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Leoni per agnelli - Lions For Lambs

Regia:Robert Redford
Vietato:No
Video:
DVD:Fox
Genere:Drammatico
Tipologia:I giovani e la politica, La guerra
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Matthew Michael Carnahan
Sceneggiatura:Matthew Michael Carnahan
Fotografia:Philippe Rousselot
Musiche:Mark Isham
Montaggio:Joe Hutshing
Scenografia:Jan Roelfs
Costumi:Mary Zophres
Effetti:Industrial Light & Magic (ILM), Tweak Films
Interpreti:Robert Redford (Dottor Stephen Malley), Meryl Streep (Janine Roth), Tom Cruise (Senatore Jasper Irving), Michael Peña (Ernest), Derek Luke (Arian), Peter Berg (Wirey Pink), Andrew Garfield (Todd), John Brently Reynolds (Skinny), Louise Linton (sig.na M.)
Produzione:Matthew Michael Carnahan, Robert Redford, Tracy Falco, Andrew Hauptman per United Artists, Andell Entertainment e Wildwood Enterprises
Distribuzione:20th Century Fox Italia
Origine:Usa
Anno:2007
Durata:

95’

Trama:

Arian ed Ernst, due studenti della West Coast University, hanno deciso di seguire il consiglio del professor Malley e cercano di compiere nella loro vita qualcosa di importante e si arruolano per andare a combattere in Afghanistan. Malley è orgoglioso della scelta fatta dai due ragazzi ma al contempo vive una profonda crisi morale perché si sente responsabile di aver messo in pericolo la loro vita. Mentre Arian ed Ernest lottano per sopravvivere e Malley si adopera per aiutare uno studente ribelle a trovare la sua strada, a Washington il senatore Jasper Irving sta per fare scottanti rivelazioni ad una giornalista Tv.

Critica 1:Robert Redford non è solo un grande attore, ma è un esponente tra i più saldi della cultura americana di oggi, specie di quella cinematografica, nel cui ambito, tra le iniziative di maggior prestigio, va senz'altro annoverato quel Sundance Film Festival che ha saputo dare ampi spazi, negli anni, alle voci più vive del cinema indipendente contemporaneo; all'insegna sempre, dell'intelligenza e della qualità. Conseguente con tutto questo, sia come attore sia come regista – da Tre giorni del condor a Tutti gli uomini del Presidente, fino a Gente comune e a L'uomo che sussurrava ai cavalli – ha sempre mostrato di voler privilegiare posizioni altrettanto indipendenti, all'insegna, spesso, di un impegno che però, per il suo rigore, non è mai diventato propaganda. Come, anche se più esplicitamente, in questo film, che scritto per lui da Matthew Carnahan, lo sceneggiatore di The Kingdom, ci propone tre aspetti della società americana di oggi, la politica, l'informazione, i giovani, considerati soprattutto in cifre indiscutibilmente negative. Tre episodi, alternati fra loro ai fini di una meditata scioltezza narrativa. Il primo ci dice di un giovane e rampante senatore repubblicano che riceve nel suo ufficio al Congresso una nota giornalista televisiva per indurla a sostenere un suo piano militare in Afghanistan che, anche se verrà pagato a prezzo di molte vite umane, sarà per lui e per i suoi un'occasione di propaganda sicura. La giornalista ribatte tutte le sue affermazioni e sarebbe pronta a non stare al gioco se, tornata in redazione, non finisse per cedere alle esigenze della sua rete. Intanto un docente universitario tenta, forse invano, di convincere all'azione il suo allievo migliore, preoccupato invece solo di problemi pratici e di ragazze. Mentre, all'opposto, in Afghanistan, due ex allievi di quel docente, pur da lui sconsigliati, sono partiti volontari e lasciano la vita proprio in una di quelle azioni che, a tavolino, il senatore aveva programmato per i suoi fini. Dialoghi diretti e molto insistiti nei primi due episodi, risolti però da Redford regista con attenta dinamica narrativa pur cedendo spesso a una scoperta staticità da palcoscenico. Un'azione molto più serrata e angosciante nel terzo, incentrato sulla triste, funebre fatalità della guerra. Interpretati, i primi due, uno addirittura da Tom Cruise, il cinico politicante, e da Meryl Streep, la giornalista che, pur contraria, finirà per cedergli, e dallo stesso Redford docente universitario nell'altro: saldo e concreto. Un terzetto che può convincere.
Autore critica:Gian Luigi Rondi
Fonte criticaIl Tempo
Data critica:

