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Felice chi è diverso


Regia:Amelio Gianni

Cast e credits:
Soggetto e sceneggiatura: Gianni Amelio; fotografia: Luan Amelio; montaggio: Cecilia Pagliarani; interpreti: Giorgio Bongiovanni, Nicola Calì, Francesco Cocola, Pieralberto Marchesini, Roberto Pagliero, Claudio Mori, Alba Montori, Aldo Sebastiani, Corrado Levi, Ciro Cascina, Agostino Raff, Ninetto Davoli, John Francis Lane, Fernando Nigiro, Mosè Bottazzi, Paolo Poli, Lucy Salani, Roberto David, Glauco Bettera; produzione: Istituto Luce Cinecittà, Rai Cinema, in collaborazione con Cubovision di Telecom Italia; distribuzione: Istituto Luce Cinecittà; origine: Italia, 2014; durata: 93’.

Trama:Viaggio in un'Italia segreta, raramente svelata dalle cineprese: l’Italia del mondo omosessuale così com’è stato vissuto nel Novecento, dai primi del secolo agli anni ‘80, quando si sono diffusi sulla scia di certi movimenti americani, i primi tentativi di “liberazione”.

Critica (1):(…) Felice chi è diverso, nuovo lavoro di Gianni Amelio, (…) parla di un tema importante come l'omosessualità, e lo fa in modo al tempo stesso spietato e tenero: spietato nei confronti di tutti coloro che dal fascismo in poi hanno demonizzato gli omosessuali richiudendoli in un ghetto culturale ed esistenziale, chiamandoli di volta in volta «invertiti», «capovolti», «finocchi»; tenero per lo sguardo solidale con cui dà la parola a 19 persone, di cui solo due o tre famose o relativamente note, che raccontano la propria esperienza. Di queste persone, 18 sono anziane, raccontano un'Italia in cui ci si doveva nascondere, fingere un «machismo» che non c'era, rifugiarsi nel matrimonio di facciata e nel segreto; l'ultimo è un ragazzo bello e coraggioso, che costruisce un ponte verso un futuro – si spera – migliore. Il titolo viene da una poesia di Sandro Penna: «Felice chi è diverso essendo egli diverso / ma guai a chi è diverso essendo egli comune». La legge, nel film, Paolo Poli: ed è obbligatorio spendere due parole su questo uomo stupendo, che racconta un'omosessualità serenamente accettata e, quasi, «aiutata» da un padre incredibile, che non ha mai trattato Paolo e sua sorella Lucia con nemmeno un grammo di rifiuto o di condiscendenza. Poli incarna letteralmente, nel film, il primo dei due versi di Penna. Quasi tutti gli altri intervistati, purtroppo, si riconoscono loro malgrado nel secondo: i disperati tentativi di essere insieme «diversi» e «comuni», di cercare un'accettazione salvando le apparenze, provocano inevitabilmente storie dolorose. Uno di loro, addirittura, arriva a dire: «Ho superato la mia disgrazia "grazie" a una disgrazia ancora peggiore: essendo orfano non ho mai dovuto confessare a mio padre e a mia madre di essere omosessuale». (…)
Partiamo dall'idea del film, e dagli straordinari spezzoni dl repertorio che hai ritrovato.
«L'idea è molto lineare: un resoconto su come l'omosessualità è stata vista dai media italiani nel ‘900, alternato alle parole di alcuni omosessuali che raccontano se stessi. Per il repertorio è stato decisivo l'aiuto di Francesco Costabile, un diplomato del CSC, assieme al quale ho avuto una sorpresa negativa: c'è pochissimo materiale disponibile. Me l'aspettavo negli anni del fascismo, quando l'ordine del silenzio arrivava dall'alto. Ma la censura è continuata almeno fino agli anni ‘70. Le uniche pubblicazioni che parlavano regolarmente del tema erano testate di destra, segnatamente “Il Borghese" e "Lo specchio", che quasi ad ogni numero sceglievano un omosessuale che fosse anche una figura pubblica e lo massacravano. Successe a Fiorentino Sullo, ministro Dc che fu costretto a sposarsi... per poi scoprire che il matrimonio combinato era una trappola mediatica, grazie alla quale "Il Borghese" – insufflato dai colleghi di partito dello stesso Sullo – lo fece a pezzi. Ritagli di stampa, comunque, pochi; spezzoni tv ancora meno. Per la Rai degli anni ‘50 e ‘60 era un argomento tabù. Due brani Rai inclusi nel film, uno sketch di Raimondo Vianello e una confessione amara di Umberto Bindi, in realtà non andarono in onda. Furono censurati. Al cinema si comincia a parlarne negli anni '60. Allora era molto popolare il sarto Schuberth, e nei film italiani c'erano spesso piccoli ruoli di sarti effeminati».
Veniamo agli intervistati. Molti di loro rifiutano la definizione di «gay».
«Non piace neanche a me, poi vedremo perché. Fra coloro che oggi viaggiano intorno agli 80 anni c'è un pensiero diffuso che potrei semplificare così: si stava meglio quando si stava peggio. Non esporsi era più protettivo, favoriva un'attività sessuale proibita ma intensa. Sono quelli che Paolo Poli definisce i rapporti "alla cosacca", dietro un portone, senza che nessuno sapesse e vedesse. Secondo me chi pensa questo parla di omosessualità ma non di omoaffettività, che è la parola chiave. Prima ancora dell'orgoglio gay, prima del matrimonio fra omosessuali, dovrebbe essere ribadita ad alta voce la possibilità di amare e di essere amati. La parola "gay", dicevamo: la trovo ingiusta perché cementifica una diversità che deve rimanere tale, perché tutti – etero, omo, lesbiche – siamo individui diversi gli uni dagli altri. Sì, "gay" ha azzerato la sfumatura di insulto che c'era in altre parole, come "frocio" e simili. Però ha fatto di ogni erba un fascio, cancellando le individualità. Sandro Penna, sentendo parlare di "gay", si rivolterebbe nella tomba. Come Pasolini, credo. Per capire cosa significa questa parola mi piace ricordare una barzelletta napoletana: un figlio va dal padre e gli dice, papà, sono gay. E il padre comincia a chiedergli: ma ce l'hai un bel lavoro? Ce l'hai una bella macchina? Hai dei bei vestiti? Hai un attico a Posillipo? Il figlio risponde sempre no, e il padre conclude: allora, figlio mio, non sei gay, si' solo nu' ricchione!».
Hai scoperto, nel corso di questo viaggio, qualcosa che non conoscevi?
«L'acqua calda».
In che senso?
«Ho scoperto che tutti, uomini e donne, omo ed etero, abbiamo gli stessi problemi. Un ragazzo lasciato dal suo compagno soffre come un ragazzo lasciato dalla fidanzata. Tutti dobbiamo imparare ad amare senza essere incasellati. Se c'è un atto politico, nel film, è un atto di solidarietà. Sogno un mondo in cui un documentario simile non sia più necessario, dove le istituzioni imparino ad essere meno crudeli. Papa Francesco sta regalando speranza. Prima, da lì, venivano solo anatemi. Anche dal suo predecessore».
Alberto Crespi, l’Unità, 11/2/2014

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