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Uomo da marciapiede (Un) - Midnight Cowboy

Regia:John Schlesinger
Vietato:No
Video:Mgm Home Entertainment
DVD:Panorama
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dall’ omonimo romanzo di James Leo Herlihy
Sceneggiatura:Waldo Salt
Fotografia:Adam Holender
Musiche:John Barry
Montaggio:Hugh A. Robertson Jr.
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Jon Voight (Joe Buck), Dustin Hoffman (Rizzo), Sylvia Miles (Cass), George Eppersen (Ralph), Barnard Hughes (Towny), Jonathan Kramer (Jackie), T.Tom Marlow (Little Joe), John Mcgiver (Mr. O'Daniel), Joan Murphy (cameriera), Gil Rankin (Woodsy Niles), Gastone Rossilli (Hansel Mc Albertson), Jennifer Salt (Crazy Annie), Brenda Vaccaro (Shirley)
Produzione:Jerome Hellman Productions - Florin Productions
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1969
Durata:

104’

Trama:

Joe Buck, giovane texano, giunge a New York ingenuamente convinto di fare fortuna con le danarose signore di Park Avenue, grazie alle proprie doti fisiche. Dopo alcuni squallidi incontri sentimentali, il giovane si imbatte in Rizzo, un povero storpio ridotto a vivere di espedienti. Sentendo Joe vantarsi spavaldamente della propria virilità, Rizzo coglie l'occasione per truffarlo, chiedendogli venti dollari per fargli da "manager". Ridotto senza soldi Joe vaga per la città, assoggettandosi per pochi dollari a umilianti esperienze, finché per caso non ritrova Rizzo. La tentazione di picchiare l'imbroglione è forte, ma maggiore è la necessità di trovare un tetto e qualcosa da mangiare; Joe finisce così con l'accettare l'ospitalità che Rizzo gli offre e va a vivere con lui. Sempre con l'idea di poter riprendere proficuamente il "mestiere" che lo aveva indotto a partire, il giovane texano si adatta a poco a poco alle regole per sopravvivere che l'infermità e la sfortuna hanno insegnato a Rizzo. Col passare del tempo tra i due nasce una sincera amicizia. Quando le condizioni di salute di Rizzo si aggravano, Joe riesce a racimolare con la violenza un poco di danaro sufficiente a condurre l'amico nel più salubre clima della Florida. Mentre quasi al termine del viaggio in pullman Joe confida all'amico l'intenzione di cambiare vita e trovare un lavoro onesto, Rizzo gli muore accanto.

