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Square (The)


Regia:Ístlund Ruben

Cast e credits:
Sceneggiatura: Ruben Ístlund; fotografia: Fredrik Wenzel; montaggio: Ruben Ístlund, Jacob Secher Schulsinger; scenografia: Josefin ┼sberg; costumi: Sofie Krunegňrd; effetti: Johan Harnesk, Samir Arabzadeh, Johan Edstr÷m; interpreti: Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary, Christopher Laess°, Marina Schiptjenko, Elijandro Edouard, Daniel Hallberg, Martin S÷÷der; produzione: Plattform Produktion, Essential Films, Parisienne, Coproduction Office, in coproduzione con Film I Vńst, Sveriges Television, Imperative Entertainment, Arte France CinÚma, Zdf Arte; distribuzione: Teodora Film; origine: Svezia-Germania-Francia-Danimarca, 2017; durata: 122'.

Trama:Christian Ŕ un padre divorziato che ama passare il tempo con i suoi due figli. Apprezzato conservatore di un museo d'arte contemporanea, Christian, che Ŕ anche una di quelle persone che guidano l'auto elettrica e sostengono le cause umanitarie, sta preparando la prossima mostra, dal titolo "The Square": un'installazione volta a promuovere l'altruismo attraverso uno spazio simbolico in cui possono accadere solo cose positive. A volte, per˛, Ŕ difficile vivere all'altezza dei propri ideali e quando a Christian viene rubato il telefono cellulare, la sua reazione non Ŕ del tutto onorevole... Nel frattempo, l'ufficio stampa del museo lancia un'efficace campagna pubblicitaria per l'evento tanto che riscuote un successo inaspettato facendo sprofondare Christian in una crisi esistenziale...

Critica (1):Christian (Claes Bang) Ŕ il direttore narciso di un museo di arte contemporanea, figura non troppo dissimile da alcuni dei superdirettori nominati negli ultimi anni dal Mibact in Italia, anche se non Ŕ difficile immaginarlo, con maggiore autonomia economica e pratica, si direbbe, e con una presunta intenzionalitÓ politica che travalica l'idea nostrana, equivocabile, di patrimonio come giacimento culturale. All'inizio, in un'intervista con la giornalista americana Anne (Elizabeth Moss), sveglia il giusto ma forse estranea al sistema dell'arte, discute la questione, ricorrente e per˛ mai davvero risolta nÚ risolvibile, sullo statuto dell'opera d'arte nella contemporaneitÓ, lasciandola perplessa sulla possibilitÓ che anche la sua borsa, ricollocata in uno spazio altro, possa divenire opera. L'importanza dello spazio Ŕ ribadita dal fatto che, con i soldi di una sottoscrizione pubblica, Christian compra The Square, un intervento urbano concettuale che, smantellati i monumenti dell'ancien rÚgime (figurativi e monarchici), segata una sezione quadrata nel porfido della piazza antistante il museo, e riempitone il profilo con un materiale luminescente, crea uno spazio virtuoso, "un santuario di fiducia e altruismo, al suo interno tutti condividiamo uguali diritti e doveri", uno spazio, quindi, la cui determinazione rispetto al mondo circostante Ŕ delegata al contorno, essendo il motto di cui sopra, inciso su una targa col Quadrato rigorosamente in prospettiva, un invito alle regole base della democrazia, un contorno che non riesce, pur trattandosi di un intervento provocatorio, a essere l'aura perduta dell'opera, nÚ tantomeno un ring brechtiano (o le scenografie pavimentali di certo Von Trier): in qualche misura, il film sembra proprio inseguire la quadratura del cerchio.
In fondo l'aspirazione dell'arte ad assurgere ad un ruolo politico, la tentazione di restituire allo spazio urbano un valore ideale non pu˛ che rievocare le cittÓ ideali del rinascimento pittorico italiano, i cui esempi pi¨ illustri sono e restano in eterno disabitati, cosý come gli esperimenti urbanistici coevi rimanevano imbrigliati nelle contraddizioni di un pensiero immaturo; e la tentazione di abitare gli spazi dell'opera d'arte, pi¨ nettamente borghese, rimanda in parallelo ai committenti, disguised e non, di certe opere di Jan Van Eyck e di lý a scendere, col signor Van der Dingen che (come Carmelo Bene) appare alla Madonna, o Ŕ raffigurato in veste di Santo ai piedi del crocifisso, ritratti cristallini e cristallizzati di una smaniosa ambizione all'immortalitÓ. Ora che, nella selfie age ognuno pu˛ autoritrarsi, o creare una rappresentazione (non a caso vengono in mente i tanti musei che creano uno spazio dove si invitano i visitatori a immortalarsi, per lo pi¨ in pose idiotissime), diventa gesto politico, performance fuori controllo tutto quello che avviene fuori dal Quadrato, fuori dal luogo deputato, o lo invade sovvertendone la logica preordinata. ╚ tale il colpo (stra)ordinario con cui due borseggiatori sottraggono a Christian portafogli e telefono, che dÓ il via a una caccia dove si perdono per strada proprio il rispetto di quanto proclamato dal motto. Cosý come il crescendo di porcate strepitato da un avventore con la sindrome di Tourette alla conferenza di Julian (Dominic West): la parola fuori controllo per i riflessi di un trauma infantile, stocastica e perturbante, opposta alle provocazioni banali di un artista in pigiama, giacca e Van's.
╚ invasione degenerata quella documentata dal video, subito virale, che mostra un bambino lasciato dentro al Quadrato a disperarsi mentre si avvinghia al gatto, strapazzandolo. Esplosione. PerchÚ la nuova piazza, la nuova agorÓ Ŕ il sistema virtuale e non virtuoso dei social, e la provocazione genera discussioni che non sono, in ultima analisi, altro che rumore di fondo, (anti)monumento all'impermanenza, e il Quadrato, nella sua scialba a-dimensionalitÓ Ŕ diventato innesco di un thread di anarchia demenziale.
╚ invasione, deriva, la performance, decisamente infinita, di Oleg, l'artista convinto di essere una scimmia, durante il diner placÚ dei trustees del museo, che sembra lý a ricordarci come sia un conflitto che non sempre quadra anche quello tra quella forma tipicamente transitoria e la sua riproducibilitÓ filmica. E per˛, allo stesso tempo il film di Ruben Ístlund, in qualche modo in parallelo alle ambizioni del suo protagonista, si alimenta, nella messinscena, proprio di tecniche da performance e da flash mob situazionista, creando brani di un perpetuum mobile di massa dalla sincronicitÓ vagamente alienata, come giÓ faceva nell'indimenticabile scena conclusiva di Force Majeure, e che, non sar˛ il primo a dirlo, sembrano in questo caso un omaggio diretto a Roy Andersson: un moto centrifugo, perlomeno rispetto all'attenzione dello spettatore, che non sempre sembra essere stato arginato dalla cordata di produttori e coproduttori che hanno supportato la sua genesi.
Alessandro Uccelli, cineforum.it, 21/5/2017

Critica (2):

Critica (3):

Critica (4):
(Progetto editoriale a cura di) Redazione Internet (Contenuti a cura di) Ufficio Cinema
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