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Racconto di primavera - Conte de printemps


Regia:Rohmer Eric

Cast e credits:
Soggetto e sceneggiatura
: Eric Rohmer; fotografia: Luc Pagès, Philippe Renaut; musica: Wolfgan Amadeus Mozart, Robert Schumann; montaggio: Maria Luisa Garcia, Françoise Combès; suono: Pascal Ribier, Ludovic Hénault; interpreti: Anne Teyssèdre (Jeanne), Hugues Quester (lgor), Florence Darel (Natacha), Eloise Benett (Eve), Sophie Robin (Gaffie); produzione: Margaret Menegoz, per Les Films du Losange/Soficas Investimage; distribuzione: Academy; origine: Francia, 1989; durata: 109’.

Trama:Jeanne, una giovane insegnante di filosofia, fidanzata con il matematico Mathieu, attualmente lontano per motivi di studio, dopo aver conosciuto ad una festa Natacha, una diciottenne pianista, simpatizza subito con questa e accetta l’invito di trasferirsi per alcuni giorni nel suo appartamento. Le due ragazze diventano amiche e si confidano i propri problemi: Jeanne è preoccupata del suo rapporto con Mathieu; Natacha, che si sente trascurata da William, un giornalista, detesta sia sua madre, divorziata, sia Eve, la saccente amante di suo padre Igor, perché è convinta che abbia rubato una collana, il gioiello di famiglia a lei destinato. Durante l’incontro nella casa di camApagna con il padre, Eve e Jeanne, la focosa Natacha, litigando con Eve, riesce a farla allontanare con la speranza che il padre, rimasto nel frattempo solo con Jeanne, tenti di corteggiarla. Ma inutilmente: Jeanne irritata per questo intrigo di Natacha decide di andarsene. Nel preparare i bagagli viene casualmente ritrovata la collana; i sospetti di Natacha contro Eve cadono e Jeanne si riconcilia con lei.

Critica (1):Dopo "Racconti morali" e "Commedie e proverbi", un nuovo ciclo per Rohmer, "Le quattro stagioni". Si comincia con la primavera, stagione degli amori, della vita all’aria aperta, della natura in fiore. Luoghi comuni? Per il non più giovanissimo (settant’anni il 21 marzo scorso) ma ancora giovanile regista della Nouvelle Vague, probabilmente sì. Ma senza astio, senza rancore, più filosoficamente che mai, con il sorriso sulle labbra e tanta comprensione per la "sostenibilissima leggerezza dell’essere".
Gli eroi e, più spesso, le eroine del cinema rohmeriano praticano il pensiero debole quasi senza accorgersene: in ciò la loro forza, spontaneità e naturalezza che si consumano (sublimano?) nello spazio di un film, tanto è ferrea la legge del regista in base alla quale solo per una volta (l’eccezione è Marie Rivière) possono assurgere al rango di protagonisti. Cambiano i volti di attori e attrici – sempre bravissimi – ma non lo spessore dei personaggi, cinici, egoisti o, al contrario, sin troppo garbati, timidi, in una modulazione di tipologie che ammette, ed anzi sollecita, il variare delle sfumature. Attraverso la "ciclicità", il regista può "ripetersi senza mai ripetersi", ossia fare (in fondo) sempre lo stesso film rinnovandolo ogni volta. È in questa originalità della serialità la cifra ultima del famoso Rohmer’s touch, non meno impareggiabile e inconfondibile di altri tocchi d’autore ormai celebri.
Ciò premesso veniamo pure al Conte de printemps, sottolineando per prima cosa gli scarti evidenti che il narrato offre per rapporto alle coordinate spaziotemporali della narrazione. È primavera ma l’ambientazione privilegia gli interni: cucine, soggiorni, camere da letto, salotti, sale da pranzo di uno e poi due, e poi tre, e poi quattro, e poi cinque (tanti ne abbiamo contati) diversi appartamenti: a Parigi, Montmorency, in campagna. Sono i luoghi non indifferenti che un regista come Rohmer, mai casuale nell’organizzazione dello spazio, esso stesso dimensione del linguaggio, sceglie per far parlare i personaggi. Ancora una volta la storia nasce dall’insofferenza del personaggio principale (Jeanne) per il luogo (i luoghi) in cui vive. Solo che l’uscita – rifuggendo dalle teoriche del fláneur di benjaminiana (e rohmeriana) memoria – origina in questo caso nuove entrate, in continuazione. È alla festa di un’amica, dove si annoia, capitatavi perché non sapeva dove altro andare, che Jeanne incontra Natacha. È a casa di quest’ultima, in circostanze "imbarazzanti" per la tradizionale pudicizia rohmeriana, che Jeanne conosce Igor, sentendosi subito a disagio. È qui, ancora, che dopo aver stretto amicizia con Natacha, rivede Igor e fa la conoscenza di Eve, capendo che attorno a quel tavolo tutti hanno una buona ragione per sentirsi a disagio. È poi nella villa di campagna (sorvolando su molti altri interni) che il disagio produce alterchi, separazioni distacchi: più o meno dolorosi, più o meno definitivi. Lo spazio urbano, la città, il tessuto metropolitano non sono più l’altrove che ciascuno cerca immaginando di trovare. Rade inquadrature di Parigi intervengono a mo’ di siparietti fra un interno e l’altro. Consentono allo spettatore di respirare ed anche di riflettere: non è la città che manca, è piuttosto il suo richiamo che non attrae più i personaggi, è la sua necessità che pare mancare.
L’altro significativo scarto che caratterizza il film è che in primavera gli amori non sbocciano, muoiono. Baruffano e si lasciano Igor e Eve, per la gioia di Natacha, ma fino ad un certo punto, perché anche i rapporti con il suo fidanzato si sono fatti di recente difficili. Quanto a Jeanne, che dribbla volentieri le avances di Igor, chi può dire che sia felice con Mathieu (che, infatti, non compare mai)? Odia sentirsi sposata e, non esserlo, mantiene il doppio domicilio ma non si sente a suo agio in nessuno dei due, mostra saggezza e manifesta comprensione per i guai degli altri ma chissà... Conte de printemps è meno brillante di altri recenti lavori di Rohmer ma si suggella con un lieto fine che sembra autentico, non di maniera. È più ritto, dialogato, lento e "sofferto", benché sempre "aereo" e forse maggiormente "ottimistico". Persino il "caso" (componente essenziale della poetica rohmeriana) sembra meno bizzarro e imprevedibile, intervenendo quasi soltanto nel finale (il ritrovamento della collana). Se, poi, gli interpreti se la cavano nel migliore dei modi (averne, qui da noi, di "sconosciuti" così...), non si può dire che il regista non sappia cogliere quell’infinità di stati d’animo e sensazioni per cui va giustamente famoso.
Né si può muovere al film l’appunto che alla fin fine non succede niente: sappiamo che nei racconti di Rohmer quel che di più importante accade, accade dentro i personaggi, non fuori di essi. Intrigante, in Racconto di primavera è piuttosto che il senso di incompiutezza, di sottile infelicità di ciascuno dei personaggi (l’ostentato equilibrio di Jeanne, le fissazioni di Natacha, la paranoia di Igor, la libresca filosofia di Eve) rimanga sostanzialmente irrisolto e forse neppure affrontato. Soltanto accennato. Ma, si sa, la primavera non è che l’inizio...
Roberto Ellero, Segno cinema n. 44, luglio 1990

Critica (2):

Critica (3):

Critica (4):
Eric Rohmer
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