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Woyzeck - Woyzeck

Regia:Werner Herzog
Vietato:No
Video:Number One Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal dramma "Woyzeck" di George Büchner
Sceneggiatura:Werner Herzog
Fotografia:Jorg Schmidt-Reitwein
Musiche:Alessandro Marcello, Fiedelquartett Telc, Antonio Vivaldi
Montaggio:Beate Mainka Jellinghaus
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Paul Burian (Andrei), Herbert Fux (il sottufficiale), Rosy Heinikel (Kathe), Irm Hermann (Margret), Klaus Kinski (Woyzeck), Eva Mattes (Marie), Wolfgang Reichmann (il Capitano), Willy Semmelrogge (il dottore), Joseph Bierbichler (il tamburmaggiore)
Produzione:Werner Herzog Filmprodukction Monaco - Zdf
Distribuzione:Goethe Institut - Collettivo dell’Immagine
Origine:Germania
Anno:1978
Durata:

81'

Trama:

Il fuciliere Franz Woyzeck vive in una cittadina tedesca verso la metà del secolo scorso. Buono e ingenuo, povero e portato alla riflessione nonostante l'assoluta mancanza di cultura, Franz è legato alla servetta Maria e ne ha avuto un figlio. Per mantenere i due, cerca di incrementare la modestissima paga da soldato semplice fungendo da barbiere del capitano e di altri; e, inoltre, fungendo da cavia umana al pazzoide dottore che lo costringe a sperimentare delle diete con cui vorrebbe dimostrare la "animalità" dell'essere umano. Deriso dai compagni, Woyzeck si confida unicamente con Andres che, tuttavia, non può offrirgli validi appoggi materiali o spirituali. Quando gli viene brutalmente detto che Maria, donna leggera, lo tradisce con l'aitante tamburomaggiore, il fuciliere cade in grandissima depressione e concepisce l'orrendo crimine: acquistando un coltello da un ebreo, conduce la sua donna presso uno stagno e la uccide...

