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Non mi basta mai -

Regia:Guido Chiesa; Daniele Vicari
Vietato:No
Video:Elle U
DVD:
Genere:Documentario
Tipologia:Il lavoro
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Guido Chiesa, Daniele Vicari
Sceneggiatura:Guido Chiesa, Daniele Vicari
Fotografia:
Musiche:
Montaggio:
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:
Produzione:
Distribuzione:Pablo
Origine:Italia
Anno:1999
Durata:

75'

Trama:

Pietro, Ebe, Pasquale, Vincenzo, Gianni hanno in comune, oltre a vivere o ad essere vissuti a Torino, l'aver partecipato ad uno degli eventi più importanti della storia della Fiat. Era l'autunno 1980, dopo 35 giorni di sciopero, con la marcia dei 40.000 si chiudeva, dopo dieci anni di lotte, la vertenza che aveva visto contrapposti l'azienda torinese e il movimento operaio fino alla sconfitta di quest'ultimo.

Critica 1:Chi avesse voglia di capire come si è passati dal "fordismo" alla globalizzazione, perché l'omologazione trionfi al posto dei pensieri divergenti e del sano antagonismo, come mai la "marcia dei 40 mila" segnò la fine delle lotte della classe operaia, insegua in capo al mondo "Non mi basta mai", sincero come il pugno inferto dai padroni, dai vertici sindacali e dalla stampa di regime a tutti gli uomini e le donne che credevano nell'Utopia.
Autore critica:Aldo Fittante
Fonte criticaFilm TV
Data critica:

25/2/2001

Critica 2:Un documentario sugli operai si aggira per le sale. E' Non mi basta mai della navigata coppia Guido Chiesa-Daniele Vicari (Partigiani, Materiale resistente, Comunisti) che ci riporta all'Autunno della Fiat, al drammatico sciopero dei 35 giorni e alla marcia dei 40.000 che segnò per sempre il volto del sindacato. E soprattutto a quello che è rimasto oggi di quell'esperienza, di quel sentire collettivo che, nonostante tutto, è stata la spinta per tante battaglie. Uno di quei film, insomma, che una volta si sarebbero detti "militanti" e che, oggi, si vedono ai festival (è stato presentato a Torino '99) o, nei casi più fortunati, su qualche canale tematico. Ma che stavolta, invece, potrà godere di una vera distribuzione nei cinema, grazie all'intervento della Pablo di Gianluca Arcopinto, "avventuroso" produttore di talenti underground, come i romani Fluid Video Crew attivi nei circuiti dei centri sociali. O giovani autori come Tavarelli o il terzetto di Il caricatore.
"Mi è piaciuta da subito l'idea di portare nelle sale questo film e soprattutto nel corso della campagna elettorale", dice Arcopinto, confessando una antica passione per i documentari che oggi trova persino più interessanti di certa fiction. Come per altro ha dimostrato l'ultimo festival di Torino che, a questo genere, ha dedicato per la prima volta un'intera sezione. "In un momento storico come il nostro - prosegue Arcopinto - in cui sembra che la classe operaia non esista più, distribuire un film così significa schierarsi. Inoltre, portarlo in giro per il paese potrebbe anche diventare una sorta di test per capire questa nostra confusa situazione politica, nella quale la sinistra sembra inesorabilmente destinata alla sconfitta". Presentato l'altra sera a Roma, al Nuovo Sacher di Nanni Moretti, Non mi basta mai uscirà venerdì a Milano. E dalla prossima settimana a Torino e Roma. "Queste sono le tre città dove cercheremo di "resistere" più a lungo - prosegue - . Poi da marzo a fine maggio continueremo il "viaggio" puntando su degli eventi, organizzati di volta in volta con la Cgil, con politici o personaggi del mondo dello spettacolo. Per il momento sono cento le città coinvolte". E tanti i cinema. Tra i quali anche quello palermitano di Ciprì e Maresco. Non mi basta mai , settantotto minuti di immagini ad alto tasso evocativo, nasce da lontano, come raccontano gli stessi autori. E cioè da un'idea di Pietro Perrotti, un operaio filmaker torinese che, armato di Super 8, filmò tutte le battaglie di quella stagione. Tanto che quel materiale, oggi, è diventato un film, Fiat, autunno '80, firmato dallo stesso Perrotti e da Pierfranco Milanese che è stato presentato all'ultimo festival di Torino, in compagnia di una nutrita serie di documentari sulle lotte operaie di quegli anni. E Perrotti, infatti è uno dei protagonisti di Non mi basta mai. Lui, insieme ad altri quattro operai che hanno vissuto quella stagione e che oggi raccontano le loro "nuove" vite. C'è Ebe che, dopo la cassa integrazione, si è messa a lavorare in ospedale, continuando a fare la sindacalista. C'è Gianni che si occupa di progetti per la difesa dell'ambiente. Pasquale che vive in una sorta di comune e, insieme a Vincenzo, lavora in una organizzazione non governativa per la cooperazione con il Terzo Mondo. E, infine c'è Pietro che ha scelto di licenziarsi dalla Fiat proprio nel quarantesimo anniversario della Liberazione. Ora fa l'animatore per bambini, costruisce pupazzi di gomma piuma e, soprattutto, viaggia. Attraverso immagini di repertorio (soprattutto dell'Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico) e tanto vissuto di oggi, il film passa dal presente al passato. Ci sono i cancelli di Mirafiori, l'arrivo di Berlinguer, Trentin. Gli operai in lotta davanti alla fabbrica. I comizi. E poi il "sofferto" voto all'accordo sindacale che segnò la sconfitta di quella battaglia durata 35 giorni. Ma soprattutto ci sono le immagini di oggi. Per cercare di capire le trasformazioni di questi anni. I cambiamenti della passione politica. Del desiderio mai finito di impegnarsi per "cambiare il mondo". Insomma, della voglia di questi cinque ex operai di dire ancora oggi, "non mi basta mai"...
Autore critica:Gabriella Gallozzi
Fonte critica:Kwcinema
Data critica:



