a quella stessa sofferenza si può cominciare a dare senso. Solo così, ancora, per un paradosso cui sempre s'affidano i persecutori, in qualche modo la si può attenuare. Non sembra esserci infatti altra possibilità di liberazione, per le recluse. Non c'è un fuori cui possano rivolgersi. Il loro carcere non è altro rispetto al mondo che le ha condannate ed espulse: né è solo la verità ultima. Ed è per questo, forse, che Rose, quando le si presenta l'occasione, non fugge. Per lei non c'è libertà e non c'è dignità né al di qua né al di là del muro della "lavanderia". Sorella Bridget è funzionale alla comunità che elimina ed espelle. E l'altro lato, il più esplicito, della sua ferocia. E infatti la dignità delle vittime alla fine sta dentro di loro. Sta nella decisione di ribellarsi, nel coraggio con cui Rose e Bernadette si contrappongono all'universo totalitario e persecutorio. Sta, soprattutto, nel gesto grande e profondo di Margaret. Inginocchiata non davanti a Sorella Bridget, ma davanti a Dio, nelle parole della preghiera più grande della Cristianità la giovane donna nega l'autorità stessa della sua antagonista. O meglio, nega la sua presunzione d'autorità. E con ciò ritrova e libera se stessa.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Sole 24 Ore
Data critica:

15/9/2002

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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