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Lupi dentro (I)


Regia:Andreassi Raffaele

Cast e credits:
Sceneggiatura
: Raffaele Andreassi; con: Antonio Ligabue, Bruno Rovesti, Udo Toniato, Elena Guastalla, Adele Casoli, Serafino Valla, Vandino Daolio, Giancarlo Gandini; fotografia: Raffaele Andreassi; montaggio: Raffaele Andreassi; musica: Renato Giorgi; produttore: Mario Cavazzut; produzione: Union Contact; distribuzione: Istituto Luce; origine: Italia 1999; durata: 180'.

Trama:Un documentario sui pittori naïf della bassa padana, ma soprattutto sulle conseguenze che su di loro ha avuto la vita e l’arte del più grande tra tutti: Antonio Ligabue (“Toni”). È un viaggio poetico tra le grandi anse del Po, alla ricerca di ciò che non c’è più e del perché non c’è più, tra personaggi di ogni genere, più o meno lucidi, più o meno leggendari.

Critica (1):A due anni dalla sua realizzazione esce in sala il documentario di Raffaele Andreassi su Antonio Ligabue, I lupi dentro, distribuito dall’Istituto Luce. Un piccolo evento, visto che il documentario italiano difficilmente riesce a conquistare visibilità, sul piccolo come sul grande schermo. [...] Con l’autore abbiamo parlato della genesi di questo film.

Andreassi, qual è stato il suo rapporto con Ligabue?
Ligabue l’ho incontrato agli inizi degli anni ’60. Era considerato un vagabondo, un pagliaccio. Soffriva molto perché era poverissimo. All’epoca realizzai un primo documentario su di lui, Lo specchio, la tigre, la pianura. In seguito ho raccontato la sua infelicità in Antonio Ligabue, pittore, prodotto da Carlo Ponti.

C’è qualche episodio nella vita di questi che spieghi il suo strano comportamento da adulto?
Soffriva di una malattia mentale dovuta probabilmente al calcio di un cavallo che prese nel circo in cui lavorava da giovane. Durante la guerra poi, dette una bottigliata a un tedesco e per salvarlo lo rinchiusero in manicomio.

Nel suo film Ligabue, pur nella sua totale semplicità, sembra accorgersi della macchina da presa…
E’ vero, quando si vedeva osservato si comportava come un attore, faceva del teatro. Sapeva di essere Ligabue, e non era completamente sincero.

Molti quadri di Ligabue hanno a che fare con animali feroci. Da dove gli veniva questa conoscenza, visto che non ne aveva mai potuto vedere uno?
So che quando era giovane un suo amico pittore gli mostrò dei libri con animali esotici. Forse perché voleva stimolare la fantasia di Antonio, sperando che diversificasse i soggetti da rappresentare. Comunque era affascinato da quegli animali. Quando venne a Roma, nel 1962, volle a tutti i costi che lo portassi allo zoo. Fu entusiasmante vederlo “parlare” con le tigri…

Nel film la voce narrante, che poi è la sua, parla di cinema verité…
Sì, quando “ricostruivo” la vita di Ligabue con Ligabue stesso lì a rappresentarla lasciavo che le cose andassero per il loro verso, senza rimontare i dialoghi o fare dei tagli. Quello che accadeva è tutto lì sullo schermo.

Raffaele Andreassi è un documentarista navigato, uno dei pochi veri documentaristi italiani della vecchia guardia. Capace (ma solo così – ci ha rivelato – ama lavorare) di girare film con troupe di due persone e senza mai usare il cavalletto che “impietrisce le immagini”. Allo stesso tempo riesce a raccontare documentatissime favole di vita che durano quarant’anni. I lupi dentro è un documentario vecchio stile che acquista il valore di una contemporaneità straniante, grazie all’incrocio delle testimonianze di chi ha conosciuto Ligabue e le immagini girate negli anni ’60 insieme a Ligabue stesso. Un uomo trattato da tutti alla stregua dello “scemo del villaggio”, che viveva in povertà e solitudine, innamorato della figlia di un oste che non lo ricambiava, sempre in giro con uno specchio al collo e in perenne movimento. Si faceva ospitare nelle stalle, dove spesso lasciava dipinti sulle porte o su pezzi di faesite. Se gli andava bene vendeva qualche tela a poco prezzo. Un esempio del cinismo della vita: quando Ligabue cominciò a divenire famoso e un po’ più ricco, si prese una serie di piccole rivincite: tornò in tutti i paesini dai quali era stato scacciato come un cane, ma stavolta con un’automobile con tanto di autista. Due ore dopo la sua morte, intorno alla sua bara c’erano già persone che vendevano alcuni suoi disegni. Nessun altro poteva raccontare Ligabue come Andreassi, che aveva scritto il film per la Tv interpretato da Flavio Bucci e poi dato in mano a Salvatore Nocita. Ma soprattutto perché Andreassi il Po lo conosceva come era un tempo: “Adesso è un malato che sembra godere di ottima salute”.
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Raffaele Andreassi
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