Critica 3:Il solo fatto che esca nelle sale è un evento. Da anni, infatti, un documentario italiano non riusciva ad ottenere una distribuzione. E invece, prima a Torino e Milano (poi, via via, in altre città) è di scena Non mi basta mai il docu-film di Guido Chiesa e Daniele Vicari su cinque ex operai della Fiat.
Un film che mescola immagini d'archivio e riprese ad hoc, che racconta di fabbrica, di cottimo, di lotte e di sconfitte. Girato con passione, ironia e militanza. Roba doc, altro che Berlusconi presidente metalmeccanico! Peccato solo per Jovanotti, che non ha mai dato i diritti ad utilizzare nel film la canzone che gli dà il titolo.
"Hai mai visto una pressa? Uno shock", dice Ebe ricordando il primo giorno di lavoro. Oggi, dopo 15 anni di fabbrica e sei anni di cassa integrazione, fa la fisioterapista. "Devo entrare nella mente di persone che stanno male. Non sembra politica, ma lo è". Come lei, anche gli altri, Gianni, Pasquale, Vincenzo e Piero, ribadiscono che la politica è ancora parte di loro: nei rapporti personali, nelle scelte, nel quotidiano. Negli incontri di Pasquale, educatore nelle carceri minorili; nei carri allegorici e nelle irresistibili sculture di gommapiuma di Piero, che s'è messo in testa di fare la guerra a Bill Gates; nella cooperativa di pescatori che Gianni ha creato in un paesino della Sardegna, con orgoglio, con la forza del dolore e della determinazione.
Il film racconta e ricostruisce dall'interno dieci anni di Fiat, grazie ai materiali video dell'Archivio audiovisivo del movimento operaio e, soprattutto, ai super 8 girati da uno di loro, Piero Perotti, sindacalista imprevedibile con il pallino della comunicazione visiva.
"E' stato proprio Piero a contattarci e a darci l'idea", raccontavano Chiesa e Vicari all'anteprima romana del film, ospitata nella sala di Nanni Moretti e seguita - incredibile ma vero - da un corposo e partecipato dibattito guidato da Rossana Rossanda e Pietro Ingrao. "Piero ci ha messo in contatto con una cinquantina di loro. Quelli che sarebbero diventati i cinque protagonisti del film riassumevano la capacità di molti di loro di rifarsi, letteralmente, una vita. Naturalmente, c'erano in quel piccolo gruppo anche molti sconfitti, persone che la cassa integrazione forzata ha fiaccato e sfiancato".Loro cinque, invece, ce l'hanno fatta. Non c'è livore, non c'è rimpianto negli occhi e nelle parole quando ritornano ai tempi bui della fabbrica. Un universo conchiuso, che riempiva di sé tutta la vita, dando confini, identificazione e accesso al mondo del lavoro, privandoli di creatività, tempo, autoaffermazione. Vincenzo: "Il nostro caposquadra ogni sabato controllava la lunghezza dei capelli". Piero: "Sono entrato a 17 anni. La fabbrica è stata la mia scuola, la Fiat l'università".
E quando arrivano i giorni - i mesi - dello scontro loro sono lì, in prima fila. Pasquale è uno dei 61 licenziati del '79, gli altri partecipano alle lotte del 1980: 15mila licenziamenti annunciati, 35 giorni di picchetto, la grigia marcia dei 40mila ("ma erano 15mila", dice adesso Gianni Usai "preoccupati solo di difendere il loro posto di lavoro"), la votazione per l'accordo sindacale, contestata apertamente nel documentario. Sullo schermo scorrono i tg dell'epoca, Berlinguer, Trentin, il Lingotto prima e dopo. E qualche cifra: i 110mila dipendenti della Fiat auto del 1979 sono scesi nel '99 a 30mila. E la Fiat si ritrova oggi 6 milioni di mq di fabbriche dismesse. Chiesa, Vicari e Perotti hanno documentato tutto questo. Ora sta a noi andare a vedere. E tornare, se ci riesce, a pensare.
Autore critica:Stefania Chinzari
Fonte critica:Tempi moderni
Data critica:

Mercoledì 31/1/2001

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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