Critica 1:Cow-boy texano arriva a New York deciso a fare soldi con le donne ma passa brutte esperienze e un duro inverno con Ratso Rizzo, un italo-americano zoppo e tubercolotico. Cinedramma patetico su una strana amicizia che sboccia come un fiore nel fango di Manhattan. Ebbe tre Oscar: miglior film, regia, sceneggiatura (Waldo Salt, da un romanzo di James Leo Herlihy). Per D. Hoffman, piccolo grande uomo, soltanto una nomination. La ebbero anche J. Voight e S. Miles. Fu per entrambi il terzo film e il definitivo lancio come star. Grande successo anche per la canzone "Everybody's Talkin'" di Fred Neil, cantata da Henry Nilsson.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:America amarissima in Un uomo da marciapiede (pesante volgarizzazione in italiano del titolo originale Cowboy di mezzanotte, dal romanzo omonimo di James Leo Herlihy pubblicato anche da noi). L'America degli esclusi, dei paria, dei «diversi»: e attorno a loro scorre, indifferente, quella del benessere pingue, dei grandi alberghi, d;i vestiti costosi, della gente pasciuta.
I protagonisti della storia sono due poveracci. Il primo è Joe, un giovanotto del Texas belloccio e ignorante che, illuso da alcune circostanze (il mito sempre rinnovato della «frontiera», sia pure a rovescio) si veste da cowboy e si insedia a New York, convinto di far colpo su qualcuno e di scalare facilmente la via del successo. Ma il mondo luccicante della New York dei grattacieli lo respinge sempre di più ai margini finchè si associa ad un altro come lui (Rico detto «Sozzo»: ecco il secondo protagonista), un ragazzo d'origine italiana, malaticcio, che non vuole ripetere le esperienze miserabili del padre, cresciuto fra i selciati bagnati del Bronx, e sogna soltanto il sole della Florida, le corse sulla spiaggia calda e immensa, il clima che potrebbe ridargli la salute ma soprattutto la patria del suo riscatto.
Il sodalizio fa nascere nei due naufraghi una specie di solidarietà che, pur attraverso i contrasti e i bassi ripieghi cui si sottomettono, diventa poi amicizia. Ma sarà allora troppo tardi, perchè il più debole dei due verrà inghiottito definitivamente dalle tenebre che da sempre hanno minacciato la sua esistenza, proprio mentre il cowboy pensa che dopotutto una maniera onesta di guadagnarsi il pane ci può essere anche per lui.
Il film costituisce il debutto hollywoodiano dell'inglese John Schiesinger, uno degli «arrabbiati» di quella cinematografia: suoi sono Una maniera d'amare, Billy il bugiardo, Darling, Via dalla pazza folla. Contrariamente a quanto succede di solito, l'aria di Hollywood ha giovato a questo realizzatore europeo, poichè Un uomo da marciapiede è un film vivo e interessante, oltre che molto «serio». Nel senso che le situazioni scabrose, data la materia, sono meno di quanto si possa pensare ed è evidente che al regista interessa ben altro che seguire un filone commerciale di moda, a base di amicizie particolari, morbosità estetizzanti, compiacenze sul tema delle perversioni sessuali, e simili (a parte alcune concessioni stilistiche - meglio calligrafiche - nella pagina dell'orgia psichedelica e negli amorazzi mercenari del dopo-orgia, sfocianti in accentuazioni barocche di tipo felliniano, alla Giulietta degli spiriti).
La materia, in sè, è veramente delicata: i due compari della storia sono in sostanza l'uno una specie di prostituta-maschio (lo stallone-cowboy che intende campare offrendosi per compenso alle donne e, quando occorre, anche agli uomini) e l'altro un magnaccia fallito, ladro da strapazzo, zoppo, sporco e tisico. Ciononostante, pur senza edulcorare nè sfumare la durezza dell'impatto con simili argomenti, Schlesinger riesce a farci « passare sopra » alla condizione di vita dei suoi personaggi per proporci una riflessione sulla loro condizione umana, vista in quel determinato contesto che è la vita associativa americana. Ha ragione Schlesinger quando dichiara: « Il mio è un film sulla solitudine, non sul sesso. Quei due uomini, Rizzo detto «Sozzo» e Joe Buck, diventano due persone serie, pulite, quando si scoprono amici, in modo autentico ».
C'è, dunque, una presa di coscienza, c'è una evoluzione dei personaggi? Pur non potendosi parlare di «catarsi» nè, tanto meno, di «happy end», è indubbio che qualcosa si muove nell'animo dei due, specialmente in quello del superstite allo squallido sodalizio, riscaldato a poco a poco da un sentimento autentico, quello appunto dell'amicizia. Ed è per questo sentimento che, nel bellissimo finale, il cowboy Joe non avrà vergogna a tenersi vicino il «Sozzo» durante il viaggio in torpedone verso il Sud e a proteggerlo dalla curiosità oscenamente indifferente dei turisti soddisfatti quando questi è morto, e a trarre da questa fine - il trapasso è appena accennato, da intuire più che altro - una lezione per se stesso e una spinta a riflettere sulla sua sorte.
Qualcuno, a proposito di questo finale e della concezione in generale del film, ha parlato di «moralismo», additandone in questa posizione il punto debole. La critica non ci sembra centrata. Nessuna ipocrita e spettacolare « redenzione » ci manda a casa pacificati nella coscienza: l'urlo di questa convivenza, in una società dai caratteri esasperati (per noi europei, ma non poi tanto lontana) tra un costume di vita all'insegna del benessere e la segregazione (anche materiale) degli esclusi dal banchetto, è talmente stridulo da non avere proprio niente di consolatorio. L'evoluzione del personaggio superstite, il sentimento nuovo che muove lui e il compare, nella fogna in cui (non per loro scelta: vidi la breve ma eloquente premessa sulla mitologia del maschio americano e della facile affermazione, che si sviluppa dall'acuto «incipit» nel «drive-in») sono avvenimenti logici, «necessari», diremmo, non elementi di dimostrazione di una tesi. Proprio perchè i due sono uomini, e non paradigmi: sarebbero schemi vuoti se non avessero neppure quel barlume di spiritualità, o meglio quella possibilità di reagire agli stimoli che li fa agire, sostanzialmente, «contro» se stessi.
E' proprio questo non essere del tutto «cose» a far risaltare maggiormente, a nostro parere, il dramma della «reificazione» della persona umana, operata dalle strutture «consumistiche» di cui la società americana è la punta più rappresentativa: quel «qualcosa» che resiste fa sentire più umiliante il processo di annullamento dell'individuo. E' così che i personaggi «negativi» della vicenda non sono i due ragazzi alla deriva, ma quelli che li contemplano con indifferenza, quelli che passano frettolosamente sui marciapiedi (di Manhattan come della Bowery) senza badare ai relitti umani stesi contro il muro. Sono loro gli «antagonisti». Siamo noi.
Autore critica:Ermanno Comuzio
Fonte critica:Cineforum n. 91
Data critica:

4/1970

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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