Critica 1:Dal dramma di G. Buchner (1813-37), pubblicato nel 1879: in una cittadina di guarnigione il soldato Woyzeck è angariato dal capitano e dal dottore che si serve di lui come cavia. Uccide la moglie che lo tradisce. E muore. Soddisfazione generale per il "bel delitto": "Era tanto che non ce ne capitava uno così...". Un Herzog asciutto, al servizio del testo di Buchner per metterne a nudo la tragicità nella chiave di una insondabile disperazione esistenziale, con un linguaggio decantato, semplice, intenso. L'interpretazione di Kinski e lo sfondo della cittadina cecoslovacca di Telc fanno il resto. La scena dell'uccisione di Maria è un grande momento di cinema.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Dopo Aguirre, Kaspar Hauser, Stroszek, Nosferatu, un altro «diverso» ed un altro grido disperato, chiuso in un circolo buio da cui non si può uscire che con la morte. Woyzeck rappresenta lo sfruttato di tutti i tempi, la vittima del Militarismo e della Scienza, un vinto; ma anche colui che si autodistrugge, soggetto ad un destino che è sempre incomprensibile, così come è incomprensibile la morte, che pure domina tutto e tutti. La natura accompagna da matrigna le azioni dell’uomo: la terra e il vento spingono Woyzeck ad uccidere, sono cariche di voci minacciose. «Maria era una donna unica» – dice Woyzeck prima ancora di uccidere la sua donna, già piegato ad una fatalità cui nessuno può opporsi. Senza dire degli aspetti psicanalitici del personaggio, in cui Ego ed Es sono in tragica frizione. Herzog sottolinea questa posizione del suo «eroe». Sempre di corsa, sempre in fuga, come fosse un animale spaventato ed inseguito, estremamente vulnerabile, Woyzeck sente nella sua esistenza e nel mondo intero una condizione che rotola verso il nulla e l’oscurità, quell’oscurità che lo terrorizza sopra ogni cosa (ha sempre paura del buio, paura di non vedere). Un mondo condannato alla degradazione e alla decomposizione: sudare, puzzare, marcire è per lui un’ossessione e una fatalità (persino nel figlioletto che dorme sente il sudore che ne corrompe l’innocenza). Certo, ci sono delle cause oggettive alla disperazione di Woyzeck, e il quadro delle sue condizioni di vita e dell’ambiente in generale, a cominciare dal prologo sugli esercizi militari, è eloquente. Conservando quasi alla lettera la maggior parte del dialogo büchneriano (a sua volta trasportato quasi di peso nell’opera di Berg), Herzog esplicita la repellente ipocrisia di una classe sociale dominante che si può permettere il lusso di avere principi morali, ma solo i principi. Le azioni sono un’altra cosa. Anche a Woyzeck piacerebbe avere principi morali, ma lui non è un «signore». Mentre il Capitano e il Dottore cianciano di coscienza, di morale e di virtù (il Capitano ripete alla sua immagine riflessa nello specchio: «Tu sei un uomo virtuoso» per ritenere gli istinti), Woyzeck è autenticamente disperato. Non dice, come gli altri, «Dove andremo a finire» e «Il mondo va a finir male», che sono le consuete giaculatorie di chi si occupa accanitamente del proprio «particolare», ma: «Se la natura non c’è più, quando il mondo diventa così buio, che bisogna andare avanti a tentoni, con le mani...», ed è sempre smarrito e sospeso, e patisce nel vivo l’esistere in questo mondo. Tutti i personaggi che non appartengono alla casta dei dominatori, d’altronde, nutrono questa disperazione. È il caso infatti anche di Maria, la quale cerca consolazione nella vicenda evangelica di Maria Maddalena ma racconta ai bambini fiabe atroci di un uomo solo che trova spenti e imputriditi Luna e Sole, ed è costretto a tornare su quella «pentola capovolta» che è la Terra, dove ancora una volta si ritrova solo e disperato (mettendo in causa l’esistenza del Cielo). È anche il caso dell’ubriaco che, nella taverna, bestemmia la Redenzione e afferma che «tutto quello che è di questa terra è cattivo». Condizione esistenziale, dunque, insieme al fossato tra «palazzi» e «capanne». Ma stiamo parlando di Büchner o di Herzog? È la stessa cosa. Herzog sembra essersi proposto, infatti, la fedeltà, e solo quella, al testo büchneriano. Alcuni hanno parlato di mera illustrazione, nella schematicità e nella freddezza della versione filmica di questo Herzog particolarmente ascetico, lontano da ogni effetto. Il fatto è che il regista tedesco ha inteso fare un omaggio al drammaturgo ed annullarsi in esso, dando sullo schermo l’equivalente del lavoro teatrale. Emmanuel Carrère su «Positif» afferma che per questo Woyzeck si deve parlare non di adattamento letterario ma di reincarnazione, di «avatar»: Herzog non aggiunge niente a Büchner, perché la sua emozione è esattamente quella di Büchner. Egli racconta la stessa storia, nella stessa maniera, perché non ha niente da aggiungervi, perché questa tragedia gli sembra la sola degna di essere detta e ripetuta». È un fatto che l’esposizione della vicenda segue la suddivisione delle «stationendrama» con lo stesso stile fondamentale di Büchner, del tutto scarnificato (da qui la tensione del racconto). Niente movimenti di macchina, niente virtuosismi fotografici, niente ricerche di angolazioni singolari, e nello stesso tempo scene di schietto impianto teatrale, con dialoghi e monologhi. Grande rigore formale, comunque: a parte il ricorso ad una luce e ad un impasto di colore indubbiamente manipolato nella scena di Woyzeck che ascolta il vento nel campo di papaveri e il doppio «ralenti» nell’uccisione di Maria e nella ricognizione al cadavere, le immagini sono pure e spoglie. Ma anche estremamente intense. Molto ben sfruttato tra l’altro il luogo deputato della piazza del paese (il film è stato girato a Telc, una cittadina cecoslovacca), attorno alla quale casa e caserma si chiudono in un universo concentrato e soffocante, dal quale si può uscire solo attraverso la luminosità dello stagno, passaggio per altre solitudini. Credo si debba però aggiungere qualcosa. Paradossalmente, dato che il film non ha nella colonna sonora una sola nota che appartenga all’opera di Berg, il Woyzeck di Herzog è forse più vicino a Berg che a Büchner. Le scelte musicali – per sbrigarci dell’argomento – sono abbastanza facili: le danze paesane del «Fiedelquartett Tele», il Benedetto Marcello dell’Adagio dal Concerto per Oboe e archi in do min. (arcinoto per il suo utilizzo in Anonimo Veneziano) e il Vivaldi che si succedono nel finale. Perché allora Berg? (effettivamente impossibile da utilizzare – dico della musica – se non attraverso una versione del film-opera, alla Straub). Mi pare che Herzog torni in un certo senso ad una «purezza» del cinema, scavalcando i «barocchismi» degli acrobati della macchina da presa, così come Berg è tornato alla musica ricuperata dalla tradizione antica, scavalcando le effusioni disordinate del romanticismo. Se Herzog è un autore individualista e pessimista, che rifiuta anacronisticamente molti dati dell’attualità per privilegiare autori, atmosfere, abitudini addirittura, sul piano personale, del passato, così Berg denuncia nella sua opera un «carattere regressivo». Dice Luigi Rognoni che questo musicista ha messo in atto un «processo di recupero ‘regressivo’», pur realizzando «la più impressionante sintesi dell’esperienza romantica viennese», e ciò «grazie al disfacimento del linguaggio tonale che rappresenta il punto di partenza per la reintegrazione formale, da Berg appunto intesa come ‘recupero’ della tradizione». Come Berg, anche Herzog utilizza in un certo senso la declamazione ritmica, e piega il mezzo di cui dispone in modo da «servire il dramma» (Berg: «ho articolato la musica in modo da renderla cosciente, in ogni istante, del suo dovere di servire il dramma»). La secca e diretta rappresentazione di Herzog richiama irresistibilmente la musica seriale, in cui le capacità della ragione e l’osservanza rigorosa dell’«ordine della nuova musica» celano dimensioni indefinibili sul piano razionale ed aprono squarci su abissi misteriosi. Tutto chiaro, tutto scoperto, tutto esenziale; ma allo stesso tempo questo Woyzeck (di Büchner, di Berg, di Herzog) si affaccia davvero su una voragine tale che provoca le vertigini a guardarci dentro.
Autore critica:Ermanno Comuzio
Fonte critica:Cineforum n.196
Data critica:

7-8/1980

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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A cura di: Redazione Internet
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