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Uomini e lupi


Regia:De Santis Giuseppe

Cast e credits:
Soggetto: Giuseppe De Santis, Tonino Guerra, Elio Petri; sceneggiatura: Giuseppe De Santis, Tonino Guerra, Elio Petri, Ugo Pirro, Gianni Puccini, con la collaborazione di Ivo Perilli; fotografia: Piero Portalupi; scenografia: Ottavio Scotti; costumi: Graziella Ubinati; montaggio: Gabriele Varrriale; musica: Mario Nascimbeni; interpreti :Silvana Mangano (Teresa), Yves Montand (Ricuccio), Pedro Armendariz (Giovanni), Irene Cefaro (Bianca), Giulio Calì (Nazareno), Euro Teodori (Amerigo), Giovanni Matta (Pasqualino), Guido Celano (don Pietro); produzione: Giovanni Addessi per la Titanus; origine :Italia 1956; durata: 102'.

Trama:A Vischio, paese di lupari, Giovanni è un esperto cacciatore e al suo fianco c'è sempre Ricuccio, abile ma con il vizio delle donne. Quando Giovanni muore Ricuccio mette gli occhi su Teresa, la vedova, scappando con lei e con il figlio. Ma la donna accetterà di sposarsi solo dopo che Ricuccio sarà finalmente cresciuto, rinunciando a inseguire tutte le gonnelle sulla sua strada. Un dramma intenso e selvaggio ambientato fra le montagne abruzzesi e interpretato da un gruppo di attori di rilievo, fra cui spicano il giovane Yves Montand e l’affascinante Silvana Mangano.

Critica (1):(...) Uomini e lupi è un film che – come Non c’è pace tra gli ulivi – si discosta dalle coordinate tematiche e stilistiche di De Santis. Ma Non c’è pace tra gli ulivi poteva ancora considerarsi come una parentesi nella carriera di De Santis. In questo suo settimo lungometraggio, invece, si avverte che è venuta meno – in maniera definitiva – quella politica del testo che aveva sinora sostanziato la sua opera, conferendole uno spessore e una profondità, attraverso l'articolazione di differenti livelli di scrittura e di lettura. Qui la lotta tra gli uomini e i lupi presenta in maniera non più mediata un conflitto immanente tra gli elementi primordiali della natura e la razionalità umana. Uomini e lupi è un film fuori dal tempo, nel quale la ricerca psicologica assume un rilievo insolito per De Santis, a scapito della messa in scena dei sentimenti; tanto che sembra un film povero dal punto di vista emotivo, cosa che per De Santis è veramente inspiegabile.
Almeno in parte, la giustificazione di tutto ciò è da ricercarsi nel fatto che egli si sente un po’ sperduto davanti al doppio formato dell’immagine Cinemascope, che adotta per la prima volta nel corso della sua carriera, e stenta a riempirlo. L’impostazione mitica che egli conferisce al lavoro esige, del resto, una secca compattezza. In Uomini e lupi non possono esserci le “tante cose” che affollavano l’immagine di Caccia tragica. De Santis riesce tuttavia a recuperare la sostanza visuale del nuovo formato liricizzando i selvatici paesaggi abruzzesi. Nello splendore del Cinemascope, i grandi spazi vuoti, nei quali dominano le masse – ora scure, ora imbiancate dalla neve – dei contrafforti appenninici, si propongono come protagonisti di una vicenda che pure annunciava di trattare di uomini e di lupi. Questi ampi spazi fanno spettacolo. Ma è uno spettacolo molto casto – come può essere casto lo spettacolo di un paesino di montagna sfollato all’indomani di un terremoto – e De Santis non si concede di più in Uomini e lupi. Effettivamente, nel film si vedono più uomini che lupi. Le scene di caccia vere e proprie, che avrebbero potuto fornire l’occasione di montare, attorno alla vicenda dei lupari, un vero e proprio western abruzzese (del resto, tanti western all’italiana saranno girati su quelle stesse alture ), con inseguimenti spari, fughe e altri fuochi d’artificio, sono molto poche nel complesso dell’opera; soprattutto se la paragoniamo al soverchiante lavoro di ricerca psicologica. è proprio sul terreno dell’analisi psicologica che De Santis coglie i risultati migliori di Uomini e lupi. Egli lavora soprattutto sulla crescita del personaggio di Ricuccio, il quale, a partire dalla morte del luparo, compie un certo itinerario psicologico, acquistando col passare delle inquadrature quelle doti e quelle qualità (non tanto tecniche, quanto mentali e filosofiche) che erano state del defunto Giovanni. La recitazione piatta e perfetta di Montand, in un ruolo che – se anche gli fosse adattato – non sentiva affatto, appare troppo “professionistica”. Pur con tutte le sue carenze, Raf Vallone avrebbe dato risultati migliori. Ma, dietro una certa inclinazione alla ricerca psicologica, De Santis mette in mostra anche buone qualità di narratore puro, qualità che sfoggerà, poi, con gran vigore e classe nel successivo La strada lunga un anno. E i lupi? Che cosa sono i poveri lupi siberiani, venuti dall’Unione Sovietica a morire di nostalgia sugli Appennini abruzzesi? Rappresentano davvero le forze del male? No, di certo. “In letteratura – scrisse una volta Luis Buñuel – un leone o un’aquila possono rappresentare molte cose, ma sullo schermo saranno semplicemente due bestie”. Per i lupi di Giuseppe De Santis è la stessa cosa. Uomini e lupi ebbe strascichi molto fastidiosi per De Santis, che litigò con Goffredo Lombardo, il quale – racconta il regista – “si era fatto venire delle manie da ducetto e credeva di poter dettare legge anche sulle questioni artistiche di un film. (...) A film ultimato, volle impormi di tagliarlo abbondantemente perché si era fissato di ridurlo a pellicola di azione, tipo western, mentre io, pur non discostandomi troppo da uno schema western, avevo badato a dargli un’articolazione psicologica, concedergli certe pause e certi spazi che certo non sono tipici del prodotto d’azione. Così scoppiò il grosso contrasto tra me e la Titanus e io, a quel punto, dissi: «Volete fare così? Benissimo. Eccovi il film, tagliatevelo, montatevelo e riunitelo da soli come meglio credete. Però non lo riconosco per mio». E così feci”. Lombardo eseguì i tagli che riteneva opportuni e De Santis scrisse una lettera aperta ai giornali italiani, denunciando quello che riteneva fosse un sopruso e dichiarando di non considerarsi autore del film. “Da quel momento - racconta il regista - non solo la Titanus ma ogni produttore in seno all’ANICA, non desiderò più avere rapporti di lavoro con un regista scomodo come me, che era arrivato al punto di denunciare all’opinione pubblica operazioni di questo tipo, che lo
ro consideravano normali”.
Stefano Masi, De Santis, Il Castoro cinema 1981

Critica (2):

Critica (3):

Critica (4):
Giuseppe De Santis
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