20/12/2007

Critica 2:Solo l'America osa ancora fare film come Leoni per agnelli. Solo Robert Redford poteva permettersi di dirigere e interpretare una lunga requisitoria contro la guerra in Iraq (meglio: contro tutto ciò che questa guerra rappresenta) divisa in tre ambienti, come una pièce teatrale. Ci sono le stanze della politica, le stanze del sapere, e un "teatro di guerra" che è anche il luogo della verità. Nel primo ambiente, l'ufficio di un senatore repubblicano, si gioca la delicata partita fra un "falco" che vuole lanciare una nuova strategia militare in Afghanistan e la giornalista cui offre uno scoop in cambio del suo sostegno (Tom Cruise e Meryl Streep).
Il secondo ambiente è lo studio del professor Redford, che convoca di buon ora il suo studente più brillante (Andrew Garfield) per tentare di scuoterlo dal torpore e dalla rassegnazione in cui come molti coetanei sta scivolando. Mentre fra i monti dell'Afghanistan due giovani marines feriti (Derek Luke e Michael Peña), un afroamericano e un ispanico, si ritrovano circondati dai talibani. Solo alla fine capiamo in che rapporto stanno fra loro questi tre diversi momenti. Intanto Redford con l'aiuto dei suoi attori, tutti molto convincenti, lancia una specie di "messaggio alla nazione" che sfugge alla retorica per la forza delle interpretazioni e perché il cinema è sempre stato e continua ad essere il luogo simbolico in cui l'America mette alla prova se stessa.
Di cosa muore oggi la democrazia americana? Di indifferenza, dice Redford in ogni fotogramma. Muore perché i migliori (lo studente dotato) non vogliono mescolarsi ai peggiori (la classe politica), così confondono il disincanto col disimpegno, accontentandosi del benessere. Muore perché manda in prima linea i più sfortunati (i marines reclutati nei ghetti e giunti all'università solo per meriti sportivi), mentre i privilegiati sprofondano nel cinismo (è il senso della lunga ed emozionante tirata del professore). Muore perché i media si fanno arruolare dalla politica (la Streep oggi critica Cruise, ma fu lei a farne il nuovo astro dei repubblicani). Con attori meno dotati sarebbe un autogol. Con questo cast, e con dialoghi tanto affilati, è un'americanissima prova di coraggio e di ottimismo della volontà.
Mentre l'Occidente sprofonda nell'ironia, nel disincanto, nelle dietrologie, Redford ci ricorda che siamo tutti sulla stessa barca e ognuno deve fare il suo dovere. Anche se sono gli altri a morire, magari per una causa sbagliata.
Autore critica:Fabio Ferzetti
Fonte critica:Il Messaggero
Data critica:

21/11/2007

Critica 3:Tre ambienti, risicati, ridotti al minimo, essenziali. L'ufficio del senatore Jasper Irving (Tom Cruise) a Washington, dove si svolge l'incontro tra Irving e la matura giornalista televisiva Janine Roth (Meryl Streep); lo studio del professore di scienze politiche Malley (Robert Redford) all'università della California, dove avviene il confronto tra lui e lo studente Todd Hayes (Andrew Garfield); un esterno notte afgano dove i due soldatini volontari e colored, Arian e Ernie, s'impantanano tragicamente. Nulla di più e nulla di meno, nella messa in scena di Leoni per agnelli , settima regia del settantenne Robert Redford. Un'unica unità temporale frammentata in contemporanea, campo e controcampo a ritmare i dialoghi, qualche necessario allargamento all'interno dei tre ambienti per dare aria ai protagonisti.
La regia, in senso pratico, di Redford, si riduce al minimo, senza distrarre, senza spettacolarizzare l'immagine. Un'ora e mezza scarsa di rimpalli, occhiate, intensità della parola, per raccontare l'impasse giovanile (e non solo) della cultura statunitense di fronte alle bushiane guerre senza limiti e strategie della paura. Discorso scarno e magmatico, pamphlet poco retorico, Leoni per agnelli è prima di tutto testo politico modulato sul carisma di un vecchio liberal come Redford. Nel senso che allo script di Matthew Carnahan si aggiungono le stigmate protestatarie del nostro, ritagliatosi la parte del saggio prof costretto a spiegare al giovinetto avvolto nell' i-pod, cosa significa "impegno civile". Malley mostra al ragazzo la manganellata presa sulla tempia all'epoca della convention democratica di Chicago del '68, lasciando intatta per il suo interlocutore la sacrosanta libertà di pensiero. Ci pensano il senatore Irving, nell'altro siparietto di potere, e la disperazione dei due ragazzi/soldato, ex compagni di Todd tra i cucuzzoli innevati afgani, a convincere spettatore e protagonista (Todd) che impegno significa ragionamento critico di fronte al pensiero dominante e non bisogna prendere fischi per fiaschi tramutando eroicamente indifesi agnellini per coraggiosi leoni. Irving sentendo citare dalla Roth un episodio della guerra in Vietnam la butta stupidamente sull' «è roba da History Channel». Quando è proprio il giovane falco repubblicano in gilet, la chiave di volta storico/concettuale del declino dell'impero americano attuale. Tutto il resto (il disincanto giovanile come la difficoltà per la giornalista dai sani principi ad adattarsi ai vuoti schemi del giornalismo tv) è corollario di ciò che è già stato implacabilmente deciso dai potenti di turno. Per Redford, rifugiatosi in un classicismo di maniera, pare non esserci speranza. Ma dopo aver tessuto una fitta trama di responsabilità civili e culturali, poggiare la resistenza politica dell'umanità pensante sulle spalle di Todd è atto di coraggio commovente e affettuoso. Con un crescendo di pathos nell'ultimo minuto a cui non si può rimanere indifferenti.
Autore critica:Davide Turrini
Fonte critica:Liberazione
Data critica:

21/10/2007

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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