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Tirate sul pianista - Tirez sur le pianiste

Regia:François Truffaut
Vietato:16
Video:Elle U
DVD:
Genere:Noir
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo "Down There"( Sparate sul pianista) di David Goodis
Sceneggiatura:Marcel Moussy, Francois Truffaut
Fotografia:Raoul Coutard
Musiche:Jean Constantin, Georges Delerue; canzoni di Felix Leclerc e altri
Montaggio:Claudine Bouche, Cecile Decugis
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Jack Aslanian (Richard Saroyan), Charles Aznavour (Edouard Saroyan), Nicole Berger (Teresa), Daniel Boulanger (Ernest), Serge Davri (Plyne), Marie Dubois (Lena), Claude Heymann (Lars Schmeel), Richard Kanayan (Fido Saroyan), Claude Mansard (Momo), Michele Mercier (Clarisse), Albert Remy (Chico Saroyan)
Produzione:Pierre Braunberger per Les Films de la Pleiade
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Francia
Anno:1960
Durata:

85'

Trama:

Dopo il suicidio della moglie, un pianista diventa amante di una ragazza e per lei uccide il proprietario di un dancing. Si rifugiano sui monti, ma sono coinvolti in un sequestro. Lei finisce male. Di nuovo solo, Chico (C. Aznavour) si consola con il piano.

Critica 1:Tratto da un romanzo eccentrico e "nerissimo" (Down There, 1956, di David Goodis), il secondo film di F. Truffaut è una storia tragica, sordida, ironica, raccontata come una fiaba. Parzialmente riuscito, ma libero e ricco di fascino. Così diverso da I quattrocento colpi, sconcertò il pubblico e spiazzò i critici, ma è "una fiaba per adulti pienamente truffautiana dove Goodis s'incontra con Cocteau, ma occultata dalle regole del genere... e dallo stile del regista..." (Paola Melanga).
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:(…) Il nucleo noir di Tirate sul pianista è la storia di un uomo dalla doppia identità, che cerca di sfuggire alle sue « catene della colpa » e rimane nuovamente intrappolato da un destino tragico con il quale, però, divide alcune responsabilità. Ma il nucleo del nucleo è l'amore, anzi l'amore legato alla morte, tema squisitamente truffautiano: la moglie si suicida dopo aver rivelato a Edouard la verità sulla sua carriera, Léna muore dopo aver salvato Charlie dall'arresto. In entrambi i casi, all'origine di queste tragedie c'è quella che Truffaut chiama la « timidezza » del suo personaggio, sorta di handicap originario che accomuna tutte le figure maschili del suo cinema e che qui, esaltato dall'espediente noir della voce fuori campo, diventa vera e propria dissociazione psichica: Edouard-Charlie agisce spesso in modo opposto a quanto gli viene suggerito dalla sua voce interiore, e in due momenti - quando abbandona Thérésa nella stanza d'albergo e quando allontana Léna dalla baita in montagna - ciò si rivela fatale. L'amore impossibile e la dissociazione del protagonista (ma anche della moglie, che non riesce più a riassorbire l'immagine di se stessa come adultera) sono i due temi occulti del film, e Truffaut li moltiplica - con grande efficacia - a tutti i livelli, facendone i pilastri della messa in scena e portando all'estremo ciò che già si trova nel romanzo di Goodis.
Il pastiche di generi che caratterizza il Pianista, le continue svolte inattese del racconto, lo spiazzamento a cui Truffaut sottopone lo spettatore dopo la linearità e l'unità dei Quattrocento colpi vengono da qui, da questo dialogo con un romanzo eccentrico che esaudisce il desiderio di libertà provato dal regista all'indomani della consacrazione internazionale. Dai personaggi alle azioni, dagli attori all'ambientazione, nulla nel Pianista è come ce lo si aspetta. A cominciare dalla prima scena, in cui Chico, inseguito dai complici, va a sbattere contro un lampione e quando si rialza, invece di continuare a scappare come sarebbe logico, si mette a passeggiare con l'uomo che l'ha soccorso, facendo finta di niente e ascoltando interessato, per minuti che allo spettatore paiono interminabili, le confidenze del passante sulla sua felice vita matrimoniale: la tensione e la concitazione noir sono subito sviate su binari di irrealtà quotidiana. Questo non c'è in Non sparate sul pianista, ma a giudicare dal seguito potrebbe starci tranquillamente: non va dimenticato che quando Truffaut adatta un romanzo legge tutte le opere dello stesso autore, in modo da rimanergli fedele nello «spirito», e difatti lo spunto per l'incipit del film viene da un altro romanzo di Goodis, Il buio nel cervello. (…)
Truffaut ha già scelto un genere, il noir, che dissolve i confini nelle ombre; al suo interno, ha optato per Goodis, capace, ad esempio, di attribuire ai gangster un'insolita dimensione comica; adesso la sua ammirazione incondizionata per Renoir gli suggerisce come andare oltre nella caratterizzazione dei personaggi, rispettando il proprio « senso della giustizia » morale e cinematografico: il rude e cattivo Plyne in realtà è un idealista, che crede nell'amore puro «come Jacques Audiberti», l'amico scrittore di Truffaut, «che ha un'idea assolutamente magica delle donne» e dal cui romanzo Marie Dubois il regista ricava lo pseudonimo per Claudine Huzé, attrice all'epoca sconosciuta; Thérésa, che Edouard pensa lo disprezzi come marito, ha anche lei le sue ragioni (e quali) per essere depressa; Charlie, fragile e chiuso nella sua elegante riservatezza, arriva a uccidere un uomo; Léna, che sembra una ragazza acqua e sapone, sa come far sparire un cadavere. Ma questa poliedricità nel Pianista confina con la dissociazione. E la messa in scena lo conferma, con quella stravagante scomposizione interna tra banda visiva e banda sonora, che scorrono parallelamente provocando l'ennesimo cortocircuito: se non ascoltassimo cosa il protagonista dice a se stesso, non potremmo capire cosa succede guardando semplicemente le immagini, e se assistessimo solo alle scene dei rapimenti - senza i dialoghi sentimentali, sfasati rispetto alle azioni - non riusciremmo a raccapezzarci all'interno di un intreccio costruito su spostamenti e digressioni. Lo stesso Goodis, complessivamente felice dell'adattamento di Truffaut, noterà questa incongruenza: «Le mie reazioni sono miste. In certi momenti trovo che i sottotitoli siano in meravigliosa armonia con il ritmo del film, ma in altri l'effetto è talvolta superfluo, talvolta ambiguo».
È evidente che per Truffaut Tirate sul pianista è anche un'occasione per sperimentare le potenzialità della finzione (ma si tratta sempre di una finzione che aspira a rivelare maggiormente la realtà, alla Bazin) e la sua confidenza con il mezzo cinematografico. La vitalità del film è infatti tutta nel caleidoscopio di invenzioni rese possibili dalla fiction «fiabesca»: Truffaut, al giuramento di circostanza di uno dei rapinatori («possa morire mia madre, se non è vero»), fa seguire in una cornice ovale d'altri tempi la mamma stecchita sul pavimento, e dopo aver risolto un doppio sequestro con un malizioso piedino premuto sull'acceleratore, ne orchestra un altro, di un bambino (assente nel romanzo di Goodis e dunque tanto più significativo), che assomiglia a un'allegra scampagnata in compagnia di due zii un po' tocchi. Ma quella stessa vitalità è esaltata anche dalla intrinseca forza della messa in scena: le mani di Charlie che esitano a sfiorare Léna, le dissolvenze incrociate della loro prima notte d'amore, il dito di Edouard che indugia sul campanello e si ritrae, la violinista sfiorata per un attimo nello spazio di un'inquadratura, di un incontro potenziale sfumato per sempre. Eppure, rielaborazione cinematografica a parte, Tirate sul pianista è di una malinconia luttuosa rara, comune sia al romanzo di Goodis che alla poetica del regista. (…)
Autore critica:Paola Malanga
Fonte critica:Tutto il cinema di Truffaut, Baldini & Castoldi
Data critica:

1996

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Sparate sul pianista
Autore libro:Goodis David

A cura di: Redazione Internet
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